La morte sospetta di un migrante scatena una rivolta in un centro di accoglienza. Un medico volontario al suo primo giorno di lavoro, rimasto intrappolato, si finge ospite per sopravvivere. Mentre all'interno cresce la tensione, all'esterno manifestazioni anti-migranti degenerano in violenti scontri. Tra paura, rabbia e propaganda, il confine tra vittime e colpevoli si fa sempre più incerto.
Corri fratello, corri!
Il corridoio del settore “G” era una ferita aperta di cemento grigio e neon tremolanti. Il dottor Giuseppe Tambieri respirava a fatica in quell’aria viziata di sudore e disinfettante per pavimenti.
Seguiva un mediatore del CAS, un uomo sui quaranta, proveniente dal Rif maghrebino, che gli aveva detto di parlare diversi dialetti del Nord Africa, oltre a un discreto italiano.
«Qui c’è tensione dottore. Sempre tensione»
«Ho visto poca polizia»
«Sì, sono pochi. Di notte anche meno»
«Cosa succede di notte?»
Il mediatore si voltò a guardare bene il dottore, che spostò lo sguardo.
“Stai a vedere che adesso se ne accorge”, pensò Giuseppe. E forse se ne era accorto davvero.
«Prima volta che lavora qui, dottore?»
«Sì»
«Di notte i più forti comandano. Solite cose: spaccio, contrabbando. Gli hanno fatto aprire anche due piccoli bazar qua dentro. Fanno comodo a tutti. Merce da niente venduta a poco. Ma c’è anche gente pericolosa».
«La polizia permette?»
«La polizia fa quello che i suoi superiori ordinano» rispose il mediatore, alzando la testa come per ascoltare qualcosa.
Non si sentì un suono, non si poteva definire un grido, ma un boato sordo. Vetri in frantumi, metallo battuto su inferriate con un ritmo frenetico, come una danza feroce che echeggiava in vari punti del corridoio che stavano attraversando, che dava in cameroni adibiti a dormitorio.
Giuseppe ebbe un brivido: quei suoni avevano sentori lontani ma familiari; sembravano chiedere di avvicinarsi a lui, volerlo blandire.
Intorno a loro decine di uomini cominciarono a correre in tutte le direzioni. Molti erano del Maghreb, ma c’erano anche subsahariani.
Il corridoio si riempì di uomini in pochi secondi. Urla di rabbia, invocazioni ripetute ad Allah, come in un ritmo ipnotico.
«Qualcuno è stato ucciso» disse Giuseppe per istinto.
Il mediatore fece una smorfia. «Capisci il tamazight allora. Avevo immaginato»
In quel momento alcune porte metalliche che separavano le sezioni venivano chiuse da inservienti e poliziotti e subito dopo riaperte con rabbia, sbattendole sulle pareti.
Il mediatore, con un movimento inaspettato e istintivo, spinse Giuseppe in una stanza con scaffali e carrelli di biancheria, urlando: «Non farti vedere, nasconditi, aspetta la polizia!», prima di sparire travolto da una folla di uomini urlanti che correvano in tutte le direzioni, verso l’uscita in cortile.
Giuseppe si acquattò in un angolo; sentiva il cuore battergli dentro la testa e in tutto il corpo. Guardò attraverso la vetrata rinforzata della stanza, vide nel cortile alcuni agenti corpulenti in tenuta antisommossa avanzare dietro gli scudi, con i manganelli, compattandosi davanti al lancio di ogni sorta di oggetti.
Era il primo giorno di lavoro in quel CAS per il dottor Giuseppe Tambieri.
Aveva insistito in direzione per poter dare una rapida occhiata al centro ed era successo il caos. Sentì che la polizia chiudeva le porte, lui sarebbe rimasto bloccato nei cameroni. Potevano pensare che fosse una spia e rabbrividì. Si strappò dal colletto la scheda da visitatore, vide in un cesto di biancheria alcune felpe e ne mise una. Si tolse le costose scarpe estive in pelle e adocchiò un paio di sandali infradito consunti buttati nel sacchetto della plastica. Indossò tutto rapidamente mettendo le sue cose in fondo al cesto. Guardò dalla finestra a grate, vide il cortile cosparso di materiali vari che venivano dati alle fiamme.
«Kfar!» (infedele) urlò qualcuno che si era affacciato in quel momento nella stanza. La parola volò nell’aria come una pietra aguzza che gli arrivò dritta al cervello, gli esplose dentro. Risentì l’odore della casa di sua nonna in quel villaggio tra le creste del Rif, nel nord del Marocco. Sentì la risata felice di sua madre, mentre gli preparava da mangiare, rivedeva i cugini che lo fissavano incuriositi, perché lui era nato in Italia, dove sua madre era andata a studiare e si era sposata con un italiano.
«Come puoi dire questo a me, fratello?»
L’uomo che aveva urlato si placò all’improvviso. Il tamazight parlato con quell’accento aspro e montanaro tipico del Rif, che solo chi è cresciuto tra quelle rocce possiede, lo colpì come uno schiaffo. La sua espressione mutò dal furore allo stupore.
«Ho visto che eri solo fratello. Pensavo eri dei loro. Perdonami. Di dove sei?»
«Da Nador»
«Come ti chiami?»
«Youssef Ait Maaroufi» rispose Giuseppe tutto d’un fiato e con orgoglio. E non mentiva. Sua madre si chiamava Fatima Ait Maaroufi e lui poteva usare il nome di suo nonno, Maaroufi. In Marocco era il suo nome.
L’uomo gli diede un amichevole pugno su una spalla. «Io sono Brahim ben Benaissa. Dobbiamo uscire da qui.»
«Cosa è successo?»
«Uno è morto nei bagni»
«Ma hanno chiuso… »
«C’è un’altra porta in fondo, per andare alla mensa. Sei arrivato oggi?»
«Sì»
«Capisco che non lo sai. Vieni con me»
«E come usciamo?»
«Non lo so. Tu vuoi tornare nel Rif, andare in Germania o restare qui?»
«Io... non lo so».
«È un problema. Devi decidere»
Si avviarono con altri nel corridoio, percorsero diverse angolazioni fino a uscire in un cortile interno.
Entrarono in una sala mensa, tutta a soqquadro. Alcuni uomini spaccavano le suppellettili e i vetri delle finestre, altri cercavano di incendiare materiale accatastato alla rinfusa dai tavoli alle sedie a scatole di cartone.
Il corpo di un uomo di pelle olivastra e capelli ricci era stato messo su un tavolo.
Giuseppe si avvicinò.
«Come è successo?» urlò.
«La polizia!» rispose qualcuno.
Giuseppe diede uno sguardo al corpo, sollevò la maglietta che indossava. Non c’erano tracce di sangue.
«L’ha ucciso la polizia!» continuavano a urlare.
Giuseppe notò sul collo dell’uomo una leggera tumefazione. Lo toccò, gli mosse la testa.
«Ha l’osso del collo rotto!»
«La polizia!» ripeté meccanicamente un altro.
«La polizia non uccide così!»
«Non importa Youssef! Pace alla sua anima! Dobbiamo uscire da qui!» Era Brahim che lo strattonava per andare via. Forse voleva davvero aiutarlo, ma anche lui era solo e aveva bisogno di compagnia.
«Ma è stato qualcuno qui dentro a ucciderlo! Bisogna dirlo alla polizia! Scopriranno chi è stato!»
«Ma senti senti! E a te cosa te ne importa di dirlo alla polizia?» Chi aveva parlato era un gigante nero con testa rasa, barba corta ben squadrata e una camicia azzurra a fiori bianchi, circondato da altri neri e da alcuni uomini del Maghreb.
«È arrivato oggi, Nokaaro!» disse Brahim, quasi a scusarlo, ma discostandosi impercettibilmente da lui nel dirlo.
«Arrivato oggi! L’hai ricevuto tu? Perché non me lo hai presentato?»
Brahim non sapeva cosa dire.
«E tu, ragazzo, chi sei?»
Youssef ripeté il suo nome.
«Di dove?»
Youssef disse da dove veniva.
Nokaaro lo ascoltò sollevando il capo a occhi chiusi, fiutando l’aria come un animale da preda.
«Dirai anche che sei musulmano? Lo dirai?»
Youssef sentì gli sguardi dei presenti fissi di lui. S’inginocchiò immediatamente, deciso; sollevò le mani e lo sguardo al cielo e recitò: «Ash-hadu an la ilaha illa Allah, Wa ash-hadu anna Muhammadan rasulu-Allah! »
(Testimonio che non c'è altro Dio all'infuori di Allah, e testimonio che Maometto è il messaggero di Allah!)
Tutti ripeterono la formula a bassa voce. Nokaaro annuì, ma senza staccare lo sguardo da Youssef.
«Siamo in guerra, Youssef Ait Maaroufi. Maometto, (che la pace e la benedizione di Dio siano su di Lui) ha detto: “Noi giudichiamo in base a ciò che è manifesto, e Allah si occupa di ciò che è segreto nel cuore.” Io non sono da meno. Lasciate questo posto e che Allah sia con voi.
Altri uomini si misero dietro a Brahim e Youssef.
«Nokaaro comanda lui là dentro. È il capo», diceva Brahim arrampicandosi in un dislivello presso il muro di cinta, pieno di rovi che nascondevano una larga crepa sul muro che dava all’esterno.
«Ma quel morto… »
«Pace all’anima sua. Così ha voluto Allah, lode e gloria a Lui, l’Altissimo»
Il muro di cinta costeggiava una strada secondaria che dava in un bosco.
La attraversarono assieme a una massa di uomini in fuga che si dispersero rapidamente. Alcune auto di passaggio lampeggiarono e suonarono all’impazzata.
Ben presto Brahim e Youssef rimasero dietro a tutti perché Youssef non riusciva a correre con le infradito. Le tolse, ma non andava meglio.
«Lasciami Brahim. Non rallentare per me. Me la caverò»
In fondo voleva che si salvasse, assieme a tutti gli altri. Lui non era un carceriere, ma un medico. Avrebbe voluto dirlo a Brahim, ma temeva che lo avrebbe deluso. Una volta rimasto solo si sarebbe fatto riconoscere dalla polizia che lo avrebbe trovato.
Si sentì l’abbaiare di un cane che si avvicinava. «Alt! Alt!» Urlò qualcuno a un lato del bosco. Ma non erano poliziotti. Uomini in borghese armati di fucili da caccia.
«Eccone due! Fermatevi animali! Ferma o sparo!»
«Dobbiamo nasconderci Brahim! Non sono poliziotti ma gente qualunque. Ci uccidono se ci trovano»
«Gli italiani non sparano se uno scappa… »
«Quelli in divisa no. Ma questi sono borghesi che ci odiano»
«Come fai a dirlo?»
«Lo so»
Brahim si acquattò in un angolo guardandosi intorno. Il bosco non era molto fitto. Si sentiva frusciare di foglie, un ansimare frenetico avvicinarsi. Un grosso cane veniva di corsa dritto verso di loro. Brahim estrasse un coltello, che Youssef non gli aveva ancora visto e con uno scatto felino, appena il cane balzò per assalirli, gli rifilò un fendente che gli squarciò la pancia. Il cane si abbatté mugolando.
Ripresero a correre.
«Lo hanno ucciso! Disgraziati, lo hanno ucciso!»
Il bosco finiva all’improvviso per aprirsi in una radura erbosa. La costeggiarono finché possibile, sperando di non essere visti, ma gli uomini, arrivati anche loro al limite del bosco, videro la loro corsa a lato e cominciarono a sparare. Dei sibili volavano intorno ai due fuggitivi.
Ad un certo punto Brahim si accasciò con una smorfia. Aveva una macchia di sangue sulla felpa. Youssef cercò di tamponare, ma Brahim si divincolò levandosi le scarpe e porgendole macchiate di sangue a Youssef.
«Mettile fratello e scappa. Corri fratello, corri! Ce la fai»
Youssef scuoteva la testa piangendo di rabbia e dolore. Lo prese in braccio e si mise a camminare verso gli inseguitori.
«Sono un medico! Un medico italiano della Croce Rossa!» urlò in italiano. «Non sparate! Sono un medico italiano! Non sparate!»
Si sentì un altro colpo di fucile. Poi altri due, a distanza ravvicinata.
«Sanno anche parlare italiano questi animali, le studiano proprio tutte» disse uno degli uomini che avevano sparato, guardando i corpi.
«Mi hanno ammazzato il cane, bastardi»
«Ha il chip, portiamolo in macchina, lo seppelliamo lontano»
«Si, ma in fretta. Ora viene la polizia»
«Tranquillo che non ci trovano. E se ci trovano, oggi è giornata di caccia: se anche ci fanno il guanto di paraffina è normale che abbiamo sparato: siamo cacciatori»
«E siamo a posto pure con la licenza!»
«E sappiamo anche sparare!»