Finale: Si guardò alle spalle e si rese conto che le orme sulla sabbia erano solo le sue. E fu da questo che, finalmente, capì.
Era dura essere il figlio di Johnny Love.
Il piccolo Pietro lo scoprì prima ancora di andare alle elementari.
Bastava che pronunciasse il suo nome e - per un assurdo fenomeno - appena si presentava, cessava di esistere.
Tutti erano interessati soltanto alla vita del padre.
Lui, tutt’al più, era un distributore automatico di scoop e pettegolezzi.
“Ma è vero che ha comprato una villa a Miami?”
“Ma è vero che duetterà con Tony Rainbow?”
“Ma è vero che…”
In realtà, il piccolo Pietro non ne sapeva nulla. Spesso improvvisava.
Anche perché il padre a casa non c’era mai.
Sapeva di dover essere orgoglioso di lui. Eppure, non gli sarebbe dispiaciuto giocare insieme, andare al parco o alle giostre, come facevano tutti i suoi amici.
In fondo, si rendeva conto che i suoi compagni di classe conoscevano suo padre meglio di quanto lo conoscesse lui.
A casa non se ne parlava mai. Era diventato un argomento tabù. Quando era in televisione, la mamma cambiava canale.
Il piccolo Pietro non comprendeva del tutto certe dinamiche, ma intuiva che anche la mamma avrebbe voluto trascorrere un po’ di tempo con il papà.
-
Era dura essere il figlio di Johnny Love.Soprattutto a sedici anni, quando ti è un po’ più chiaro come gira il mondo e cominci a capire che tuo padre è un coglione.
Certo, aveva una gran voce ed era famoso in Italia, Spagna e Sud America.
Ma poi, conoscendolo da vicino, era un viscido bastardo cocainomane e traditore.
Era ancora sposato con la mamma, ma viveva con due ragazze. Insieme.
Le rare volte che Pietro andava a trovarlo era sempre nervoso. Piangeva, tremava; se il suo assistente non gli portava quello che aveva chiesto entro venti secondi, cominciava a sbraitare come un forsennato.
“Sono fatti così gli artisti” gli diceva la madre che, nonostante tutto, cercava di mitigare il mitigabile.
-
Era dura essere il figlio di Johnny Love.Soprattutto quando tutti ti trattano come un baronetto pieno di soldi, ma nella realtà tuo padre non ti ha mai scucito un centesimo e la mamma è costretta a fare due lavori per sbarcare il lunario.
“Offre Pietro, tanto ha il papà miliardario” dicevano gli amici.
Lo dicevano anche le ragazze, che ogni volta si aspettavano la Porsche e i ristoranti stellati e poi andavano a raccontare in giro che il figlio di Johnny Love era uno spilorcio. Qualcuna, a volte, aggiungeva anche calunnie più infamanti.
E lui, invece, non aveva niente: venti euro che la mamma gli allungava ogni settimana e un odio viscerale per quello stronzo del padre.
-
Era dura essere il figlio di Johnny Love.Soprattutto quando decidi che vuoi fare lo stesso mestiere.
Certo, suo padre era più alto, più bello e aveva una voce della Madonna. Ma non si poteva parlare d’amore per trent’anni di seguito. Era innaturale.
L’amore, l’amore e quanto è bello l’amore.
Lui che d’amore non ci capiva un cazzo.
Pietro non era uno che si autoincensava, ma i testi erano forti, glielo dicevano tutti.
Il problema era che, quando finalmente decisero di produrgli il disco, non capiva se fosse per merito suo o perché era il figlio di Johnny Love.
Quello era un dilemma che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita.
-
Era dura essere Pietro Love. Durissima.Ovviamente, il suo nome d’artista non era quello, ma l’etichetta di figlio di Johnny Love non se l’era mai scollata di dosso. Anche a trentacinque anni, dopo dieci anni di carriera.
Aveva i suoi fan, ma con i tour a stento rientrava nelle spese.
Non era tutta una sua allucinazione: una volta una signora lo abbracciò e gli disse che l’aveva fatta piangere.
E poi, su YouTube, i commenti sotto le sue canzoni non erano zeppi di errori grammaticali come sotto quelle del padre.
Ma la musica era cambiata, cioè, nel senso che la musica era cambiata.
Suo padre a vent’anni aveva già comprato una casa, la stessa in cui Pietro viveva ancora con la mamma. Lui a trentacinque non riusciva a cambiare l’auto.
Il discografico gli parlò papale papale.
“Devi fare un pezzo con tuo padre.”
“Ma sei pazzo?”
“È l’unica cosa che può rimetterti in pista.”
“Non se ne parla. E poi, d’accordo, abbiamo lo stesso cognome, ma sono due mondi diversi. È impossibile mischiare i due generi.”
“Mettiamola così: non ti sto dando un consiglio.”
“E che mi stai dando?”
“Un ultimatum.”
-
Era dura essere il figlio di Johnny Love.Tuttavia, Pietro ogni tanto andava a trovarlo. Era pur sempre suo padre.
Certo, il suo giudizio non cambiava. Restava un coglione anche a sessant’anni.
Anzi, era pure peggiorato, aveva sviluppato un mucchio di nuove manie. Palestra, lifting, sauna, religione.
Però almeno aveva smesso di pippare ed era diventato un po’ meno intrattabile.
“Che ne pensi?” gli chiese Pietro.
“Non lo so. È un’arma a doppio taglio. Ormai i contratti durano sei mesi, tu sei già fortunato a galleggiare da dieci anni.”
“Eh, lo so. Ma il discografico mi ha dato l’aut aut.”
“I discografici danno sempre l’aut aut. Non dargli retta, ne trovi a centinaia. Quelli si prostituiscono per cinque euro. Non è questo il problema.”
“E qual è il problema?”
“È un lascia o raddoppia. Potresti commuovere qualcuno, accaparrarti qualche mio fan. Ma il rischio che i tuoi fedelissimi la vedano come una vigliaccata da ultima spiaggia è grosso.”
“Lo so, perciò non so che fare.”
Per la prima volta Johnny Love non aveva la battuta pronta.
Scrutò il figlio, per un attimo perse quell’odiosa aria da divo. Poi tornò normale.
“Beh, se è l’ultima spiaggia, vai in spiaggia, no?”
“Che vuol dire?”
Il padre gli rivolse un sorriso che non gli aveva mai visto.
Gli sembrò un sorriso buono.
-
Era dura... No, basta.Era ora di darsi una svegliata. Aveva passato tutta l’esistenza a piangersi addosso perché era il figlio di Johnny Love. Non poteva ripetere sempre lo stesso mantra, ormai era diventato un alibi.
Ogni famiglia è un macigno. E forse essere il figlio di Johnny Love non era peggio di essere il figlio di Tony Rainbow.
Sì, ma che doveva fare? Sputtanarsi alla grande o precipitarsi a testa bassa verso il baratro?
Che cazzo, non gli aveva mai chiesto niente nella vita. Almeno un consiglio poteva darglielo, conosceva quel mondo da quarant’anni.
Invece no, gli aveva detto di andare in spiaggia.
Bah, e la cosa più strana è che Pietro ci era andato davvero.
Era dicembre e c’era ancora qualcuno che faceva il bagno, ma per fortuna la calca estiva era tornata a fare in culo nelle rispettive città.
Si tolse le scarpe e cominciò a camminare. La sabbia era fredda ma piacevole.
Non aveva mai capito il padre, per anni lo aveva guardato solo dal punto di vista di un bambino tradito. Ma in fondo, questo non significava che fosse davvero una persona cattiva.
Pietro non era più così ingenuo da non capire che erano pochi i virtuosi che avrebbero continuato a fare i maritini tutti baci e fiori, quando mezzo mondo voleva scoparti e l’altra metà leccarti la suola delle scarpe.
Che si aspettava, che il padre rinunciasse alla grande occasione della vita? Era come aver vinto alla lotteria. Era un cantante, mica un cardinale.
Il padre era il primo a dichiarare di essere al 20% bravo e al 70% fortunato.
“E l’altro 10%, scusa?”
“Ah, sono anche un bell’uomo” rispondeva ammiccando.
Pietro ripensò alle parole del discografico.
Restare fedeli a sé stessi o tentare la giocata?
Lasciare perdere i suoi testi impegnati e trasformarsi in suo padre?
Doveva davvero cominciare a parlare d’amore, d’amore e di come è bello l’amore nel tentativo di raggranellare due spiccioli?
E, soprattutto, ne sarebbe stato all’altezza?
Pietro continuava a camminare.
Forse il problema non era nemmeno la musica.
Per tutta la vita non aveva mai capito dove iniziasse Pietro e dove finisse Johnny Love.
Ripensò a quel sorriso.
Cosa voleva comunicargli? Perché gli aveva detto di andare in spiaggia?
Forse, dopo tutta quella cocaina, si era bruciato il cervello.
Pietro sorrise.
Poi si fermò.
Si guardò alle spalle e si rese conto che le orme sulla sabbia erano solo le sue. E fu da questo che, finalmente, capì.