@dyskolos
È sempre un piacere confrontarmi con te.
Parto da un chiarimento necessario. È fuori discussione che, nel corso di due millenni, uomini indegni si siano nascosti dietro il cristianesimo per compiere azioni moralmente e storicamente deplorevoli. Questo è un dato di fatto.
Detto ciò, il comunismo storico, nato anche come reazione a quelle degenerazioni, non solo non ha rappresentato una “cura”, ma in molti casi ha prodotto sofferenze almeno equivalenti, spesso maggiori, cercando di imporre un’ideologia totalizzante anche a chi desiderava semplicemente vivere in pace, credenti o non credenti che fossero.
Non ha senso trasformare questa constatazione in una gara su “chi ha fatto peggio”. Le atrocità sono state commesse da entrambe le parti, e l’elenco sarebbe lungo e sterile. Il punto, per me, è un altro: l’idea che la violenza o l’espropriazione possano essere giustificate da un principio astratto di giustizia storica o redistribuzione morale.
Un esempio letterario lo chiarisce bene. I comunisti sovietici non amavano Il dottor Živago di Pasternak, non perché raccontasse la storia di un uomo ricco o potente, ma perché mostrava l’ingiustizia subita da una persona comune, privata della propria casa con la logica del “ti sei goduto abbastanza, ora tocca ad altri”.
Questo modo di ragionare, riproposto in forme diverse, resta profondamente offensivo per la dignità individuale. Sarebbe interessante applicarlo in modo coerente anche a chi lo sostiene ideologicamente: l’esito sarebbe rivelatore dal punto di vista umano prima ancora che politico.
Quanto ai presunti punti di contatto tra cristianesimo e comunismo, devo essere sincero: io non riesco a vederli. O, se vogliamo essere più precisi, non riesco a considerarli tali sul piano storico e antropologico.
Il dolore causato dalla Rivoluzione russa — contro Dio, contro lo Stato, contro l’Uomo — è almeno pari a quello prodotto da inquisizioni, crociate e guerre di religione. Cambiano i simboli, non la dinamica.
Il dibattito su Dante “di destra” o “di sinistra” è un esempio di come si banalizzi la cultura piegandola a categorie contemporanee. Lo stesso vale per episodi in cui studenti musulmani in Italia sono stati esentati dallo studio della Divina Commedia perché ritenuta offensiva dell’Islam.
https://www.rainews.it/articoli/2024/05 ... 4d919.html
Qui non si parla di conversione o propaganda, ma di studio culturale di un testo fondativo della letteratura italiana.
Quando, per motivi di studio, mi sono trovato a leggere e riassumere il Corano in arabo in contesti ufficiali giordani, non mi sono sentito minacciato né sminuito: l’ho considerato un normale esercizio intellettuale e linguistico. Il testo coranico è ideale per lo studio dell’arabo, perché tutte le parole sono perfettamente delineate dagli harakat – movimenti – segni diacritici, simboli per consentire la corretta vocalizzazione e pronuncia del testo, che non deve dare luogo ad ambiguità. La cultura, se è tale, non umilia.
Ciò che trovo più sorprendente è che questa forma di indignazione selettiva venga spesso avallata anche da figure pubbliche italiane, dichiaratamente laiche o non credenti, che dovrebbero tutelare il patrimonio culturale del Paese.
Resta da chiedersi, almeno sul piano culturale, cosa venga realmente tutelato in questi casi.
I tuoi episodi di vita sono interessanti e comprensibili. Anche io, da ragazzo, ero molto vicino alla Chiesa; avrei dovuto intraprendere il sacerdozio, ma le vicende personali mi hanno portato altrove, nell’esercito.
Ho incontrato molte persone simili a quella che descrivi: formalmente osservanti, ma incapaci di comprendere principi fondamentali come la solidarietà. Qui la responsabilità non è solo individuale: pesa anche una carenza educativa, che non ha nulla a che vedere con il titolo di studio, ma con la formazione umana.
Sugli ordini monastici siamo d’accordo: ogni regola ha le sue specificità, ma tutte affondano le radici nei Vangeli. La base resta comune.
Condivido pienamente l’idea che il cristianesimo sia anche una cultura. L’Europa è nata attorno a chiese, monasteri, villaggi organizzati secondo una visione del mondo in cui il “timore di Dio” era prima di tutto rispetto per un ordine morale. Questo ha forgiato la nostra civiltà, anche se oggi molti europei non ne hanno consapevolezza, spesso perché nessuno glielo ha mai insegnato.
Le dinamiche che, nel dopoguerra, hanno separato potere politico e controllo culturale e formativo sono complesse e non riducibili a slogan. Ma è innegabile che l’Italia di oggi rifletta anche quella frattura. Il risultato, almeno ai miei occhi, non è particolarmente entusiasmante.
Si salveranno solo coloro che resisteranno e disobbediranno a oltranza, il resto perirà.
(Apocalisse di S. Giovanni)