Juliette – Capitolo 15

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Juliette – Capitolo 15


Il villaggio di Escalles-sur-Dunes, uno dei tanti piccoli gioielli della Côte d'Opale, si stringeva attorno al porto come un vecchio scialle di lana.
Le case di mattoni rossi e tetti d'ardesia sembravano aver assorbito per decenni il sale e il vento del Mare del Nord.
Il faro bianco e rosso dominava l'entrata del molo, ma il vero cuore del villaggio era il caffè Le Vieux Phare.
Non era una taverna degradata di pescatori, di quelle che puzzano di birra stantia e reti umide.
Era piuttosto il locale storico del paese: caratteristico, vissuto, dignitoso.
La facciata di legno dipinto di blu navy e bianco mostrava le tracce del vento e della salsedine, ma era sempre curata.
Sulla soglia d'ingresso pendeva un'insegna di ferro battuto con un faro stilizzato che cigolava leggermente quando soffiava il vento dal mare. All'interno, l'atmosfera era calda e accogliente.
Il pavimento di vecchie piastrelle a losanghe bianche e nere era consumato nei punti di passaggio più frequentati, ma tenuto nettissimo.
Le pareti erano rivestite di boiserie scura fino a metà altezza, mentre sopra correvano scaffali pieni di bottiglie di calvados, whisky bretoni e liquori locali. Reti da pesca antiche, tese e decorate con sugheri e stelle marine, facevano da cornice senza dare l'impressione di un museo kitsch.
Qualche vecchia fotografia in bianco e nero di pescatori adornava le pareti, e una stufa a legna completava il quadro.
I tavoli erano di legno massiccio, coperti da tovaglie a quadri blu e bianchi. Vicino alla vetrata che dava sul porto, tre grandi finestre permettevano di vedere i pescherecci che dondolavano all'ormeggio e, in lontananza, le scogliere bianche che si perdevano nella bruma.
Marcel Dubois arrivò al Le Vieux Phare dieci minuti prima delle tre, con il field jacket ancora umido di nebbia marina e della pioggia che aveva iniziato a cadere.
Scelse un tavolo vicino alla finestra, da cui poteva tenere d'occhio sia l'entrata del porto che la stradina che scendeva dal paese alto.<
Ordinò un café crème e un bicchiere d'acqua, più per avere qualcosa da fare con le mani che per reale sete. Le lancette dell'orologio a muro (un vecchio modello pubblicitario di Byrrh) avanzavano con una lentezza esasperante.
Le tre e cinque. Le tre e dieci. Forse era presto per dirlo, ma Lucas Moreau non sembrava un patito della puntualità, pensò tra sé.
Le tre e venti. Marcel tamburellava con le dita sul bordo del tavolo, lo sguardo che scattava ogni volta che la porta si apriva facendo tintinnare la campanella di ottone.
«Merde...» mormorò tra sé, passandosi una mano tra i capelli già scomposti. Bevve un sorso di caffè ormai freddo.
Il sapore era buono, forte e aromatico, ma lui quasi non lo sentiva.
L'ansia gli stringeva lo stomaco come una morsa.
Quel plico era importante.
Conteneva tutto ciò che il professor Martin aveva scoperto sulla morte brutale di Juliette.
Il professore era stato ucciso proprio per quello, se ne stava convincendo. Caricò la pipa e l'accese: fumare gli attenuava la tensione.
Ordinò un secondo caffè, questa volta un espresso serré, e chiese anche un piccolo calvados "per riscaldare lo spirito", come disse al cameriere con un sorriso forzato.
L'alcol gli bruciò piacevolmente la gola, ma non sciolse il nodo che sentiva dentro.
Fuori, la luce del pomeriggio si faceva già più obliqua.
La pioggia aveva fatto una pausa.
Lentamente la bruma saliva dal mare, avvolgendo i moli.
La porta del caffè continuava ad aprirsi: entravano pescatori in pausa, qualche pensionato a bere una birra, due vecchie signore del paese che parlavano fitto. Erano le quattro del pomeriggio, ma di Lucas Moreau nessuna traccia.
Un senso di delusione gli cresceva dentro minuto dopo minuto.
Poteva solo aspettare, ostinandosi a credere a un disguido che avesse generato quel grave ritardo.
Lo sguardo sempre più cupo, fisso sulla stradina deserta.
Erano le cinque ed era già scuro come la notte.
Marcel uscì dal Le Vieux Phare con una frustrazione buia che gli turbinava nella mente con la stessa violenza del vento gelido che lo investì sulla strada.
«Merde!» imprecò tra sé. Un'altra giornata sprecata.
Pareva che il destino gli fosse avverso, che il fato volesse impedirgli di penetrare il mistero chiamato Juliette.
Con il passo spedito dalla collera, coprì la distanza che lo separava dal B&B in metà del tempo consueto.
Appena varcò la soglia, il solito tintinnio della porta lo accolse e il calore dell'interno gli mozzò quasi il fiato dopo la camminata veloce. René alzò gli occhi dal bancone.
- Bonsoir, monsieur.
- Bonsoir, René.
- Vi vedo alterato. Qualche problema? - chiese con un mezzo sorriso e tono compassionevole.
- Ho avuto un problema con Lucas Moreau. Non si è presentato all'appuntamento. Mi conferma di aver capito bene che fosse per oggi pomeriggio?
- Certamente, monsieur. Ho qui l'appunto che avevo preso dalla sua telefonata.»
- Ci deve essere stato un imprevisto. Non credo mi abbia dato buca a cuor leggero.
- Gli imprevisti capitano, monsieur. L'uomo propone e Dio dispone, - rispose René, lasciando correre l'adagio con un sorriso trattenuto.
- Ho bisogno di fare una telefonata. Lo chiamo per chiarire.
- Deve avere pazienza. In questo momento la linea è occupata: madame Auger sta parlando con un fornitore dall'apparecchio nell'ufficio.
Indicò la porta socchiusa dietro la reception.
La voce della padrona si sentiva chiaramente.
- Quindi il telefono ha due derivazioni sulla stessa linea?
- Esatto. È più comodo, sia per ricevere che per chiamare. Se alzasse la cornetta adesso, sentirebbe la conversazione.
- Capisco. Allora aspetterò che finisca. - rispose Marcel, pensieroso.
Ne approfittò per salire in camera e cambiarsi gli abiti intrisi di umidità.
Mentre si toglieva il field jacket ancora umido, però, non riusciva a smettere di pensare a quei due telefoni sulla stessa linea.
Un ricordo improvviso lo colpì come un flash.
Dieci anni prima, agli inizi della sua carriera, viveva con la fidanzata in un piccolo alloggio al quinto piano senza ascensore nel quartiere di Belleville, nel 20° arrondissement.
Un quartiere multiculturale, vivo di street art, locali alternativi, caffè frequentati da artisti e giovani musicisti.
L'appartamento aveva tre ambienti: soggiorno-cucina, camera da letto e un minuscolo studio dove lui lavorava su una vecchia scrivania di legno trovata al mercato delle pulci, piazzata proprio sotto la finestra.
Da lì si vedevano i tetti di Parigi e, in lontananza, la Tour Eiffel che si accendeva la sera.
Per gioco avevano collegato due telefoni rossi alla stessa linea – uno nello studio, l'altro in camera da letto – e l'avevano battezzata ironicamente "Linea Rossa", come quella tra Mosca e Washington.
Durante le lunghe telefonate con la sua editor (una donna brillante e molto attraente), Marcel aveva più volte sentito strani disturbi sulla linea.
Solo dopo aveva scoperto che la fidanzata, gelosa, ascoltava di nascosto dall'altro apparecchio.
Ne era nata una lite furiosa: non si erano parlati per una settimana.
Ora capiva. René aveva ascoltato le sue conversazioni. Ma perché? Semplice curiosità? O c'era dell'altro?
Che cosa sapeva realmente di quell'uomo che nascondeva un'aria equivoca dietro un atteggiamento di servile efficienza?
La stanza di René era in fondo al corridoio del piano inferiore.
L'inserviente era impegnato al pianterreno: era il momento perfetto.
Silenzioso come un fantasma, Marcel scese di un piano e percorse il corridoio. Il cuore gli batteva forte.
Si fermò davanti alla porta, tese l'orecchio, poi girò lentamente la maniglia.
Fu investito da un odore di legno vecchio, sudore e aria viziata.
La stanza non veniva arieggiata da tempo.
Nella penombra, una lama di luce malata filtrava dalla piccola finestra con le persiane accostate.
Accese la luce. L'insieme era spartano, quasi monastico: una branda di ferro con una coperta grigio-verde perfettamente tesa, pochi libri su uno scaffale e, su quello in cima, un berretto rosso con il fregio della Légion Étrangère.
Sul comodino, una fotografia in bianco e nero mostrava un René giovane nel deserto: sguardo duro, aria marziale, kepi calcato in testa.
"Cazzo!..." pensò Marcel. Era stato nei corpi speciali. Era un ex legionario.
Fu assalito da un nugolo di pensieri inquietanti, cosa poteva significare questo nel contesto di ciò che stava accadendo in quei giorni?
Un rumore al piano di sotto lo fece sussultare.
Spense la luce, chiuse piano la porta alle sue spalle e uscì nel corridoio.
Aveva appena imboccato le scale quando si trovò faccia a faccia con René. - Monsieur, la avvertivo che ora può usare il telefono.
- Grazie, René. Stavo appunto scendendo.
Evitò di guardarlo negli occhi, sperando che l'altro non notasse il suo imbarazzo e il timore di essere stato scoperto per un soffio.

(Continua)

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