Juliette – Capitolo 20

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Juliette – Capitolo 20


Il sole di mezza mattina era già alto; il vento aveva infine spazzato via la nebbia fitta del giorno e della notte precedente.
L'aria era fredda e un mare lievemente mosso schiaffeggiava il cemento tempestato di alghe brune del molo.
Marcel sedeva su una bitta del molo, osservava l'oscillare dei pescherecci attraccati e fumava la pipa.
Si era alzato di buon'ora: la notte era stata agitata da sogni inquietanti.
Aveva cercato Juliette sulla spiaggia, in quella nebbia che rendeva ciechi, là dove era stata inghiottita.
Cercava di ricordare le parole che lei gli aveva sussurrato nel dormiveglia dopo il sesso, ma non ci riusciva.
Poi, seguendo la voce di lei nella nebbia, si era mosso; ma dopo pochi passi si era ritrovato in acqua fino al petto, finito in mare.
Inutilmente aveva cercato di tornare a riva, aveva perso l'orientamento.
A ogni passo l'acqua saliva, lui batteva i denti dal freddo ed era sfinito.
Qui il sogno da inquietante si era trasformato in incubo angoscioso.
Temeva per la sua vita e per quella di Juliette che era sicuramente scomparsa nelle acque nere e gelide.
Si era svegliato di soprassalto col cuore che impazziva nel petto e la mente confusa.
Aveva fatto colazione prima di uscire dal B&B; gliela aveva servita direttamente madame Auger.
Quella mattina stranamente René era via.
Marcel tirò una boccata dalla pipa. Il fumo denso e aromatico si mescolò al sentore di salsedine e di alghe marcite.
Il vento di nord-ovest, leggero ma insistente, faceva sventolare le bandiere dei pescherecci e sollevava piccoli spruzzi bianchi contro le bitte.
All'imboccatura del porto, oltre le dighe di cemento scuro, apparve una scia bianca. Un motoscafo stava rientrando.
Era una vecchia Vedette francese, un Guy Couach degli anni Settanta, lungo poco meno di otto metri, scafo bianco sporco di ruggine e di salsedine, cabinato basso e affusolato, con le finestre di poppa appannate di salsedine.
Il motore diesel faceva un rumore sordo e regolare, tipico di quelle barche da diporto che sulla Côte d'Opale avevano fatto la spola tra i piccoli porti per decenni.
Il motoscafo rallentò, virò con mossa esperta e si accostò alla banchina.
Le cime furono gettate con gesto preciso; la barca si fermò quasi senza scossone.
René né scese.
Indossava una tenuta da pesca consumata: stivali di gomma neri, pantaloni impermeabili verdi, un maglione di lana spessa sotto una giacca a vento sbiadita.
In una mano teneva due canne da pesca smontate e un secchio di plastica; sull'altra spalla portava una sacca di tela scura,
Aprì la sacca senza fretta. Dentro, ancora umidi e lucidi, c'erano tre belli sgombri, un paio di spigole di discreta taglia e qualche passera di mare.
Pesci tipici di novembre su queste coste, quando l'acqua si raffredda e le lenze a fondo o le trainate corte danno ancora risultati decenti all'alba.
René sollevò lo sguardo verso il molo. Vide Marcel.
Per un istante i due uomini si guardarono.
Poi René sorrise, un sorriso breve e stretto, e sollevò la sacca come a mostrare il pescato.
Il motoscafo era ormai ben ormeggiato.
René sistemò le canne contro la bitta e sollevò la sacca ancora gocciolante.
- Buona pescata stamattina - disse con voce rauca, quasi casuale. - Sgombri, due spigole decenti e qualche passera. Madame Auger ne farà una zuppa.
Il vento gli frustava il viso e gli portava addosso l'odore acre del pesce fresco mescolato a quello del gasolio.
Marcel annuì col capo, si alzò dalla bitta e batté la pipa contro il cemento. Poi aggiunse:
- Non sapevo che anche lei pescasse.
L'uomo rise. - Qui tutti pescano, per mestiere o per diletto. Mio padre era un pescatore e aveva uno chalutier come uno di questi. - Ne indicò alcuni presenti sulla banchina. - Lo sarei diventato anche io, se non avessi preso una strada diversa.»
Marcel sorrise mentalmente, pensando all'armamentario da legionario nella camera di René, durante la sua intrusione furtiva.
- Quindi è un pescatore per passione – rispose.
- Per passione e anche per lavoro - disse René indicando il suo motoscafo.
- Durante la bella stagione con Le Revenant porto i turisti in gita lungo la costa. Posso ospitarne fino a otto-nove per volta. È uno dei servizi che offre il B&B.
Marcel annuì di nuovo. Si avviarono lungo la banchina.
Al B&B, madame Auger li stava già aspettando sulla soglia della cucina, grembiule di cotone a fiori scuro e maniche rimboccate.
- Ah, René... finalmente. Guarda quanta roba. - Aprì la sacca, annusò, annuì soddisfatta. - Oggi mangiamo bene.
Mentre i due uomini si toglievano le giacche nell'ingresso caldo, dalla cucina salivano i primi odori: cipolla e porro soffritti nel burro.
Presto il brodo avrebbe preso colore con le teste e le lische delle spigole e delle passere.
Gli sgombri, aperti e ripuliti, a pezzi grossi sarebbero finiti nella pentola insieme a un pomodoro schiacciato, un rametto di alloro e un goccio di vino bianco secco.
Il mare, fuori, col cielo insolitamente sgombro, continuava a battere sordo contro il molo.
A mezzogiorno la tavola era apparecchiata nella sala da pranzo piccola e un po' in ombra. Tovaglia a quadretti bianchi e blu, tre posti.
Madame Auger portò la zuppiera di terracotta ancora fumante e la posò al centro.
- Servitevi.
Il brodo era scuro, denso, con un velo d'olio in superficie che rifletteva la luce debole della finestra.
Pezzi di spigola bianca e soda, brandelli di passera che si sfacevano quasi al solo tocco del cucchiaio, e i pezzi di sgombro, più scuri e grassi, che rilasciavano un sapore intenso e delizioso al palato.
Marcel ne prese una scodella, ancora bollente al cucchiaio.
Era saporita, genuina, con quel retrogusto sapido che solo il pesce pescato all'alba riesce a dare.
Mangiò in silenzio, sentendo il calore scendere nello stomaco ancora contratto dalla notte insonne.
René, di fronte a lui, mangiava con appetito, senza fretta.
Ogni tanto alzava gli occhi e lo fissava per un secondo di troppo, mentre la zuppa gli scorreva tra i denti.
- Buona, eh? - chiese a bassa voce. - Il mare oggi è stato generoso.
Madame Auger annuì, soffiando sul cucchiaio.
- Sempre generoso, quando vuole.
Fuori, il vento aveva ripreso forza. Le bandiere del B&B nel piazzale garrivano con violenza.
Marcel guardò il fondo della scodella: un pezzo di spigola ancora intero, un pezzo di sgombro grigio-azzurro, un filo di brodo oleoso.
Per un attimo gli sembrò di sentire ancora, lontanissima, la voce di Juliette che gli sussurrava qualcosa nel dormiveglia.
Poi René allungò la mano verso il pane e il momento si ruppe.
Erano le tre del pomeriggio e la moglie di Yann Le Roux, visibilmente affranta, varcò la porta degli uffici della Gendarmerie di Escalles-sur-Dunes.
Entrò con il passo incerto di chi ha già pianto tutto quello che poteva. Indossava un cappotto di lana grigia troppo largo e teneva stretto tra le mani un fazzoletto umido.
Il gendarme di guardia in servizio quel pomeriggio era il cinquantenne Étienne Lebrun.
Era un uomo alto e ancora diritto, con le spalle larghe di chi ha passato mezza vita in divisa.
I capelli, un tempo neri, erano ormai interamente brizzolati e tagliati cortissimi secondo il regolamento.
Il viso era lungo, segnato da rughe profonde agli angoli degli occhi e della bocca, la pelle ruvida e arrossata dal vento della Côte d'Opale.
Portava i baffi sottili e curati, ormai grigi, e dietro gli occhiali dalla montatura d'acciaio gli occhi chiari, grigio-azzurri, avevano lo sguardo abituato a non sorprendersi di quasi nulla.
La divisa blu scuro gli stava addosso con la naturalezza di una seconda pelle; il colletto era un po' liso, le mostrine lucide
Seduto dietro la scrivania di legno scuro, un po' usurata agli angoli, stava proprio versandosi il secondo caffè dalla caffettiera elettrica che gorgogliava piano in un angolo della stanza.
L'odore amaro e familiare si mescolava a quello di carta, di inchiostro e di un leggero sentore di umidità che saliva dai muri spessi dell'edificio, costruito ancora negli anni Cinquanta e mai del tutto rinfrescato.
La caserma di Escalles-sur-Dunes non era grande.
Due stanze al pianterreno, una per l'accoglienza e l'altra per gli uffici, più una piccola cucina di servizio e i locali al piano superiore dove dormivano i due gendarmi di stanza quando il turno lo richiedeva.
Le finestre davano sulla place du Village: da lì si vedevano i tetti di ardesia, qualche gabbiano pigro e, in fondo, la striscia grigia del mare.
Quel pomeriggio di metà settimana tutto era insolitamente quieto.
Nessuna chiamata radio, nessun verbale da compilare, nessun contenzioso tra pescatori.
Lebrun aveva già deciso mentalmente di finire il caffè, rileggere il giornale locale e magari chiudere un'ora prima, se nessuno avesse avuto bisogno di lui.
Sentì il campanello della porta d'ingresso e alzò lo sguardo.
La donna che era entrata aveva il viso tirato, gli occhi arrossati e il foulard di lana stretto sotto il mento come se avesse camminato controvento per tutto il tratto dal porto.
Portava ancora il grembiule da casa, macchiato di farina, e teneva le mani giunte davanti al corpo.
Lebrun posò la tazzina, si alzò con la lentezza di chi sa già che il pomeriggio di tranquillità è finito, e sistemò la képi sul banco più per abitudine che per formalità.
- Madame Le Roux... - disse, riconoscendola subito. - Prego, si accomodi. Che è successo?
La voce di lei uscì rotta, quasi senza fiato: - Yann... non è rientrato. Né stamattina, né adesso. La barca non c'è. Qualcuno deve andare a cercarlo.
Lebrun sentì il caffè diventare improvvisamente amaro in bocca.
Guardò l'orologio a muro, poi la donna, poi la finestra oltre la quale il mare, da quella distanza, sembrava ancora innocente.
Ascoltò la donna in silenzio, prendendo appunti con una biro nera dal tratto preciso.
Quando lei ebbe finito di parlare — voce rotta, dettagli ripetuti due volte — Lebrun posò la penna, si tolse gli occhiali e si strofinò gli occhi stanchi con il pollice e l'indice.
- Yann non è rientrato dalla pesca di ieri notte. - ripetè a bassa voce, quasi per sé.
Conosceva bene il pescatore: un uomo abitudinario, prudente, che non si faceva sorprendere dal mare se non in casi estremi.
Si alzò dalla sedia con un leggero scricchiolio di ginocchia e andò alla radio di servizio.
La voce, quando parlò, era calma, ferma, senza enfasi: - Qui Lebrun. Abbiamo una segnalazione di pescatore disperso. Yann Le Roux, uscito ieri sera con il suo chalutier. Non rientrato all'alba. Attivate immediatamente la ricerca in mare. Avvertite la SNSM e i colleghi della costiera. Voglio tutti i mezzi disponibili in acqua entro mezz'ora.
Riagganciò il microfono, si rimise gli occhiali e guardò la donna.
- Faremo tutto il possibile, madame. Il mare oggi è mosso, ma non proibitivo. Se c'è qualcosa da trovare, lo troveremo.»
Poi, senza aggiungere altro, prese la giacca antifreddo dall'attaccapanni e uscì verso il molo, già con la mente sulle coordinate e sulle correnti di novembre.

(Continua)

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