Alice era uscita tardi dal ristorante e aveva attraversato il centro storico a piedi. La macchina, parcheggiata lontano, la costringeva ora ad addentrarsi nelle prime vie della periferia. Mentre le oltrepassava non si guardò nemmeno attorno, verso gli altri marciapiedi. Così non si accorse di quei due ragazzi, fino a quando non la superarono sfrecciando sul loro monopattino. Quello davanti guardò la strada e rallentò. Quello dietro, invece, si girò più volte verso di lei. Ma ora Alice non poteva più cambiare strada. Avrebbe dovuto notare prima anche la macchina che stava ferma in fondo alla via, con il motore al minimo.
“Dammi tutto quanto: soldi, cellulare, anelli. E non fiatare.” Uno dei due, venendole incontro, le puntò addosso la canna di una pistola. L’altro, il palo, si guardava attorno, attento. Lei ubbidì nel silenzio irreale della via deserta.
“La borsa. Dammi anche quella,” aggiunse l’uomo. Visto che lei continuava a frugarci dentro, lui la guardò perplesso. Nel panico, ciò che sfiorava nella borsa finiva a terra, nel buio. Se solo quella sera non avesse deciso di rinunciare all’invito di Irene, non si sarebbe trovata in quella situazione.
La mattina presto si alzò in preda all’agitazione. L’odore frollato del vassoio di carne nel frigo le fece ribaltare lo stomaco. Si portò la mano alla bocca, soffocando un conato di vomito e sbattendo lo sportello. Come si può solo pensare di mangiare qualcosa del genere? In mano le era rimasto il cartone del latte: lo appoggiò sul tavolo e decise di ignorare la nausea. Si concentrò invece sul rumore del caffè che saliva nella moka e ingoiò in fretta i biscotti. I suoi pensieri vagavano già fuori da lì. Sul frigo lesse sovrappensiero la scritta sulla lavagna magnetica: chiamare Irene.
Già, Irene. Doveva uscire proprio con lei quella sera. Afferrò il cellulare e inserì veloce il promemoria di chiamarla dopo. Se l'avesse fatto ora non avrebbe risposto: di sicuro stava ancora dormendo. Chissà dov’era andata la sera prima.
Non avevano proprio nulla in comune. Per prima cosa Alice era etero, mentre Irene era lesbica. E ancora lei era introversa, mentre la sua amica era l’opposto: sempre alla ricerca della donna giusta, chiariva, ma non portava mai quelle storie fino in fondo. Diceva che nessuna aveva quel qualcosa di speciale e quindi doveva sempre conoscere persone nuove. Forse in questo erano simili: entrambe cercavano una persona perfetta che non avrebbero mai trovato. Però essere amiche da una vita le aiutava a fingere di non essere sole. Eppure il tempo era passato. Alcuni dei loro vecchi amici e amiche non si facevano più sentire: avevano preso altre direzioni. Solo loro due continuavano a comportarsi come se nulla fosse mai cambiato. O forse quello che stavano cercando in realtà era una persona che le aiutasse a cambiare? Non è così, Alice? Quella vocina nella sua testa cominciava a essere fastidiosa.
All’improvviso decise di non aspettare a chiamarla, ma di mandare subito un messaggio: alla peggio l’avrebbe letto appena si fosse svegliata.
Stasera a che ora ci vediamo e dove?
Era già sulla porta di casa, pronta e vestita per uscire, quando il cellulare suonò.
In centro, ti porto in un posto nuovo. Cucina vegetariana! Ti faccio pure conoscere Ilaria. Dovrebbe portare qualcuno per te, così non rimani sola ;-P
Alice roteò gli occhi esasperata, pigiando sullo schermo:
Sono stufa di fare il terzo incomodo!
I tre pallini rimbalzarono per un tempo infinito.
Vedrai, questa volta me lo sento: è unə speciale. Dopo ti mando l’ora e il posto.
Alice tentennò. Poi decise che, tutto sommato, quello sarebbe stato il giorno giusto per iniziare a non mangiare più carne.
Ok, vengo.
Quella sera non avrebbe dovuto uscire da sola. Il ladro la stava sorvegliando nel buio, mentre lei si sfilava l’orologio. All’improvviso il palo sobbalzò allarmato. Sentirono il rumore di passi da una stradina laterale. L’uomo più vicino allora le afferrò la borsa con forza e la strattonò. Sentirono appena il fischio delle gomme che ripartivano in fondo alla strada. Alice cercò di rimanere in equilibrio, ma cadde a terra.
Rimbalzò sulla schiena e tutto le si fece nero. Non aveva battuto la testa, almeno. Rimase immobile: la pavimentazione fredda là sotto era quasi un sollievo per il dolore. Aveva paura ad aprire gli occhi.
“Mi sente? Si è fatta male? Chiamo l’ambulanza?” le chiese una voce sconosciuta lì accanto.
Alice strinse gli occhi, fino a vedere lampi di luce sotto le palpebre. Poi prese coraggio e li aprì.
Chino su di lei, nel buio, c’era un uomo; poco più indietro qualcun altro stava parlando al telefonino.
“Sì, mi sembra cosciente, credo di sì,” spiegava ai soccorsi.
“Sto bene, non mi sono rotta niente,” obiettò lei, rivolta alla voce.
“Ce la fai ad alzarti?” le chiese.
“Mi aiuti?”
La sostenne, mettendola seduta. Poi, agganciandola sotto le ascelle, la rimise in piedi. Lei si raddrizzò del tutto, ancora dolorante e, alla luce fioca dei lampioni sul marciapiede opposto, si trovò a guardarlo negli occhi. Lui la stava fissando preoccupato. Alice scordò il dolore.
“Piacere, mi chiamo Giacomo,” le disse. “Ho visto che hai fatto proprio una brutta caduta.” Sembrava sinceramente preoccupato.
Lei sorrise intimorita, ma non gli rispose. Per un istante si vide davanti a quell’uomo, nella sala d’attesa ben illuminata di un pronto soccorso. Si irrigidì, stupita. Non poteva essere: non lo aveva mai visto prima.
“Posso almeno accompagnarti a casa?” le chiese l’uomo, a bruciapelo.
Alla fine aveva dato retta a Irene. Lei le aveva mandato posto e ora dell’incontro: un ristorante in pieno centro. Uno di quei posti aperti da poco e già molto alla moda. L’amica di Irene — Alice non si ricordava nemmeno più il suo nome — era addirittura vegana: come il ristorante. Il suo amico, invece, aveva dato buca e Alice si era trovata a reggere il moccolo, come al solito. E poi avrebbe dovuto fingere di essere vegetariana. Dopo però, quando fosse rientrata a casa, avrebbe telefonato a Irene e si sarebbe fatta raccontare per filo e per segno com’era andata.
Almeno il ristorante non era stato per niente male. Alice decise che avrebbe buttato via non solo il vassoio andato a male, ma anche tutto il resto della carne che aveva in frigo. D’altra parte l’aveva sempre mangiata solo per dare retta a sua madre, fin da piccola. Mica avrebbe voluto che le mancassero le vitamine? Ma sua madre ormai era morta da anni e non si sarebbe più potuta offendere se Alice avesse deciso con la propria testa.
Accelerò il passo: si era persa in quei pensieri, mentre là davanti Irene e la sua amica la stavano seminando, camminando a passo spedito e parlottando fitte fitte, sulla via del ritorno.
Le osservò ridere con una stretta di solitudine e di gelosia.
Per questo nessuna di loro notò l’uomo con il coltello, quando sbarrò loro la strada. Urlava frasi sconnesse, mentre mimava dei fendenti nell’aria. Irene e l’altra arretrarono subito e Alice se lo ritrovò che le alitava sulla faccia. Sentì solo la lama fredda graffiarle il braccio, mentre l’uomo l’assaliva. Le altre due erano rimaste impietrite.
All’improvviso passi pesanti di corsa e altre urla. Minacce. Il rumore concitato di un inseguimento nel buio. L’assalitore che scappava. Seguì il silenzio.
Fu allora che Alice sentì il sangue che scorreva bagnato sul braccio, a fiotti. Svenne.
Quando si svegliò, ben distesa su una barella, era in un freddo corridoio d’ospedale. Qualcuno le aveva infagottato il braccio in una medicazione. Pulsava tutto.
Un infermiere le si avvicinò. “È solo un graffio,” la rassicurò, aiutandola a rialzarsi, “nulla di grave.”
Le spiegò come medicarsi la ferita e poi le mise tra le mani le dimissioni, indicandole la porta più vicina. Lei l’attraversò da sola, con il foglio spiegazzato. Era ancora frastornata.
Nella sala d’attesa Irene e la sua nuova amica la aspettavano, mano nella mano. Che tenere. Avevano le espressioni sconvolte di chi si sente in colpa e ad Alice venne naturale sorridere. Ma un movimento sbagliato le trasformò il sorriso in una fitta di dolore. Esibì loro una smorfia.
“Stai bene?” le chiese Irene, gli occhi cerchiati che si spalancavano per il rimorso.
Alice annuì.
L’amica di Irene si alzò e si avvicinò timorosa. Dietro di lei venne avanti un uomo che Alice non aveva mai visto prima.
“Piacere,” fece lui, “Giacomo: l’amico che vi ha dato buca stasera. Per fortuna avevo deciso di raggiungervi subito dopo cena. È stato un caso che sia arrivato quando siete state aggredite. Almeno ho fatto scappare quel delinquente.” Le sorrise, ma non le porse la mano.
Alice lo guardò negli occhi e provò una fitta improvvisa alla schiena. Sentì come se lui l’avesse sorretta, per aiutarla ad alzarsi. Allora lo fissò per un istante di troppo: lui se ne accorse, ma non abbassò gli occhi. Eppure era certa di non averlo mai visto prima e per qualche strano motivo ora la ferita le faceva meno male.
Quando Alice rientrò in casa le stanze le erano estranee. Diverse da come le aveva abitate prima d’ora. Era strano passare anni interi senza un solo cambiamento e poi, nell’arco di una sola notte, sentire quel pavimento scambiarsi con il soffitto. Faceva girare la testa. Appoggiò sul comodino il foglietto con il numero di cellulare di Giacomo. Prima lui aveva insistito per accompagnarla dai carabinieri a fare denuncia e dopo l’aveva portata a casa facendosi promettere che si sarebbero sentiti l’indomani. Non l’aveva mollata un attimo, ma Alice l’aveva lasciato fare. Mentre stiracchiava i piedi fuori dal bordo del materasso, li sentì sfiorare tempi e luoghi differenti.
Allora li sistemò sotto le coperte e si addormentò.
E sognò se stessa, mentre cercava di prendere sonno senza riuscirci. Sul comodino non c’era più il foglietto con il numero di telefono di Giacomo. Non l’aveva invece segnato, in cima, sulla rubrica del cellulare? Si rigirava nel letto e lasciava fluire i propri pensieri, lisci come ciottoli di fiume, in una corrente che non lasciava tracce, ma premeva in avanti. Il corpo si abbandonò in quel tempo quasi imperfetto.
[Lab 20] Sulle strade del tempo
1When people talk, listen completely. Most people never listen. - E. Hemingway