Messaggio in bottiglia nr. 12 incipit. Non ci dovevo venire a questa stupida festa sulla spiaggia. È mezzanotte e sto morendo di freddo. Intorno a me tutti ridono, ballano e sembrano divertirsi, mentre io continuo a guardare il mare nero davanti a me. Poi, proprio quando sto per andarmene, qualcosa affiora tra le onde. E capisco che quella notte è appena cominciata.
Non ci dovevo venire a questa stupida festa sulla spiaggia. È mezzanotte e sto morendo di freddo. Intorno a me tutti ridono, ballano e sembrano divertirsi, mentre io continuo a guardare il mare nero davanti a me. Poi, proprio quando sto per andarmene, qualcosa affiora tra le onde. E capisco che quella notte è appena cominciata. All’inizio è stato solo un piccolo baluginio, un riflesso insignificante. Mi sono detta che poteva trattarsi del luccichio di qualche pesce. E invece no: il piccolo bagliore si è ripresentato poco dopo, più invitante che mai.
Mi chino sulla battigia e affondo le mani sulla sabbia umida. Non sento più freddo, non m’interessa di mandare all’aria duemila lire di manicure. Voglio solo continuare a scavare. Finalmente lo stringo tra le mani.
…
Pioveva. Sul tavolo la tovaglia bella, ricamata dalla nonna quando aveva ancora la vista buona, accoglieva da un lato un vaso di cristallo pieno di fiori freschi, dall’altro biscotti appena sfornati sistemati in un vassoio d’argento oltre all’immancabile bottiglia di rosolio delle grandi occasioni.
Mia madre faceva la spola dalla sala alla cucina, mio padre, affondato sul divano, fingeva di leggere il quotidiano: erano almeno venti minuti che l’osservavo e non aveva ancora girato la pagina. «La Verena è in ritardo» mi disse senza sollevare lo sguardo.
«Sarà colpa della pioggia» risposi senza scompormi.
Mi avvicinai alla finestra, scostai un lembo della tenda. Le gocce scivolavano piano sui vetri, tutto appariva sospeso.
Mia madre irruppe nella stanza e frantumò l’incanto: «Lara, ma sei ancora in ciabatte? Devi metterti le scarpe buone, Verena si è raccomandata.»
«Non vedi che tempaccio? Chissà quando arriva.» Speravo che telefonasse per rimandare: la sola idea d’indossare quell’abito mi faceva soffocare.
Mia madre scosse la testa. «Viene, viene… Sbrigati!»
Non le risposi, uscii dalla stanza e mi misi a cercare le maledette scarpe. Tacco dieci, anziché dodici: l’unico successo che avevo ottenuto. Non avevo potuto niente contro pizzo, lustrini e volant, non avrei potuto niente contro vesciche e gonfiore.
«Favorisca il biglietto, prego.» La voce chioccia del solerte controllore aveva un tono implacabile.
Continuavo a rovistare frenetica nella borsetta, ma del biglietto, neppure l’ombra. Troppo tardi per scendere dal treno, troppi soldi per pagare di nuovo il viaggio.
«Se non si offende, anticipo io per lei…»
Non mi ero accorta fino a quel momento dell’arcangelo seduto di fianco a me.
Voce profonda, mani curate, un bel polso che usciva da una manica di camicia immacolata. La rivelazione del suo nome, Yuri, e la condivisione, tra sorrisi imbarazzati, che i nostri genitori fossero appassionati de “Il dottor Živago”, compì la magia.
Lara e Yuri. Mi sembrò impossibile non cogliere un segno.
Una delle scarpe era finita sotto al letto quando l’avevo tolta in preda a un dolore al mignolo insopportabile. «Le indossi un po’ in casa, vedrà che diventeranno morbide come un guanto!» Dannata commessa; falsa come una moneta da mille lire.
Dovetti allungarmi parecchio per recuperarla. Soffiai via il leggero strato di polvere dalla tomaia e quella tornò immacolata. Sentii suonare il campanello: la sarta era puntuale.
Verena si mise a parlare fitto con mia madre. Appena mi vide, mi squadrò da capo a piedi: «Cos’è quella faccia preoccupata?» disse mentre infilava gli spilli nel cuscinetto da polso.
«Forse perché lo sono».
«Tutte le spose lo sono. Se aspettassimo di essere sicure, non si sposerebbe nessuna… Su, da brava, trattieni il respiro.» Tirò su la cerniera con uno strattone deciso.
Pioveva anche quel giorno. L’impermeabile di Yuri era zuppo. Lo appesi all’attaccapanni e un piccolo lago si formò sul pavimento appena lucidato.
«Tieni, dottore.» Gli porsi un asciugamano. «Oppure pensi che i medici siano immuni al raffreddore?»
Mi strinse a sé. «Non così forte…» dissi. Gli indicai il mio ventre.
Spalancò le palpebre. «Sei sicura?»
Annuii. «Come lo diremo ai miei?»
Mi rabbuiai. La risposta che volevo arrivò dopo un silenzio che mi parve durare un’eternità.
«Stai tranquilla, faremo tutto così in fretta che diventeranno nonni senza accorgersene!»
«E non mi chiedi come mi sento? Sono tre giorni che devo vomitare di nascosto».
«È del tutto normale, parola di medico!»
«Favoloso! Sembri proprio una principessa. Il tuo bel dottore impazzirà, vedrai!»
Verena, la sarta, sapeva bene come far passare l’ottone per oro, ma a me sembrava più la brutta copia della fata Smemorina. Lo specchio restituiva l’immagine di una mongolfiera infiocchettata.
«Bello, educato e distinto. Tua nonna direbbe che hai pescato il jolly!»
Ci mancava mia madre. Stavo sul punto di esplodere, ma non per colpa dell’abito.
«E ricordati: devi indossare una cosa comprata, una regalata, una nuova, una usata e una blu» proseguì Verena con un certo sussiego.
Il matrimonio è un affare decisamente complicato.
«A quella ci ho già pensato io! Una rosa blu applicata sul fermaglio dei capelli.»
«Mamma…»
«È una vera novità, me l’ha detto la modista!»
Dopo l’ennesimo bacio, guardammo fuori dalla finestra. Il cielo, finalmente, era sereno e l’impermeabile di Yuri asciutto. Ravvivai le labbra con una generosa passata di rossetto e, stampato un bacio rosso fiammante su di un cartoncino, lo piegai e lo misi nella sua tasca. Non era vuota: c’era un pacchettino che non mi aveva dato. Forse se n’era dimenticato, mi dissi. Faticai per evitare qualsiasi domanda; con destrezza lo strinsi nella mano. Rimasta sola, mi feci coraggio, aprii il palmo sudato. Era una scatolina blu, di quelle che si usano in gioielleria. Conteneva un ciondolo, l’esatta metà di un cuore e un biglietto minuscolo. Giulia.
In quel preciso istante, all’arcangelo caddero le ali.
La prova dell’abito finì tra un bicchierino di liquore e un biscotto al cioccolato. Il quotidiano di mio padre languiva abbandonato sul divano. Pioveva ancora.
Io sempre ligia al dovere, la figlia perfetta prima, la fidanzata ideale poi. A scuola ci insegnavano a stare composti, ma nessuno ci ha mai insegnato cosa fare quando qualcosa dentro di noi si rompe. Mi accarezzai il ventre e lui capì.
«Guarda che, se non sei felice, puoi ancora rimediare.»
Papà… Così succube, un’ombra… eppure così tanto vicino a me. Mi accostai alla finestra senza trovare le parole giuste per rispondergli.
Un piccolo calcio mi colse di sorpresa. Un altro calcio.
Per alcune decisioni non servono parole, né prove, forse basta capire quando si è smesso di amare. La finestra era appannata eppure riuscivo a intravedere la strada.
…
Mi faccio coraggio e apro il palmo. L’oggetto luccica tra la sabbia umida, lo risciacquo: è l’esatta metà di un cuore. Alzo lo sguardo alle stelle e lo lancio di nuovo tra le onde.
Re: [CE2026] Le scarpe buone
2@Monica wrote: Sun Aug 16, 2026 8:49 amMia madre faceva la spola dalla sala alla cucina, punto e virgola mio padre, affondato sul divano, fingeva di leggere il quotidiano: erano almenmeglio una pausa maggiore, cambiando soggetto della frase
@Monica wrote: Sun Aug 16, 2026 8:49 amContinuavo a rovistare frenetica nella borsetta, ma virgola del biglietto, neppure l’ombra. Tper aprire l'inciso
@Monica wrote: Sun Aug 16, 2026 8:49 amLa prova dell’abito finì tra un bicchierino di liquore e un biscotto al cioccolato. Il quotidiano di mio padre languiva abbandonato sul divano. Pioveva ancora.L'ho apprezzato molto questo racconto, @@Monica
Io sempre ligia al dovere, la figlia perfetta prima, la fidanzata ideale poi. A scuola ci insegnavano a stare composti, ma nessuno ci ha mai insegnato cosa fare quando qualcosa dentro di noi si rompe. Mi accarezzai il ventre e lui capì.
«Guarda che, se non sei felice, puoi ancora rimediare.»
Papà… Così succube, un’ombra… eppure così tanto vicino a me. Mi accostai alla finestra senza trovare le parole giuste per rispondergli.
Un piccolo calcio mi colse di sorpresa. Un altro calcio.
Per alcune decisioni non servono parole, né prove, forse basta capire quando si è smesso di amare. La finestra era appannata eppure riuscivo a intravedere la strada.
…
Mi faccio coraggio e apro il palmo. L’oggetto luccica tra la sabbia umida, lo risciacquo: è l’esatta metà di un cuore. Alzo lo sguardo alle stelle e lo lancio di nuovo tra le onde.
Come hai sfruttato bene l'incipit, come hai svolto la sintesi della storia d'amore sbagliata, come hai tratteggiato il finale, con la scoperta dell'oggetto misterioso...
Ecco, se posso farti un appunto, non capisco la scelta del titolo, sulle scarpe che, a mio avviso, rivestono un ruolo marginale nella trama.
Perché non sfruttare il ciondolo?
Un titolo così, per esempio:
- L'esatta metà di un cuore -