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Juliette – Capitolo 16
Marcel compose il numero di casa di Lucas Moreau e lasciò squillare a lungo. Dieci, undici, dodici volte. Nessuno rispose.
Deluso, riagganciò la cornetta con un gesto secco.
René era a pochi metri da lui, intento ad alimentare il camino.
Il crepitio della legna riempiva il silenzio.
Quando sollevò il capo e vide l’espressione di Marcel, chiese con calma:
- Non è riuscito a parlargli?
- No. Non risponde nessuno. Non è in casa.
-Per aver saltato il vostro appuntamento avrà avuto sicuramente qualche imprevisto - disse René, la voce neutra come sempre.
Marcel annuì distrattamente.
- Ora provo a chiamare madame Beaumont, l’ex governante di Adrien Martin. Questa mattina Lucas doveva passare dallo studio del professore per ritirare il materiale che aveva preparato per me.
Compose il numero di casa Martin.
Al terzo squillo, la donna rispose.
Mi perdoni, madame Beaumont. Sono Marcel Dubois. Avevamo un appuntamento con Lucas Moreau, ma non si è presentato. Ha sue notizie?
La voce della donna arrivò esitante.
- Questa mattina è stato qui, monsieur. Verso l’una però è uscito dallo studio con il viso stravolto. Se n’è andato senza dire una parola.
- Ha visto se aveva qualcosa con sé?
Sì… aveva sottobraccio un plico. Lo stringeva forte, come se temesse di perderlo.
Marcel sentì un piccolo nodo allo stomaco.
- Da allora non ha più saputo nulla?
- No, monsieur. Mi dispiace.
- Se dovesse farsi vivo, la prego di avvisarmi.
- Senz’altro.
Quando chiuse la telefonata, il silenzio nella stanza sembrò più pesante. Questa volta non c’erano stati rumori sospetti sulla linea.
René non si era mosso di un centimetro dalla stanza.
Quando Marcel si voltò, l’uomo lo stava osservando.
- Ha saputo qualcosa, monsieur?
- No. Madame Beaumont non l’ha più sentito da questa mattina.
René si pulì le mani sui pantaloni con un gesto lento.
- Monsieur, Lucas Moreau ha i genitori anziani, una trentina di chilometri da qui. La madre soffre di cuore. Può essere stata male e lui si è precipitato da lei senza pensare all’appuntamento o ad avvisarla. Domattina si farà sicuramente vivo per scusarsi.
Aprì le braccia in un gesto rassicurante, quasi ecumenico.
Marcel annuì, ma senza convinzione.
René continuò, con tono cortese: - Se monsieur non ha voglia di uscire per cena, saremo lieti di offrirle il menù casalingo che madame Auger ha preparato. Non dovrei dirlo io, ma è un’ottima cuoca. Potrà giudicare da sé.
Marcel esitò solo un istante. L’idea di uscire in quella sera fredda e umida non lo attirava affatto.
- Grazie, René. Accetto volentieri. Questa sera non sono nello spirito di cercare un ristorante. Salgo a darmi una rinfrescata e scendo.
- Si cena alle otto e trenta. Faccia con comodo, monsieur.
René sorrise appena, ma i suoi occhi rimasero seri mentre Marcel si avviava verso le scale.
Annette Descamps era una di quelle donne che sembravano nate già stanche, con le mani rosse e screpolate fin da ragazzina.
Figlia di un conciatore di reti e di una donna che lavava panni per metà villaggio, Annette aveva cominciato a lavorare a undici anni, nell’immediato dopoguerra, quando il pane costava più della dignità.
Da ragazzina correva all’alba sulla spiaggia con le altre figlie di pescatori a raccogliere: telline, cozze nere, granchi verdi che scappavano tra le dita gelate. Li vendeva a mazzi legati con lo spago agli operai della fabbrica di conserve di Boulogne, che arrivavano col camion alle sei.
Odorava sempre di iodio e di alghe marce, un profumo che non le è mai andato via dalla pelle.
A quattordici anni entrò come aiutante alla sardinerie nella fabbrica di inscatolamento.
Turni di dieci ore in piedi, le mani immerse nell’olio e nel sangue di pesce, il coltello che volava tra le aringhe decapitate.
A diciassette anni passò alle ville di Wimereux e di Ambleteuse, come domestica “a giornata”. Stirava lenzuola di lino per i borghesi, lucidava ottoni, svuotava pitali. Imparò a distingure il profumo di un uomo ricco (acqua di Colonia cara e sigari) da quello di un pescatore (tabacco nero, sale e sudore). Dopo il matrimonio con un pescatore di aringhe, continuò a fare tutto quello che serviva: rammendava reti al lume della lampada a petrolio, salava pesce nei barili, vendeva nasse di vimini intrecciate da lei stessa al mercato di Calais. Negli ultimi anni, da quando il marito era diventato più taciturno e la barca rendeva sempre meno, aveva ripreso a fare le pulizie.
Due volte a settimana nelle case dei “singols”: vedovi, divorziati, vecchi marinai che non si sono mai sposati.
Uomini soli che puzzano di tabacco e caffè riscaldato, di calzini umidi e di solitudine.
Annette passava lo straccio sui pavimenti di linoleum crepato, cambiava lenzuola che sanno di sudore notturno, lavava piatti incrostati di sugo e di “sauce moutarde à la crème”.
Aveva cinquantacinque anni, ma ne dimostrava dieci di più. I capelli, un tempo castano scuro, erano striati di grigio ferro e raccolti in una crocchia stretta. Gli occhi erano chiari, quasi slavati dal vento del Nord, con uno sguardo che sembrava sempre fissare qualcosa di leggermente più indietro rispetto a chi le parlava.
Le mani erano nodose, con le nocche gonfie e le unghie tagliate corte.
Una di quelle figure che, nelle sere di nebbia fitta sulla Côte d’Opale, sembravano uscire direttamente dalla bruma, come se il villaggio stesso le avesse generate per inghiottire i suoi segreti.
Quella mattina di buon’ora, Annette Descamps era già ferma davanti alla porta della villetta di Lucas Moreau.
Era il giorno del suo turno settimanale di pulizia.
Di tutti i suoi clienti single, Lucas era uno dei pochi che le piacevano davvero. Giovane, studioso, educato. Uno che pagava sempre in anticipo e lasciava la casa quasi in ordine.
Solo fogli pieni di appunti sparsi ovunque, come foglie morte.
Niente piatti incrostati, niente biancheria sporca buttata in giro.
Le pagava due ore piene, anche se lei, con quattro gesti, avrebbe finito in tre quarti d’ora.
Se tutti fossero stati come lui, quel lavoro sarebbe stato sopportabile.
Suonò il campanello. Il trillo elettrico attraversò la casa vuota.<
Attese, le mani infilate nelle tasche del vecchio giaccone. Nessuna risposta.
Provò altre due volte. Silenzio.
Pensò che Lucas non era uno che dormiva fino a tardi.
Se non era in casa, a quell’ora, era già uscito per le sue ricerchei o in posta per spedire qualcuno dei suoi articoli.
Sospirò, frugò nella borsa e tirò fuori il mazzo di chiavi che i clienti le affidavano per le emergenze.
Trovò quella giusta, la infilò nella toppa e aprì la porta.
Appena varcata la soglia, un odore strano la colpì.
Non era il solito sentore di chiuso delle case dei single.
Era qualcosa di più dolciastro, di animale, mescolato all’aria fredda.
- Monsieur Moreau? - chiamò, senza troppa convinzione.
Fece due passi nel piccolo soggiorno e alzò gli occhi verso la scala che portava al piano di sopra.
Il tempo si fermò.
Lucas Moreau pendeva dalla balaustra del primo piano, appeso a una corda sottile.
Il corpo ruotava molto lentamente su se stesso, come un pendolo stanco.
La testa era piegata in modo innaturale, il collo allungato in maniera oscena.
La lingua, gonfia e violacea, sporgeva tra i denti serrati, come se avesse cercato di mordere fino all’ultimo.
Gli occhi erano semiaperti, vitrei, fissi su un punto indefinito del pavimento.
Sotto di lui, una piccola pozza scura si era allargata sulle mattonelle del soggiorno.
L’urina si era asciugata lasciando un alone giallastro sul davanti dei pantaloni di velluto e aveva formato una chiazza irregolare per terra.
Qualche mosca già ronzava piano intorno.
Annette rimase immobile, la borsa ancora stretta in mano.
l cuore le batteva così forte che lo sentiva nelle orecchie.
Un urlo di sgomento le uscì dalla bocca spalancate trasfigurandole il viso.
Non era la prima volta che vedeva un morto.
Da ragazza, alla fabbrica di pesce, ne aveva visti tirare le cuoia per infarto o incidenti.
Ma questo era diverso. Questo era un uomo giovane, pulito, gentile… appeso come un quarto di bue. Fece un passo indietro.
Solo allora si rese conto che Lucas indossava gli stessi vestiti di due giorni prima.
Lo sapeva perché ricordava perfettamente la camicia di flanella grigia: l’aveva vista quando era venuta due giorni prima.
Era morto da ore. Forse dal pomeriggio precedente.
Annette rimase immobile per quella che le parve un’eternità, anche se non furono più di dieci secondi.
Dopo l’urlo che le era uscito di gola quasi senza volerlo, rauco, animalesco, ora il silenzio era tornato, rotto solo dal ronzio lento delle mosche e dal lieve cigolio della corda che ancora girava, impercettibile.
- Mon Dieu… Monsieur Moreau… - mormorò con voce strozzata.I
Il cuore nel petto continuava a battere impazzito.
La borsa le scivolò dalle mani e cadde a terra con un tonfo sordo.
Non la raccolse. Sapeva cosa doveva fare. Non era una stupida.
Alla fabbrica di pesce, quando il vecchio Lebrun era crollato tra le cassette, avevano chiamato subito il caposquadra e l’ambulanza.
Qui era diverso. Qui era… un’impiccagione, un suicidio.
Guardò il telefono. Era lì, sul mobiletto dell’ingresso, un vecchio apparecchio grigio con il filo attorcigliato.
Con le gambe che tremavano, Annette si avvicinò. Evitò accuratamente di passare sotto il corpo.
Sollevò la cornetta con mano che tremava, le dita le scivolavano sul disco combinatore, si confuse più volte prima di riuscire a comporre il numero il 17, quello di soccorso della genderameria.
- Police Secours, j’écoute. - La voce dell’uomo all’altro capo era calma, professionale.
Annette aprì la bocca, ma per un istante non uscì niente.
- Allô? Pronto? - insistette l’operatore.
- È… è morto - riuscì finalmente a dire, con voce rotta.
- Sono Annette Descamps, la donna delle pulizie. Sono a casa di Lucas Moreau, a Escalles-sur-Dunes. L’ho trovato impiccato. È appeso alla balaustra del piano di sopra. È… è morto da ore. Ci sono mosche… e odore… Mio dio...
- Signora, resti calma. Non tocchi niente. Non si avvicini al corpo. È sicura che sia morto?
- Sì. È freddo. La lingua… gli occhi… È morto.
La voce le si spezzò, le lacrime scendevano calde a rigarle il volto.
- Indossa gli stessi vestiti di due giorni fa. - disse in un singhiozzo.
- L’operatore prese i dati rapidamente: nome, indirizzo esatto, suo nome completo.
Le disse di uscire di casa, se possibile, e di aspettare fuori senza far entrare nessuno.
- I gendarmes stanno arrivando. Saranno lì tra dieci minuti. Non rientri.
Annette annuì anche se l’uomo non poteva vederla.
Riagganciò la cornetta con cura, come se fosse un oggetto fragile.
Poi uscì, lasciando la porta socchiusa. L’aria fredda del mattino, carica di sale le colpì il viso.
Si appoggiò al muro esterno della casetta, le ginocchia molli.
Il villaggio stava svegliandosi. Da qualche parte un motore di barca tossicchiava.
Annette si passò una mano sulla faccia.
Tremava ancora. Non riuscì a restare ferma. Dopo un minuto uscì sul piccolo cancello e chiamò verso la casa della vedova Delannoy, l’altra villetta sul ciglio della strada.
- Madame Delannoy ! Madame Delannoy! Venite! È successa una disgrazia, una cosa terribile!
La voce le uscì più alta di quanto volesse. Qualche tendina si mosse.
Due pescatori che tornavano dalla notte al porto rallentarono il passo, incuriositi.
Quando i due gendarmes arrivarono con la loro Peugeot blu, trovarono Annette seduta sul gradino esterno, le braccia strette intorno alle ginocchia, che ripeteva piano, come una preghiera: - Era un brav’uomo… era un brav’uomo…
Il corpo di Lucas Moreau continuava a ruotare, molto lentamente, nel silenzio della casa.
(Continua)
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