[Lab21] Il ritorno

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Il ritorno
   
L’unico passeggero che scese dal pullman di linea a Baufùstighe era un uomo anziano, alto, con un borsone. Si guardò intorno, socchiuse gli occhi, inspirò profondamente. Dal bar vicino alla fermata si sentiva della musica.  Due tavolini sul marciapiede; uno solo occupato da un vecchio immobile, con un bicchiere di vino bianco.
«Da molto che non sentivi l’aria del mare, Juanne Bartolu», disse al passeggero.
«Da molto», rispose l’uomo avvicinandosi. I due uomini potevano avere la stessa età.
«Come ti è andata, Juanne?»
«Non troppo male. Sono ancora vivo come vedi. E tu, Nicola Oddu?»
Nicola sollevò le spalle. «Tiro a campare». E bevve.
«Adesso devo andare a firmare», disse Juanne sollevando il borsone.
«Se vuoi ti accompagno. Da molti anni i carabinieri sono in un’altra caserma.»
«Se non ti disturbo troppo.»
«Ma no. Cosa vuoi che mi disturbi?»

Chi incontrava i due uomini non ci faceva caso. Il paese era pieno di turisti. Una vecchia che stava stendendo i panni nel cortile della sua casa sollevò lo sguardo; i suoi occhi rimasero fissi, le mani ferme sul filo. Si mise una mano sul petto, dove luccicava qualcosa appeso a una catenina.
«La riconosci?» chiese sottovoce Nicola.
«Sì. Rosa.»
Alle sue spalle comparve un altro vecchio che guardò la scena. Disse qualcosa e la donna entrò in casa.
«Si è sposata»
«Vedo»
«Da molti anni eh!»
«Sempre meno di un ergastolo.»

Espletate le formalità in caserma, Juanne Bartolu prese alloggio in un piccolo albergo economico.
La ragazza addetta alla ricezione sembrò stupita nel constatare dai documenti che Juanne era nato in paese e ogni tanto alzava lo sguardo su di lui mentre registrava i dati.
«Non puoi conoscermi», le disse Juanne con un accenno di comprensione.
Una volta in camera, appoggiò il borsone ai piedi del letto sedendosi da una parte. Si tolse le scarpe.
Si era dato appuntamento con Nicola per il giorno dopo.
«Ti devi ambientare. Riposati», gli aveva detto prima di lasciarlo. E poi quel discorso sulla casa: «La tua casa… »
«Lo so. Non c’è più. Non c’è più nessuno. Non è più casa mia.»
«E mi dispiace».
«Si vede che doveva andare così».

La motoape arrancava a fatica sullo sterrato delimitato da siepi di rovi e fichidindia, oltre i quali si spandevano vecchie vigne contorte e alberi di olivo. Frenò all’improvviso sollevando un mare di polvere.
«Juanne! Cosa cammini in mezzo alla strada! Per poco… Mi hanno detto che sei uscito presto! Potevi aspettarmi! Ma sapevo che venivi qui. Dai: sali!»
«E io sapevo che saresti passato. Ma volevo camminare a piedi per… Ma adesso sono vecchio. Salgo. Grazie.»
La motoape continuò ad arrampicarsi sulla montagna, sfiorando burroni che davano sul mare. Juanne guardava sorridendo dal finestrino e rideva anche Nicola, come un bambino.
«Come ai vecchi tempi. Ricordi?»
«Allora venivamo a piedi o con il carro. Non ti sei comprato una macchina?»
«Certo che no! E come facevo?» rispose Nicola ridendo.
Si fermarono a fianco di un muretto a secco e proseguirono a piedi in un sentiero a gradoni di pietra. Il frinire delle cicale era così forte da far male alla testa, Juanne si guardò intorno ansimando.
«Eh! Non sei più abituato!»
«No… Sì. Tanti ricordi.» Annusò a occhi chiusi l'odore forte di mirto e lentischio le cui piante digradavano fino al mare.
«Ogni tanto sentivamo alla radio di te. O nei giornali. Anche in prigione ti sei ribellato, allora?»
Juanne non rispose. Chinò il capo. «Succedeva. La pena è aumentata anche per quello»
«Sì, ma hanno esagerato. E poi non lo avevi ucciso a Oppes.»
«Non aveva importanza»
«E che cosa ha importanza?»
Juanne riprese a camminare. Arrivarono davanti a un cumulo di enormi massi frantumati e sparsi al suolo.
«I nostri compagni? Luigino, Micheletto… »
«Sono morti. Anche gli altri… A poco a poco tutti morti. La polvere dei cantieri. Tu in fondo ti sei salvato andando in prigione. No: scusami. Per quanto sia un posto di… Ah no: è rimasto Giannicola. Ma da anni è a letto. Lo assistono in casa. Una badante. Quelli che sapevano… ormai… siamo rimasti noi. Quindi...»
«Anche Rosa sapeva…»
«Sì: l’unica femmina che non si spaventava a vedere su Re Iscùrtzu.»
«Lo so. Quando si è sposata?»
«Che poi Egidio non è neanche di qui.»
«Ecco perché non l’ho riconosciuto.»
«Non ti sei perso niente.»

«Questa pietra nera dava all’ingresso. Mi ricordo.»
«Sì. E così è rimasta. Bisogna piegarsi per entrare, Juanne. Io non ci riesco più. Io… sono troppo vecchio adesso.»
«Io anche. Ma devo entrare.»
Juanne si piegò lentamente. Poggiò le mani su un lastrone di pietra lavica, il suo corpo ebbe una scossa, la sua bocca si aprì.
Nicola vide. «Sei stato riconosciuto.»
Juanne fece cenno di sì ed entrò nella fenditura. Doveva camminare piegato. Da bambino non ci faceva caso. Avanzò in tratti di buio totale inframmezzati da sprazzi di luce che picchiavano da fenditure delle pietre sopra di lui. Odore di pietra focaia,  in un’aria che vibrava e faceva male al cuore e alla gola. Arrivò in un lungo corridoio dove giaceva uno scheletro umano quasi intero, imponente:  doveva essere stato alto non meno di cinque metri, con le ossa delle braccia incrociate sul petto. 
Alcuni gioielli sparsi, collane con pietre colorate che luccicavano.
In alcuni tratti di ossa s’intravedevano pezzi di pelle come cuoio dai quali uscivano tendini essiccati.
Juanne si inginocchiò.
«Sono Juanne Bartolu. Re Iscùrtzu, sono tornato. Da bambino tiravo i tuoi tendini per vedere le giunture delle dita muoversi. Ricordi?»
Un leggero sibilo di vento attraversò la tomba; il sole, oscurato da una nuvola di passaggio si spense e poi divampò nel corridoio.
«Allora ero un bambino. Adesso non giocherò con te. Sono venuto a salutarti prima di morire. E a chiedere perdono per non essere riuscito a difendere i tuoi fratelli nelle tombe che Oppes ha fatto a pezzi costruendo la Statale Grande…

Juanne Bartolu uscì dall’imboccatura della tomba.
«Cosa ti ha detto?» chiese Nicola.
Juanne accennò un sorriso, non rispose. Nicola non chiese più.

«Sai dove abita Oppes?»
«Adesso in città.»
«Mi hanno detto che rimaneva invalido.»
«Invalido è rimasto.»
«Mi dispiace. Ero giovane. Avevo troppa rabbia.»
«E potendo tornare indietro?»
Juanne sospirò. «C’erano altri modi. Oppes faceva il suo lavoro nella strada.  Sapeva bene, come noi. Doveva coprire le ossa per fare la strada. A nessuno importava dei Giganti.  Io non lo sopportavo.»
Nicola annuiva: «I Giganti non torneranno più?»
Juanne guardò il mare che luccicava al sole sotto un cielo così azzurro che faceva male agli occhi guardarlo, come in un nuovo mondo: «Non ancora».
L’ombra di Juanne si allungò sul terreno.
Nicola la guardò incantato, annuendo.
«Cosa c’è?»
«Niente.»
«Ma?»
«Sei sempre stato il più alto di tutti in paese.»
«Lo vedi solo adesso?»
«L’ho sempre visto, Juanne. Ora lo so anche. Sono contento che sei tornato.»


Nota:
 Re Iscùrtzu significa: Re Scalzo.
Uscito sulla strada, un tale gli corse incontro e gettatosi ai suoi piedi gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?».
Gli disse Gesù: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono all’infuori di uno solo: Dio.»
Vangelo secondo Marco, 10, 17-18

Re: [Lab 21] Il ritorno

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Ciao, @Alberto Tosciri, 
prima di farti il commento ti ringrazio per il racconto. Ormai succede ogni volta che posti la tua storia: rimango con la voglia di continuare a leggere, di esplorare ancora i tuoi mondi.
L'IA nel testo? Ma manco di stirscio, l'hai usata per qualche ricerca? 
L'atmosfera sarda è vera, concreta, dialoghi perfetti e la nota fantastica ti immerge senza effetti speciali, con una naturalezza estrema. Che poi…forse i giganti non sono del tutto frutto della fantasia. In archeologia vale una regola: l'assenza di prove non è automaticamente prova dell'assenza.


Il cuore del racconto secondo me non è la prigionia e nemmeno il mistero dei Giganti, 
Ma il ritorno come confronto fra memoria e realtà. Si sente l'attrito, nella mente di Juanne, tra ciò che vedono i suoi occhi e i suoi ricordi.

Juanne torna pensando di ritrovare un luogo; invece scopre che il luogo esiste ancora ma il tempo ha cancellato quasi tutto. L'unica cosa che resiste è ciò che è più antico degli uomini: il mare, la montagna, la tomba del Gigante.
Per questo trovo che il titolo sia molto efficace: non racconta semplicemente un uomo che torna a casa, ma qualcuno che torna alle proprie radici.
Come lettrice il punto più forte lo meriti soprattuttoo per atmosfera, voce e sottotesto simbolico. 

L'unica cosa, che si potrebbe migliorare, che ho notato, è che il colpo di scena finale sulla natura di Juanne è molto fragile e potrebbe sfuggire facilmente. Un indizio leggermente più diretto ci sarebbe stato bene.

Re Iscùrtzu è una presenza reale, sacra, che riconosce Juanne al suo ritorno. 
Il finale suggerisce che Juanne stesso potrebbe appartenere alla stirpe dei Giganti: nomini la sua altezza due volte e soprattutto l'ombra che Nicola osserva con stupore, incantato, non sono casuali, quindi io ci avrei caricato sopra ancora qualche suggestione, perchè ho avuto l'impressione che tu non stessi solo suggerendo che Juanne sia fisicamente un gigante, ma che sia l'ultimo erede spirituale dei Giganti, uno degli ultimi uomini capaci di sentire ancora il loro richiamo.
Trovo che la dimensione simbolica sia più potente di una semplice spiegazione letterale.
Complimenti!

Re: [Lab21] Il ritorno

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Ciao @Alberto Tosciri
Anche stavolta l'incipit è eccellente, pur essendo racchiuso in poche parole. 
Lo stile è quello vecchio, quello con cui ti ho conosciuto: malinconico, duro e sardo fino al midollo
il racconto mi è piaciuto, a quel che ho capito i giganti rappresentano l'antico e la statale di Oppes la modernità, l'avvento dell'AI? 
o sto sfarfallando?  
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Re: [Lab21] Il ritorno

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@Alberto Tosciri 
Mi lasci sempre senza parole portandomi in queste ambientazioni intrise di realismo magico.
La sardegna non l'ho mai vista, ma per ogni racconto tuo che leggo, cresce la mia voglia di vedere questa terra e sentirne i profumi per come tu li descrivi.
Nel tuo racconto c'è moltissimo non detto eppure la trama é chiara, il lettore capisce tutto ed é una storia commovente, dove non esiste un vero cattivo, dove il riscatto é alla portata di tutti. 
Nonostante la reticenza fra i due protagonisti traspare l'affetto e la delicatezza dei sentimenti che scorrono fra loro.
Trovo il tuo racconto davvero molto bello.

Re: [Lab21] Il ritorno

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Grazie @Albascura dei bei complimenti. :rosa:

A volte cerco di usare l’I.A., non tanto per scrivere un testo, non potrebbe essermi di molto aiuto con i miei parametri. In questo caso avevo già scritto tutto, ma può dare una certa mano con verbi e punteggiatura, questo lo ammetto, da non prendere per oro colato però; bisogna sempre ricontrollare, perché sbaglia, eccome se sbaglia.
Non gli ho chiesto niente dei Giganti della Sardegna, comuni a molte culture mediterranee, ho già domandato in passato: non riconosce la loro esistenza, mai esistiti, leggende, e insistendo classifica la questione come complottismo.
Inutile parlare delle statue dei Giganti trovate sul monte Prama, ora in un museo dei dintorni; è costretto ad ammetterlo, ma sono sculture “primitive”, non pari ad altre belle statue di altri posti della penisola italiana che attirano turisti da tutto il mondo. Per tacere delle città nuragiche, monumenti di menhir come Stonehenge a decine, più altri ancora sepolti. Roba primitiva. Il flusso turistico non va deviato.
So già che non vale la pena chiedere all’I.A. Ci sono altri siti archeologici e forum e conferenze dedicate.
Albascura wrote: In archeologia vale una regola: l'assenza di prove non è automaticamente prova dell'assenza.
Infatti le prove non sono assenti. Molte hanno fatto la fine del racconto e inutilmente dei testimoni, manovalanza, ha testimoniato e qualcuno scritto libri. Ma pensi a una grande divulgazione?  Classificati come folklore locale e peggio.
Albascura wrote: Il cuore del racconto secondo me non è la prigionia e nemmeno il mistero dei Giganti, 
Ma il ritorno come confronto fra memoria e realtà. Si sente l'attrito, nella mente di Juanne, tra ciò che vedono i suoi occhi e i suoi ricordi.
Hai visto giusto sul ritorno. I ritorni sono sempre dolorosi, niente è più come prima e ti assale il pensiero di come avrebbe potuto essere se…
Albascura wrote: L'unica cosa, che si potrebbe migliorare, che ho notato, è che il colpo di scena finale sulla natura di Juanne è molto fragile e potrebbe sfuggire facilmente. Un indizio leggermente più diretto ci sarebbe stato bene.
Sulla scena finale ti do ragione. Avrei potuto dilungarmi di più sull’ombra del “gigante” Juanne, ma sarebbe stato troppo fantasy e io, anche se amo il genere, non volevo scrivere un fantasy. Riconosco che può sfuggire ciò che intendevo, ma non potevo dilungarmi sui motivi dell’estinzione dei Giganti, sul cambiamento della composizione dell’aria sulla Terra, che li uccise, sulla punizione divina scesa sui Nephilim, alcuni dei quali si erano uniti alle donne della Terra, generando una razza di uomini sempre alti, ma non come i padri, che con le generazioni si confusero con gli altri uomini, conservando alcuni poteri.
E Juanne, che è alto oltre la media, “potrebbe” essere un loro lontano discendente, forse dotato di naturali doti di comando, magie varie e cose del genere.
Per me interessante, ma sarei andato oltre. E poi mi sarei montato la testa perché anche io sono alto “oltre la media” per queste parti. Mica esagerato: un semplice m, 1,80. Ci sono ben altri giganti.
Non oso interrogare l’I.A.  sulla questione. Forse è addestrata a fare pernacchie.

@NanoVetricida
Grazie per l’apprezzamento.
Lo stile vorrebbe fare riferimento all’area mediterranea. Anche taluni veri scrittori di mestiere, nell’area del Mediterraneo, usano questa malinconia e solitudine sotto il sole accecante e il cielo azzurro sul mare.
I Giganti rappresentano l’antico, un’era precedente, nemmeno così lontana come sembrerebbe. Nascondere, negare la loro esistenza a favore della modernità che avanza. Non c’è più tempo per loro.


Grazie @Almissima  :rosa:

Almissima wrote: in queste ambientazioni intrise di realismo magico.
Amo molto il realismo magico di Marquez.
Almissima wrote: La sardegna non l'ho mai vista, ma per ogni racconto tuo che leggo, cresce la mia voglia di vedere questa terra e sentirne i profumi per come tu li descrivi.
Mi onora e mi fa piacere. Se un giorno verrai, non andare nelle spiagge dei turisti ma in quelle isolate, nei paesi interni di pietra e di calce. E non rimanere solo una settimana, rimani almeno un anno per avere il tempo di guardarti intorno.
Conosco persone di passaggio, turisti venuti in vacanza che sono rimasti per sempre.

Almissima wrote: Nonostante la reticenza fra i due protagonisti traspare l'affetto e la delicatezza dei sentimenti che scorrono fra loro.
Non servono molte parole fra due anime per capirsi.
Almissima wrote: Trovo il tuo racconto davvero molto bello.
:rosa:
Uscito sulla strada, un tale gli corse incontro e gettatosi ai suoi piedi gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?».
Gli disse Gesù: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono all’infuori di uno solo: Dio.»
Vangelo secondo Marco, 10, 17-18

Re: [Lab21] Il ritorno

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@Alberto Tosciri ciao, ritengo tu abbia una capacità magistrale nel tratteggiare gli ambienti, i contesti, i personaggi. Lo sai fare così bene che, leggendo il tuo racconto, mi sono ritrovato a pensare ai luoghi. E paradossalmente, non essendo mai stato in Sardegna, la mia testa mi ha portato nei paesaggi lunari del 1990 della Croazia. Le isole dalmate con le coste a capofitto giù verso il mare. I paesaggi dei fichi d'india, delle viti e degli olivi dell'Istria poco vicina. I dialoghi poi hanno quel susseguirsi di pause ed interruzioni, sospensioni tipiche del parlato che ci rendono concreti i due personaggi che le pronunciano. Dicono più di quello che vorrebbero dirsi i due personaggi, ma che non fanno: per ritrosia, per rispetto, perché con l'età impari forse a tenere le parole dentro di te quando non le consideri indispensabili.
Forse l'unica cosa che mi ha lasciato un po' spiazzato è questa immersione improvvisa del magico, senza che ci fossero segnali a presagirla prima. Si capisce qualcosa del tentato omicidio, quando parli della persona rimasta invalida, ma quella parte per contrapposto è messa in ombra dal resto. Appena accennata, mentre forse io (imho) avrei voluto trovare qualche dettaglio in più, qualche pezzo di storia in più che lo connettesse con il Re.
Ho ripercorso i commenti degli altri e ho trovato un pezzo sulla natura di Juanne che avevo mezzo capito alla ennesima rilettura, ma che trovo un po' troppo nascosto. Se è vero che aveva dei poteri particolari o un rapporto speciale con il Re perché questo non è venuto fuori nella sua storia passata? se ne accorgono solo ora perché erano giovani?
Grazie della lettura, a rileggersi.
When people talk, listen completely. Most people never listen. - E. Hemingway

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