Il ritorno
«Da molto che non sentivi l’aria del mare, Juanne Bartolu», disse al passeggero.
«Da molto», rispose l’uomo avvicinandosi. I due uomini potevano avere la stessa età.
«Come ti è andata, Juanne?»
«Non troppo male. Sono ancora vivo come vedi. E tu, Nicola Oddu?»
Nicola sollevò le spalle. «Tiro a campare». E bevve.
«Adesso devo andare a firmare», disse Juanne sollevando il borsone.
«Se vuoi ti accompagno. Da molti anni i carabinieri sono in un’altra caserma.»
«Se non ti disturbo troppo.»
«Ma no. Cosa vuoi che mi disturbi?»
Chi incontrava i due uomini non ci faceva caso. Il paese era pieno di turisti. Una vecchia che stava stendendo i panni nel cortile della sua casa sollevò lo sguardo; i suoi occhi rimasero fissi, le mani ferme sul filo. Si mise una mano sul petto, dove luccicava qualcosa appeso a una catenina.
«La riconosci?» chiese sottovoce Nicola.
«Sì. Rosa.»
Alle sue spalle comparve un altro vecchio che guardò la scena. Disse qualcosa e la donna entrò in casa.
«Si è sposata»
«Vedo»
«Da molti anni eh!»
«Sempre meno di un ergastolo.»
Espletate le formalità in caserma, Juanne Bartolu prese alloggio in un piccolo albergo economico.
La ragazza addetta alla ricezione sembrò stupita nel constatare dai documenti che Juanne era nato in paese e ogni tanto alzava lo sguardo su di lui mentre registrava i dati.
«Non puoi conoscermi», le disse Juanne con un accenno di comprensione.
Una volta in camera, appoggiò il borsone ai piedi del letto sedendosi da una parte. Si tolse le scarpe.
Si era dato appuntamento con Nicola per il giorno dopo.
«Ti devi ambientare. Riposati», gli aveva detto prima di lasciarlo. E poi quel discorso sulla casa: «La tua casa… »
«Lo so. Non c’è più. Non c’è più nessuno. Non è più casa mia.»
«E mi dispiace».
«Si vede che doveva andare così».
La motoape arrancava a fatica sullo sterrato delimitato da siepi di rovi e fichidindia, oltre i quali si spandevano vecchie vigne contorte e alberi di olivo. Frenò all’improvviso sollevando un mare di polvere.
«Juanne! Cosa cammini in mezzo alla strada! Per poco… Mi hanno detto che sei uscito presto! Potevi aspettarmi! Ma sapevo che venivi qui. Dai: sali!»
«E io sapevo che saresti passato. Ma volevo camminare a piedi per… Ma adesso sono vecchio. Salgo. Grazie.»
La motoape continuò ad arrampicarsi sulla montagna, sfiorando burroni che davano sul mare. Juanne guardava sorridendo dal finestrino e rideva anche Nicola, come un bambino.
«Come ai vecchi tempi. Ricordi?»
«Allora venivamo a piedi o con il carro. Non ti sei comprato una macchina?»
«Certo che no! E come facevo?» rispose Nicola ridendo.
Si fermarono a fianco di un muretto a secco e proseguirono a piedi in un sentiero a gradoni di pietra. Il frinire delle cicale era così forte da far male alla testa, Juanne si guardò intorno ansimando.
«Eh! Non sei più abituato!»
«No… Sì. Tanti ricordi.» Annusò a occhi chiusi l'odore forte di mirto e lentischio le cui piante digradavano fino al mare.
«Ogni tanto sentivamo alla radio di te. O nei giornali. Anche in prigione ti sei ribellato, allora?»
Juanne non rispose. Chinò il capo. «Succedeva. La pena è aumentata anche per quello»
«Sì, ma hanno esagerato. E poi non lo avevi ucciso a Oppes.»
«Non aveva importanza»
«E che cosa ha importanza?»
Juanne riprese a camminare. Arrivarono davanti a un cumulo di enormi massi frantumati e sparsi al suolo.
«I nostri compagni? Luigino, Micheletto… »
«Sono morti. Anche gli altri… A poco a poco tutti morti. La polvere dei cantieri. Tu in fondo ti sei salvato andando in prigione. No: scusami. Per quanto sia un posto di… Ah no: è rimasto Giannicola. Ma da anni è a letto. Lo assistono in casa. Una badante. Quelli che sapevano… ormai… siamo rimasti noi. Quindi...»
«Anche Rosa sapeva…»
«Sì: l’unica femmina che non si spaventava a vedere su Re Iscùrtzu.»
«Lo so. Quando si è sposata?»
«Che poi Egidio non è neanche di qui.»
«Ecco perché non l’ho riconosciuto.»
«Non ti sei perso niente.»
«Questa pietra nera dava all’ingresso. Mi ricordo.»
«Sì. E così è rimasta. Bisogna piegarsi per entrare, Juanne. Io non ci riesco più. Io… sono troppo vecchio adesso.»
«Io anche. Ma devo entrare.»
Juanne si piegò lentamente. Poggiò le mani su un lastrone di pietra lavica, il suo corpo ebbe una scossa, la sua bocca si aprì.
Nicola vide. «Sei stato riconosciuto.»
Juanne fece cenno di sì ed entrò nella fenditura. Doveva camminare piegato. Da bambino non ci faceva caso. Avanzò in tratti di buio totale inframmezzati da sprazzi di luce che picchiavano da fenditure delle pietre sopra di lui. Odore di pietra focaia, in un’aria che vibrava e faceva male al cuore e alla gola. Arrivò in un lungo corridoio dove giaceva uno scheletro umano quasi intero, imponente: doveva essere stato alto non meno di cinque metri, con le ossa delle braccia incrociate sul petto.
Alcuni gioielli sparsi, collane con pietre colorate che luccicavano.
In alcuni tratti di ossa s’intravedevano pezzi di pelle come cuoio dai quali uscivano tendini essiccati.
Juanne si inginocchiò.
«Sono Juanne Bartolu. Re Iscùrtzu, sono tornato. Da bambino tiravo i tuoi tendini per vedere le giunture delle dita muoversi. Ricordi?»
Un leggero sibilo di vento attraversò la tomba; il sole, oscurato da una nuvola di passaggio si spense e poi divampò nel corridoio.
«Allora ero un bambino. Adesso non giocherò con te. Sono venuto a salutarti prima di morire. E a chiedere perdono per non essere riuscito a difendere i tuoi fratelli nelle tombe che Oppes ha fatto a pezzi costruendo la Statale Grande…
Juanne Bartolu uscì dall’imboccatura della tomba.
«Cosa ti ha detto?» chiese Nicola.
Juanne accennò un sorriso, non rispose. Nicola non chiese più.
«Sai dove abita Oppes?»
«Adesso in città.»
«Mi hanno detto che rimaneva invalido.»
«Invalido è rimasto.»
«Mi dispiace. Ero giovane. Avevo troppa rabbia.»
«E potendo tornare indietro?»
Juanne sospirò. «C’erano altri modi. Oppes faceva il suo lavoro nella strada. Sapeva bene, come noi. Doveva coprire le ossa per fare la strada. A nessuno importava dei Giganti. Io non lo sopportavo.»
Nicola annuiva: «I Giganti non torneranno più?»
Juanne guardò il mare che luccicava al sole sotto un cielo così azzurro che faceva male agli occhi guardarlo, come in un nuovo mondo: «Non ancora».
L’ombra di Juanne si allungò sul terreno.
Nicola la guardò incantato, annuendo.
«Cosa c’è?»
«Niente.»
«Ma?»
«Sei sempre stato il più alto di tutti in paese.»
«Lo vedi solo adesso?»
«L’ho sempre visto, Juanne. Ora lo so anche. Sono contento che sei tornato.»
Nota:
Re Iscùrtzu significa: Re Scalzo.