[MI190] Corri fratello, corri!

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Traccia 4. Dall'altra parte
La morte sospetta di un migrante scatena una rivolta in un centro di accoglienza. Un medico volontario al suo primo giorno di lavoro, rimasto intrappolato, si finge ospite per sopravvivere. Mentre all'interno cresce la tensione, all'esterno manifestazioni anti-migranti degenerano in violenti scontri. Tra paura, rabbia e propaganda, il confine tra vittime e colpevoli si fa sempre più incerto.

Corri fratello, corri!


Il corridoio del settore “G” era una ferita aperta di cemento grigio e neon tremolanti. Il dottor Giuseppe Tambieri respirava a fatica in quell’aria viziata di sudore e disinfettante per pavimenti.
Seguiva un mediatore  del CAS, un uomo sui quaranta, proveniente dal Rif maghrebino, che gli aveva detto di parlare diversi dialetti del Nord Africa, oltre a un discreto italiano.
«Qui c’è tensione dottore. Sempre tensione»
«Ho visto poca polizia»
«Sì, sono pochi. Di notte anche meno»
«Cosa succede di notte?»
Il mediatore si voltò a guardare bene il dottore, che spostò lo sguardo.
“Stai a vedere che adesso se ne accorge”, pensò Giuseppe. E forse se ne era accorto davvero.
«Prima volta che lavora qui, dottore?» 
«Sì»
«Di notte i più forti comandano. Solite cose: spaccio, contrabbando. Gli hanno fatto aprire anche due piccoli bazar qua dentro. Fanno comodo a tutti. Merce da niente venduta a poco. Ma c’è anche gente pericolosa».
«La polizia permette?»
«La polizia fa quello che i suoi superiori ordinano» rispose il mediatore,  alzando la testa come per ascoltare qualcosa.
Non si sentì un suono, non si poteva definire un grido, ma un boato sordo. Vetri in frantumi, metallo battuto su inferriate con un ritmo frenetico, come una danza feroce che echeggiava in vari punti del corridoio che stavano attraversando, che dava in cameroni adibiti a dormitorio.
Giuseppe ebbe un brivido: quei suoni avevano sentori lontani ma familiari;  sembravano chiedere di avvicinarsi a lui, volerlo blandire.
Intorno a loro decine di uomini cominciarono a correre in tutte le direzioni. Molti erano del Maghreb, ma c’erano anche subsahariani.
Il corridoio si riempì di uomini in pochi secondi. Urla di rabbia, invocazioni ripetute ad Allah, come in un ritmo ipnotico.
«Qualcuno è stato ucciso» disse Giuseppe per istinto.
Il mediatore fece una smorfia. «Capisci il tamazight allora. Avevo immaginato»
In quel momento alcune porte metalliche che separavano le sezioni venivano chiuse da inservienti e poliziotti e subito dopo riaperte con rabbia, sbattendole sulle pareti.
Il mediatore, con un movimento inaspettato e istintivo, spinse Giuseppe in una stanza con scaffali e carrelli di biancheria, urlando: «Non farti vedere, nasconditi, aspetta la polizia!», prima di sparire travolto da una folla di uomini urlanti che correvano in tutte le direzioni, verso l’uscita in cortile.
Giuseppe si acquattò in un angolo; sentiva il cuore battergli dentro la testa e in tutto il corpo. Guardò attraverso la vetrata rinforzata della stanza, vide nel cortile alcuni agenti corpulenti in tenuta antisommossa avanzare dietro gli scudi, con i manganelli, compattandosi davanti al lancio di ogni sorta di oggetti.
Era il primo giorno di lavoro in quel CAS per il dottor Giuseppe Tambieri.
Aveva insistito in direzione per poter dare una rapida occhiata al centro ed era successo il caos. Sentì che la polizia chiudeva le porte, lui sarebbe rimasto bloccato nei cameroni. Potevano pensare che fosse una spia e rabbrividì. Si strappò dal colletto la scheda da visitatore, vide in un cesto di biancheria alcune felpe e ne mise una. Si tolse le costose scarpe estive in pelle e adocchiò un paio di sandali infradito consunti buttati nel sacchetto della plastica. Indossò tutto rapidamente mettendo le sue cose in fondo al cesto. Guardò dalla finestra a grate, vide il cortile cosparso di materiali vari che venivano dati alle fiamme.

«Kfar!» (infedele) urlò qualcuno che si era affacciato in quel momento nella stanza. La parola volò nell’aria come una pietra aguzza che gli arrivò dritta al cervello, gli esplose dentro. Risentì l’odore della casa di sua nonna in quel villaggio tra le creste del Rif, nel nord del Marocco. Sentì la risata felice di sua madre, mentre gli preparava da mangiare, rivedeva i cugini che lo fissavano incuriositi, perché lui era nato in Italia, dove sua madre era andata a studiare e si era sposata con un italiano.
«Come puoi dire questo a me, fratello?»
L’uomo che aveva urlato si placò all’improvviso. Il tamazight parlato con quell’accento aspro e montanaro tipico del Rif, che solo chi è cresciuto tra quelle rocce possiede, lo colpì come uno schiaffo. La sua espressione mutò dal furore allo stupore.
«Ho visto che eri solo fratello. Pensavo eri dei loro. Perdonami. Di dove sei?»
«Da Nador»
«Come ti chiami?»
«Youssef Ait Maaroufi» rispose Giuseppe tutto d’un fiato e con orgoglio. E non mentiva. Sua madre si chiamava Fatima Ait Maaroufi e lui poteva usare il nome di suo nonno, Maaroufi. In Marocco era il suo nome.
L’uomo gli diede un amichevole pugno su una spalla. «Io sono Brahim ben Benaissa. Dobbiamo uscire da qui.»
«Cosa è successo?»
«Uno è morto nei bagni»
«Ma hanno chiuso… »
«C’è un’altra porta in fondo, per andare alla mensa. Sei arrivato oggi?»
«Sì»
«Capisco che non lo sai. Vieni con me»
«E come usciamo?»
«Non lo so. Tu vuoi tornare nel Rif, andare in Germania o restare qui?»
«Io... non lo so».
«È un problema. Devi decidere»
Si avviarono con altri nel corridoio, percorsero diverse angolazioni fino a uscire in un cortile interno.
Entrarono in una sala mensa, tutta a soqquadro. Alcuni uomini spaccavano le suppellettili e i vetri delle finestre, altri cercavano di incendiare materiale accatastato alla rinfusa dai tavoli alle sedie a scatole di cartone.
Il corpo di un uomo di pelle olivastra e capelli ricci era stato messo su un tavolo.
Giuseppe si avvicinò.
«Come è successo?» urlò.
«La polizia!» rispose qualcuno.
Giuseppe diede uno sguardo al corpo, sollevò la maglietta che indossava. Non c’erano tracce di sangue.
«L’ha ucciso la polizia!» continuavano a urlare.
Giuseppe notò sul collo dell’uomo una leggera tumefazione. Lo toccò, gli mosse la testa.
«Ha l’osso del collo rotto!»
«La polizia!» ripeté meccanicamente un altro.
«La polizia non uccide così!»
«Non importa Youssef! Pace alla sua anima! Dobbiamo uscire da qui!» Era Brahim che lo strattonava per andare via. Forse voleva davvero aiutarlo, ma anche lui era solo e aveva bisogno di compagnia.
«Ma è stato qualcuno qui dentro a ucciderlo! Bisogna dirlo alla polizia! Scopriranno chi è stato!»
«Ma senti senti! E a te cosa te ne importa di dirlo alla polizia?» Chi aveva parlato era un gigante nero con testa rasa, barba corta ben squadrata e una camicia azzurra a fiori bianchi, circondato da altri neri e da alcuni uomini del Maghreb.
«È arrivato oggi, Nokaaro!» disse Brahim, quasi a scusarlo, ma discostandosi impercettibilmente da lui nel dirlo.
«Arrivato oggi! L’hai ricevuto tu? Perché non me lo hai presentato?»
Brahim non sapeva cosa dire.
«E tu, ragazzo, chi sei?»
Youssef ripeté il suo nome.
«Di dove?»
Youssef disse da dove veniva.
Nokaaro lo ascoltò sollevando il capo a occhi chiusi, fiutando l’aria come un animale da preda.
«Dirai anche che sei musulmano? Lo dirai?»
Youssef sentì gli sguardi dei presenti fissi di lui. S’inginocchiò immediatamente, deciso; sollevò le mani e lo sguardo al cielo e recitò: «Ash-hadu an la ilaha illa Allah, Wa ash-hadu anna Muhammadan rasulu-Allah! »
(Testimonio che non c'è altro Dio all'infuori di Allah, e testimonio che Maometto è il messaggero di Allah!)
Tutti ripeterono la formula a bassa voce. Nokaaro annuì, ma senza staccare lo sguardo da Youssef.
«Siamo in guerra, Youssef Ait Maaroufi.  Maometto, (che la pace e la benedizione di Dio siano su di Lui) ha detto: “Noi giudichiamo in base a ciò che è manifesto, e Allah si occupa di ciò che è segreto nel cuore.” Io non sono da meno. Lasciate questo posto e che Allah sia con voi.
Altri uomini si misero dietro a Brahim e Youssef.
«Nokaaro comanda lui là dentro. È il capo», diceva Brahim arrampicandosi in un dislivello presso il muro di cinta, pieno di rovi che nascondevano una larga crepa sul muro che dava all’esterno.
«Ma quel morto… »
«Pace all’anima sua. Così ha voluto Allah, lode e gloria a Lui, l’Altissimo»

Il muro di cinta costeggiava una strada secondaria che dava in un bosco.
La attraversarono assieme a una massa di uomini in fuga che si dispersero rapidamente. Alcune auto di passaggio lampeggiarono e suonarono all’impazzata.
Ben presto Brahim e Youssef rimasero dietro a tutti perché Youssef non riusciva a correre con le infradito. Le tolse, ma non andava meglio.
«Lasciami Brahim. Non rallentare per me. Me la caverò»
In fondo voleva che si salvasse, assieme a tutti gli altri. Lui non era un carceriere, ma un medico. Avrebbe voluto dirlo a Brahim, ma temeva che lo avrebbe deluso. Una volta rimasto solo si sarebbe fatto riconoscere dalla polizia che lo avrebbe trovato.
Si sentì l’abbaiare di un cane che si avvicinava. «Alt! Alt!» Urlò qualcuno a un lato del bosco. Ma non erano poliziotti. Uomini in borghese armati di fucili da caccia.
«Eccone due! Fermatevi animali! Ferma o sparo!»
«Dobbiamo nasconderci Brahim! Non sono poliziotti ma gente qualunque. Ci uccidono se ci trovano»
«Gli italiani non sparano se uno scappa… »
«Quelli in divisa no. Ma questi sono borghesi che ci odiano»
«Come fai a dirlo?»
«Lo so»
Brahim si acquattò in un angolo guardandosi intorno. Il bosco non era molto fitto. Si sentiva frusciare di foglie, un ansimare frenetico avvicinarsi. Un grosso cane veniva di corsa dritto verso di loro. Brahim estrasse un coltello, che Youssef non gli aveva ancora visto e con uno scatto felino, appena il cane balzò per assalirli, gli rifilò un fendente che gli squarciò la pancia. Il cane si abbatté mugolando.
Ripresero a correre.
«Lo hanno ucciso! Disgraziati, lo hanno ucciso!»
Il bosco finiva all’improvviso per aprirsi in una radura erbosa. La costeggiarono finché possibile, sperando di non essere visti, ma gli uomini, arrivati anche loro al limite del bosco, videro la loro corsa a lato e cominciarono a sparare. Dei sibili volavano intorno ai due fuggitivi.
Ad un certo punto Brahim si accasciò con una smorfia. Aveva una macchia di sangue sulla felpa. Youssef cercò di tamponare, ma Brahim si divincolò levandosi le scarpe e porgendole macchiate di sangue a Youssef.
«Mettile fratello e scappa. Corri fratello, corri! Ce la fai»
Youssef scuoteva la testa piangendo di rabbia e dolore. Lo prese in braccio e si mise a camminare verso gli inseguitori.
«Sono un medico! Un medico italiano della Croce Rossa!» urlò in italiano. «Non sparate!  Sono un medico italiano! Non sparate!»
Si sentì un altro colpo di fucile. Poi altri due, a distanza ravvicinata.
«Sanno anche parlare italiano questi animali, le studiano proprio tutte» disse uno degli uomini che avevano sparato, guardando i corpi.
«Mi hanno ammazzato il cane, bastardi»
«Ha il chip, portiamolo in macchina, lo seppelliamo lontano»
«Si, ma in fretta. Ora viene la polizia»
«Tranquillo che non ci trovano. E se ci trovano, oggi è giornata di caccia: se anche ci fanno il guanto di paraffina è normale che abbiamo sparato: siamo cacciatori»
«E siamo a posto pure con la licenza!»
«E sappiamo anche sparare!»
Si salveranno solo coloro che resisteranno e disobbediranno a oltranza, il resto perirà.
(Apocalisse di S. Giovanni)

Re: [MI190] Corri fratello, corri!

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Ciao @Alberto Tosciri , 
ho aspettato con molto interesse il tuo racconto, proprio perché sapevo che stavamo lavorando sulla stessa traccia. È affascinante vedere come, pur partendo dallo stesso spunto e arrivando a uno svolgimento simile – la fuga – le nostre visioni siano così diverse.

Vorrei farti una domanda: ti sei ispirato a fatti reali? Io ho fatto diverse ricerche prima di scrivere, prendendo come riferimento la tragica morte di Sandrine Bakayoko a Cona nel 2017. Analizzando il tuo testo, ho avuto la sensazione che tu abbia attinto a un immaginario più vicino a quello carcerario: il sistema di sezioni, il controllo rigido e le dinamiche di potere interne mi hanno dato quell'impressione.

Il tuo testo è decisamente crudo, sporco e violento, ricco di dettagli che trasmettono una tensione costante. Si percepisce chiaramente il lavoro meticoloso che c'è dietro per far quadrare ogni ingranaggio della trama. Hai uno stile molto personale e non hai avuto paura di togliere ogni speranza: è una tragedia moderna che lascia addosso un bel po' di angoscia.
Complimenti per il coraggio della visione.

Re: [MI190] Corri fratello, corri!

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Alberto Tosciri wrote: Una volta rimasto solo si sarebbe fatto riconoscere dalla polizia che lo avrebbe trovato.
che lo avesse trovato
Alberto Tosciri wrote: Il bosco finiva all’improvviso per aprirsi in una radura erbosa. La costeggiarono finché possibile, sperando di non essere visti, ma gli uomini, arrivati anche loro al limite del bosco, videro la loro corsa a lato e cominciarono a sparare. Dei sibili volavano intorno ai due fuggitivi.
Ad un certo punto Brahim si accasciò con una smorfia. Aveva una macchia di sangue sulla felpa. Youssef cercò di tamponare, ma Brahim si divincolò levandosi le scarpe e porgendole macchiate di sangue a Youssef.
«Mettile fratello e scappa. Corri fratello, corri! Ce la fai»
Youssef scuoteva la testa piangendo di rabbia e dolore. Lo prese in braccio e si mise a camminare verso gli inseguitori.
«Sono un medico! Un medico italiano della Croce Rossa!» urlò in italiano. «Non sparate!  Sono un medico italiano! Non sparate!»
Si sentì un altro colpo di fucile. Poi altri due, a distanza ravvicinata.
«Sanno anche parlare italiano questi animali, le studiano proprio tutte» disse uno degli uomini che avevano sparato, guardando i corpi.
«Mi hanno ammazzato il cane, bastardi»
«Ha il chip, portiamolo in macchina, lo seppelliamo lontano»
«Si, ma in fretta. Ora viene la polizia»
«Tranquillo che non ci trovano. E se ci trovano, oggi è giornata di caccia: se anche ci fanno il guanto di paraffina è normale che abbiamo sparato: siamo cacciatori»
«E siamo a posto pure con la licenza!»
«E sappiamo anche sparare!»
@Alberto Tosciri  

ho letto con grande interesse il tuo racconto, magistrale come svolgimento, ma ci sono rimasta male per la fine di Brahim e di Youssef.
Del tutto verosimile, nel contesto, ma speravo in un provvidenziale lieto fine per loro. 

Complimenti per quello che trasmetti al lettore!  :)
Di sabbia e catrame è la vita:
o scorre o si lega alle dita.


Poeta con te - Tre spunti di versi

Re: [MI190] Corri fratello, corri!

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Ciao @Didalinda

Ti ringrazio tanto per il commento, cominciavo a pensare che nessuno volesse commentare, sono sempre pessimista.
Didalinda wrote: ti sei ispirato a fatti reali?
No ma sai, tutto può essere possibile in questa esistenza e ci ho pensato  nel raccontare, per quanto sia un’assoluta invenzione. Nella mia concezione, tutto quello che pensiamo, diciamo, scriviamo, anche di fantasia, da qualche parte è accaduto, sta accadendo, accadrà. Fosse pure in uno degli infinti mondi paralleli, nelle infinite esistenze. Non si finisce mai, nel bene e nel male, per quanto possano avere un senso compiuto questi termini.
Didalinda wrote: Analizzando il tuo testo, ho avuto la sensazione che tu abbia attinto a un immaginario più vicino a quello carcerario: il sistema di sezioni, il controllo rigido e le dinamiche di potere interne mi hanno dato quell'impressione.
Hai ragione. Mondo carcerario. Non è esattamente così nella realtà ma, sempre nella mia concezione, situazioni straordinarie e drammatiche andrebbero  gestite di conseguenza, senza girarci intorno. Comunque nessuna soluzione sarebbe perfetta per certi problemi. Le varianti sono infinite.
Didalinda wrote: Il tuo testo è decisamente crudo, sporco e violento, ricco di dettagli che trasmettono una tensione costante.
Mai una gioia, direbbero in molti. La vita è così.

Didalinda wrote: Si percepisce chiaramente il lavoro meticoloso che c'è dietro per far quadrare ogni ingranaggio della trama.
Per quanto nelle mie possibilità cerco di analizzare i problemi, le situazioni, da diversi punti di vista. Qualcosa sfuggirà sempre.
Didalinda wrote: Hai uno stile molto personale e non hai avuto paura di togliere ogni speranza: è una tragedia moderna che lascia addosso un bel po' di angoscia.
Sì, lo ammetto. È una mia visione, un mio modo di esprimermi. Talvolta tortuoso, non riesco a seguire i canali noti. Ho sempre voluto scavarne altri.
Riconosco che avere una speranza è un balsamo per l’anima. Bisogna avere una speranza, nonostante il mondo.

Ti ringrazio ancora per il commento e i complimenti, fanno sempre piacere.
Si salveranno solo coloro che resisteranno e disobbediranno a oltranza, il resto perirà.
(Apocalisse di S. Giovanni)

Re: [MI190] Corri fratello, corri!

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Ti ringrazio @Poeta Zaza

Ti ringrazio per il commento e la correzione. Il congiuntivo imperfetto suona meglio del mio ipotetico presente condizionale. Mi pareva funzionare ad ogni modo, perché non era detto che la polizia avrebbe trovato Youssef.

Ti ringrazio ancora per i complimenti. 
Si salveranno solo coloro che resisteranno e disobbediranno a oltranza, il resto perirà.
(Apocalisse di S. Giovanni)

Re: [MI190] Corri fratello, corri!

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Ciao @Alberto Tosciri

Hai trovato una chiave di volta eccezionale per risolvere la traccia: la doppia identità di Giuseppe/Youssef è un colpo di genio che rende la storia credibile, fluida e culturalmente densa. Il ritmo all'interno del CAS è serrato e la transizione linguistica è gestita benissimo.
Ci sono due punti su cui mi piacerebbe farti riflettere per confrontarci sulla struttura del finale.
Il finale subisce una virata brutale e immediata. Passare da una rivolta densa e realistica dentro il CAS all'apparizione di un gruppo di cacciatori italiani che sparano a vista, freddano un medico che urla in perfetto italiano e si preoccupano solo del cane, sposta il racconto su un registro quasi "fumettistico". Questa cattiveria così netta e grottesca rischia di depotenziare la forza drammatica costruita nella prima parte. Se fossero stati descritti come persone ordinarie accecate dalla paura e dalla paranoia del momento, l'errore tragico dello sparo sarebbe risultato, forse, ancora più devastante e realistico. La battuta finale dei cacciatori sull'esame della paraffina crea un piccolo bug logico. Lo Stub (o guanto di paraffina) dimostra solo se hai sparato di recente, ma non protegge i cacciatori se la scientifica estrae dai cadaveri dei proiettili compatibili con i loro fucili. Poiché la prima parte del tuo racconto è costruita con una logica ferrea, anche gli antagonisti del finale avrebbero bisogno di una condotta altrettanto credibile per fare davvero paura.

Leggendo le battute di chiusura, mi è venuto un forte dubbio: l’inserimento di questa battuta di caccia tragica nasce dalla volontà di lanciare un segnale sul tema della caccia, della gestione del territorio e delle forti proteste di chi si oppone alle deregolamentazioni e alle doppiette troppo vicine ai centri abitati? Se la tua intenzione era quella di portare nella narrazione la tensione e il dibattito sociale che si vivono sul territorio rispetto a questo tema, la passione civile è evidente. Mi chiedo però se l'esigenza di inserire questo messaggio politico non abbia finito per "piegare" un po' troppo la logica dei fatti pur di dimostrare una tesi. Cosa ne pensi? La scelta di questo finale è legata a una tua riflessione su queste dinamiche territoriali? Ciao a presto
DISVANGELO: Il Regno Dei Cieli è Già Tra Voi
Viaggio sconsolato tra i ricordi dello Stato.
Io malata in fuga.

Re: [MI190] Corri fratello, corri!

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Ciao @bestseller2020 ti ringrazio per l'analisi attenta e per lo stimolo a riflettere sulla struttura del finale.

Per quanto riguarda il "bug logico" sulla perizia balistica, vorrei fare una precisazione tecnica. Nel caso di un fucile da caccia (a canna liscia) che spara cartucce a pallettoni, l'identificazione balistica è, nella pratica, quasi impossibile. A differenza delle armi a canna rigata, che imprimono "impronte digitali" uniche tramite le striature, i pallettoni non entrano nemmeno in contatto diretto con la canna, liscia tra l'altro, essendo separati dalla borra, in plastica o feltro e, una volta in volo o dopo l'impatto, subiscono deformazioni tali da rendere vana qualsiasi comparazione microscopica. In un territorio dove circolano decine di fucili dello stesso calibro e tipo, collegare un singolo pallettone a un'arma specifica è una sfida che rasenta l'impossibile. I personaggi del racconto, pur nella loro crudeltà, dimostrano una sorta di cinica consapevolezza di questa falla del sistema.

Sulla virata narrativa, capisco la tua osservazione sul registro che vira verso il grottesco. Tuttavia, la scelta di rendere questi uomini "persone ordinarie", padri di famiglia inseriti, benestanti, apparentemente normali è intenzionale. Il mio obiettivo era proprio mostrare come la banalità del male possa manifestarsi in contesti insospettabili: individui che vivono una vita "normale" ma che, in condizioni di alterazione, paranoia o impunità percepita, si trasformano in carnefici. È l'orrore dell'uomo comune che, in un momento di "caccia", disumanizza l'altro fino a non considerare più neppure le grida in italiano del medico.

Infine, tocco il tema della caccia. La tua intuizione è corretta: il finale porta con sé una critica profonda al modo in cui oggi viene praticata. Io faccio il paragone con mio nonno, che è centrale nella mia visione: per lui la caccia era un atto di estrema competenza, pazienza e rispetto, un confronto leale tra predatore e preda, finalizzato al sostentamento. Quel tipo di caccia, che richiedeva una disciplina quasi militare e un legame profondo con il territorio, è svanito. Oggi, purtroppo, assistiamo a una deregolamentazione che permette a chiunque di armarsi con troppa facilità e troppa vicinanza ai centri abitati, perdendo completamente il senso etico del gesto.
Forse, la questione caccia meriterebbe  un approfondimento in Agorà, ma nel racconto ho voluto che questa violenza territoriale esplodesse come una scheggia impazzita nel destino dei protagonisti, proprio per sottolineare quanto il territorio sia diventato un luogo dove la convivenza civile è costantemente minacciata.
Grazie ancora per il confronto, mi ha dato modo di chiarire a me stesso alcuni aspetti cruciali della narrazione. A presto!
Si salveranno solo coloro che resisteranno e disobbediranno a oltranza, il resto perirà.
(Apocalisse di S. Giovanni)

Re: [MI190] Corri fratello, corri!

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Ciao @Alberto Tosciri;
non ti nascondo che mi ha fatto molto piacere che tu abbia scelto questa traccia, dopo il breve scambio di battute sul film. 
Il risultato è ottimo, e alquanto cinematografico. Hai sviluppato una trama credibile e una sceneggiatura dinamica e coinvolgente, nella quale gli eventi non risultano mai forzati. Una considerazione che mi viene spesso leggendo i tuoi scritti è l'impressionante aderenza alla realtà: il racconto si trasforma, evolvendo nel vissuto e non più soltanto nell'immaginato. È una qualità che considero uno dei tuoi punti di forza, perché riesce a dare autenticità anche alle situazioni più difficili da raccontare.
L'incipit cattura subito l'attenzione, immergendo il lettore in una situazione già tesa e destinata a precipitare, e la tensione è mantenuta alta lungo tutto il racconto, affrontando una tematica complessa con il giusto equilibrio. 
I personaggi risultano ben caratterizzati, soprattutto nelle loro reazioni agli eventi. Ho apprezzato il modo in cui riescono a trasmettere paura, smarrimento e tensione senza mai trasformarsi in semplici strumenti della trama. 
Hai affrontato un tema delicato evitando facili semplificazioni, senza voler impartire lezioni di morale. Beh, cacciatori a parte, forse; o, come da recente definizione, “bioregolatori”, ma questa è un’altra storia… 
Il finale è coerente con quanto costruito, ma è proprio qui che avverto l'unico vero rammarico: avrei voluto che la storia fosse più ampia, c'erano tutti i presupposti per darle maggiore respiro. Così com'è, il finale mi arriva un po' "strozzato", quasi affrettato, ed è un vero peccato perché il potenziale per lasciare un segno ancora più profondo c'era tutto.

PS: Complimenti per la lezione di balistica!  :lol:

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