Raccontate la storia delle vacanze di Anna, quelle che cominciavano solo quando arrivava lo zio Franco dal nord, a trascorrere l'intera stagione con lei e la famiglia, al paese.
Ma quest'anno lo zio sta tardando.
L'estate comincia sul ponte
Papà è un uomo alto, magro e delicatino.
Potrebbe essere un bell’uomo, ma ha il vizio di mascherare la calvizie con il riportino e questo gli fa perdere parecchi punti.
Di lavoro fa l’impiegato, ma la sua vera passione è aggiustare le cose.
Abbiamo una veranda dietro casa che lui chiama il magazzino. È lì che gli abitanti di Torella Calabra gli portano biciclette cigolanti, lavatrici con la tosse e radio con il mal di gola. Papà aggiusta tutto, in silenzio. È l’angolo di casa in cui riesce davvero a rilassarsi. Si rilassa così tanto che puntualmente si dimentica di farsi pagare.
È mamma che tiene i conti di casa, e si arrabbia con papà ogni volta che regala una riparazione.
Da giovane era una donna bellissima – l’ho vista nelle fotografie – ma non voglio dire che oggi sia del tutto sfiorita. Diciamo che è una rosa un pochettino spampanata.
Una volta faceva la cassiera in un negozietto di alimentari, ma qualche anno fa il negozio è stato assorbito da un ipermercato. La nuova proprietà ha deciso di rinnovare il personale e così mamma si è ritrovata a fare la casalinga. In compenso è diventata un’ottima cuoca.
Da quando non lavora più, io sono ingrassata di almeno sei chili. Devono essere gli stessi sei chili che lei ha perso smettendo di lavorare. Cucina tantissimo e mangia pochissimo. Non fuma mai meno di trenta sigarette al giorno e, secondo me, sono decisamente troppe.
Mio fratello ha quindici anni ed è un cretino. Ci vivo assieme, posso dirlo. Ha la faccia piena di brufoli. Esce poco e trascorre tutto il tempo a giocare ai videogiochi. La scorsa estate aveva persino una specie di fidanzata. È durata pochi giorni. Poi lei si è stufata di passare i pomeriggi a guardarlo combattere contro mostri e alieni, così l’ha mollato.
Io ho tre anni meno di lui e, a parte un leggero sovrappeso, posso vantarmi di avere un casco di ricci in testa scuri più del nero, e due occhi grigi come ciottoli di fiume.
Gli stessi occhi dello zio Franco. Lo zio Franco è il mio zio preferito. Forse perché è l’unico.
Sono abbastanza sicura che, anche se ne avessi altri dieci, lui resterebbe comunque il mio preferito.
Vive al Nord, a Cuneo.
Le mie vacanze sono sempre cominciate il giorno del suo arrivo. Non il primo giorno di scuola finita. Non il primo bagno al mare. Il giorno in cui compariva lo zio Franco davanti al nostro cancello.
Sarebbe dovuto arrivare questa mattina, ma invece ancora non si è visto.
Una volta, a scuola, la maestra ci aveva dato come tema quello di raccontare un nostro parente e io avevo scelto lui.
A un certo punto mi si era avvicinata alle spalle per controllare quello che stavo scrivendo. “Cuneo, eh? Bella la Liguria. Però ricordati, Annina mia, che non ha niente a che vedere con il nostro mare di Calabria.”
Non avevo risposto. Non perché non sapessi che Cuneo non è in Liguria, ma perché avevo paura di prendere un brutto voto.
Su una cosa, però, la maestra aveva ragione.
Il nostro mare è stupendo. Il suo colore, poi, non si può descrivere. Cambia ogni giorno. A volte cambia persino nel giro di un’ora. Gioca con la luce del sole e si diverte a cambiare vestito, proprio come noi cambiamo maglietta.
Forse è anche per questo che lo zio Franco, ogni estate, scende a Torella Calabra per trascorrere la stagione al mare con noi.
Lo zio Franco è completamente matto. E io lo adoro.
Matto nel senso buono. Ha più energia di noi ragazzi, è giusto e riesce a rendere divertente qualsiasi cosa. Non come papà che, quando prova a spiegarmi come funziona un’autoradio mentre la ripara, mi fa venire soltanto dei grandi sbadigli.
Lo zio Franco è il fratello della mamma.
Mamma mi ha raccontato che, quando ancora erano fidanzati, erano andati a fare un picnic. A un certo punto a papà era venuto un attacco di appendicite. Lo zio Franco non ci aveva pensato due volte: era saltato sulla moto, ci aveva caricato sopra papà e si era precipitato verso l’ospedale. Peccato che, invece della strada asfaltata, avesse scelto una scorciatoia sterrata piena di buche. A ogni sobbalzo papà lanciava di quegli urli che, secondo mamma, lo sentivano anche nei paesi vicini.
Qualche anno dopo, sempre d’estate, eravamo tutti in spiaggia a giocare a pallone. All’improvviso a papà era venuta una colica renale così forte che era convinto di morire. Lo zio Franco, senza perdere tempo, si era diretto verso il garage per prendere la sua moto. A quel punto papà, piegato in due dal dolore, aveva detto che forse stava già un po’ meglio. Che, tutto sommato, probabilmente era soltanto un crampo.
Lo zio Franco mi piace perché racconta storie interessanti, mica come papà e le sue radio, o come Riccardo o gli altri miei compagni di scuola, che sono così noiosi che quando li incontro al mare d’estate e per educazione gli chiedo come stai, loro mi rispondono per davvero. Solo che sono così lenti e lunghi nel parlare, che io, mentre li ascolto, comincio a pensare di aver dimenticato di dare da mangiare a Zagor, il cane del nostri vicini che sono andati alle Maldive, oppure che da lì a due settimane si torna a scuola perché l’estate è finita e sarebbe il caso di cominciare i compiti di matematica.
Poi a un certo punto il Riccardo lo sento che dice che gli è morto il gatto o che si è fatto male al piede, e io allora commento: mamma mia, i piedi sono proprio fragili, con tutti quegli ossicini. Però magari, due settimane dopo, lo rincontro a scuola e allora gli domando: Ti eri fatto male a una mano, vero? Come va adesso?
Lo zio Franco non si perde in racconti noiosi. L’anno scorso, a una cena, il mio compito era quello di apparecchiare. Mi ero scordata di mettere i tovaglioli. Lo zio mi fissò per un po’ negli occhi e poi mi disse che non voleva una bambina tirchia come me che non mette nemmeno i tovaglioli in tavola. Mi spiegò che aveva dei vicini così avari che, pur di non consumare i tovaglioli, si pulivano la bocca con il gatto. Io mi immaginai uno che si strofinava la faccia sul pelo del gatto e mi misi a ridere, e poi gli dissi che non ero affatto tirchia, e per un momento mi tornò in mente il gatto del Riccardo, ma non ricordavo più se fosse morto oppure no.
Lo zio Franco conosce un sacco di barzellette sceme. Aveva anche una moglie, ma io non l’ho mai chiamata zia, perché non mi piaceva molto. Non capiva niente.
Infatti lo zio l’ha lasciata.
Dice che l’ha lasciata perché lei non capiva le barzellette e così doveva sempre spiegargliele. Ma mica si può ridere di una spiegazione. E poi lei gli finiva sempre le frasi, e questa era una cosa che lo irritava, e io lo capisco, perché darebbe fastidio anche a me.
Per esempio, se lui le raccontava di aver fatto un pranzo di lavoro impeccabile, con un servizio eccellente, lei lo anticipava dicendo: il conto sarà stato salatissimo. E lui restava spiazzato: no, ho speso pochissimo, te lo stavo proprio per raccontare, ma l’effetto che voleva fare era ormai andato a farsi benedire.
Mentre aspettiamo che arrivi lo zio, papà mi racconta come si sostituiscono i condensatori delle radio quando perdono isolamento.
Lo zio Franco avrebbe dovuto portare con sé Paola, la sua nuova compagna. Lei è calabrese, proprio di qui vicino, si sono conosciuti la scorsa estate e lavora anche lei al Nord. È scesa qualche giorno prima per andare a trovare la sua famiglia. Lo zio l’avrebbe recuperata per strada e poi sarebbero venuti qui a Torella assieme.
La mamma ci è venuta incontro con il cellulare in mano e gli occhi sbarrati: “Lo zio Franco si vuole buttare dal ponte!”
Della mezz’ora successiva ho soltanto ricordi sbiaditi, convulsi, agitati. Anche papà era agitato e aveva lasciato cadere a terra cacciaviti e lente d’ingrandimento.
Quando siamo arrivati al ponte ho visto lo zio aggrappato alla rete di protezione, con una tanica in mano.
Sotto, un capannello di persone diceva: “Ci risiamo”, “Ma chi è?”, e qualcun altro: “Quello ha una tanica in mano, attenzione”.
Una poliziotta bionda ci ha fatto avvicinare. “State tranquilli, niente panico, niente urla. Ci pensiamo noi”.
Poi, con un megafono in mano, si rivolse allo zio Franco: “Signore! Mi sente?”
Qualcuno disse di averlo visto salire a piccoli passi fino in cima, appoggiare la tanica accanto ai piedi e poi iniziare a fare ampi cenni per richiamare l’attenzione.
“Nella tanica ho soltanto acqua, non vi preoccupate”, disse lo zio. Strizzai gli occhi, mi sembrava sorridere nella mia direzione.
“Acqua?”, reagì la poliziotta. “E a che le serve?”.
Lo zio mosse la mano verso l’orecchio, come per dire che non aveva sentito.
“Glielo ripeto: a cosa le serve l’acqua?” urlò la donna nel megafono, che fischiava in modo fastidioso.
Papà fece un passo avanti, come per proporre di dare un’occhiata ai fusibili o ai trasmettitori. Ma ci ripensò.
“Per bere, ovvio” rispose lo zio.
Poi, accorgendosi che alcuni agenti si stavano avvicinando alle sue spalle, urlò: “Se fate un altro passo, mi butto!”
La poliziotta faceva fatica a tenere a bada i curiosi. Un ragazzo continuava a girare avanti e indietro con il motorino, finché lei si spazientì e fece segno a due agenti di prendergli le chiavi e allontanarlo.
“Fate venire qui l’agente Miglietta. Altrimenti mi butto”, disse lo zio.
Io guardavo la scena con occhi spalancati. Non conoscevo nessun agente Miglietta. Mi voltai verso la mamma, che alzò le spalle.
Una ventina di minuti dopo arrivò l’agente Miglietta.
Quando lo zio lo vide gli urlò subito: “Eccoti, vieni qui sotto, vieni!”. Poi iniziò a svitare il tappo della tanica e si mise a bere.
“Conosce quest’uomo?”, domandò la poliziotta all’agente.
“Mi sembra proprio di no… da qui non si vede benissimo”.
Miglietta aveva l’aspetto burroso: un giovanotto cicciottello a cui verrebbe voglia di stringere forte forte le guance.
“Miglietta!” strillò lo zio Franco. “Vieni qui sotto!”.
“Ma cosa vuoi da me?”, ribatté l’agente. “Chi sei?”
“Non ti ricordi? Stamattina. La multa alla ragazza con le lentiggini.”
Miglietta rise. “Con tutte le multe che faccio…”
Poi lo zio aggiunse: “Quella a cui hai chiesto una palpatina per far sparire la multa”.
A quella frase, Miglietta impallidì.
La mamma diede di gomito a papà: “Con le lentiggini… sta a vedere che è Paola, la compagna di Franco.”
La poliziotta bionda si avvicinò a Miglietta per chiedergli una spiegazione.
“Ma non vedi”, rispose lui inghiottendo saliva, “Questo è tutto matto, dai”.
Poi urlò allo zio, strappando il megafono alla donna: “Guarda che ti confondi! Guarda che non mi ricordo!”.
La poliziotta si riprese il megafono e sbuffò: “Senta, lo dica a me! Cosa le avrebbe fatto l’agente, me lo può spiegare?”
Dal brusio si passò al chiasso, un chiasso strano, più da spettacolo che da emergenza.
Lo zio Franco fece qualche passo sulla rete, come se stesse aspettando proprio quel momento.
“Nel paese lo sanno tutti!” gridò. “Adesso basta. Voglio che Miglietta venga qui sotto. Subito. Altrimenti giuro che mi butto!”
Fece una pausa, poi ripartì.
“Fa le multe e poi le toglie in cambio di qualche palpatina! Ma adesso basta. Ora la vergogna la proverà lui! Vieni qui sotto, Miglietta, e fatti pisciare in testa davanti a tutti. Altrimenti mi butto!”
A quel punto qualcuno fra la folla rise. Un altro tirò fuori il telefono, e la poliziotta dovette gridare “Indietro, indietro” per far ritornare la calma.
La poliziotta abbassò il megafono. Continuava a fissare Miglietta, che aveva preso a guardarsi le scarpe.
“Qui noi rappresentiamo lo Stato. E se quello che sta dicendo è vero, oggi lo sta rappresentando molto male.”
Miglietta la fulminò: “Ma io mica ci sto a farmi pisciare in testa.”
La poliziotta rimase in silenzio qualche secondo. Poi guardò lo zio, ancora in equilibrio sulla rete.
“Su, dai” disse infine. “Non ce la farà mai a centrarla. Fra cinque minuti potremmo avere un morto. Oppure un collega con i pantaloni da lavare. Io sceglierei la lavatrice.”
“È talmente in alto… col vento, saranno due gocce, forse neanche”, aggiunse la mamma.
Io mi voltai sorpresa verso di lei.
“Due gocce?”, ripeté Miglietta. “Ma io rappresento lo Stato!”
“Un rappresentante”, precisò la poliziotta, “mica lo Stato intero”.
Lo zio Franco batté un piede sulla rete. “Deciditi, Miglietta!”
L’agente abbassò lo sguardo.
“Ma è umiliante”, sussurrò, mentre si avviava a testa bassa.
Lo guardai e mi accorsi che stavo sorridendo. Avevo sempre immaginato che le vacanze cominciassero quando lo zio entrava dal cancello di casa. Quest’anno invece avevano deciso di cominciare da un ponte.
Poi avvertii la mano di mamma sulla mia spalla.
“Annina… cerca di fare un video da una buona angolazione.”