Traccia
4. Dall'altra parte
La morte sospetta di un migrante scatena una rivolta in un centro di accoglienza. Un medico volontario al suo primo giorno di lavoro, rimasto intrappolato, si finge ospite per sopravvivere. Mentre all'interno cresce la tensione, all'esterno manifestazioni anti-migranti degenerano in violenti scontri. Tra paura, rabbia e propaganda, il confine tra vittime e colpevoli si fa sempre più incerto.
Solo un metro alla volta
«Esci di qui». La voce ansimante.
Ma Jabari non si mosse, la testa piantata in un cuscino sudicio. Quel puzzo che gli impregnava le narici lo stordiva. Lo anestetizzava. E lui aveva bisogno di non sentire.
«Cazzo, muoviti». La voce sprezzante: un ordine impossibile da ignorare.
Jabari provò a resistere; se fosse sprofondato ancora per un istante, forse il mondo l'avrebbe dimenticato. Ma quel mondo che gli aveva fatto "tana", beccandolo proprio lì, sembrava non volerlo più lasciare andare.
«Stanno arrivando, cazzo. Tra poco sei fottuto».
Jabari alzò il capo, incredulo. Le urla. Voci estranee che lo colpivano da ogni direzione e l'aria già pregna di fumo. Jabari si fece tirare fuori da quel letto a castello, in cui solo una coperta sporca, tesa come un tendone, lo nascondeva dal disastro. Kafele lo spinse fuori, lo strattonò fino a un lato del capannone dove, tra scatoloni e tende, si accucciarono.
«Lo so chi sei. Se ti trovano, sei morto», sussurrò Kafele con una voce che tagliava l'aria come una lama.
«Non sono nessuno», deglutì piano Jabari.
«Non mi dire cazzate. È evidente chi sei».
Jabari esplose in una rabbia che aveva l'odore del terrore; afferrò Kafele per i lembi della maglietta.
«Non sono un cazzo di nessuno, hai capito?».
Tutt'intorno, alle urla si univa una valanga di voci sempre più vicine.
«Se l'ho capito io, quelli te lo leggono in faccia.»
L'aria diventò solida e Jabari non riusciva a farla entrare nei polmoni, troppo densa per respirare.
«Respira, respira. Voglio solo che mi aiuti e, ti giuro, ti tiro fuori da qui», pronunciò con solennità Kafele, dando piccole pacche sulle spalle strette di Jabari. Gli inchiodò gli occhi addosso.
«Come hai fatto a capirlo?».
Kafele piegò le labbra in una smorfia. «Sei pulito. Hai addosso vestiti sporchi, ma odori di sapone.» Sospirò. «Qui l'acqua per le docce non c'è. Se va bene ci laviamo la faccia. Tutto puzza uguale. Il cibo marcio. L'acqua delle pozze. La gente. La morte.» Jabari lo guardò. Quanti anni poteva avere Kafele? Ventuno? Era alto, sporco, sottopeso, con due occhi che vivevano nell'istante. Troppo stanchi per cedere al miraggio del futuro.
«Perché dovrei crederti?», sibilò infine, ansimando.
«Perché non hai nient'altro che me. Se ti vedono ti ammazzano. Perché non ti sei chiuso come gli altri negli uffici?».
«Gli altri sono ancora lì dentro?».
«Sì, ci sono venticinque tra medici, infermieri e operatori che si sono trincerati di là».
Poi il boato, un'esplosione. Il crepitio del fuoco e la luce si spense.
«Perché stanno facendo questo?», chiese Jabari. Gli si aggrappò alle braccia come se la sua stessa esistenza dipendesse da quella risposta.
«È morta Sandrine. La conoscevo, sai? È da un anno che sto qua dentro e conosco tutti, cercando quello che mi serve. Non era come le altre disperate; lei aveva negli occhi il futuro. Aspettava il visto. Aveva studiato informatica e mi aveva detto che mi avrebbe aiutato. Ma io tornavo da lei perché le ricordavo suo figlio e teneva sempre qualcosa da parte da darmi da mangiare. Poi si è ammalata. Chiedeva medicine, ospedale. "Domani", dicevano. Ogni giorno».
Kafele parlò piano, grattandosi i capelli.
«Portami fuori, cosa vuoi in cambio?», scattò Jabari.
Kafele fece una pausa, poi disse: «Voglio andare via da questo cazzo di rifugio. Io ti porto fuori e tu mi nascondi a casa tua. Mi dai dei soldi e mi accompagni. Poi mi porti verso le montagne. E da lì vado a nord».
Bastò un'occhiata e la disperazione di Jabari scivolò negli occhi di Kafele, che la raccolse come un'eco.
«Dobbiamo passare di qua». Kafele si mosse e Jabari lo seguì. Strisciarono sul cemento umido del grosso capannone, scivolando tra le file strette dei letti a castello. Una donna teneva un bambino in braccio, stretto come se quel gesto bastasse per salvarlo.
«Ma ci sono bambini qui?», chiese Jabari con uno stupore che non aveva fine: cosa ci facevano in quell'inferno?
«Sì, che cazzo te ne frega? Ce ne sono tanti qui. Dicono che li portano via domani, in un centro per donne. Ma ogni giorno ripetono "domani"».
Tra gli scatoloni con vestiti sporchi, simili a quello in cui Jabari aveva scelto il travestimento, imboccarono l'uscita. L'aria era irrespirabile; il fumo dei bancali che bruciavano si diffondeva come un serpente che si attorcigliava al collo, stringendo.
«No, di qua!», urlò Kafele, allontanandosi da un gruppo di africani.
«Cosa vogliono?», chiese Jabari.
«Vogliono acqua pulita, roba da mangiare e farsi una doccia. Vogliono un posto dove mettere la roba senza che venga rubata dagli altri. E vogliono i documenti».
Poi un boato, qualcosa esplose, riversandosi nei timpani di Jabari come un acufene battente. Le voci ovattate, la vista sbiadita; vedeva pochi centimetri davanti, correndo, seguendo la maglietta rossa di Kafele.
«Vai piano, non vedo niente, come fai a capire dove vai?», chiese con un filo di voce ridotta a un sussurro.
Kafele si fermò un attimo, sbarrando la strada all'uomo; dovevano stare nell'ombra.
«Sono abituato a vedere solo quello che ho davanti. È l'unico modo per sopravvivere, non esiste altro».
Poi gli mise le mani sulle spalle, la voce che premeva come un ordine: «Ascoltami bene, ci siamo. Tra poco superiamo anche il secondo capannone. Ma c'è la polizia e i manifestanti, dobbiamo passare senza farci vedere».
Imboccarono un corridoio a cielo aperto tra due strutture fatiscenti, stretti in una morsa. Dietro, africani che accatastavano qualsiasi cosa per bruciarlo; davanti, lo spiegamento delle forze dell'ordine con italiani che urlavano e cartelli in mano.
«Andiamo dai poliziotti, andiamo a salvarci», disse Jabari.
«Che cazzo dici? Se ti vedono ti prendono per un cazzo di immigrato. Se sei fortunato ti manganellano, se ti va male ti ammazzano gli altri».
Kafele lo aveva bloccato, lo spingeva contro le lamiere. «Ascoltami bene. Ti ammazzano, hai capito? Hanno preso venticinque dei loro in ostaggio; prima ancora di capire chi sei, sarai morto».
Jabari sapeva con ogni fibra della sua esistenza che Kafele aveva ragione, lo sentiva nella carne, ma la mente lo negava. Si spinsero verso l'ala ovest, dove la cancellata lasciava spazio alla rete. Le orecchie gli esplodevano di urla «Non siamo bestie! Qui ci fate morire! Lasciate andare i medici, siete degli animali! Uccidete chi cerca di aiutarvi». Una cancrena di parole aggrovigliate.
Stavano arrivando alla rete, quando due africani li rincorsero: «Di qua! Qualcuno vuole scappare!».
Uno scatto veloce, le gambe non volevano ubbidire. Jabari voleva che tutto finisse. Il cuore gli sfondava lo sterno, sbattendo, e tutto intorno era un respiro straziato.
Luce. Un martello pulsante alle tempie.
Buio. Ansimava
Luce. Un ferro scavava la gola.
Buio. Panico.
Ma Jabari non si fermò. La sua unica bussola era quella maglietta rossa. Trapassò la rete.
«Dai, di qua!», una voce lontana bucava le ossa. Jabari correva con la percezione della caduta. Poi colpi. «Stanno uscendo!». Colpi in testa, liquido che bruciava negli occhi. Sudore? Lacrime o sangue?
E poi ancora: «Lasciateli o facciamo fuoco!».
I manifestanti gettarono i bastoni, allontanandosi piano, per poi scappare nell'ombra notturna degli alberi. Jabari ansimò, voleva parlare, ma il corpo stesso l'aveva tradito. Non riuscì ad articolare semplici frasi: sono un medico, sono arrivato un giorno prima al centro di accoglienza per presentarmi, e poi la rivolta, gli scontri. Tutto gli morì in gola.
«Portateli in caserma».
Gli occhi di Kafele erano lucidi; non c'era paura. Solo la consapevolezza che, per farcela, avrebbe dovuto continuare a vedere un metro alla volta.
Re: [MI190] Solo un metro alla volta
2Ciao @Didalinda
Hai usato un registro diverso da altre tue prove, mi ha molto impressionato
Sviluppi la traccia - un metro alla volta - mantenendo un climax costante, ottima prova
Mi chiedo solo, ma non so se sia un errore, se questa parte
Nel complesso, una bella dose d'ansia
Hai usato un registro diverso da altre tue prove, mi ha molto impressionato
Sviluppi la traccia - un metro alla volta - mantenendo un climax costante, ottima prova
Mi chiedo solo, ma non so se sia un errore, se questa parte
Didalinda wrote: sono un medico, sono arrivato un giorno prima al centro di accoglienza per presentarmi, e poi la rivolta, gli scontrisia necessaria, dato che fa già parte della traccia
Nel complesso, una bella dose d'ansia
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Re: [MI190] Solo un metro alla volta
3Grazie@NanoVetricida,
ho cercato una traccia il più lontana possibile dalle mie corde, proprio per mettermi alla prova.
In effetti non avevo mai scritto una scena d'azione, ma, come al solito, l'ho affrontata a modo mio: restando dentro il corpo dei personaggi e cercando di azzerare il più possibile la voce narrante.
Per quanto riguarda la tua annotazione, si credo tu abbia ragione.
Grazie per il commento
ho cercato una traccia il più lontana possibile dalle mie corde, proprio per mettermi alla prova.
In effetti non avevo mai scritto una scena d'azione, ma, come al solito, l'ho affrontata a modo mio: restando dentro il corpo dei personaggi e cercando di azzerare il più possibile la voce narrante.
Per quanto riguarda la tua annotazione, si credo tu abbia ragione.
Grazie per il commento
Re: [MI190] Solo un metro alla volta
5Ciao @Didalinda hai tenuto un ritmo ben serrato fino alla fine ma senza dimenticare le sfumature e i contorni necessari ad inquadrare il contesto. Umanità che si scontra con altra umanità, la lotta per la sopravvivenza, l'ordine che lascia il posto al caos. Per uno come me che viene dalla terra che ha visto le rivolte di Rosarno leggere queste righe è come prendere una pietra in pieno viso. L'unica osservazione che mi sento di fare è quella che ha già esposto Nano, altrimenti tutto fila via liscio che è un piacere.
A rileggerti.
L.
A rileggerti.
L.
"Scrivo per autodifesa"
Re: [MI190] Solo un metro alla volta
6Ciao @Didalinda;
Il tuo racconto mi è piaciuto molto.
E’ immediatamente coinvolgente, si viene subito catapultati nel caos della rivolta condividendo lo smarrimento del protagonista, e la suspense resta viva per tutto lo sviluppo della trama. Hai uno stile “cinematografico”, con un ottimo equilibrio tra dialoghi e descrizioni. Alterni sapientemente il ritmo serrato della fuga a brevi pause narrative, nelle quali fai emergere il contesto e le motivazioni della rivolta.
Mi ha colpito la progressiva dissoluzione del confine tra "noi" e "loro", con la percezione che la paura possa rendere indistinguibili le identità e trasformare chiunque in una vittima.
I personaggi sono credibili ed efficaci, possiedono una precisa funzione narrativa ma non si trasformano in semplici simboli.
Mi ha molto colpito il ripetuto rinvio a quel “domani” che non arriva mai, rende credibile il contesto senza appesantire la narrazione con lunghe spiegazioni.
Il finale è coerente e lascia un senso di amara sospensione. L'ultima immagine, affidata allo sguardo di Kafele e al significato del titolo, risulta significativa senza essere didascalica.
Per il mio gusto di lettore, un possibile aspetto migliorabile potrebbe essere la gestione di alcuni passaggi dell'azione, a volte così rapidi da rendere difficile visualizzare con precisione gli spostamenti dei personaggi. Credo che una maggiore chiarezza “spaziale” renderebbe ancora più efficace una sequenza già molto intensa.
Comunque, ottimo lavoro, bravissima!
Il tuo racconto mi è piaciuto molto.
E’ immediatamente coinvolgente, si viene subito catapultati nel caos della rivolta condividendo lo smarrimento del protagonista, e la suspense resta viva per tutto lo sviluppo della trama. Hai uno stile “cinematografico”, con un ottimo equilibrio tra dialoghi e descrizioni. Alterni sapientemente il ritmo serrato della fuga a brevi pause narrative, nelle quali fai emergere il contesto e le motivazioni della rivolta.
Mi ha colpito la progressiva dissoluzione del confine tra "noi" e "loro", con la percezione che la paura possa rendere indistinguibili le identità e trasformare chiunque in una vittima.
I personaggi sono credibili ed efficaci, possiedono una precisa funzione narrativa ma non si trasformano in semplici simboli.
Mi ha molto colpito il ripetuto rinvio a quel “domani” che non arriva mai, rende credibile il contesto senza appesantire la narrazione con lunghe spiegazioni.
Il finale è coerente e lascia un senso di amara sospensione. L'ultima immagine, affidata allo sguardo di Kafele e al significato del titolo, risulta significativa senza essere didascalica.
Per il mio gusto di lettore, un possibile aspetto migliorabile potrebbe essere la gestione di alcuni passaggi dell'azione, a volte così rapidi da rendere difficile visualizzare con precisione gli spostamenti dei personaggi. Credo che una maggiore chiarezza “spaziale” renderebbe ancora più efficace una sequenza già molto intensa.
Comunque, ottimo lavoro, bravissima!
Re: [MI190] Solo un metro alla volta
7Grazie @Jack Cupo,
per il tuo commento così puntuale.
Credo che tu abbia assolutamente ragione, in effetti fatico sempre a stare nel fuori ( descrizione spaziale) ed è un aspetto che devo migliorare.
Grazie del passaggio e mi scuso se non ho commentato il tuo racconto, questa settimana è stata piena e molto molto impegnativa.
per il tuo commento così puntuale.
Credo che tu abbia assolutamente ragione, in effetti fatico sempre a stare nel fuori ( descrizione spaziale) ed è un aspetto che devo migliorare.
Grazie del passaggio e mi scuso se non ho commentato il tuo racconto, questa settimana è stata piena e molto molto impegnativa.
Re: [MI190] Solo un metro alla volta
8Didalinda wrote: Trapassò la rete.Meglio "Oltrepassò la rete", ti consiglio.
Didalinda wrote: Non riuscì ad articolare semplici frasi: sono un medico, sono arrivato un giorno prima al centro di accoglienza per presentarmi, e poi la rivolta, gli scontri. Tutto gli morì in gola.Metterei il discorso diretto in corsivo, o tra virgolette.
Giusto dire chi sia, non basta che ci sia nella traccia, deve venire fuori dal racconto: brava!
Didalinda wrote: «Portateli in caserma».Ci sono rimasta male: avevo capito che fossero in salvo, dopo avere superato la rete... Mi sono persa nel finale.
Didalinda wrote: Gli occhi di Kafele erano lucidi; non c'era paura. Solo la consapevolezza che, per farcela, avrebbe dovuto continuare a vedere un metro alla volta.Bel finale, in linea con il personaggio che sei riuscita a costruire, una frase alla volta.
Il racconto, che scorre attraverso i dialoghi dei due e il mostrare dei luoghi e delle persone del centro per migranti, mi è molto piaciuto.
Il ritmo serrato coinvolge il lettore.
Non era nelle tue corde un racconto d'azione? Credo proprio che, invece, tu ci sappia fare nell'argomento! Complimenti, @Didalinda
Re: [MI190] Solo un metro alla volta
10Piacere di conoscerti.
Ho trovato il tuo racconto molto sensoriale. E, fra tutti i sensi, qui è l'olfatto che talvolta fa la parte del leone, cosa non troppo comune e che ho apprezzato molto. Penso a passaggi come questi:
Una delle poche cose che mi sento di segnalare è che qua e là ho avvertito qualche immagine più convenzionale rispetto al resto della scrittura. Ad esempio...
Ho notato anche una certa insistenza su alcune parole, come ad esempio "occhi". Non che sia un difetto di per sé, però leggendolo tutto di fila mi ha dato l'impressione di essere molto presente:
Brava @Didalinda
Ho trovato il tuo racconto molto sensoriale. E, fra tutti i sensi, qui è l'olfatto che talvolta fa la parte del leone, cosa non troppo comune e che ho apprezzato molto. Penso a passaggi come questi:
Didalinda wrote: Quel puzzo che
Didalinda wrote: aria già pregna di fumo
Didalinda wrote: ma odori di saponeMi è tornata in mente una frase di Voltolini: Il tutto lo si pensa, lo si dice, lo si scrive e, quando si è pazzi, lo si tocca e lo si ascolta. Ma qui noi lo annusiamo, che è diverso. Per cui chapeau.
Una delle poche cose che mi sento di segnalare è che qua e là ho avvertito qualche immagine più convenzionale rispetto al resto della scrittura. Ad esempio...
Didalinda wrote: tagliava l'aria come una lama... mi è sembrata un'espressione che potresti sostituire con qualcosa di più personale. Ce n'era forse un'altra che mi aveva dato la stessa impressione, ma ora non la ritrovo più: quindi prendila con le pinze, magari sono io che vado a farfalle.
Ho notato anche una certa insistenza su alcune parole, come ad esempio "occhi". Non che sia un difetto di per sé, però leggendolo tutto di fila mi ha dato l'impressione di essere molto presente:
Didalinda wrote: con due occhi che vivevano nell'istante
Didalinda wrote: lei aveva negli occhi il futuro
Didalinda wrote: Bastò un'occhiata
Didalinda wrote: e la disperazione di Jabari scivolò negli occhi di KafeleChiudo tornando ai complimenti. Ci sono tre frasi (una è quella già citata prima) che mi sono piaciute tantissimo, perché le ho trovate sospese e precise.
Didalinda wrote: con due occhi che vivevano nell'istante
Didalinda wrote: Le orecchie gli esplodevano di urla
Didalinda wrote: La sua unica bussola era quella maglietta rossaClap clap.
Brava @Didalinda
Re: [MI190] Solo un metro alla volta
11Ciao @Gustavo,
grazie davvero per il passaggio e per l'attenzione che hai dedicato al racconto.
Hai ragione: alcune frasi avrei potuto declinarle in modo più originale e avrei dovuto prestare maggiore attenzione alle ripetizioni.
I tuoi riscontri, insieme a quelli degli altri, mi aiutano davvero a migliorare, quindi ti ringrazio molto.
La prossima volta farò meglio.
grazie davvero per il passaggio e per l'attenzione che hai dedicato al racconto.
Hai ragione: alcune frasi avrei potuto declinarle in modo più originale e avrei dovuto prestare maggiore attenzione alle ripetizioni.
I tuoi riscontri, insieme a quelli degli altri, mi aiutano davvero a migliorare, quindi ti ringrazio molto.
La prossima volta farò meglio.
Re: [MI190] Solo un metro alla volta
12@Didalinda ciao.
La tensione del racconto è innegabile: sei molto brava a gestire il ritmo dell'azione e a far salire l'adrenalina. Tuttavia, vorrei farti riflettere su un aspetto cruciale che rischia di minare la credibilità dell'intera storia: la rappresentazione del Centro di accoglienza.
Hai dipinto il centro come un luogo di privazione assoluta e disumana (cibo marcio, totale mancanza di acqua per l'igiene, violenza omicida sistematica, morti per malattie trascurate). Se l'intento era scrivere un racconto realistico ambientato in Italia, il risultato rischia di essere controproducente. Condizioni così estreme appartengono a scenari di guerra o a campi di detenzione di tutt'altre latitudini. Calcando così tanto la mano, finisci per creare una realtà che il lettore percepisce come finta o esagerata. Il rischio è che chi legge si stacchi emotivamente dalla storia, avvertendola come una forzatura drammatica anziché come una denuncia sincera.
La rivolta sanguinosa, le uccisioni e gli assalti con i bastoni sotto gli occhi della polizia sembrano mutuati da un film d'azione apocalittico. Spesso, nei testi che affrontano temi sociali così delicati, la "sottrazione" funziona molto meglio dell'eccesso. Il vero dramma dei centri in Italia non è necessariamente il sangue o la fame nera da scenario di guerra, ma l'attesa infinita, la perdita di identità, la burocrazia opprimente, l'invisibilità umana. Raccontare questa disperazione più "silenziosa" avrebbe dato al racconto una forza emotiva e una verità molto più devastanti rispetto a un'esplosione di violenza da b-movie.
Da un punto di vista puramente formale, ti segnalo l'uso continuo di scurrilità nei dialoghi («cazzo», «fottuto», «che cazzo te ne frega»). Sebbene la situazione sia d'emergenza e richieda un linguaggio crudo, l'accumulo di queste espressioni finisce per appiattire lo stile e toglie spessore a un personaggio come Kafele, che in realtà dimostra di avere pensieri e riflessioni molto profondi.
Spero di esserti stato utile. Ciao
La tensione del racconto è innegabile: sei molto brava a gestire il ritmo dell'azione e a far salire l'adrenalina. Tuttavia, vorrei farti riflettere su un aspetto cruciale che rischia di minare la credibilità dell'intera storia: la rappresentazione del Centro di accoglienza.
Hai dipinto il centro come un luogo di privazione assoluta e disumana (cibo marcio, totale mancanza di acqua per l'igiene, violenza omicida sistematica, morti per malattie trascurate). Se l'intento era scrivere un racconto realistico ambientato in Italia, il risultato rischia di essere controproducente. Condizioni così estreme appartengono a scenari di guerra o a campi di detenzione di tutt'altre latitudini. Calcando così tanto la mano, finisci per creare una realtà che il lettore percepisce come finta o esagerata. Il rischio è che chi legge si stacchi emotivamente dalla storia, avvertendola come una forzatura drammatica anziché come una denuncia sincera.
La rivolta sanguinosa, le uccisioni e gli assalti con i bastoni sotto gli occhi della polizia sembrano mutuati da un film d'azione apocalittico. Spesso, nei testi che affrontano temi sociali così delicati, la "sottrazione" funziona molto meglio dell'eccesso. Il vero dramma dei centri in Italia non è necessariamente il sangue o la fame nera da scenario di guerra, ma l'attesa infinita, la perdita di identità, la burocrazia opprimente, l'invisibilità umana. Raccontare questa disperazione più "silenziosa" avrebbe dato al racconto una forza emotiva e una verità molto più devastanti rispetto a un'esplosione di violenza da b-movie.
Da un punto di vista puramente formale, ti segnalo l'uso continuo di scurrilità nei dialoghi («cazzo», «fottuto», «che cazzo te ne frega»). Sebbene la situazione sia d'emergenza e richieda un linguaggio crudo, l'accumulo di queste espressioni finisce per appiattire lo stile e toglie spessore a un personaggio come Kafele, che in realtà dimostra di avere pensieri e riflessioni molto profondi.
Spero di esserti stato utile. Ciao
Re: [MI190] Solo un metro alla volta
13ciao @bestseller2020,
Purtroppo il testo non nasce da un'esagerazione, ma da un caso di cronaca vero.
Il 2 gennaio 2017, la venticinquenne ivoriana Sandrine Bakayoko è deceduta per una tromboembolia polmonare presso il centro di accoglienza di Conetta, in provincia di Venezia, dopo un malore improvviso.
La tragedia ha sollevato forti polemiche a causa dei presunti ritardi nei soccorsi, ma ha soprattutto messo in luce l'insostenibile situazione del centro: una ex base militare, gestita dalla cooperativa Edeco, che all'epoca versava in condizioni di estremo degrado e sovraffollamento, ospitando oltre 1.300 persone nonostante una capienza ben inferiore.
L'esasperazione per le precarie condizioni igienico-sanitarie, la mancanza di servizi adeguati e l'isolamento della struttura hanno scatenato, subito dopo il decesso, una violenta rivolta da parte degli altri ospiti, rendendo la morte di Sandrine un triste simbolo delle gravi inefficienze del sistema di accoglienza italiano di quel periodo.
Il centro era già stato denunciato per gravi mancanze, cibo avariato, mancanza di condizioni igieniche, mancanza di assistenza, sovrappopolazione e presenza di minori.
Quindi, si tratta di cronaca vera.
Per quanto riguarda il linguaggio, ho scelto consapevolmente di usare il 'degrado delle parole' per meglio descrivere il degrado dei fatti: ritengo che, di fronte a realtà così disumane, il linguaggio debba farsi specchio fedele della gravità della situazione, evitando edulcorazioni che finirebbero solo per sminuire la brutalità di quanto accaduto.
Grazie del passaggio che mi ha dato la possibilità di citare la fonte della storia
Purtroppo il testo non nasce da un'esagerazione, ma da un caso di cronaca vero.
Il 2 gennaio 2017, la venticinquenne ivoriana Sandrine Bakayoko è deceduta per una tromboembolia polmonare presso il centro di accoglienza di Conetta, in provincia di Venezia, dopo un malore improvviso.
La tragedia ha sollevato forti polemiche a causa dei presunti ritardi nei soccorsi, ma ha soprattutto messo in luce l'insostenibile situazione del centro: una ex base militare, gestita dalla cooperativa Edeco, che all'epoca versava in condizioni di estremo degrado e sovraffollamento, ospitando oltre 1.300 persone nonostante una capienza ben inferiore.
L'esasperazione per le precarie condizioni igienico-sanitarie, la mancanza di servizi adeguati e l'isolamento della struttura hanno scatenato, subito dopo il decesso, una violenta rivolta da parte degli altri ospiti, rendendo la morte di Sandrine un triste simbolo delle gravi inefficienze del sistema di accoglienza italiano di quel periodo.
Il centro era già stato denunciato per gravi mancanze, cibo avariato, mancanza di condizioni igieniche, mancanza di assistenza, sovrappopolazione e presenza di minori.
Quindi, si tratta di cronaca vera.
Per quanto riguarda il linguaggio, ho scelto consapevolmente di usare il 'degrado delle parole' per meglio descrivere il degrado dei fatti: ritengo che, di fronte a realtà così disumane, il linguaggio debba farsi specchio fedele della gravità della situazione, evitando edulcorazioni che finirebbero solo per sminuire la brutalità di quanto accaduto.
Grazie del passaggio che mi ha dato la possibilità di citare la fonte della storia
Re: [MI190] Solo un metro alla volta
14Scusa, aggiungo anche che la morte di Sandrine mi ha colpito perché, a differenza di molti altri ospiti, era una donna istruita. Aveva completato gli studi in informatica e aveva tutta una vita davanti: progetti, possibilità, un domani che sembrava appena cominciare. È proprio questo futuro, così concreto e vicino, che le è stato strappato con una brutalità ancora più dolorosa.