[Lab 20] Sulle strade del tempo

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Alice era uscita tardi dal ristorante e aveva attraversato il centro storico a piedi. La macchina, parcheggiata lontano, la costringeva ora ad addentrarsi nelle prime vie della periferia. Mentre le oltrepassava non si guardò nemmeno attorno, verso gli altri marciapiedi. Così non si accorse di quei due ragazzi, fino a quando non la superarono sfrecciando sul loro monopattino. Quello davanti guardò la strada e rallentò. Quello dietro, invece, si girò più volte verso di lei. Ma ora Alice non poteva più cambiare strada. Avrebbe dovuto notare prima anche la macchina che stava ferma in fondo alla via, con il motore al minimo.
“Dammi tutto quanto: soldi, cellulare, anelli. E non fiatare.” Uno dei due, venendole incontro, le puntò addosso la canna di una pistola. L’altro, il palo, si guardava attorno, attento. Lei ubbidì nel silenzio irreale della via deserta.
“La borsa. Dammi anche quella,” aggiunse l’uomo. Visto che lei continuava a frugarci dentro, lui la guardò perplesso. Nel panico, ciò che sfiorava nella borsa finiva a terra, nel buio. Se solo quella sera non avesse deciso di rinunciare all’invito di Irene, non si sarebbe trovata in quella situazione. 

La mattina presto si alzò in preda all’agitazione. L’odore frollato del vassoio di carne nel frigo le fece ribaltare lo stomaco. Si portò la mano alla bocca, soffocando un conato di vomito e sbattendo lo sportello. Come si può solo pensare di mangiare qualcosa del genere? In mano le era rimasto il cartone del latte: lo appoggiò sul tavolo e decise di ignorare la nausea. Si concentrò invece sul rumore del caffè che saliva nella moka e ingoiò in fretta i biscotti. I suoi pensieri vagavano già fuori da lì. Sul frigo lesse sovrappensiero la scritta sulla lavagna magnetica: chiamare Irene.
Già, Irene. Doveva uscire proprio con lei quella sera. Afferrò il cellulare e inserì veloce il promemoria di chiamarla dopo. Se l'avesse fatto ora non avrebbe risposto: di sicuro stava ancora dormendo. Chissà dov’era andata la sera prima.
Non avevano proprio nulla in comune. Per prima cosa Alice era etero, mentre Irene era lesbica. E ancora lei era introversa, mentre la sua amica era l’opposto: sempre alla ricerca della donna giusta, chiariva, ma non portava mai quelle storie fino in fondo. Diceva che nessuna aveva quel qualcosa di speciale e quindi doveva sempre conoscere persone nuove. Forse in questo erano simili: entrambe cercavano una persona perfetta che non avrebbero mai trovato. Però essere amiche da una vita le aiutava a fingere di non essere sole. Eppure il tempo era passato. Alcuni dei loro vecchi amici e amiche non si facevano più sentire: avevano preso altre direzioni. Solo loro due continuavano a comportarsi come se nulla fosse mai cambiato. O forse quello che stavano cercando in realtà era una persona che le aiutasse a cambiare? Non è così, Alice? Quella vocina nella sua testa cominciava a essere fastidiosa.
All’improvviso decise di non aspettare a chiamarla, ma di mandare subito un messaggio: alla peggio l’avrebbe letto appena si fosse svegliata.
Stasera a che ora ci vediamo e dove?
Era già sulla porta di casa, pronta e vestita per uscire, quando il cellulare suonò.
In centro, ti porto in un posto nuovo. Cucina vegetariana! Ti faccio pure conoscere Ilaria. Dovrebbe portare qualcuno per te, così non rimani sola ;-P
Alice roteò gli occhi esasperata, pigiando sullo schermo:
Sono stufa di fare il terzo incomodo!
I tre pallini rimbalzarono per un tempo infinito.
Vedrai, questa volta me lo sento: è unə speciale. Dopo ti mando l’ora e il posto.
Alice tentennò. Poi decise che, tutto sommato, quello sarebbe stato il giorno giusto per iniziare a non mangiare più carne.
Ok, vengo. 

Quella sera non avrebbe dovuto uscire da sola. Il ladro la stava sorvegliando nel buio, mentre lei si sfilava l’orologio. All’improvviso il palo sobbalzò allarmato. Sentirono il rumore di passi da una stradina laterale. L’uomo più vicino allora le afferrò la borsa con forza e la strattonò. Sentirono appena il fischio delle gomme che ripartivano in fondo alla strada. Alice cercò di rimanere in equilibrio, ma cadde a terra.
Rimbalzò sulla schiena e tutto le si fece nero. Non aveva battuto la testa, almeno. Rimase immobile: la pavimentazione fredda là sotto era quasi un sollievo per il dolore. Aveva paura ad aprire gli occhi.
“Mi sente? Si è fatta male? Chiamo l’ambulanza?” le chiese una voce sconosciuta lì accanto.
Alice strinse gli occhi, fino a vedere lampi di luce sotto le palpebre. Poi prese coraggio e li aprì. 
Chino su di lei, nel buio, c’era un uomo; poco più indietro qualcun altro stava parlando al telefonino.
“Sì, mi sembra cosciente, credo di sì,” spiegava ai soccorsi.
“Sto bene, non mi sono rotta niente,” obiettò lei, rivolta alla voce.
“Ce la fai ad alzarti?” le chiese.
“Mi aiuti?”
La sostenne, mettendola seduta. Poi, agganciandola sotto le ascelle, la rimise in piedi. Lei si raddrizzò del tutto, ancora dolorante e, alla luce fioca dei lampioni sul marciapiede opposto, si trovò a guardarlo negli occhi. Lui la stava fissando preoccupato. Alice scordò il dolore.
“Piacere, mi chiamo Giacomo,” le disse. “Ho visto che hai fatto proprio una brutta caduta.” Sembrava sinceramente preoccupato.
Lei sorrise intimorita, ma non gli rispose. Per un istante si vide davanti a quell’uomo, nella sala d’attesa ben illuminata di un pronto soccorso. Si irrigidì, stupita. Non poteva essere: non lo aveva mai visto prima.
“Posso almeno accompagnarti a casa?” le chiese l’uomo, a bruciapelo.

Alla fine aveva dato retta a Irene. Lei le aveva mandato posto e ora dell’incontro: un ristorante in pieno centro. Uno di quei posti aperti da poco e già molto alla moda. L’amica di Irene — Alice non si ricordava nemmeno più il suo nome — era addirittura vegana: come il ristorante. Il suo amico, invece, aveva dato buca e Alice si era trovata a reggere il moccolo, come al solito. E poi avrebbe dovuto fingere di essere vegetariana. Dopo però, quando fosse rientrata a casa, avrebbe telefonato a Irene e si sarebbe fatta raccontare per filo e per segno com’era andata.
Almeno il ristorante non era stato per niente male. Alice decise che avrebbe buttato via non solo il vassoio andato a male, ma anche tutto il resto della carne che aveva in frigo. D’altra parte l’aveva sempre mangiata solo per dare retta a sua madre, fin da piccola. Mica avrebbe voluto che le mancassero le vitamine? Ma sua madre ormai era morta da anni e non si sarebbe più potuta offendere se Alice avesse deciso con la propria testa.
Accelerò il passo: si era persa in quei pensieri, mentre là davanti Irene e la sua amica la stavano seminando, camminando a passo spedito e parlottando fitte fitte, sulla via del ritorno.
Le osservò ridere con una stretta di solitudine e di gelosia. 
Per questo nessuna di loro notò l’uomo con il coltello, quando sbarrò loro la strada. Urlava frasi sconnesse, mentre mimava dei fendenti nell’aria. Irene e l’altra arretrarono subito e Alice se lo ritrovò che le alitava sulla faccia. Sentì solo la lama fredda graffiarle il braccio, mentre l’uomo l’assaliva. Le altre due erano rimaste impietrite.
All’improvviso passi pesanti di corsa e altre urla. Minacce. Il rumore concitato di un inseguimento nel buio. L’assalitore che scappava. Seguì il silenzio.
Fu allora che Alice sentì il sangue che scorreva bagnato sul braccio, a fiotti. Svenne.
Quando si svegliò, ben distesa su una barella, era in un freddo corridoio d’ospedale. Qualcuno le aveva infagottato il braccio in una medicazione. Pulsava tutto. 
Un infermiere le si avvicinò. “È solo un graffio,” la rassicurò, aiutandola a rialzarsi, “nulla di grave.”
Le spiegò come medicarsi la ferita e poi le mise tra le mani le dimissioni, indicandole la porta più vicina. Lei l’attraversò da sola, con il foglio spiegazzato. Era ancora frastornata.
Nella sala d’attesa Irene e la sua nuova amica la aspettavano, mano nella mano. Che tenere. Avevano le espressioni sconvolte di chi si sente in colpa e ad Alice venne naturale sorridere. Ma un movimento sbagliato le trasformò il sorriso in una fitta di dolore. Esibì loro una smorfia.
“Stai bene?” le chiese Irene, gli occhi cerchiati che si spalancavano per il rimorso.
Alice annuì.
L’amica di Irene si alzò e si avvicinò timorosa. Dietro di lei venne avanti un uomo che Alice non aveva mai visto prima.
“Piacere,” fece lui, “Giacomo: l’amico che vi ha dato buca stasera. Per fortuna avevo deciso di raggiungervi subito dopo cena. È stato un caso che sia arrivato quando siete state aggredite. Almeno ho fatto scappare quel delinquente.” Le sorrise, ma non le porse la mano.
Alice lo guardò negli occhi e provò una fitta improvvisa alla schiena. Sentì come se lui l’avesse sorretta, per aiutarla ad alzarsi. Allora lo fissò per un istante di troppo: lui se ne accorse, ma non abbassò gli occhi. Eppure era certa di non averlo mai visto prima e per qualche strano motivo ora la ferita le faceva meno male. 

Quando Alice rientrò in casa le stanze le erano estranee. Diverse da come le aveva abitate prima d’ora. Era strano passare anni interi senza un solo cambiamento e poi, nell’arco di una sola notte, sentire quel pavimento scambiarsi con il soffitto. Faceva girare la testa. Appoggiò sul comodino il foglietto con il numero di cellulare di Giacomo. Prima lui aveva insistito per accompagnarla dai carabinieri a fare denuncia e dopo l’aveva portata a casa facendosi promettere che si sarebbero sentiti l’indomani. Non l’aveva mollata un attimo, ma Alice l’aveva lasciato fare. Mentre stiracchiava i piedi fuori dal bordo del materasso, li sentì sfiorare tempi e luoghi differenti. 
Allora li sistemò sotto le coperte e si addormentò.
E sognò se stessa, mentre cercava di prendere sonno senza riuscirci. Sul comodino non c’era più il foglietto con il numero di telefono di Giacomo. Non l’aveva invece segnato, in cima, sulla rubrica del cellulare? Si rigirava nel letto e lasciava fluire i propri pensieri, lisci come ciottoli di fiume, in una corrente che non lasciava tracce, ma premeva in avanti. Il corpo si abbandonò in quel tempo quasi imperfetto.
When people talk, listen completely. Most people never listen. - E. Hemingway

Re: [Lab 20] Sulle strade del tempo

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Ciao @Strikeiron,
il tuo racconto ha una forte atmosfera evocativa e un centro narrativo più sfuggente. 
Il personaggio di Alice mi è piaciuto nella sua quotidianità: appare credibile e sfaccettato. Il suo sentirsi ferma mentre il resto del mondo va avanti è reso con una voce autentica.
Secondo me il punto forte del racconto non è tanto la trama quanto la capacità di raccontare una vita in equilibrio precario prima del cambiamento. Il tempo sembra immobile, quasi cristallizzato, per poi rimettersi in movimento insieme al destino.
Se ho interpretato correttamente il testo, un po' come in Sliding Doors, vengono mostrate due possibilità alternative. La prima, quella della rapina, sarebbe una realtà che non si realizza, ma che lascia in Alice una sorta di eco, di déjàvu. 
Grazie a questo continua a percepire Giacomo prima ancora di incontrarlo e, quando finalmente lo vede, il lettore avverte la sensazione che quell'incontro fosse in qualche modo destinato ad avvenire.

Ti faccio una domanda sulla carne, perché mi ha incuriosita. Dal punto di vista della trama, togliendola non sembra cambiare molto. La sua funzione è quella di rappresentare simbolicamente l'evoluzione di Alice? Il passaggio da un'abitudine ereditata dalla madre e da un certo retaggio culturale a una scelta più personale e consapevole?

Mi sono piaciute molto anche alcune immagini, come il pavimento che sembra scambiarsi con il soffitto oppure i pensieri "lisci come ciottoli di fiume". Sono passaggi che contribuiscono a creare quell'atmosfera sospesa che attraversa tutto il racconto.

Re: [Lab 20] Sulle strade del tempo

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@Didalinda ti ringrazio prima di tutto per le osservazioni e per le impressioni.
Ti rispondo: la carne è un elemento perturbativo nella routine. Un piccolo elemento che sfasa fra le due differenti versioni degli eventi. Ma allo stesso tempo è un pretesto per collegare il particolare del vassoio andato a male nel frigo, con il condizionamento educativo avuto dalla madre. Quella capacità finalmente di scegliere e/o comunque di cambiare idea e, in accordo con questo, vivere una biforcazione diversa.
Nel testo ho cercato anche altri elementi (come la carne) per contaminare le due linee temporali, di modo da dare l'idea che in un unico racconto gli elementi si intrecciano e si ripresentano in permutazioni differenti.
In effetti hai capito bene, è una specie di sliding doors, dove antefatto, flashback etc si sviluppano e si intrecciano in due differenti versioni della realtà: in una Alice esce con Irene, nell'altra esce da sola. Il finale fa convergere gli eventi nello scorrere del tempo.
Quando ho letto il tema di Poldo sul tempo e sul suo scorrere ho pensato subito all'impressione sospesa del tempo che sembra non passare mai e agli eventi che invece lavorano sotto alla nostra percezione della realtà. Sono le mille piccole coincidenze che ci portano verso il nostro destino. Non nel senso che sia immodificabile, ma nel senso che l'immobilismo è solo una suggestione: tutto attorno e dentro di noi cambia, che noi lo vogliamo o meno (e di qui il tema del tempo e delle cose che cambiano). Sono contento che questa atmosfera di sospensione sia passata nel filtro dello scritto.
Grazie! A rileggersi!
When people talk, listen completely. Most people never listen. - E. Hemingway

Re: [Lab 20] Sulle strade del tempo

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ciao @Strikeiron

Caro Strike, sarò diretto e sincero sin dalle prime righe, perché penso che tra amici la franchezza sia il miglior atto di stima possibile: durante la lettura del tuo racconto mi sono perso, e ho provato una forte sensazione di confusione.
Ti sei lanciato in un’impresa narrativa basata su un impianto a bivi temporali simultanei — una sorta di Sliding Doors — ma devo dirti che, a mio avviso, questa si è rivelata una scelta infelice. L’idea di mostrare come una singola decisione (accettare o meno l’invito di Irene) crei due realtà parallele che portano comunque Alice a incontrare Giacomo è affascinante sulla carta, ma nella pratica ha finito per soffocare la storia. Come lettore mi sono sentito continuamente scagliato da una periferia buia a una mattina in cucina, da un ristorante a un'aggressione, senza mai capire se fossi dentro un flashback, un sogno o un universo parallelo. Quando la struttura diventa un caos che richiede uno sforzo di decifrazione continuo, il patto narrativo si rompe.
La verità è che hai cercato di applicare alla pagina scritta un meccanismo che appartiene intrinsecamente al mezzo cinematografico o televisivo, e che in letteratura funziona raramente se compresso in uno spazio così breve. Al cinema l'effetto sdoppiamento è immediato, naturale e quasi indolore per lo spettatore: al regista basta un cambio di luci, un taglio di capelli diverso o una tonalità cromatica della pellicola per far capire in un millisecondo dove ci troviamo. La televisione ha il superpotere dell'immagine. La letteratura no. Sulla pagina scritta abbiamo solo le parole, e costringere il lettore a un esercizio filologico per ricostruire i pezzi di un puzzle senza bordi chiari toglie ogni piacere alla lettura.
A questo punto mi pongo una domanda radicale: tutta questa impalcatura è stata davvero utile alla storia? Secondo me no. E la prova lampante di questa fragilità sta proprio nel modo in cui hai gestito le due aggressioni, dove la logica e la geometria spaziale purtroppo fanno acqua da tutte le parti.
Guarda cosa succede: nella prima realtà siamo in una periferia deserta, i ladri arrivano su un monopattino elettrico, rapinano Alice e poi scrivi che si sente “il fischio delle gomme che ripartivano”. Ma le gomme di cosa? Del monopattino? Avevi accennato a un'auto in fondo alla via, ma il legame non si capisce e l'azione si ingorga. Nella seconda realtà, invece, siamo in pieno centro storico, in una via affollata e alla moda, e spunta un folle solitario con un coltello che urla e ferisce Alice mentre le amiche restano impietrite e nessuno interviene, se non il solito Giacomo che – guarda caso – passava di lì a piedi proprio in quel secondo esatto.
Vedi dove sta l'errore di fondo? In un gioco di specchi paralleli, la matrice dell'evento dovrebbe essere la stessa. Cambiando radicalmente lo scenario (periferia vs centro), le armi (pistola vs coltello) e la tipologia di criminali (rapinatori lucidi vs pazzo scatenato), non stai più mostrando le conseguenze di un bivio del destino. Stai semplicemente usando l'aggressione come un "espediente shock" forzato, quasi un trucco da fotoromanzo, solo per far fare a Giacomo la figura dell'eroe e costringerlo a conoscere Alice. Ma la fretta di unire i due personaggi ti ha fatto perdere il controllo della verosimiglianza e della coerenza interna delle due scene.
Per raccontare come le scelte influenzino la vita di Alice, la letteratura possiede già un arsenale di strumenti infinitamente più adatti alla parola rispetto alla simultaneità degli universi paralleli: pensa alla forza di un rimpianto accennato, a un flusso di pensieri, a un flashforward gestito come presentimento o persino a un sogno premonitore.
Il materiale buono c'era: alcune immagini — come l’odore frollato della carne nel frigo o la bellissima riflessione finale sulla corrente del tempo che preme in avanti — dimostrano la tua sensibilità. Ma se deciderai per testardaggine di mantenere questo impianto così visivo e "televisivo", avrai bisogno di governare la struttura con una precisione chirurgica. Se vuoi approfondire e fare una ricerca su come gestire la narrazione a bivi nella scrittura, ti consiglio di andare a studiare e applicare tre concetti cardine della tecnica narrativa:
  • I dettagli-faro (o simmetrie visive e oggettuali): È la tecnica che permette di utilizzare oggetti-simbolo o elementi sensoriali ricorrenti per differenziare i due mondi. Se sullo schermo si usano i colori, sulla pagina scritta servono dettagli gemelli (un orologio che in una realtà viene rubato e nell'altra si ferma, o condizioni meteo speculari) per fungere da coordinate geografiche ed emotive per chi legge.
  • Il punto di sdoppiamento (o punto di divergenza): È lo snodo strutturale esatto in cui la trama si biforca (l'equivalente letterario del treno che chiude le porte in Sliding Doors). Questa tecnica richiede che il momento del bivio sia chiaramente identificato e che la struttura grafica o testuale metta il lettore nella condizione di capire dove finisce una linea e dove comincia l'altra, eliminando l'effetto nebbia.
  • La logica dei nodi narrativi (o coerenza dei punti di contatto): Quando due linee parallele si incrociano nuovamente nello stesso punto (come l'incontro con Giacomo), la logica degli eventi deve tenere in entrambi gli universi. Questa tecnica studia come giustificare la presenza di un personaggio in due contesti diversi senza creare forzature o incongruenze (come Giacomo che spunta dal nulla sia in periferia che in centro) che spezzino la sospensione dell'incredulità.
Hai un'ottima penna e sai creare atmosfera, Strike, ma il mio consiglio è di non farti intrappolare dalle gabbie strutturali che non puoi controllare. Libera i personaggi, ripulisci le scene madri e dai loro il giusto percorso narrativo. Ciao
DISVANGELO: Il Regno Dei Cieli è Già Tra Voi
Viaggio sconsolato tra i ricordi dello Stato.
Io malata in fuga.

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