Finale: Una scelta felice, ragionò, mentre lasciava correre lo sguardo sugli oggetti che lo circondavano:
— Se solo il mondo sapesse la verità...
I giocattoli di Natale
Fausto Rinaldi doveva avere attorno ai quarant’anni. Era un tipo distinto, incravattato, avvolto in un lungo cappotto blu che sembrava fresco di sartoria. Aveva con sé un peluche ormai non riconducibile a un animale in particolare: accucciato a quattro zampe, aveva un manto sbiadito che un tempo doveva essere stato marrone e il naso all’insù. Mancava di entrambi gli occhi e un orecchio era completamente mozzato, tanto che dal foro usciva un po’ di imbottitura. Due minuscole corna si facevano largo sulla sua fronte: in ogni caso, quindi, un cucciolo.
— È una renna? — tirò a indovinare Natale.
— Era un cerbiatto, in realtà.
Lo colpì il verbo al passato. I suoi clienti, di solito, arrivavano con lo spirito opposto, con la convinzione che i loro giocattoli fossero ancora vivi, se così si poteva dire, e avessero solo bisogno di cure.
— Va bene. Ovviamente slitterà a gennaio. Al massimo il dieci è pronto. Se mi lascia il numero, la avviso io.
La bocca di Fausto Rinaldi si tese in una smorfia, la prima vera espressione da quando era entrato.
— Speravo fosse pronto per Natale.
Natale lanciò un’occhiata al calendario, anche se sapeva già che giorno era.
— Mancano dieci giorni. Devo ordinare i pezzi, e le consegne in questo periodo sono inaffidabili. Non le voglio fare promesse vuote.
— Lo capisco. È solo che sarebbe un regalo.
— Immagino che l’ex proprietario sarà contento lo stesso, e vi scuserà il ritardo.
— No, no. Il proprietario ero io. — Fausto guardò male il cerbiatto, come se in qualche modo fosse colpa sua. — Vorrei regalarlo a mio figlio. L’ho trovato sgomberando casa di mia madre, non pensavo neanche che fosse ancora lì.
Natale pensò al povero cerbiatto lasciato in uno scatolone chiuso per anni, a prendere polvere e freddo in qualche cantina o soffitta. Se era così importante, però, perché dimenticarsene?
— Facciamo che ci proviamo, a fare questo miracolo.
Sperava che almeno questo suscitasse un qualche tipo di reazione, ma Fausto si limitò a un sorriso tirato: — Grazie.
Natale tirò fuori l’agenda per annotarsi i suoi recapiti. — Come si chiama?
— Rinaldi. L’ho detto.
— Intendevo il cerbiatto.
Rinaldi, a disagio, si schiarì la voce. — A che le serve, scusi?
Natale sorrise. — Per chiamarlo.
Dallo sguardo si capiva che Rinaldi l’aveva definitivamente preso per matto, ma come si fa coi matti, lo assecondò. — Macchia.
— Macchia.
— Perché all’epoca aveva… delle macchie bianche. Quelle che hanno i cerbiatti. Insomma. Non sono mai stato bravo con i nomi.
— Suo figlio come si chiama?
— Daniele, ma quello l’ha scelto mia moglie.
Alcuni giocattoli iniziavano a parlare già da quando i padroni varcavano la soglia. Partecipavano attivamente alla conversazione: gli spiegavano dove avevano perso un arto o una scarpetta, per quanti anni erano stati stretti o amorevolmente mordicchiati per ritrovarsi così spelacchiati.
Altri erano più timidi: non fiatavano fin quando Natale non li appoggiava sul tavolo da lavoro per esaminarli e misurarli. Quando non era timidezza, era la convinzione di non poter essere sentiti. Ma bastava chiamarli per nome, un come stai, per animarli. Ri-animarli. Il suo negozio era il loro ospedale, e quella prima fase era un pronto soccorso, a volte una terapia intensiva.
Ci provò anche quella volta: — Ciao, Macchia. Benvenuto. Io mi chiamo Natale.
Ma non ricevette risposta.
Forse era un problema di udito. Lo girò e riprovò, parlando all’orecchio sano: — Benvenuto, Macchia. Io mi chiamo Natale.
Nessun segno di vita.
Niente di strano per una persona qualunque, che forse, a guardare la scena, avrebbe avuto dubbi solo sulla sanità mentale di Natale. Ma lui era abituato ai miracoli, quindi la questione lo preoccupava.
Forse in mezzo ai suoi simili la storia sarebbe stata diversa. Natale lo avvicinò alle mensole dove riposavano gli altri pazienti.
Linda, la bambola di porcellana a cui Natale aveva rifatto la messa in piega e a cui doveva ancora riparare vestiti e cappello, saltò in piedi incuriosita. — Ne è arrivato un altro?
— È messo male — commentò Peppe, un orsetto con le ferite e il timbro di voce di un vecchio veterano di guerra che era stato messo da parte, per il momento, perché i proprietari non avevano fretta.
— Non si capisce neanche cos’è — osservò Zimba, il cane di pezza chiamato così per la sfortunata zeppola infantile della proprietaria.
— È un cerbiatto. Potete non stargli così addosso? Uno alla volta.
Il silenzio sembrò aiutare: Macchia si sgranchì una zampetta, tirando fuori un sospiro di sollievo, ma ancora non parlava. Girò la testa da una parte all’altra, ma, essendo cieco, Natale dubitava vedesse qualcosa. Doveva avere una gran paura, a ritrovarsi in mezzo a voci completamente nuove, e al buio. Beh, almeno il buio, forse, gli era familiare.
La priorità, pensò Natale, era trovargli degli occhi. Solitamente si prendeva qualche giorno solo per fare ricerche: cercava giocattoli simili dell’epoca, approfondiva i materiali, e poi scriveva al suo fornitore di fiducia, un commerciante di stoffe appassionato di vintage tramite cui, per altro, si era fatto fare lui stesso delle camicie non da poco.
Ma il tempo stringeva, e qualcosa da parte ce l’aveva sempre, vuoi per le emergenze, vuoi perché a volte il pezzo giusto lo trovava per caso, in un mercatino o persino per strada. Poi lo metteva in un cassetto apposito, in attesa del momento adatto. Lo aprì, e constatò per l’ennesima volta che gli servivano urgentemente delle scatoline, dei divisori, qualunque cosa potesse arginare il ruzzolare di vetrini e bottoni e gli svolazzi di toppe e scampoli.
Se pensava agli occhi di un cerbiatto, gli venivano in mente due grandi pozzi scuri. Frugando frugando, lo attirarono due gocce di plastica nere, gemelle, che si adattavano bene alle orbite vuote di Macchia.
Prese ago e filo e si diede.
Alla fine dell’operazione, Macchia riuscì a dire la sua prima parola: un grazie che era poco più che un sussurro. Anche alle domande dei suoi nuovi coinquilini impiccioni rispondeva a fatica
— Da quanto tempo era che non vedevi delle persone?
— Tanto.
— Dov’eri finito?
— Soffitta.
— Quand’è stata l’ultima volta che hai giocato con il tuo padrone?
A quello non rispose.
Come d’abitudine, Natale aggiornò il padrone in questione, tramite foto, a ogni progresso. Gli sembrava che la guarigione del piccolo Macchia si stesse estendendo anche a Fausto, che da lasciargli un misero pollice all’insù arrivò a mandargli un vocale di ringraziamento:
— È proprio come me lo ricordavo! Ma come ha fatto?
— Me l’ha detto lui — rispose Natale. Era vero: a parte gli occhi, Macchia aveva scelto il il manto nuovo, l’aveva istruito su dove piazzare le macchie, e l’aveva fermato quando l’imbottitura l’aveva riempito a sufficienza. Perfino l’orecchio nuovo era stato piegato appositamente come un tempo.
Non era sempre così. Spesso capitava che i giocattoli, specialmente quelli più danneggiati, prendessero una forma tutta nuova, cambiassero completamente pelle e sguardo. All’inizio della sua carriera, Natale esitava. Aveva paura che ad un certo punto, all’ennesima aggiunta o sostituzione, non sarebbero più stati loro. Quando, si chiedeva, un giocattolo diventava l’individuo che era, e quando cessava di esserlo? Lui non l’aveva ancora scoperto. Quelli che aveva riparato finora, per quanto diversi fuori, dentro uscivano come erano entrati. Più felici, certo.
Lavorò la mattina della vigilia per Macchia, per Fausto e Daniele, anche se non lo faceva mai: perché era il suo giorno preferito in assoluto, e anche perché, come gli piaceva dire agli amici, lui Babbo Natale lo faceva tutto l’anno. Qualcosa l’aveva colpito in quella storia, e Macchia gli aveva stretto il cuore quando aveva cominciato a confidarsi, e gli aveva raccontato del freddo, del buio, della rassegnazione. Di quanto gli era mancato Fausto, ma anche di quanto fosse felice di incontrare Daniele, di avere finalmente una ragione di esistere.
Quando Rinaldi lo venne a ritirare aveva un maglione rosso. I suoi capelli, che l’ultima volta teneva accuratamente pettinati all’indietro, adesso erano leggermente scompigliati.
— Anche lui è come lo ricordavo! — esclamò Macchia, mentre passava dalle mani di Natale a quelle di Fausto.
— Grazie per quello che fa — disse Fausto, le guance arrossite dal freddo o dall’emozione, la voce che si incrinava. — E grazie per aver lavorato anche a Natale.
— Grazie a voi per aver dato una seconda possibilità a Macchia.
La campanella sopra la porta tintinnò mentre i due uscivano, e Natale prese le sue cose, pronto per festeggiare anche lui.
— Auguri, belli — annunciò prima di chiudersi la porta alle spalle.
— Auguri! Auguri! — risposero tutti.
Magari avrebbero festeggiato, a modo loro: adesso che erano con lui erano in condizione da parlare, camminare, persino di ballare, se volevano. Per questo aveva scelto questo lavoro, ancora prima di scoprire quanto era davvero importante.
Una scelta felice, ragionò, mentre lasciava correre lo sguardo sugli oggetti che lo circondavano:
— Se solo il mondo sapesse la verità...