Colpo di scena: In adolescenza aveva passato intere estati sul davanzale di casa, a guardare la magia del sole nascente e ad ascoltare quelle stupide canzoni che parlavano di amori temporanei e stagionali; la radio non passava di meglio, all'epoca. E ora, a oltre cinquant'anni, su un nuovo davanzale e dinanzi a nuove albe, le rime di quei tormentoni che tanto aveva sbeffeggiato descrivevano alla perfezione la storia che stava vivendo.
L’ultima stagione del ferro
L’aria era di un freddo secco, alle cinque del mattino. Un’alba rugginosa, di quelle che promettono l’ignoto. Tra poco il cielo sarebbe diventato di ferro e il caldo avrebbe ricominciato a schiacciare la città.
Preoccupato per il pianeta? Per nulla. Michele guardava con una gioia feroce e silenziosa la crosta terrestre consumarsi ogni giorno di più. Nessuna pietà per i giovani, meno ancora per i vecchi che avevano affogato l’Occidente in una palude di dottrine calde e maleodoranti. Meritavano la fine. Michele sorrise, dal balcone del suo condominio caserma di cemento, nel settore Est della città vecchia. All’orizzonte le autostrade affondavano nel deserto, ritmate dall’incessante eterno saliscendi dei pozzi petroliferi; il sangue nero della Terra continuava a sgorgare, irrispettoso delle vecchie bugie inventate dagli uomini sulla sua imminente fine.
La verità era che non c’era fine.
Giù in strada, venti piani sotto, gli androidi della nettezza urbana svuotavano i bidoni con movimenti rapidi e dondolanti. Uno alzò la testa, gli occhi due fessure spente. Michele lo fissò a sua volta, consapevole di finire dritto nell’archivio di qualche centrale. Masticando lento una foglia di coca, alzò il medio verso la macchina e gli rise in faccia.
«Registra, barattolo.»
L’androide riprese il suo lavoro. Michele socchiuse gli occhi, respirò la sabbia che arrivava dal deserto, mista all’odore del greggio.
La Controrivoluzione avanzava lenta, svogliata, in tutto il mondo. Inutile sovvertire il sistema per metterne un altro. E poi lui era troppo vecchio. La sua trincea erano i turni di notte nella sede del LiDAR come caposquadra delle pulizie, dove non volevano androidi. Uomini come lui, che spazzavano corridoi e gabinetti, erano più gestibili e stanchi, prevedibili nei loro atteggiamenti quando venivano a scoprire, ed era successo, che il mondo non era mai stato come glielo avevano sempre raccontato, paradossalmente, proprio grazie alla tecnologia LiDAR, che aveva fatto passi da gigante negli ultimi anni.
E forse si erano accorti anche di lui.
Pensò a Nora. Un’ombra sembrò attraversargli il viso. Avrebbe potuto essere sua figlia se solo lui si fosse piegato a costruire una famiglia. Nora era un inganno dolce, gli serviva per proteggersi da quello che gli stava succedendo. L’aveva conosciuta durante una pausa pranzo alla mensa aziendale. Forse i colleghi di lei l’avevano mandata al suo tavolo per una scommessa, per ridere, forse no. Lei era una semplice segretaria, ma lavorava ai piani alti. Non c’era un motivo al mondo che volesse sedersi vicino a uno come lui.
Si erano ritrovati il giorno dopo, poi quello appresso, a mangiare, bere un caffè amaro poco prima del cambio di turno. Parlavano di niente e di tutto: dell’odore del deserto che incombeva, del rumore dei ventilatori, delle piccole miserie ed eventi epocali delle loro giornate. In quello scorrere di tempo ritmato diversamente, nella testa di Michele era filtrata una vertigine, dove anche il sapore dell’acqua sembrava diverso. Le aveva parlato della visione che godeva dal ventesimo piano del suo appartamento; l’alba nel settore Est arrivava con gradualità, poi esplodeva all’improvviso come una macchia di ruggine che infuocava i vetri. Amava stare seduto davanti a un tavolino nel suo balcone, sorseggiare un the di foglie rare coltivate in un vaso e lasciarsi andare nei ricordi masticando una foglia di coca dell’Amazzonia. In adolescenza aveva passato intere estati sul davanzale di casa, a guardare la magia del sole nascente e ad ascoltare quelle stupide canzoni che parlavano di amori temporali e stagionali; la radio non passava di meglio all’epoca. E ora, a oltre cinquant’anni, su un nuovo davanzale e dinanzi a nuove albe, le rime di quei tormentoni che tanto aveva sbeffeggiato descrivevano alla perfezione la storia che stava vivendo.
«Che storia stai vivendo?» Gli aveva chiesto Nora con uno strano luccichio negli occhi.
Quelle parole, la presenza di Nora in quelle settimane, pure limitata alle pause mensa, erano bastate per smontare in Michele tutti gli anni passati a disprezzare un mondo che cambiava, mentre lui si rifiutava di capirlo. Aveva sempre considerato l’amore una debolezza da menti deboli, un’invenzione commerciale per gente che non aveva il coraggio di guardare la fine del mondo e adesso si ritrovava a misurare le sue giornate con le battute del cuore. E per chi? Per una ragazza che non aveva nemmeno la metà dei suoi anni, che profumava di sapone economico e la cui unica colpa era stata sedersi di fronte a lui in una mensa rumorosa.
«Amori temporali e stagionali», mormorò Michele tra sé, sputando la frase, pastosa come una foglia di coca masticata a lungo.
I tormentoni degli anni Novanta del secolo scorso, quelli che uscivano da arcaiche cassette musicali, consumati nelle estati della sua giovinezza, mentre il mondo fingeva ancora di avere un futuro, usavano esattamente quelle parole banali: l’estate che finisce, il tempo che scappa, l’impossibilità di fermare l’inverno.
Allora gli parevano idiozie per adolescenti ingenui. Adesso, mentre il sole del settore Est cominciava a cuocere l’asfalto e il fumo dei pozzi petroliferi saliva in diagonale verso il cielo, quelle rime stupide gli sembravano l’unica verità razionale rimasta.
Nora non sarebbe rimasta. Il passaggio nella sua vita era solo una stagione, breve come certe albe azzurre e fresche di primo mattino, prima che il ferro del cielo diventasse incandescente. Lei era destinata ai livelli superiori o a sparire in qualche ristrutturazione del personale del LiDAR. Lui avrebbe continuato a passare la scopa sui pavimenti della burocrazia finché le ginocchia glielo avrebbero permesso.
Sentì il cicalino del citofono interno. Un bip breve, secco.
Nessuno suonava a quell’ora, men che meno al settore Est. Michele si voltò lento, lasciando la tazza sul tavolo del davanzale. Camminò verso l’ingresso con il passo pesante di chi non si aspetta nulla eppure sa già tutto. Sullo schermo opaco del ricevitore visivo apparve una figura piccola, avvolta nel soprabito grigio d’ordinanza del personale aziendale. Teneva la testa bassa per ripararsi dal primo vento di sabbia che saliva dalla strada.
Nora.
Michele fissò il monitor. L’illusione dolce della “figlia” si sgretolò del tutto, lasciando solo un senso di terrore lucido e sconfinato. Premè il pulsante per aprirle il portone, sapendo che da quel momento in poi non ci sarebbe stata più alcuna protezione contro la fine.