Ciao @Albascura
Ho letto questo racconto di raro valore, ti lascop quindi il mio ammirato commento.
Questo racconto è un testo forte, compatto e spietatamente coerente.
È uno di quei racconti che non ti lascia indifferente: ti entra nella testa e ci resta, come un’unghia conficcata sotto la pelle.
Merita di essere preso sul serio, perché ambisce a qualcosa di più alto della semplice “storia di un attentatore”.
1. Il nucleo tematico: l’invisibilità come condanna e come armaIl vero protagonista non è Matteo, ma l’invisibilità stessa.
Tutto ruota attorno a una domanda feroce: quanto vale un nome quando nessuno lo pronuncia?
Il buco nel divano della zia è il gesto fondativo: il primo, goffo, infantile tentativo di esistere attraverso la distruzione. Da lì in poi ogni atto del protagonista sarà una variante dello stesso gesto: bucare la tela del mondo per far sì che qualcuno, finalmente, lo veda.
Il racconto riesce a rendere credibile (e terribile) che un uomo di sessant’anni arrivi al terrorismo non per ideologia, non per vendetta, ma per fame di sguardo.
Non è un pazzo, non è un mostro ideologico: è un uomo che ha passato la vita a essere il margine sfocato delle foto altrui.
Questo lo rende molto più disturbante di un terrorista “classico”.
2. La struttura: un arco perfetto a forma di trappola Il testo è costruito come una trappola a scatto:
- Atto 1 (infanzia) → il trauma originario, raccontato con una precisione chirurgica e una sensualità quasi erotica (il dito che entra nel buco del divano è una delle immagini più potenti del racconto).
- Atto 2 (vita adulta) → sessant’anni di “trasparenza” riassunti in poche righe implacabili. Qui il ritmo rallenta, diventa quasi burocratico: è voluto. L’invisibilità è noiosa, ripetitiva, asfissiante.
- Atto 3 (pianificazione e attentato) → il ritmo accelera, la prosa si fa più tesa, cinematografica. L’autore dimostra un controllo notevole della suspense.
- Atto 4 (la punizione definitiva) → il colpo di scena più crudele: lo Stato gli toglie proprio ciò che lui ha cercato di conquistare con quattordici morti. Il decreto “tutela della memoria delle vittime” è geniale. È la vendetta perfetta della società: non la galera, ma l’oblio eterno. Il protagonista voleva novantasei ore di luce; gli vengono concesse, e poi gli vengono strappate per sempre.
Il cerchio si chiude in modo micidiale: il bambino che bucava il divano per esistere finisce a incidere il proprio nome su un muro che qualcuno cancella ogni settimana. Stesso gesto, stessa sconfitta, scala diversa.3.
Stile e lingua
La prosa è matura, controllata, spesso molto bella. Ci sono immagini di grande forza:
- «Le candeline tossivano luce»
- «il pavimento del salone era una mappa di briciole»
- «il mio nome si guadagnò la sua definizione: “quello che ha rovinato il divano della zia”»
La scelta di far narrare tutto in prima persona con un tono calmo, quasi burocratico, è azzeccatissima: amplifica l’orrore invece di attenuarlo. Quando arriva la descrizione dell’esplosione, la freddezza del narratore diventa insopportabile (in senso buono).4. Punti di forza indiscutibili
- La credibilità psicologica del protagonista (rarissima nei racconti italiani su questo tema).
- L’ironia tragica del finale (il decreto anti-notorietà è un colpo da maestro).
- La capacità di rendere il terrorismo “domestico”, piccolo-borghese, italiano: niente barbe, niente Corano, niente ideologia. Solo un impiegato comunale in pensione che vuole, per una volta, stare al centro della foto.
5. Limiti (pochi, ma reali)
- La bambina Emma e le altre vittime restano figure funzionali. Funzionano benissimo come “vittime generiche”, ma in un racconto così ambizioso ci si poteva spingere un millimetro più in là per rendere il dolore più concreto (senza cadere nel patetico).
- Il passaggio dalla decisione all’attentato è un po’ troppo lineare. Manca un momento di vera crepa, un dubbio, un quasi-ripensamento. Il protagonista è troppo coerente: rischia di diventare un’astrazione della propria ossessione.
- Il titolo “Novantasei ore di luce” è bellissimo, ma nel testo non viene mai spiegato esplicitamente quanto duri quel periodo di visibilità. Il lettore deve fare i conti da solo (decisione → 3 giorni → attentato domenica 9 → immagini diffuse → arresto dopo 5 ore). Funziona, ma un piccolo indizio interno avrebbe reso il titolo ancora più potente.
6. Valutazione complessiva.
Siamo davanti a un racconto di altissimo livello.
Non è solo “ben scritto”: è pensato. Ha un’idea forte, la sviluppa senza tradirla, e arriva a una conclusione che è allo stesso tempo logica e devastante.
In un panorama italiano spesso affollato di storie “sensibili” ma innocue, questo testo è pericoloso. E proprio per questo è prezioso.
Se l’autore volesse trasformarlo in romanzo breve, basterebbe approfondire leggermente la fase adulta (qualche episodio di invisibilità più specifico) e aggiungere un solo momento di autentica esitazione prima dell’attentato.
Ma anche così com’è, “Novantasei ore di luce” è già un racconto che rimane impresso. Uno di quelli che, anni dopo, ti ritrovi a citare dicendo: «Ti ricordi quel racconto del tizio che voleva solo essere visto?»
Complimenti sinceri. È roba seria.
