[CDP2026] Farhad

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Incipit. n.4 

Il mercato è affollato come sempre all’ora di punta, ma Farhad era ancora abbastanza basso e il suo viso abbastanza infantile per passare inosservato. Utile a Dio era il significato del suo nome, ma lui aveva bisogno di essere utile alla sua famiglia e per questo avrebbe infranto una delle regole: non rubare.

La pirzan non gli staccava gli occhi di dosso. Lo aveva visto passare già due volte: non possedevi un banco di frutta al Vakil se ti facevi fregare le arance dal primo che passa. Farhad abbassò lo sguardo e tirò dritto, mescolandosi alla folla. Non aveva nemmeno deciso cosa rubare e già era stato scoperto. Meglio non rischiare. Dopo una decina di passi si voltò per controllare: i riflessi dei tendaggi verdi e turchesi erano accecanti, eppure ebbe la netta impressione che la pirzan gli avesse rivolto un eloquente occhiolino.
Il sole batteva forte su Shiraz, uno strato di polvere e smog gli si era appiccicato sulla fronte. Se avesse passato un dito, sarebbe rimasto il segno. Non voleva tornare a casa a mani vuote ma, al contempo, avrebbe preferito mantenere l’uso di entrambe.
Farhad trasalì: un cane era stato preso a calci da un venditore. I suoi guaiti riecheggiarono in tutto il bazar; i presenti trovarono la scena divertente. L’animale era di una magrezza spaventosa, gli si potevano contare le costole. L’uomo rincorse la bestia travolgendo una cesta di datteri. Il cane aveva le orecchie tirate indietro e un osso tra i denti.
Persino quel cane era riuscito a sgraffignare qualcosa, pensò Farhad. Solo lui non ci riusciva.

Poco distante, una bella donna stava facendo acquisti presso un banco di stoffe: aveva preso un rusari per sé e uno per la figlia, che le stava accanto composta.
“Quanto le devo?” domandò, con il borsellino tra le mani.
“Non mi deve nulla, khanom. Lei è mia ospite.”
“La prego, insisto.”
“Davvero, non posso accettare denaro da lei.”
“Lei è molto gentile, ma per favore…”
Stupida taarof, pensò Farhad. Era al mondo da soli tredici anni e ne aveva già le tasche piene di tutta quella ipocrisia. Si chiese cosa sarebbe successo se la khanom avesse frainteso le parole del commerciante, se avesse ringraziato per il gentile omaggio e fosse andata via.
Forse avrebbe dovuto tentare, ma già sapeva che nel migliore dei casi avrebbe ricevuto lo stesso trattamento riservato a quel povero randagio scheletrico.

Situazione delicata, concluse Farhad. Suo fratello maggiore era sparito dopo le manifestazioni di gennaio. Aveva provato a spiegarlo a casa: in strada dicevano che erano morte migliaia di persone, che l’esercito aveva sparato ad altezza uomo. Ma maman sosteneva che Allah era grande, troppo grande per permettere una simile barbarie.
Come se non bastasse, da qualche settimana gli americani avevano cominciato a esportare la pace. Non bastava la pace di Bibi. Per fortuna Shiraz non era stata colpita; non come Teheran ed Esfahan, almeno. Ma un pezzo di pane adesso costava un milione di rial. Un milione.
Sul Corano era scritto: non rubare, d’accordo. Ma Hafez diceva: ogni cuore ha la sua verità, ascolta il tuo.
E il cuore di Farhad gli stava urlando a chiare lettere che, se non avesse messo al più presto qualcosa sotto i denti, lo avrebbero trovato a cacciare i ratti in riva al fiume. Chissà se il Corano vietasse anche questo. A Shiraz, i ratti erano impressionanti, grossi come gatti. Farhad si accorse di avere l’acquolina in bocca. Si vergognò di sé stesso: non poteva più rimandare, doveva riprovarci.
Maman non lo aveva chiesto espressamente, ma ormai era l’unico uomo di casa. Nonostante la giovane età, era alla costante ricerca di lavoro. Tuttavia, in quel periodo nessuno assumeva ragazzini imberbi come lui: troppo mingherlini per i lavori da uomini, troppo impazienti per un apprendistato. Maman e le sorelle si stavano piano piano abbrutendo: spettava a lui trovare una soluzione.

Farhad evitò il banco di frutta dell’ammiccante pirzan e si appostò all’angolo per studiare la situazione. Iniziava a capirlo: non era tagliato per quel genere di cose; a ogni passo sentiva gli sguardi dei bazari posarsi su di lui.
Con la coda dell’occhio colse un movimento, durò un istante. Un uomo dai folti baffi bianchi aveva infilato nella manica una bustina di masghati: gli era bastato uno scatto chirurgico dell'indice. Era passato davanti al bancone e aveva sorriso con educazione al venditore. Nessuno si era accorto di niente.
Ecco come si fa, pensò Farhad.
Provò ammirazione per quell’uomo: non aveva alterato un muscolo, nemmeno un pelo dei suoi folti baffi aveva vibrato. In una frazione di secondo aveva portato a compimento la missione che lui stava pianificando da due ore. Quel tipo era un mago. 
Farhad lo seguì con lo sguardo mentre si allontanava dal bazar: camminava piano, con le mani incrociate dietro la schiena e i sandali impolverati.

Di nuovo quella sensazione di inadeguatezza: lui non era in grado. Era quello il punto. Era costretto a compiere un’azione per cui non era preparato. Non era un dilemma morale, era una questione di abilità. Tutto lì. Un’abilità che non possedeva, che nessuno gli aveva mai trasferito. Altro che scrupoli di coscienza: quelli li avrebbe lasciati ai professori con la pancia piena che avevano tempo per la taarof, i sofismi e le parole complicate.
Forse “non rubare”, più che un comandamento, era un consiglio spassionato. Il gioco non valeva la candela. Se fosse riuscito nell’intento, avrebbe rimandato il problema di un giorno; se avesse fallito… 
Farhad si guardò le mani: tremavano. Il sole e la calca lo stavano soffocando, l’odore del cumino gli diede la nausea. Dovette fare un passo avanti per non perdere l’equilibrio. 

Avrebbe imitato l’uomo dai baffi bianchi, aveva deciso. Non doveva avere paura: bastava un sorriso. Era ovvio che la pirzan avesse subito indovinato i suoi piani: si aggirava tra quei banconi come un terrorista, gli mancava solo un cartello con scritto: Attenzione, dozd in azione. Doveva rilassarsi, togliersi di dosso quella puzza da meschinello, agire come un vero professionista.
In fondo era stato fortunato, aveva visto il maestro all'opera. Queste non erano cose che si insegnavano a scuola. Lui un padre non ce l’aveva e, con ogni probabilità, nemmeno più un fratello maggiore. Nessuno gli avrebbe spiegato come si rubava, come si provvedeva alla propria famiglia. 

Fece un lungo sospiro, asciugò le mani sudate sui pantaloni. Un sonoro e doloroso brontolio dello stomaco gli diede la spinta finale. 
Farhad, Utile a Dio e alla sua famiglia, offrì il suo sorriso più sincero alla giovane khanom che vendeva il pane. Il movimento del braccio fu naturale, sicuro: sfiorò appena il pane e lo fece scivolare nella tasca con un gesto leggero, elegante. Gli sembrò persino di essere stato bravo.
Registrò il sorriso di lei trasformarsi in incredulità, le sopracciglia aggrottate, le labbra comporre la parola: Dozd!
Quattro mani gli bloccarono le braccia; un'altra lo frugò, esibendo vittoriosa la refurtiva a tutti. Lo trascinarono di peso all’uscita del bazar. Le grida e l’odio dei venditori erano tutti rivolti a lui. Qualcuno nominò la polizia, un altro suggerì il linciaggio.
E sì. Stavolta ne fu certo.
La pirzan gli aveva fatto l’occhiolino.
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Re: [CDP2026] Farhad

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Ciao @NanoVetricida,
anche questo racconto mi è piaciuto: ha una scrittura pulita e una bella forza immersiva. Una cosa che funziona particolarmente bene è l’uso delle parole straniere: sono integrate con naturalezza, non spiegate, ma comunque comprensibili proprio perché inserite con cura nel contesto. Non interrompono mai la lettura, anzi contribuiscono a rendere l’ambientazione più viva e credibile, senza effetto “cartolina”.

I punti forti del testo, a mio avviso, sono: ambientazione viva, struttura solida, protagonista credibile, dettagli narrativi efficaci, finale riuscito. Il simbolismo è buono, ma a tratti un po’ sottolineato: il cane = Farhad; l’uomo coi baffi= modello; la pirzan = controllo/giudizio.
Tutto funziona, anche se a volte viene un po’ marcato.

La struttura narrativa è pulita e c’è una progressione chiara: intenzione di rubare, primo fallimento con la pirzan, osservazione della scena del cane e del taarof, contesto familiare e sociale (famiglia, guerra, fame), modello dell’uomo coi baffi, decisione, azione e punizione. Il finale è efficace, rapido, senza diluizioni, con una chiusura circolare perfetta grazie all’occhiolino della pirzan. C’è un buon equilibrio tra ironia e tragedia.

Per quanto riguarda i punti migliorabili, in alcuni passaggi spieghi ciò che è già evidente, e questo interrompe un po’ il flusso narrativo. Inoltre, il blocco centrale è troppo esplicativo: arriva come un blocco informativo e rallenta il ritmo proprio nel momento di maggiore tensione.

Infine, il fatto che il racconto sia più un “momento” che una storia completa non lo considero un limite: funziona bene perché permette di immergere il lettore in un’esperienza, un pensiero o una sensazione. Vediamo le emozioni, i pensieri e le difficoltà di Farhad in tempo reale, e il testo trasmette tensione, precarietà e vulnerabilità. In questo senso, evocare un frammento di vita, un’istantanea intensa, è proprio la forza del racconto.

Re: [CDP2026] Farhad

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Ciao @Didalinda
sì, ti dico la verità, di solito ci metto poco tempo, un paio di riletture e via 
stavolta mi son perso in ore e ore di paranoie e dubbi atavici, a un certo punto mi sono scocciato e ho premuto invio perché dovevo cucinare il casatiello e la pizza di scarole
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Re: [CDP2026] Farhad

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@NanoVetricida Ah ha ah, anch'io ho fatto la stessa cosa.
Mi ci sono immersa ore e ore, poi ho inviato per togliermelo, ma qualche lettura in piu mi ci voleva. Ma avevo da cucinare...

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