[Lab19] Lo schiaffo

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Laboratorio sul Finale

[Lab19]  Lo schiaffo


Anna aveva sentito le ruote stridere sull'asfalto prima ancora di capire cosa stesse succedendo. Poi la giravolta, il tonfo sordo, l'airbag, il silenzio improvviso. Si era portata subito le mani sul ventre. Otto mesi: il suo bambino.
Poi, qualcuno l'aiuta a uscire dall'abitacolo: a due passi c'è un muretto e ce la fa accomodare.
Con la coda dell'occhio, vede l'altra auto coinvolta, con un'altra donna alla guida. Ancora là, le mani alle "dieci e dieci" sul volante, le nocche bianche. Un passante, che ha anche chiamato i vigili, ricostruisce la scena: una macchia d'olio, un'auto che slitta e invade l'altra carreggiata; scivolano entrambe testa e coda in derapage. Per fortuna, andavano piano entrambe e nessuno si fa male. Qualcuno le porta un po' d'acqua.
È la donna che ha fermato la sua auto nelle vicinanze per soccorrere la donna gravida: si chiama Marisa.


Anna si rivolge a Marisa con gratitudine per la sua vicinanza e parla ininterrottamente, forse per superare lo choc.
Arriva il marito: fa due più due, senza allargare il campo visivo alla donna in macchina. Uno sguardo di controllo sulle condizioni della moglie e poi... 
"Ma come cazzo guida? Non guarda dove va?!" si para di fronte a Marisa e le allunga uno schiaffo sulla guancia, più eloquente che forte. Ha le vene del collo pulsanti.
La malcapitata trasale, diventa viola, sbarra gli occhi, fissi sul volto dell'uomo manesco, basita e muta...
Anna afferra il marito, lo strattona e gli molla lei un vero manrovescio:
"Ma sei scemo, Donato?! Lei non c'entra niente, è quell'altra che mi ha investito, ma guai se tocchi pure lei! Non puoi farti giustizia da solo e per giunta ingiustamente, rozzo cafone che non sei altro!”

Marisa, intanto, scivola sul muretto perdendo i sensi.
La scena si fa caotica e l'uomo manesco si sente un verme. Lui e Anna riescono con sollecita premura a fare rinvenire e a rimettere seduta Marisa, che apre gli occhi e focalizza Donato. Questi si butta in ginocchio:
"Le chiedo perdono mille volte: anche fosse stata lei, mai mai mi sarei dovuto permettere di alzare le mani! Non l'ho mai fatto in vita mia su una donna, glielo giuro!" e gli vengono le lacrime agli occhi, sconvolto più della sua vittima per l'errore e la colpa.
"Confermo che è un uomo buono e gentile... di solito. In questi giorni è sbalestrato per lo stress sul lavoro e adesso è arrivato temendo per me..."
Marisa sembra allucinata, ma scuote la testa come per schiarirsi le idee e abbozza un sorriso:
"Tranquilli, sono a posto... Magari, se possiamo sederci al bar dieci minuti: ho bisogno di una cioccolata calda, per favore."
Mentre le signore si accomodano al bar, lui, edotto dalla moglie sulla dinamica dello scontro, torna all'auto della moglie e all'altra donna coinvolta, per intercettare i vigili.
Si sente svuotato dalla furia del lui di prima, sostituita da un timido e tiepido raggio di sole. Con garbo, si avvicina alla donna coinvolta nel sinistro  e le chiede gentilmente se vuole uscire dalla macchina e mettersi più comoda sul muretto, mentre aspettano i vigili che non dovrebbero tardare, e possono parlare della dinamica con più comodo.
Marisa lo controlla dal bar, e le piacciono le nuove buone maniere di Donato. Cerca somiglianze nei suoi gesti, nei tratti del viso. Chissà, il modo di tenersi la mano sulla guancia mentre ascolta... 
La logorroica Anna, nel frattempo,  parla del suo lavoro in merceria, della gravidanza, dello stress del marito, di tutto e di più. Nel flusso di parole, Marisa si assenta per la maggior parte, ascoltandone solo quei rivoli che sembrano scorrere con una cadenza speciale nelle sue orecchie:

"... mia suocera è un gigante di madre ma non è la madre davvero..."
"Perché?" chiede in un soffio Marisa.
"Donato è stato adottato alla nascita. Purtroppo, i miei suoceri stanno adesso a trecento chilometri da noi, mentre i miei sono qui in paese, ma mia madre deve assistere mio padre invalido... e col bimbo in arrivo..."
Marisa è altrove, ventitré anni prima... Un esserino tra le mani, uno sguardo d'insieme, un bacio sulla testolina e lo strappo è compiuto.
Era diciottenne, quella decisione rimpianta mille volte ma senza ritorno.
Perché Marisa aveva detto "sì" al medico che le aveva proposto la procedura del Parto in anonimato. Una richiesta sola: di farlo battezzare Donato.
La sua migliore amica, Nadia, continua a dirle: Gli hai dato comunque il dono di esistere, l'hai donato alla vita. Voglio vederti un giorno senza più quelle ombre di colpa negli occhi ogni volta che prendi un bambino in braccio.
"Donato, sul lavoro, è stato accusato dal capo di un errore che in realtà aveva fatto un collega, ma non può o non vuole accusarlo. Non so perché: intanto si rode, si dichiara innocente ma il capo non gli crede. La cosa è recente ma, se quello non parla, vado a parlargli io..." continua a raffica Anna, accigliata e infervorata, fino a accorgersi che parla sempre lei. Accarezza la mano di Marisa e le chiede di lei, del suo lavoro.
Marisa lavora come analista finanziaria in un Fondo Investimento e il lavoro le piace. No, non è sposata, e le piace visitare il mondo durante le ferie.
Anche la sua famiglia risiede in un'altra regione. Ha poche ma buone amiche con cui farsi compagnia.
Guarda fuori e dice a Anna: "Sono arrivati i vigili".
"Lasciamo che Donato se la cavi da solo." 
Poco dopo, si  avvicina al tavolino un vigile per il verbale e Anna fa le sue dichiarazioni e firma. Il marito si porta vicino a lei e le riassume il verbale.
Marisa offre un caffé al vigile, e ordina un vassoio di pasticcini di cui lei sente il bisogno, ora che è finita la cioccolata, di gustare e di offrire.
Anna esce a invitare la signora coinvolta nell'incidente, che accetta solo il caffé.
Quando gli altri lasciano il bar, compreso Donato, che torna al lavoro dopo avere posteggiato l'auto della moglie, le due donne si trattengono ancora a parlare e a finire le paste. 

Intanto, Marisa torna al  momento dello schiaffo di Donato. Lui si è chinato dall'alto su di lei, e ha proteso la gola.
E lei ha visto la macchia, quella che aveva il suo bambino nello stesso punto: una voglia rossa a forma di apostrofo... Quella gola pulsante d'accuse, non lo schiaffo, l'ha fatta svenire... E lei cosa aveva fatto a lui, se non dargli un calcio per toglierselo d'intorno, per non avere responsabilità non volute?
Non era mille volte peggio la sua di colpa? L'amica Nadia aveva un bel dire ma anche basta: lei sente che la vita le dà una seconda occasione.
Nel mentre, riaccoglie le parole di Anna che parla di un suo grande cruccio:
"Vorrei farmi aiutare, ma non da una baby sitter giovane...  Cerco una nonna davvero..."
Marisa adesso è lucida, pronta e consapevole, con un sorriso che la illumina:
"L'hai trovata." 
Di sabbia e catrame è la vita:
o scorre o si lega alle dita.


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Re: [Lab19] Lo schiaffo

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Ciao @Poeta Zaza,
anche questo racconto mi è piaciuto molto, soprattutto per come lavora sul non detto e sui legami invisibili.
Il cuore del testo, secondo me, non è l’incidente né lo schiaffo in sé, ma il tema della colpa e della seconda possibilità. Tutto ruota intorno a responsabilità non volute, errori che marchiano una vita e alla possibilità, inaspettata, di rientrare nella storia di qualcuno senza cancellare il passato. L’incidente è solo il detonatore che fa emergere legami già scritti da tempo.

Funziona molto bene il gioco di specchi tra le donne: Anna, tutta corpo, parole e presente; Marisa, silenzio, distanza e memoria. Il contrasto è chiaro e leggibile e rende credibile il fatto che Marisa “veda” prima degli altri ciò che sta succedendo. Molto efficace anche l’elemento fisico della voglia sulla gola, che collega passato e presente senza spiegazioni didascaliche: un dettaglio minimo, ma potentissimo.

Il cambio repentino di Donato colpisce e rende la scena drammatica, ma è anche un po’ brusco: nella vita reale un passaggio così immediato dalla violenza al pentimento sarebbe raro. Funziona simbolicamente, ma sacrifica un po’ di realismo psicologico.

Se devo trovare un punto discutibile, riguardano alcuni passaggi informativi (l’adozione, il lavoro di Marisa, la situazione familiare). Sono chiari, ma arrivano in modo abbastanza diretto: nulla di sbagliato, però si avverte un leggero sbilanciamento verso lo spiegato rispetto al mostrato, soprattutto rispetto alla finezza di altri punti.

Il finale mi è sembrato insieme chiuso e circolare: chiude tutti i fili narrativi, ma li riporta anche al punto originario, quello della cura e della maternità, senza cancellare la colpa. Il “L’hai trovata” non suona come una redenzione facile, ma come una seconda possibilità concreta e quotidiana. Forse la coincidenza è forte, ma il percorso che la precede la rende credibile e non consolatoria.

Re: [Lab19] Lo schiaffo

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Autocommento:

Sono partita da un aneddoto vero, raccolto da uno degli amici cui chiedo degli spunti che accantono per un futuro racconto. Dovendo puntare sul "finale" ho cercato di immaginare l'evoluzione del rapporto tra i due protagonisti, che si sarebbero potuti reincontrare in un'altra occasione, a parti invertite, con lei col coltello dalla parte del manico: questa è stata la mia ricerca, e molte le situazioni considerate (e scartate).
Ho pensato e ripensato, sino ad arrivare a ragionare su quale sia il rapporto più potente tra due persone, e che magari c'è, tra queste due persone che s'incrociano per caso, e loro non lo sanno.
Come mi sono data la risposta, la sinossi era fatta, e il finale è venuto da sé.
La madre ha preso la strada diretta - benché più lunga -  per arrivare al figlio.
... E allora avanti col Finale a sorpresa, che a volte la vita ci dà...
Di sabbia e catrame è la vita:
o scorre o si lega alle dita.


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Re: [Lab19] Lo schiaffo

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Cara @Poeta Zaza
Non è facile commentare dopo l'intervento dell'ottima @Didalinda
Hai ben raccontato il dramma interno di Marisa che si manifesta dopo l'episodio dello schiaffo
Quello che più ho gradito è stata l'ambientazione, l'evento quotidiano, la descrizione di un evento dirompente che disturba la quiete di una giornata qualunque. Sarà l'utilizzo del tempo verbale, però è stato bello immergersi in questa lettura sin dalle primissime battute. 
Il finale è ben strutturato, racchiude in una breve frase tutto il senso del racconto e lo trovo molto in linea con il tema del contest. 
Complimenti, a rileggersi 
Il Giorno Zero - Distruttori di Terre
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Re: [Lab19] Lo schiaffo

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NanoVetricida wrote: Cara @Poeta Zaza
Non è facile commentare dopo l'intervento dell'ottima @Didalinda
Hai ben raccontato il dramma interno di Marisa che si manifesta dopo l'episodio dello schiaffo
Quello che più ho gradito è stata l'ambientazione, l'evento quotidiano, la descrizione di un evento dirompente che disturba la quiete di una giornata qualunque. Sarà l'utilizzo del tempo verbale, però è stato bello immergersi in questa lettura sin dalle primissime battute. 
Il finale è ben strutturato, racchiude in una breve frase tutto il senso del racconto e lo trovo molto in linea con il tema del contest. 
Complimenti, a rileggersi 
Ho molto apprezzato le tue parole e il succo delle tue considerazioni. Grazie caro @NanoVetricida  :)
Di sabbia e catrame è la vita:
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Re: [Lab19] Lo schiaffo

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@Poeta Zaza
ho imparato a rileggere due volte: la prima per capire il senso generale e la seconda per vedere cosa ha seminato lo scrittore/la scrittrice. Potrei incidentalmente dirti che nella lettura ho incespicato un po' qui e là sulle virgole. Mi ha dato l'impressione che ci sia qualcosa da mettere a posto.
Mi è piaciuto l'utilizzo del presente all'inizio per dare idea dell'immediatezza della catena di eventi, visti attraverso il "filtro" della protagonista.
Il finale è d'effetto perché giustifica a posteriori la "drammaticità" degli eventi prima. Sviene, è persa nei suoi pensieri... etc... alla fine ti dici, mentre leggi: ma non è un po' esagerato? E invece il finale colloca tutto al posto giusto, giustifica e dà posizione a quanto avvenuto prima.
A rileggersi, grazie.
When people talk, listen completely. Most people never listen. - E. Hemingway

Re: [Lab19] Lo schiaffo

8
Il tuo racconto punta alle emozioni e ha una struttura circolare efficace, che trasforma un evento traumatico (l'incidente) in una "guarigione" del passato. L'idea della "voglia a forma di apostrofo" come segno di riconoscimento è un espediente già visto ma che funziona sempre per chiudere il cerchio del destino.
Il ritmo iniziale è buono, come l'attacco. Le sensazioni fisiche (stridore, tonfo, airbag) catapultano subito il lettore nell'azione senza preamboli inutili.
Il gioco di parole tra il nome "Donato" e il concetto di "donarlo alla vita" dà profondità al tema del sacrificio materno.
Riesci a far evolvere il personaggio di Donato: il contrasto tra la sua furia cieca iniziale e la successiva estrema gentilezza crea un arco narrativo interessante, rendendo credibile il fatto che Marisa cerchi in lui dei tratti familiari.
D'altra parte la reazione di Marisa allo schiaffo e la successiva riconciliazione sono davvero troppo rapide. Un uomo che aggredisce fisicamente una sconosciuta per strada è una figura minacciosa. Il fatto che Anna lo giustifichi subito dicendo che è "sbalestrato per lo stress" e che Marisa passi dal trauma al bar a mangiare pasticcini con lui in pochi minuti toglie realismo e conduce lettori smaliziati verso l'abbandono del testo.
Se posso suggerirti, rendi Donato meno violento o rendi la reazione di Marisa più cauta e più scossa. Lo schiaffo è un atto grave che non si concilia con l'atmosfera "dolce" del finale.
E ancora, Anna è un "personaggio-funzione" che  serve solo a dare informazioni a Marisa (e al lettore). Il fatto che in dieci minuti al bar racconti proprio che il marito è adottato, che i suoceri sono lontani e che cerca una "nonna" è un po' forzato. Forse troppo. Il solito lettore smaliziato...
Perché non fai in modo che Marisa scopra queste cose in modo più frammentato o visivo. Potrebbe essere Marisa a fare domande mirate dopo aver visto la voglia sul collo, anziché subire un monologo fortuito.
E infine, usi molto il "raccontato" (es: "Marisa sembra allucinata", "si sente un verme"). Sarebbe più efficace mostrare il senso di colpa di Donato attraverso i suoi gesti impacciati o il tono di voce spezzato, piuttosto che dichiarare le sue emozioni. È sempre il solito vecchio consiglio di show don't tell.
Il finale è troppo perfetto, l'offerta di Marisa di fare da "nonna" è molto poetica ma avviene un istante dopo aver scoperto che quello è suo figlio. Nella realtà, una scoperta del genere dovrebbe scioccare una persona.
Il finale guadagnerebbe forza se rimanesse più sospeso. Marisa che accetta di restare in contatto, lasciando intendere che coltiverà il rapporto senza svelare subito il segreto, renderebbe il tutto più profondo e meno "da fiction strappalacrime".
I dialoghi li ho trovati buoni. Solo alcune battute di Anna mi sono sembrate un po' troppo costruite (es. "Non puoi farti giustizia da solo e per giunta ingiustamente, rozzo cafone!"). Chi parla così quando è sottoposto a forte tensione emotiva dopo un incidente? Il marito sarà pure un cafone, ma in quel momento è vero.
Per concludere, trovo che sia un buon racconto, ma secondo me sono proprio i tempi che imprimi alla narrazione a rendere l'intera situazione leggermente surreale passando con molta disinvoltura dal dramma dell'incidente alla cioccolata calda. Considera di inserire un piccolo stacco temporale o una transizione più lenta per permettere all'adrenalina dei personaggi di scendere e quindi al lettore di non pensare tra sé e sé: "Ma dai".

Re: [Lab19] Lo schiaffo

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Strikeiron wrote: @Poeta Zaza
ho imparato a rileggere due volte: la prima per capire il senso generale e la seconda per vedere cosa ha seminato lo scrittore/la scrittrice. Potrei incidentalmente dirti che nella lettura ho incespicato un po' qui e là sulle virgole. Mi ha dato l'impressione che ci sia qualcosa da mettere a posto.
Mi è piaciuto l'utilizzo del presente all'inizio per dare idea dell'immediatezza della catena di eventi, visti attraverso il "filtro" della protagonista.
Il finale è d'effetto perché giustifica a posteriori la "drammaticità" degli eventi prima. Sviene, è persa nei suoi pensieri... etc... alla fine ti dici, mentre leggi: ma non è un po' esagerato? E invece il finale colloca tutto al posto giusto, giustifica e dà posizione a quanto avvenuto prima.
A rileggersi, grazie.
Ti ringrazio delle note e delle tue impressioni, @Strikeiron   :)
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Re: [Lab19] Lo schiaffo

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Arturo Ligotti wrote: Il tuo racconto punta alle emozioni e ha una struttura circolare efficace, che trasforma un evento traumatico (l'incidente) in una "guarigione" del passato. L'idea della "voglia a forma di apostrofo" come segno di riconoscimento è un espediente già visto ma che funziona sempre per chiudere il cerchio del destino.
Il ritmo iniziale è buono, come l'attacco. Le sensazioni fisiche (stridore, tonfo, airbag) catapultano subito il lettore nell'azione senza preamboli inutili.
Il gioco di parole tra il nome "Donato" e il concetto di "donarlo alla vita" dà profondità al tema del sacrificio materno.
Riesci a far evolvere il personaggio di Donato: il contrasto tra la sua furia cieca iniziale e la successiva estrema gentilezza crea un arco narrativo interessante, rendendo credibile il fatto che Marisa cerchi in lui dei tratti familiari.
Grazie delle note positive. Mi permetto di fare notare di avere scritto che lo schiaffo era "più eloquente che forte" e solo le parole usate per inveire 
erano quelle di un ventitreenne immaturo, quasi padre e stravolto dalla preoccupazione per la moglie incinta. Non volevo certo rappresentare una "furia cieca". L'estrema gentilezza successiva volevo facesse da contrappeso all'ira, non appena Donato capisce l'errore fatto: si è dominato e sta chiedendo ancora perdono a tutti.
Arturo Ligotti wrote: D'altra parte la reazione di Marisa allo schiaffo e la successiva riconciliazione sono davvero troppo rapide. Un uomo che aggredisce fisicamente una sconosciuta per strada è una figura minacciosa. Il fatto che Anna lo giustifichi subito dicendo che è "sbalestrato per lo stress" e che Marisa passi dal trauma al bar a mangiare pasticcini con lui in pochi minuti toglie realismo e conduce lettori smaliziati verso l'abbandono del testo.almeno un'ora insieme a parlare.
Tu considera due donne che occupano un  tavolino al bar per una cioccolata calda, da sorbire lentamente, sorso dopo sorso. Quella che parla sempre ci metterà
anche più tempo, e il barista non troverebbe niente da dire se stessero mezz'ora sul posto.
L'ordine successivo dei pasticcini, perché Marisa ha ancora carenza di zuccheri dopo le rivelazioni, autorizza un'ipotesi di un'altra mezz'ora al bar.
Forse, la concitazione della narrazione ti ha indotto a pensare a pochi minuti, ma assolutamente non è così. Comunque, terrò presente questa tua impressione. 
Arturo Ligotti wrote: E ancora, Anna è un "personaggio-funzione" che  serve solo a dare informazioni a Marisa (e al lettore). Il fatto che in dieci minuti al bar racconti proprio che il marito è adottato, che i suoceri sono lontani e che cerca una "nonna" è un po' forzato. Forse troppo. Il solito lettore smaliziato...
Non sono dieci minuti, come già detto. Anna è logorroica, e le serve parlare di sé anche per superare la paura che s'è presa. In un'ora può toccare senza affannarsi tutti gli argomenti esposti, come qualcuno che abbia bisogno di scaricarsi fa, in treno, attaccando discorso con uno sconosciuto, e parlando senza pudore dei fatti suoi: succede.
Arturo Ligotti wrote: il finale è troppo perfetto, l'offerta di Marisa di fare da "nonna" è molto poetica ma avviene un istante dopo aver scoperto che quello è suo figlio. Nella realtà, una scoperta del genere dovrebbe scioccare una persona.
Il finale guadagnerebbe forza se rimanesse più sospeso. Marisa che accetta di restare in contatto, lasciando intendere che coltiverà il rapporto senza svelare subito il segreto, renderebbe il tutto più profondo e meno "da fiction strappalacrime".
Dici: dovrebbe scioccare una persona nella realtà? E, quindi, tu sottintendi che c'è un unico modo di reagire ad una situazione del genere? 
Non è consentito a una donna elaborare questo choc nel tempo di un'ora? Non può "risolvere" questo suo annoso conflitto interiore nel breve,
cogliendo al volo la sua "seconda occasione"? Si tratta anche di forza d'animo, di reazioni e reazioni. Non siamo tutti uguali. In nessun racconto, fila tutto quello che leggi dei personaggi, tu, io, gli altri ci comporteremmo diversamente ma perché dire: nella realtà non succede così? Come facciamo a sapere che non può esistere la reazione di Marisa?
In più, se avessi lasciato il finale sospeso, certo avrei tolto uno dei punti forza del racconto:
"L'hai trovata."

Ti sono comunque grata delle tue impressioni e considerazioni, che terrò presenti anche in caso di una mia revisione in merito. Grazie @Arturo Ligotti   :)

P.S.: anche quando passi per i commenti, ti consiglio di taggare l'interessato.  :si:
Di sabbia e catrame è la vita:
o scorre o si lega alle dita.


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Re: [Lab19] Lo schiaffo

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@Poeta Zaza ciao Mariangela. Anch'io sono inciampato molto nel leggere. Per molte cose mi accodo con le osservazioni fatte da Arturo. Sembra inverosimile la scena dell'incidente che finisce in quel modo. Forse manca di tensione e di drammaticità. Certo, come tu rispondi, ci sono persone che la chiudono in fretta e si scambiano pure scuse e numero di cell. Ma mi pare troppo forzata la cosa, ma conoscendoti, direi che è il taglio che hai dato al racconto quello che generalmente apprezzi: gentile e commediale. Quindi, non posso commentare negativamente questo racconto considerando il tuoi stile. 
Poeta Zaza wrote: Anna aveva sentito le ruote stridere sull'asfalto prima ancora di capire cosa stesse succedendo. Poi la giravolta, il tonfo sordo, l'airbag, il silenzio improvviso. Si era portata subito le mani sul ventre. Otto mesi: il suo bambino.
Poi, qualcuno l'aiuta a uscire dall'abitacolo: a due passi c'è un muretto e ce la fa accomodare.
Con la coda dell'occhio, vede l'altra auto coinvolta, con un'altra donna alla guida. Ancora là, le mani alle "dieci e dieci" sul volante, le nocche bianche. Un passante, che ha anche chiamato i vigili, ricostruisce la scena: una macchia d'olio, un'auto che slitta e invade l'altra carreggiata; scivolano entrambe testa e coda in derapage. Per fortuna, andavano piano entrambe e nessuno si fa male. Qualcuno le porta un po' d'acqua.
È la donna che ha fermato la sua auto nelle vicinanze per soccorrere la donna gravida: si chiama Marisa.
Secondo me, dato che la scena è immediata, questo aveva, mi stona.. Se vanno in derapata non potevano andare piano... penso anche a grandi ammaccature; però, sorvoliamo. Poi non capisco l'ultima frase. Marisa è una terza persona che si ferma e aiuta Anna. Messa così sembra che Marisa sia parte dell'incidente. Sarebbe bastato attaccare le due frasi : Qualcuno le porta un po' d'acqua: è la donna che ha fermato la sua auto nelle vicinanze per soccorrere la donna gravida: si chiama Marisa.

Poeta Zaza wrote: Intanto, Marisa torna al  momento dello schiaffo di Donato. Lui si è chinato dall'alto su di lei, e ha proteso la gola.
E lei ha visto la macchia, quella che aveva il suo bambino nello stesso punto: una voglia rossa a forma di apostrofo..
[font="Open Sans", "Segoe UI", Tahoma, sans-serif]E questo basterebbe per identificare il figlio abbandonato a un paio di ore dal parto? Neanche il minimo dubbio considerando la crescita, la pelle si modifica, l'apostrofo poteva diventare, che ne so, un punto interrogativo? Sarebbe stato più coerente riconoscerlo per i suoi lineamenti, il rapporto naturalistico che unisce madre e figlio. Secondo me, come madre, le sarebbe bastato guardarlo in faccia.. e ascoltare il suo cuore..[/font]
A parte queste piccolezze, gli inciampi iniziali, anche il tempo al presente non aiuta quando si parla di affetti. Ci vuole, sempre un tempo vicino al passato prossimo.. è un mio parere, certo. Per il resto, un racconto che vale, con un finale a sorpresa, secondo me! Ciao a presto.
Last edited by bestseller2020 on Tue Feb 03, 2026 7:22 pm, edited 1 time in total.
Viaggio sconsolato tra i ricordi dello Stato.
Tratti di pioggia sopra Auschwitz. Tra oblio e orgoglio.
Io malata in fuga.

Re: [Lab19] Lo schiaffo

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Hai  commenti  giustamente articolati, evito di ripetere il già rimarcato.
Trovo positivo lo spunto, la "naturalezza" dell'ambientazine iniziale, il relazionarsi delle figure femminili, l'impianto circolare. Da nonna mi riesce inoltre empatica la comparsa inaspettata di questa figura! 
Meno alcuni dialoghi (il rimprovero al marito, per es.) e la verosimiglianza di alcuni variazioni del comportamento, o come chiamarle, anche a mio parere  troppo subitanee (schiaffo e scuse del marito, riconoscimento istantaneo...).
Efficace e gradevole la scrittura, con qualche inciampo nella punteggiatura.
...si sappia che dei desideri alcuni sono naturali, altri vani: e, dei naturali, necessari gli uni, solo naturali gli altri (Epicuro)

Re: [Lab19] Lo schiaffo

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@sefora2  Grazie del passaggio :flower:
sefora2 wrote: Hai  commenti  giustamente articolati, evito di ripetere il già rimarcato.
Trovo positivo lo spunto, la "naturalezza" dell'ambientazine iniziale, il relazionarsi delle figure femminili, l'impianto circolare. Da nonna mi riesce inoltre empatica la comparsa inaspettata di questa figura! 
Meno alcuni dialoghi (il rimprovero al marito, per es.) e la verosimiglianza di alcuni variazioni del comportamento, o come chiamarle, anche a mio parere  troppo subitanee (schiaffo e scuse del marito, riconoscimento istantaneo...).
Efficace e gradevole la scrittura, con qualche inciampo nella punteggiatura.
Accetto anche l'inciampo nella punteggiatura (esagero con le virgole, lo so... )  :lapunteggiatura:
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