Padre Jacob Schaul passò in rassegna con lo sguardo le poltrone che aveva steso di fronte all’organo. L’indomani erano previste le prove del coro degli anziani, che avrebbe eseguito gli inni per la messa solenne della domenica.
L’ora nona
Padre Jacob Schaul passò in rassegna con lo sguardo le poltrone che aveva steso di fronte all’organo. L’indomani erano previste le prove del coro degli anziani, che avrebbe eseguito gli inni per la messa solenne della domenica. Le aveva fatte allineare con cura, come se l’ordine potesse arrestare la fatica dell’anima che sentiva crescere dentro di sé, un peso oscuro che gli gravava dentro, che non trovava parole né preghiera.
La chiesa era fredda e silenziosa. Il presepio allestito con cura in un angolo accendeva e spegneva le sue luci. Solo l’odore dell’incenso rimasto dalla funzione del mattino aleggiava ancora nell’aria, mescolandosi a quello della cera consumata. Un profumo di sacrificio che gli ricordava i tempi in cui pregava con fervore, quando la preghiera lo portava a sentire la presenza viva di Dio nel profondo del cuore. Ora, invece, quell’odore gli sembrava un’eco lontana, come se Dio fosse un’ospite che non si affacciava più nella sua anima.
Si fermò un istante, appoggiando la mano allo schienale di una poltrona. Poltrone simili gli tornarono in mente, tanto tempo fa, da bambino, quando con la sua classe era andato al cinema del suo paese poco prima delle vacanze di Natale. Immagini chiare, consolanti e semplici. Com’erano lontane allora, le questioni dell’anima… Si guardò intorno nella penombra; c’era poca gente. Per un attimo si concesse di pensare con sollievo che nessuno poteva leggere la sua anima. Ma se non gli uomini…
Il suo sguardo si posò sul grande crocifisso laterale, talmente vivo che gli dava l’impressione di sentire l’odore del sangue.
Chinò appena la testa, come a dire, quasi a bisbigliare: “Lo so, lo so”.
Era come se quelle parole non fossero rivolte agli uomini, ma a quel Dio che gli avevano insegnato a pregare e che ora, nella desolazione, nel deserto della sua anima, gli sembrava assente. Gli vennero in mente gli Esercizi Spirituali… oscurità dell’anima, turbamento interno, inclinazioni alle cose basse e terrene, inquietudine di varie agitazioni e tentazioni, mancanza di fede, mancanza di amore… mancanza… Si sentiva separato dal suo Creatore e Signore.
Raccolse il messale, spense alcune luci, diede disposizioni al sagrestano. Mancava ancora qualche ora alla messa di mezzanotte. Uscì dalla chiesa richiudendo lentamente il portone, come se temesse che il legno potesse gemere. L’aria notturna lo colpì al volto: era fredda, umida, carica dell’odore della terra invernale. Il cielo, basso e senza stelle, incombeva come una lastra scura. Le poche luci del paese tremolavano lontane. Ogni passo verso la canonica gli pesava più del precedente; la sensazione del vuoto e della solitudine che sapeva vi avrebbe trovato. Come sempre. Attraversava il suo deserto dell’anima, le mani affondate nel cappotto. Il rumore dei suoi passi sul selciato gli sembrava eccessivo, quasi indegno di quel silenzio. Pensò alla messa di mezzanotte, alle parole che avrebbe pronunciato tra poche ore, alla predica, uguale a quella dell’anno scorso, tanto non se ne sarebbe accorto nessuno. Mistero della fede. Le ripeté mentalmente, senza sentire nulla. Sentì un piccolo botto, seguito dalla risata di una ragazza in compagnia di amici, mentre camminavano nella via. Dalla sua parte solo silenzio.
Il buio si fece totale.
Un odore acre gli riempì le narici, improvviso, violento. Non era più l’umidità della sera, né l’incenso. Era ferro selvaggio, sudore, sangue acre, rappreso. Il terreno sotto i suoi piedi non era più freddo e liscio, ma ruvido, polveroso, irregolare. Inciampò, cercò appoggio, non trovò il muro della canonica, ma un’aria densa, opprimente, infinita, che vibrava di urla lontane.
Alzò lo sguardo.
Il cielo era di piombo, schiacciato sulla terra, gli toglieva il respiro. Una luce smorzata, malata, filtrava da nuvole immobili. L’aria tremava di lamenti, di colpi sordi, di comandi urlati in una lingua aspra. Padre Jacob tentò di parlare, di chiamare, ma la gola gli si chiuse. Il cuore gli martellava con dolore sul petto e sulle tempie.
Si rese conto di essere sdraiato, qualcuno gli tirava le braccia all’indietro a forza. Mani ruvide lo afferravano senza cura, senza odio, senza pietà. Era un lavoro da sbrigare. Sentì delle corde stringergli le braccia, segare la pelle. In preda al terrore gridò, o credette di gridare, mentre il corpo veniva trascinato, sollevato, appoggiato a un legno grezzo che odorava di resina e di morte.
Il colpo del martello esplose nel mondo.
Il dolore gli attraversò la mano come un fuoco bianco, incandescente, facendogli scoppiare il cervello. Poi un altro colpo, l’altra mano. I piedi. Ogni colpo era un abisso di dolore che si apriva. Il corpo si ribellava, si tendeva, cercava scampo. Non ne aveva. Il respiro divenne corto, spezzato. Il peso del corpo tirava sulle ferite, ogni respiro era una lotta.
Quando lo issarono in alto riuscì a sollevare lo sguardo.
Lo vide.
Non era lontano da Lui. Un altro corpo inchiodato, piegato dal dolore, immobile. Il volto segnato, il capo reclinato. Non parlava. Non si dibatteva. Guardava.
Alla sua sinistra, un altro crocifisso si contorceva. Urlava. Bestemmiava. Si agitava come una bestia ferita, sputava e digrignava odio contro il cielo e contro gli uomini. La sua voce era roca, disperata, colma di rabbia. Padre Jacob non riusciva a distogliere lo sguardo da quella furia inutile.
Poi il volto dell’Uomo silenzioso si alzò, gli occhi si mossero.
Si posarono su di lui.
In quello sguardo Jacob sentì tutto: il dolore, sì, ma anche qualcosa di più profondo, più insostenibile, assurdo. Una pietà infinita, che non giudicava e non chiedeva nulla. Un amore, una comprensione totale. Fu come essere visto per la prima volta. Fino all’ultimo angolo dell’anima. La consapevolezza che quell’Uomo era carne della sua carne lo trafisse più dei chiodi conficcati nelle mani.
Gridò. Capì chi era, e capì chi era lui: non un sacerdote, non un uomo giusto, ma un ladro di fede, un mendicante di senso. Le parole gli si accalcarono dentro, ma non uscivano. La paura, il dolore, lo schiacciavano. Eppure, in quel silenzio doloroso, il suo cuore parlò.
Ho capito. Ti ho riconosciuto. Perdonami! Sia fatta la Tua volontà.
Non sapeva se quelle parole fossero state pensate o pronunciate. Sapeva solo che per la prima volta in vita sua aveva detto parole vere, nella quali credeva.
Vide muoversi delle figure ai piedi delle croci. Soldati. Ombre armate che luccicavano a tratti, i volti duri, svuotati, come scolpiti dalla stessa tenebra che sembrava salire dalla terra. Lo guardarono senza curiosità, senza crudeltà. Faceva male: era indifferenza. L’aria attorno a loro era pesante, soffocante, come se quel luogo fosse al confine di qualcosa di definitivo, irreversibile.
Il dolore si fece più intenso, lancinante. Poi improvvisamente si allontanò.
Un tonfo sordo. Freddo sotto la guancia.
Silenzio.
Padre Jacob aprì gli occhi ansimando. Era disteso sul pavimento della canonica. La lampada accesa proiettava una luce tremolante sulle pareti. Il cuore batteva disordinato, gli faceva male, il corpo madido di sudore. Cercò di sollevarsi, gemendo.
Guardò le mani. Per un istante vide le ferite, rosse, aperte, sanguinolente. Poi svanirono, come neve al sole. Restava il dolore, profondo, ma sopportabile, come un’eco che non voleva tacere. Si toccò i piedi. Nulla, eppure sentiva ancora il peso, la trazione, il legno al quale era stato inchiodato.
Rimase a lungo così, sul pavimento, respirando.
Quando si alzò, tutto gli parve diverso. Non più luminoso, nemmeno più facile, ma vero. Il silenzio non era più vuoto. Era carico. E per la prima volta dopo tanto tempo, non ebbe bisogno di cercare parole.
Si avvicinò alla sua scrivania. C’erano gli appunti della predica dell’anno scorso, li stracciò. Sapeva cosa avrebbe detto alla messa di mezzanotte.