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[font="Open Sans", sans-serif]L’auto procedeva lentamente sulla strada di montagna appena asfaltata. Il sole filtrava tra gli alberi con piccoli lampi di luce. Dopo una curva a gomito il panorama si aprì sulla valle.[/font][font="Open Sans", sans-serif]
[color defaultattr=]Alfredo accostò, scese dalla macchina. Un enorme cartellone pubblicitario copriva una parte del paesaggio. Mostrava un volto barbuto e sorridente che si affacciava dalle nubi e una scritta: “Paradise Valley Luxury Resort. Dio è qui”. Alfredo corrugò la fronte; si era opposto a quel tipo di pubblicità nel consiglio di amministrazione. “Non nominare il nome di Dio invano”, aveva detto; ma alla fine avevano vinto loro.[/font][/color]
Sfilò dalla tasca della giacca il pacchetto di Lucky Strike e ne pescò una, se la mise tra i denti ma non l’accese. Si appoggiò alla macchina con le mani in tasca. Fissava il cartellone. Qualcosa lo disturbava, oltre alle dimensioni esagerate, ma non gli era chiaro cosa.
Proprio in quel momento giunse dal senso di marcia opposto la Ford Mustang Shelby rossa dell’Amministratore Delegato del resort: Jonathan Migliore. L’auto rallentò fino a fermarsi in corrispondenza della pubblicità, si abbassò il finestrino e l’A.D. lo salutò «Ciao Alfredo, bello vero? Da togliere il fiato» seguì una risata esagerata che l’altro non volle assecondare.
Alfredo portò la mano con la sigaretta dietro il collo «Non saprei signore, c’è qualcosa che…» L’altro si sporse dal finestrino fino al collo, facendo leva con la mano sinistra sullo sportello. Mise in bella mostra l’orologio d’oro sopra al polsino, fatto che Alfredo non giudicò casuale, glielo aveva sempre invidiato; poi con uno scatto da attore consumato assunse l’espressione dell’uomo sul cartellone. Alfredo dapprima lo fissò incerto, poi alzò lo sguardo sul barbuto in alto. Stesso sorriso, stessi occhi: era proprio lui. Migliore mantenne un po’ la posizione, poi scoppiò in una nuova risata, ancora più grossolana della precedente e si ritirò nell’abitacolo soddisfatto.
Alfredo si staccò dalla macchina e gettò la sigaretta a terra, insistette con il piede macerandola come se fosse stata accesa.
«Non può farlo. È blasfemia!» lo rimproverò.
«Già fatto!» volgendo la mano verso la sua destra. «Oh su, ma dai. È divertente e ci farà fare molti soldi.»
«Ma lo sa dove siamo?»
«E allora? Vedrai che cambieranno idea anche i frati, quando vedranno arrivare i soldi.» Come al solito Alfredo non riusciva a farsi valere, era andata così anche durante il consiglio di amministrazione. Gli altri membri si erano spenti quando aveva ribadito la sua posizione morale ed etica verso il progetto pubblicitario. Avevano provato a fare dello spirito per spezzare la sua opposizione, ma era rimasto saldo.
«E fatti una risata almeno una volta, Alfredo» Migliore riprese la marcia mostrandogli il palmo della mano sinistra, senza fede, notò. «Davvero senza fede» si disse. Si chiese se la sua bella moglie stesse ancora con lui, magari avrebbe avuto una chance, finalmente. Era stanco delle solite avventure.
Dio è qui, lesse ancora. «Stronzo megalomane.»
«Non nominare il nome di Dio invano!» al consiglio aveva buttato il secondo comandamento sul piatto del confronto. Sapeva che la comunità montana aveva un certo peso sulle decisioni a valle, grazie alla presenza dell’antico convento francescano: meta di pellegrinaggi, e soggetto di documentari e film. E pensò di potercela fare quando vide che cominciavano a mancare gli argomenti. Questo almeno fino a che non era entrato lui, il membro maggioritario: «Quanto ci mettete a dare il via? Decido io, si fa!».
Dalla curva a gomito comparve la Panda 4x4 delle suore di San Camillo che saliva a discreta velocità, diretta al convento per assistere i frati ammalati. Al volante suor Annetta si trovò di fronte al Signore. Aprì la bocca sorpresa e sgranò gli occhi, non riuscì a evitare lo schianto con lo specchietto retrovisore della Ford, ma riuscì a rientrare in corsia sterzando verso destra con grande dondolio del rosario appeso nell’abitacolo. Finì la corsa poco dopo l’auto di Alfredo, nell’area di sosta sterrata.
«State bene sorelle?» Alfredo si era avvicinato e chinato verso il finestrino della Panda. La grossa croce rossa cucita sul cuore dell’anziana sembrava aver preso vita per via del grande affanno. La suora più giovane sul lato passeggero era ancora aggrappata alla maniglia per la paura, bianca come le vesti che indossavano.
Migliore era appena sceso dall’auto «Merda!» stava controllando i danni allo specchietto «Uff. Pensavo peggio.» Si passò la mano sui capelli grigi.
Fu in quel momento che la piccola suora ossuta scese di macchina e attraversò la strada verso la Ford. La conoscevano tutti da quando durante il Covid si era prodigata per la comunità. Guardò verso il cartellone «Ah! Sciagurati!» si fece il segno della croce, poi guardò Migliore «Mi scusi,» la voce tremava un po’, oltre a contenere tutte le sfumature dell’età, «sono stata colta di sorpresa e prima che me ne accorgessi…» mimava con l’espressione lo stupore aprendo i palmi delle mani come se le avessero puntato una pistola e poi ridacchiò ancora nervosa.
«Tranquilla sorella. Tutto a posto. Si è solo richiuso, un gran botto ma non ci sono danni.»
«Ah, meno male, posso respirare» portando la mano sulla croce al petto.
A quel punto Migliore alzò il mento verso Alfredo «Che ti dicevo? Il mio cartellone toglie il fiato» e di nuovo sghignazzò.
Alfredo lo ringraziò per averlo escluso dalla proprietà. Quanto lo detestava. Si avvicinò ai due e disse alla suora «È grande vero suor Annetta?» la manipolò come solo lui sapeva fare. Sapeva che non ci voleva niente a scatenare un effetto domino. Era stato un esperto con i genitori anziani, li aveva messi contro i suoi fratelli e aveva sottratto loro ogni bene prima di chiuderli in un ospizio. L’anziana si fece seria, guardò di nuovo la pubblicità, la scritta sacrilega, il Barbuto e poi l’uomo che aveva di fronte «Quello è lei?»
Migliore tagliò corto «Bene, adesso devo proprio andare, vi saluto» si infilò in macchina e in breve sparì dietro la curva.
Alfredo prese a braccetto la donna e l’aiutò ad attraversare, la vide pensierosa, non avrebbe dovuto far altro che aspettare la caduta di tutti i pezzi.
Suor Annetta salì in macchina, la sorella più giovane si assicurò che la cintura fosse ben inserita. «Lavorate con lui?» gli chiese.
«Per… lui» guardò la pubblicità sentendosi schiacciare «purtroppo.»
«Lo sapete che quella roba là è un’offesa al Signore?»
«Mi dispiace sorella, ho provato in tutti i modi a evitarlo…» si mostrò triste.
«È pericoloso!» accese il motore.
«Oh sì, lo è» convenne.
«È una vergogna, tutti sanno che questa montagna è meta di pellegrinaggio!»
Alfredo si sollevò lasciandole lo spazio per fare manovra.
«Ci penso io, figliolo. Stia sereno. Arrivederci».
La prima tessera era caduta. La salutò con la mano, poi cercò le sigarette e se ne infilò una in bocca, senza accenderla.
Suor Annetta arrivata al convento aveva informato i frati della novità, e tutti insieme avevano pregato perché il Signore li perdonasse e ci mettesse mano. Si era poi recata dai vigili urbani avvertendoli del grosso rischio che aveva corso alla guida, ricordando loro che spesso salivano vere e proprie comitive sui pullman e che il cartello andava rimosso perché era un rischio per la sicurezza. Scese poi a valle e fece tappa all’ospedale, per portare i campioni ematici in laboratorio e si sfogò con il primario, suo amico d’infanzia. Dopodiché si recò in comune per denunciare i fatti alle Pubbliche Affissioni.
Giorni dopo, seduto a un bar, Alfredo stava leggendo il giornale, giunto alla sezione locale vide la foto del cartellone e, accanto, una più piccola di Migliore che adesso non rideva più. Alfredo sorrise beffardo e soddisfatto nel vederlo finalmente tirato giù dal piedistallo. Migliore era stato convocato in comune. L’articolo parlava anche della coraggiosa suora che per il bene della comunità si era rivolta alle autorità per la rimozione del cartello, ormai prossima.
In seguito fu convocato dal consiglio di amministrazione del Resort per discutere del danno di immagine. Quasi tutti i membri votarono per la sospensione dell’A.D., tutti tranne Alfredo, un piccolo vezzo. In quanto figura di un certo rilievo morale fu infine nominato sostituto temporaneo.
Il mattino dopo si recò dove un tempo era stato il cartellone e ora c’era solo una cornice di metallo nudo. Prese il cellulare e si scattò un selfie mentre sorridendo cercava di centrarsi nel telaio vuoto alle sue spalle. Poi prese una sigaretta, l’accese e dopo qualche tiro sospirò: «Finalmente si respira.»