Eugenio Pennarelli, il famoso scrittore, si sentiva pronto. Bussarono alla porta.
“Avanti: prego,” la invitò.
La giornalista del momento, la grande mattatrice, varcò la soglia.
Non più tanto giovane e non certo il suo tipo.
“Buongiorno, signorina Alice Guidelli, benvenuta,” la salutò con voce ferma, ma senza porgerle la mano. Le indicò la poltroncina davanti a lui.
“Prego. Si accomodi,” aggiunse. Lei lo guardava di traverso.
Era diversa dalle foto dei suoi reportage scandalistici nei giornali alla moda. Che strano vezzo avevano certe donne di far pubblicare le proprie foto di dieci anni prima, pensò. Come se un’istantanea del passato garantisse loro l’immortalità. Per un certo periodo aveva letto con interesse i suoi articoli, almeno fino a quando non aveva capito il genere e allora aveva lasciato perdere. Per questo motivo in quegli anni gli era sfuggita?
La donna gli si sedette di fronte con un sorriso di circostanza. Solo la scrivania li separava.
“Bene, possiamo saltare i convenevoli, per così dire. Può spiegarmi per quale motivo è venuta qui?” le chiese.
Il sorriso della donna si incrinò leggermente, mentre la postura rimaneva dritta, ingessata.
“Ecco, saprà bene di cosa mi occupo,” gli rispose.
“Certo. Lei è specializzata in indagini scandalistiche,” ammise lui.
“Il mio lavoro è quello di controllare segnalazioni che mi inviano normali cittadini,” chiarì lei. “Se poi per caso trovo delle storie significative, è mio dovere raccontarle,” si schermì.
“Certo: si comporta come un tribuno; ottiene l’approvazione dei suoi fan additando le storture dei giorni nostri. Sono curioso: questa volta chi farà la parte di Cesare e chi quella di Bruto?”
Alice sorrise, ma fece finta di non cogliere l’allusione: tirò dritta.
“Il mio compito è cercare la verità. Nient’altro,” rispose, seccata.
“Mi chieda pure, allora. Anzi: chiedimi pure: diamoci del tu. Non c’è bisogno di usare il lei tra noi. Mi fa solo sentire più vecchio,” incalzò lui.
Lei annuì, arrossendo. Era evidente che l’avesse fatta innervosire.
“Ha—no, scusa: hai ragione. Dov’ero rimasta? Ah, sì… alle segnalazioni.” Estrasse un tablet dalla borsa e lo appoggiò dalla propria parte della scrivania.
Lui irrigidì la mascella: avrebbe preferito che prima gli avesse chiesto il permesso. Solo per stavolta avrebbe ignorato la cosa.
Se n’era accorta? No, navigava tra le pagine, assorta.
“Ecco, scusami. Ho trovato. Una tua dipendente, Enrica Ruberi, è scomparsa una settimana fa.”
“Enrica? Scomparsa?” le chiese, perplesso. Quasi stupito.
“Sì, ti ricordi di lei? Non era–” si interruppe per controllare, “la tua segretaria?” Lei accennò un sorriso compiaciuto.
“Certo. Ora ho capito chi intendi. Si è licenziata all’improvviso. Avrai di sicuro notato, entrando qui, che ho assunto un’altra persona?” Lui ghignò.
“Sì, ma è scomparsa subito dopo. Nessuno l’ha più vista dal giorno delle dimissioni: non colleghi, né amici, neppure i genitori. Proprio nessuno,” insistette lei.
“Questo borgo è diventato grande, nel tempo. Ora ci vivono centinaia di persone. Ho sempre fatto in modo che a nessuno mancasse mai nulla. Ma cosa abbia fatto Enrica non solo non lo so, ma non dipende certo da me,” le rispose. Intrecciò le dita sulla scrivania, appoggiando i polsi al bordo.
“E perché lo avrebbe fatto?”
“Fatto cosa?”
“Licenziarsi.”
“Licenziarsi.”
“Non lo so. Forse qui non si trovava più bene,” azzardò.
“Sì, certo. Tutti sanno che questo posto si chiama la città dello scrittore. E molti arrivano qui anche dall’estero. Qui sono stati scritti dei bestseller. Ma il problema vero è che nessuno l’ha mai vista uscire. E i suoi genitori mi hanno dato una copia delle chiavi della sua stanza. Ho controllato: c’è ancora tutta la sua roba là dentro. Strano, vero?”
“Io non avrei ficcanasato,” replicò lui, grave.
“E perché mai?” domandò lei, allarmata.
“Perché è contro i miei principi: non mi immischio nelle vite degli altri, a meno di non esserne costretto,” le rispose. “Grazie a te però, ora sappiamo che dobbiamo preoccuparci.”
Alice riprese fiato, in silenzio. Per un istante aveva temuto altro.
“Già, ma non sei curioso di sapere quale fine possa aver fatto?” lo incalzò.
Lui tacque. Ci pensò un attimo. Poi scosse la testa.
“Io ho creato questo posto dal nulla. Se voglio che le cose rimangano come sono, non posso impicciarmi. A volte, se serve, lascio che siano altri a farlo al posto mio. Di solito lascio che le cose si mettano a posto da sole.” Le sorrise. Ma dentro non stava sorridendo. Lei se ne accorse guardandolo negli occhi.
“Sai che devo dire la verità a questo punto? Tutti devono sapere che Enrica è sparita. E poi ho parlato con altre donne qui dentro: hanno paura, anche se non vogliono ammetterlo. È ora di finirla con questa utopia per scrittori creativi.” Afferrò il tablet e lo controllò di nuovo, aggrottando le sopracciglia. Forse si era preparata una scaletta.
“Calma, calma. Non saltiamo a conclusioni affrettate,” si raccomandò lui.
Alice distolse lo sguardo dal tablet.
“Puoi sempre scegliere tra assegnarmi un ruolo in questa tua realtà, oppure ritirarti con la reputazione distrutta, dopo che renderò pubblica la verità.”
Pennarelli scostò le mani dal bordo e le raccolse sulle ginocchia, dove lei non poteva vederle. Imperturbabile.
Qualcuno bussò alla porta ed entrambi sobbalzarono, nervosi.
“Ah sì, il mio spuntino. Entra pure, Giacomo,” alzò la voce perché il segretario entrasse e allo stesso tempo riprese il controllo. Giacomo ignorò Alice e l’atmosfera pesante nella stanza. Con pochi gesti misurati lasciò sulla scrivania un tovagliolo piegato in quattro, un piccolo tramezzino e gli spicchi già puliti e sbucciati di una mela. Dispose questi ultimi lungo una linea perfetta, con un unico gesto fluido.
Pennarelli osservò la fila e, afferrato il tovagliolo, glielo porse subito, mezzo appallottolato.
“Non ci serve più,” gli disse, spingendoglielo con disprezzo tra le mani. “Liberatene.”
Il segretario prima lo prese senza stringerlo, come imbambolato. Poi si riprese e uscì in fretta, chiudendo la porta dietro di sé. Non aveva chiesto ad Alice se anche lei volesse qualcosa.
Pennarelli notò che lei guardava alle proprie spalle ora, verso la porta chiusa.
“Dove eravamo rimasti?” Non toccò ancora il cibo che aveva davanti: prima c’era da chiudere quella questione.
“Alle numerose prove che indicano come da qui Enrica non sia mai andata via. E scommetto che, indagando, non si tratta nemmeno di un caso isolato. La gente là fuori deve sapere cosa fate qui dentro. Oppure può rimanere tra noi, come ti dicevo prima.”
“Signorina–” la fermò.
“Signora: sono sposata,” lo corresse lei, tendendosi verso di lui, attenta.
“Facciamo un’ipotesi, così tanto per gioco: che in questa piccola comunità si inseriscano dei pezzi—pardon, degli ingranaggi—che a volte guastano tutto. Fermano la corsa.”
“Curioso, il termine ingranaggi l’ho già sentito,” lo interruppe lei.
Pennarelli la trapassò con lo sguardo.
“Lasciami finire: non sarebbe forse mio compito salvaguardare l’equilibrio dell’insieme e fare in modo che quei pezzi se ne vadano da soli? A volte hanno bisogno di un aiuto dall’alto, in altri casi vengono spinti da parte, in attesa che si capisca che farne,” le spiegò.
Alice ascoltava. Lo schermo davanti a lei si spense.
Lui sorrise. A differenza di lei non aveva bisogno di una scaletta.
“Con ciò, cosa ci sarebbe di male?” continuò lui. “Nelle tue storie serve un Bruto, ma questi non ha bisogno di cedere a ricatti per esserlo. È nella sua natura, non ne convieni?”
“Ignori che il mondo là fuori non aspetta altro che io scateni la prossima shitstorm. Non ti interessa che nessuno vorrà più nemmeno venirti vicino? Perderai tutto quello che hai costruito qui solo per essere stato un vecchio testardo. Per non avermi lasciato entrare,” lo minacciò lei.
Intanto con una mano frugava nella borsetta. Stava di sicuro cercando il cellulare: chissà, magari le stava sfuggendo tra le dita per il nervoso, gli venne da pensare. Era in difficoltà. Bene.
“E con ciò? Tu e io non siamo là fuori: siamo qui, ora, dove né il tuo tablet né il cellulare prendono il segnale,” ribatté lui. “Potresti farlo solo a un chilometro di distanza da questa stanza. Non te n’eri accorta?”
Alice afferrò il tablet davanti a lei e premette un tasto. Nessun campo. Il cellulare apparve tra le sue mani, come in un gioco di prestigio. Nemmeno quello prendeva. Lo lasciò andare, con una smorfia. Si abbandonò allora sulla sedia, scomposta.
“Non ti devi preoccupare: stavolta te ne andrai da qui,” l’anticipò, divertito. “Solo che non avrai nulla. E nessuno ti dirà più niente. Sei solo un’altra piccola scheggia negli ingranaggi. E proprio quelli ti stanno spingendo fuori.”
“E perché mai dovrei? Perché pensi che starò zitta?” chiese Alice.
“Perché quando mi hai chiesto di Enrica lei era ancora viva. Ma quando poco fa ho restituito il tovagliolo al mio segretario, gli ho detto di liberarsene. Un vero peccato; non sarebbe successo se tu non mi avessi minacciato. Cosa ne penserebbero i tuoi follower, se sapessero che hai perso tempo a ricattarmi? È quello che sosterrò io: ho già pronti dei testimoni.”
Alice si voltò indietro, verso la maniglia. Troppo tardi.
“Ti faccio accompagnare fuori da Giacomo, se vuoi. Siamo d’accordo, allora. Non disturbarti a tornare; mi spiacerebbe dovermi occupare anche di te,” concluse Pennarelli, soddisfatto. Poi aprì un cassetto alla ricerca di una lettera che doveva finire da giorni e non badò più a lei. La sentì a malapena rialzarsi e raccogliere le proprie cose. Nemmeno quando la porta le si chiuse dietro, lasciandolo solo nella stanza, lui sollevò lo sguardo. Era concentrato su quelle fettine di mela, mentre cercava di capire se quella in mezzo fosse o meno più piccola delle altre. O forse non era allineata bene. La scostò di poco, prima di decidere da quale iniziare il suo spuntino.