[LAB20] Adesso che torni

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Adesso che torni


Il sole tagliava la stanza in diagonale, una lama di luce polverosa che andava a morire sul lenzuolo teso.
Elena scostò la coperta dal suo lato. Si voltò a guardare l'altra metà del letto: il cuscino era gonfio, liscio, la piega della trapunta geometrica intatta, specchio di una simmetria che non veniva disturbata da tempo. Sorrise, sfiorando il cotone fresco con la punta delle dita.
La telefonata dell’alba era ancora vivida, un suono pulito che le vibrava nelle orecchie. Sto tornando, Elena. Sto venendo da te. La voce di Marco era sembrata così vicina, priva di quelle distanze che il tempo accumula sulle cose.
Sotto il getto della doccia, l’acqua calda le sferzò le spalle, ma per un istante l'odore del bagnoschiuma al pino svanì, sostituito dal sentore acre di alcol ed etere. Elena chiuse gli occhi sotto l'acqua, e nel vapore della cabina si fece largo un corridoio bianco, il rumore di zoccoli di gomma sul linoleum. «Signora, la prego, si rimetta a letto. La pressione è troppo alta». «No, devo andare a casa, la culla è già pronta. Sentite come spinge? Marco, diglielo tu che si muove». «Elena, basta. Ti prego, basta. Non c’è nessun bambino. Non c’è mai stato».
Elena riaprì gli occhi, l'acqua le scorreva sul viso cancellando le immagini. Uscì dalla doccia, avvolgendosi nell'accappatoio con gesti calmi, precisi. Non c'era fretta, ma tutto doveva essere perfetto per il suo arrivo.
In cucina, la luce del mattino era più forte. Poggiò i palmi sul marmo freddo del ripiano, guardando la caffettiera d'alluminio da due tazze che aspettava sul fornello. Prese il barattolo del caffè, aprì la dispensa e il suo sguardo cadde su un vecchio barattolo di camomilla, sperduto sul fondo dello scaffale.
Il rumore del cucchiaino che sbatteva contro la porcellana tornò a galla con la violenza di uno schiaffo. «Bevi questa, Elena. Ti fa calmare». «Ho paura, Marco. Se chiudo gli occhi ho paura che la stanza crolli». «Ci sono io. Ma devi respirare, respira con me, guarda il mio petto... Elena, non posso passare ogni notte così. Sto soffocando anche io».
Elena scosse la testa, scacciando quel bisbiglio lontano. Prese la moka, la riempì d'acqua fino alla valvola e livellò il caffè senza pressarlo, esattamente come piaceva a lui. Spostò la caffettiera sul fuoco più piccolo, regolando la fiamma al minimo perché salisse lentamente.
Dalla finestra della cucina, la strada sotto era immobile, lavata dalla luce pallida delle otto. Elena appoggiò la fronte al vetro fresco, gli occhi fissi sull'angolo della via da dove sarebbe dovuto comparire.
A trecento chilometri di distanza, il riflesso del sole rimbalzava sul parabrezza metallizzato di un SUV parcheggiato lungo il viale.
Marco teneva le mani strette sul volante, il motore acceso al minimo. Dal sedile posteriore arrivò il collasso improvviso di uno zainetto di scuola che scivolava sul tappetino, seguito dal pianto accennato di una bambina di tre anni a cui era caduto il pupazzo dalle mani.
«Papà, lo prendi?»
Marco non si mosse. Rimase a fissare il tergicristallo fermo, mentre nella mente il rumore del traffico della città veniva inghiottito da un silenzio d'appartamento, pesante, saturo di una vecchia stanchezza.
«Se te ne vai adesso, Marco, non troverai più niente». «Non c'è già più niente, Elena. Siamo due fantasmi che si guardano in uno specchio rotto. Io voglio vivere. Voglio una casa dove si senta un pianto vero, non questo silenzio che urla».
«Papà?» la voce della bambina si fece più insistente, una manina tesa verso la sua irraggiungibile spalla.
Marco si voltò, raccolse il pupazzo dal pavimento e lo porse alla figlia. Infilò la marcia, rilasciò il freno a mano e si immise nel flusso delle auto che risalivano il viale.
                                                                                                                            ***

La mattinata scivolò via nel silenzio delle stanze. Il sole si spostò lentamente dal pavimento della cucina a quello del corridoio, illuminando la polvere sottile che Elena continuava a inseguire con uno straccio di lino. Lavò i pavimenti, aprì le finestre per far entrare l'aria pulita, poi ripose con cura la caffettiera da due tazze, lasciandola pronta sul ripiano con i cucchiaini specchiati sul vassoio.
Andò verso l'armadio. Scelse il vestito che a lui piaceva di più, quello blu con i piccoli bottoni di madreperla, appeso da mesi dentro la custodia di plastica. Lo stirò con gesti metodici, tendendo il tessuto sotto il vapore del ferro per cancellare ogni minima piega del tempo. Nel silenzio della casa, il ticchettio dell'orologio in salotto sembrava farsi più pesante a ogni ora trascorsa.
Quando l'orologio batté i tre colpi del primo pomeriggio, la luce era cambiata, diventando più radente e calda.
Elena sedeva ora davanti alla specchiera della camera da letto. Aprì il portacipria, passandosi il piumino sulle guance con movimenti lenti, circolari, per cancellare le ombre sotto gli occhi.
Mentre accostava il tubetto del rossetto alle labbra, la superficie liscia dello specchio parve incresparsi.
«Elena, guardami. Devi stare calma, l'ansia non aiuta in questi mesi». Elena sorrideva, passandosi una mano sul ventre gonfio sopra il tessuto del vestito leggero. «Ma io sento le nausee, dottoressa. E le caviglie sono gonfie. Guardi la pancia, sta crescendo». Il medico aveva distolto lo sguardo, fissando l'ecografo spento nell'angolo. «Elena, le analisi del sangue sono negative. L'utero è vuoto. È il tuo corpo che sta assecondando il desiderio, è un’altra gravidanza isterica. Non c'è nessun bambino da partorire neanche questa volta».
Elena tese le labbra davanti allo specchio, applicando il colore rosso con precisione millimetrica.
All'improvviso, due mani grandi si appoggiarono sui suoi fianchi. Marco era dietro di lei, l'aveva sorpresa alle spalle. Aveva il mento appoggiato sulla sua spalla e la guardava attraverso il riflesso, sorridendo con gli occhi lucidi. «Sei bellissima quando fai così sul serio», le aveva sussurrato all'orecchio, stringendola più forte, affondando il viso tra i suoi capelli profumati di bagnoschiuma.
Elena tese la mano all'indietro per cercare quelle dita, per aggrapparsi alla stoffa della sua giacca. Ma le sue dita accarezzarono solo l'aria fredda della stanza.
Nello specchio non c'era nessuno dietro di lei. Solo lo schienale vuoto della sedia e la porta aperta sul corridoio silenzioso.
Elena prese la matita per gli occhi, premendo la punta nera contro la palpebra con forza, finché non sentì male. L'ombra della finestra si allungava sul pavimento della camera, misurando i minuti che la separavano dalla sera. Sistemò un ricciolo dietro l'orecchio, lisciò la piega del colletto della camicetta blu e rimase a fissare il proprio viso truccato, gli occhi fissi dentro i propri occhi, oltre il vetro.
Un asciugamano ruvido passò sulla superficie appannata di quello stesso riflesso, cancellando la condensa con un colpo secco.
Il cerchio pulito sul vetro rivelò il volto di Marco, i tratti segnati, la schiuma da barba ancora fresca sulle guance. Ma per un lungo istante, dietro la propria immagine, nei bordi ancora coperti dal vapore del bagno, la mente trattenne la camera da letto di un tempo. Elena seduta, la schiena dritta, l'attenzione assoluta con cui faceva scivolare il rossetto sulle labbra.
«Perché mi guardi sempre mentre mi trucco?» gli aveva chiesto lei attraverso lo specchio, accennando un sorriso senza voltarsi. Marco si era appoggiato allo stipite della porta, incrociando le braccia. «Perché sembra che tu stia inventando una donna che non esiste. Una donna che non ha paura di niente». Il sorriso di Elena era svanito. La mano col tubetto di rossetto era rimasta sospesa a mezz'aria. «La sto solo preparando per te».
«Papà, bagnato!»
Un colpo secco sulla porta del bagno spezzò il vetro del ricordo. La bambina era in piedi sulla soglia, le mani bagnate tese in avanti dopo aver lavato i denti, le gocce d'acqua che cadevano sulle piastrelle.
Marco sbatté le palpebre, fissando il proprio viso riflesso, di colpo solo in quel bagno moderno e luminoso. Prese un asciugamano pulito, si chinò verso la figlia e le asciugò le manine con gesti calmi.
Dall'ingresso arrivò il rumore delle chiavi di sua moglie che rientrava, il passo svelto di chi ha fretta di cenare. Marco si raddrizzò, passò un dito sul rasoio poggiato sul lavandino e guardò la finestra quadrata del bagno: fuori, il cielo era diventato di un blu scurissimo, quasi nero. Poi si spense del tutto, lasciando solo i lampioni della via ad accendere i profili delle auto parcheggiate. Marco finì di asciugare le mani della bambina, ma le dita rimasero ferme, strette sul tessuto ruvido dell’asciugamano.
Il rumore delle chiavi di sua moglie nell'ingresso venne inghiottito dal fragore improvviso di un temporale estivo. L'asfalto caldo fumò sotto goccioloni pesanti.
Un cappotto giallo tra la folla che corre verso i portici. Elena è ferma al centro del marciapiede, l'ombrello chiuso nella mano sinistra, l'acqua che le inzuppa i capelli appiccicandoli alle guance.
«Elena? Che ci fai qui sotto la pioggia?»
Lei afferra i risvolti della giacca di lui con entrambe le mani, i palmi bagnati che lasciano aloni scuri sul tessuto. «Mi avevi detto mercoledì. Io ho tenuto il conto, Marco. Sono passati tre mercoledì. La cena si è freddata tre volte».
I passanti scartano di lato, urtando le loro spalle con le borse della spesa, gli sguardi dritti, veloci, fissi sulle punte delle scarpe.
«Elena, lasciami. La gente guarda». Il calore del sangue sale al collo, gli occhi cercano una via di fuga tra le vetrine dei negozi. Le dita di lei stringono con forza i bottoni.
«Non puoi non tornare. Io ho lavato le tende, ho messo le lenzuola quelle buone, quelle del matrimonio. Tu devi entrare in casa, Marco. Solo un momento, vieni a vedere».
Un pianto alto, sgraziato, le scoppia in gola. Un urlo soffocato che fa voltare l’uomo con l'impermeabile poco più in là, che poi affretta il passo: indifferente.
«Basta, Elena! Guarda la realtà, per una volta!» Marco le afferra le braccia, stringe fino a fermarle i polsi, costringendola a guardarlo. «È finita. Capisci questa parola? È finita. Io non torno più. Non c'è più nessuna casa».
Le mani di lei cadono lungo i fianchi, inerti. Rimane immobile sotto la pioggia battente, mentre l'acqua le lava via il trucco nero dagli occhi, rigandole le guance di linee scure fino al mento.
«Papà! Mamma è di là?»
La bambina tirò la manica della camicia. Marco lasciò andare l'asciugamano, che cadde spiegazzato sul bordo del lavandino. Oltrepassò la soglia del bagno e camminò verso il rumore dei piatti sul tavolo della cucina.
L'orologio del salotto batté i rintocchi delle otto di sera.
Elena si alzò dalla specchiera. Il vestito blu con i bottoni di madreperla fasciava la sua figura nel corridoio buio. In cucina, la tavola era apparecchiata per due persone: i piatti di porcellana bianca, i tovaglioli piegati a triangolo, i calici da vino che riflettevano l'unica striscia di luce proveniente dal lampione esterno.
Si avvicinò alla finestra, e appoggiò le dita sul bordo del tavolo. La strada sotto era deserta, lucida di umidità. Sistemò la sedia vuota di fronte alla sua, spingendola leggermente verso l'interno, poi si sedette. Guardò il piatto vuoto dall'altra parte del tavolo, intrecciò le mani sul grembo e rimase in ascolto. 
La luce del lampione esterno tagliò la tavola, illuminando la caraffa dell'acqua. Un granello di polvere si posò sul fondo del calice vuoto di Marco, dove il vetro era rimasto asciutto.
DISVANGELO: Il Regno Dei Cieli è Già Tra Voi
Viaggio sconsolato tra i ricordi dello Stato.
Io malata in fuga.

Re: [LAB20] Adesso che torni

2
Ciao @bestseller2020. Un racconto intenso in cui il tempo stesso sembra essere il protagonista. Gesti descritti con precisione millimetrica, il senso dell’attesa  pervade tutta la narrazione soffusa da una mestizia, da una profonda tristezza e mai da un guizzo di gioia neppure quando Elena è convinta che il suo ex tor I a casa. C’è qualcosa che non sono riuscita ad afferrare: all’inizio sembra che Elena abbia avuto un parto con esito nefasto o un aborto. Nel prosieguo invece appare la bambina (la figlia avuta oppure la figlia desiderata?) che sembra possa essere deceduta (ma in quale circostanza?)
È un grave lutto quello che ha provocato la depressione di Elena logorando il rapporto tra i due oppure c’è del simbolismo?
Alcune immagini risultano un po’ stereotipate, la lama di luce, la fronte sul vetro alucini dettagli troppo insistiti, come se la registrazione di ogni gesto non aiutasse alla visione dell’insieme. Non so se mi sono spiegata. Probabilmente il racconto avrebbe bisogno di qualche sforbiciata soprattutto nella seconda parte. Bene gli inserimenti dei flashback che danno un po’ di respiro e luce sugli accadimenti pregressi. Non so, non mi dispiace… ma non ritrovo la verve e l’acutezza di spirito del migliore Best! 

Re: [LAB20] Adesso che torni

3
@@Monica ciao.. mannaggia, non hai colto la trama nel suo sviluppo. Elena ha avuto diverse gravidanze isteriche; per questo il marito l'ha lasciata per sposare un'altra donna, dalla quale ha avuto quello che desiderava: una figlia.. I flash back mostrano il conflitto di lui per averla lasciata nella sua solitudine, infatti, la attuale moglie mai appare nei suoi pensieri: lui pensa ancora a lei... Elena vive di pensieri e per sopravvivere al dolore, ha messo in atto una sorta di protezione mentale, pensando al suo ritorno, illudendosi giorno dopo giorno, quel giorno che non avverrà mai..  Credo che non si capisca tanto per via della voluta mancanza della voce narrante, ma è stata una scelta.. Grazie a presto.  <3
DISVANGELO: Il Regno Dei Cieli è Già Tra Voi
Viaggio sconsolato tra i ricordi dello Stato.
Io malata in fuga.

Re: [LAB20] Adesso che torni

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Ciao @bestseller2020 ,

la prima cosa che si nota è la padronanza della scrittura. Le frasi sono pulite, il lessico è scelto con cura e le immagini risultano sempre coerenti e visivamente forti senza appesantire.

Ad esempio:

“Il sole tagliava la stanza in diagonale, una lama di luce polverosa che andava a morire sul lenzuolo teso.”
“Il granello di polvere si posò sul fondo del calice vuoto di Marco.”

Sono immagini molto efficaci, che restano nitide senza mai sovraccaricare la scena.

Molto interessante anche la struttura a specchio: mentre Elena vive l’attesa di un ritorno impossibile, Marco segue una traiettoria opposta, di allontanamento e nuova quotidianità. Le sequenze si rispondono con precisione:

Elena prepara il caffè → Marco è in auto
Elena si trucca → Marco si rade
Elena apparecchia per due → Marco cena con la nuova famiglia

Questa costruzione è molto solida e dà grande coesione al racconto.

Ottima anche la gestione dei flashback, che non vengono mai introdotti in modo esplicito ma emergono dagli oggetti e dalle situazioni: sono inneschi sensoriali che mantengono il testo fluido e immersivo. Il lettore non riceve subito le informazioni sulla condizione di Elena, ma le ricostruisce gradualmente, come in un puzzle. E questa fiducia nel lettore è, secondo me, una qualità importante.

L’unico aspetto che, personalmente, mi ha lasciata più fredda riguarda i personaggi: tendono a funzionare più come simboli che come individui. Elena è soprattutto attesa, perdita e sospensione; Marco rimane più un controcampo narrativo che una presenza pienamente tridimensionale.

Forse, in alcuni punti, mi sarebbe piaciuto sentire un po’ più di irregolarità emotiva, qualche incrinatura meno controllata, che potesse trascinare il lettore ancora più dentro la tragedia e nel dolore. In diversi passaggi si entra, ma più spesso restiamo ai margini della scena emotiva. Ma questo è chiaramente anche una scelta stilistica, quindi è una mia sensibilità personale.

Un’altra cosa che ho molto apprezzato è il trattamento del tempo: diventa quasi un personaggio autonomo, si percepisce in ogni gesto e in ogni transizione. Questo ha reso la lettura molto immersiva e, personalmente, mi ha portata esattamente dentro la storia, nel punto in cui volevo arrivare.

Grazie per questo racconto, è stata una lettura molto interessante.

Re: [LAB20] Adesso che torni

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Vorrei fare un'ultima considerazione. Il vero tema del racconto è l’assenza: da un lato l’assenza di una gravidanza reale per Elena, che si trasforma in una presenza mentale persistente; dall’altro l’assenza di Marco nella vita di Elena, anche quando lui è già immerso in una nuova quotidianità con una compagna e una figlia.

Ma l’aspetto più interessante è che anche Marco, pur nella sua nuova vita, non è pienamente “altrove”: resta dentro un’assenza speculare, quella della sua prima relazione, che continua a esistere come eco e come tensione.

In questo senso l’assenza non è una frattura netta o un evento di separazione, ma uno stato emotivo diffuso e permanente: non qualcosa che accade, ma qualcosa in cui i personaggi restano immersi.
il tempo diventa assenza, non il tempo in generale, bensì un tempo che non coincide più tra i personaggi e che resta sospeso, non risolto.
E questo mi è piaciuto.

Re: [LAB20] Adesso che torni

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Ciao @bestseller2020
Devo ammettere che ho capito il racconto solo dopo aver letto i commenti
il lavoro è ben svolto, ha un'atmosfera molto cupa, le descrizioni si alternano ai flashback e alle emozioni... È un effetti un po' criptico, anche se ho capito che era un effetto voluto. Nel complesso non mi è dispiaciuto, a rileggerci 
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Re: [LAB20] Adesso che torni

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@bestseller2020 wrote:@bestseller2020Sentite come spinge? Marco, diglielo tu che si muove
Ciao, qui mi sto un po' per sbizzarrire. Spero di non infastidire.

Invece di mettere l'azione dall'esterno, la donna che chiede alle altre persone: sentite (voi) come spinge il bambino, sarebbe stato più d'impatto qui riferirsi al dolore delle contrazioni nel travaglio. Cosa assolutamente coerente con queste "gravidanze isteriche"
bestseller2020 wrote: della via da dove sarebbe dovuto comparire.
A trecento chilometri di distanza
Io qui mi sarei aspettato di trovare un ritorno di paragrafo con una riga di spazio. Io ho dovuto rileggere il paragrafo e leggere indietro per capire che qui staccava l'azione da un contesto a un altro. La riga vuota lo renderebbe più chiaro?
bestseller2020 wrote: Sei bellissima quando fai così sul serio
Tra così e sul serio ci vedrei bene una virgola.
bestseller2020 wrote: Un asciugamano ruvido passò sulla superficie appannata di quello stesso riflesso, cancellando la condensa con un colpo secco.
Il cerchio pulito sul vetro rivelò il volto di Marco, i tratti segnati, la schiuma da barba ancora fresca sulle guance. Ma per un lungo istante, dietro la propria immagine, nei bordi ancora coperti dal vapore del bagno, la mente trattenne la camera da letto di un tempo. Elena seduta, la schiena dritta, l'attenzione assoluta con cui faceva scivolare il rossetto sulle labbra.
Quando l'ho letto la prima volta avevo capito che fosse Elena a vedersi nello specchio e la cosa mi ha indotto un po' in confusione. Poi ho capito che da Elena passi allo specchio visto da Marco, il quale nell'immagine dietro vede i ricordi sovrapposti delle stesse esperienze di Elena.
bestseller2020 wrote: «Elena, lasciami. La gente guarda»
Qui mi sarei aspettato un "ci guarda" a comunicare il disagio di Marco verso l'atteggiamento di Elena, come se lui tenesse già di più alle osservazioni altrui piuttosto che alla tempesta emotiva di Elena.
bestseller2020 wrote: Si avvicinò alla finestra, e appoggiò le dita sul bordo del tavolo. La strada sotto era deserta, lucida di umidità. Sistemò la sedia vuota di fronte alla sua, spingendola leggermente verso l'interno, poi si sedette. Guardò il piatto vuoto dall'altra parte del tavolo, intrecciò le mani sul grembo e rimase in ascolto. 
La luce del lampione esterno tagliò la tavola, illuminando la caraffa dell'acqua. Un granello di polvere si posò sul fondo del calice vuoto di Marco, dove il vetro era rimasto asciutto.
Anch'io, come commentato già da altri, ero inciampato sulla moglie. Forse potevi nominarne il nome o forse un'altra possibilità era quella di farle dire una battuta, dalla quale fosse chiaro che non si trattasse di Elena. Magari una battuta della quotidianità a distaccare il formalismo composto di Elena che rassetta la casa in attesa di una persona che non arriverà mai con la quotidianità della moglie che ha dato a Marco una figlia.

Sul finale: torni due volte sulla luce del lampione dall'esterno. Mi domando io (magari stupidamente): visto che avevi già parlato della luce del lampione, la seconda volta che ricorre nel tuo testo non poteva essere un imperfetto (descrittivo) al posto di un passato remoto? oppure è voluto in una sorta di effetto a specchio (prima sono i vetri che riflettono la luce dall'esterno, la seconda volta è la luce che riflette sui vetri...) che richiama i riflessi prima descritti nei ricordi?

Bella lettura grazie, a rileggersi. 
When people talk, listen completely. Most people never listen. - E. Hemingway

Re: [LAB20] Adesso che torni

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bestseller2020 wrote: Il sole tagliava la stanza in diagonale, una lama di luce polverosa che andava a morire sul lenzuolo teso.
Bell'incipit!
bestseller2020 wrote:  Sistemò un ricciolo dietro l'orecchio, lisciò la piega del colletto della camicetta blu e rimase a fissare il proprio viso truccato, gli occhi fissi dentro i propri occhi, oltre il vetro.
Un asciugamano ruvido passò sulla superficie appannata di quello stesso riflesso, cancellando la condensa con un colpo secco.
Il soggetto della prima frase è Elena; perché non lo è anche della seconda?
Così:
Elena passò un asciugamano ruvido ecc. ecc.
bestseller2020 wrote: Dall'ingresso arrivò il rumore delle chiavi di sua moglie che rientrava, il passo svelto di chi ha fretta di cenare. Marco si raddrizzò, passò un dito sul rasoio poggiato sul lavandino e guardò la finestra quadrata del bagno: fuori, il cielo era diventato di un blu scurissimo, quasi nero. Poi si spense del tutto, lasciando solo i lampioni della via ad accendere i profili delle auto parcheggiate. Marco finì di asciugare le mani della bambina, ma le dita rimasero ferme, strette sul tessuto ruvido dell’asciugamano.
Il rumore delle chiavi di sua moglie nell'ingresso venne inghiottito dal fragore improvviso di un temporale estivo. L'asfalto caldo fumò sotto goccioloni pesanti.
Un cappotto giallo tra la folla che corre verso i portici. Elena è ferma al centro del marciapiede, l'ombrello chiuso nella mano sinistra, l'acqua che le inzuppa i capelli appiccicandoli alle guance.
«Elena? Che ci fai qui sotto la pioggia?»
Lei afferra i risvolti della giacca di lui con entrambe le mani, i palmi bagnati che lasciano al
Visto che ci sono, nel racconto, due piani temporali, ti consiglio di separarli, ogni volta, con due interlinee, come serve tra il temporale estivo e il ricordo di un cappotto giallo di una diversa stagione.

@bestseller2020   

il racconto è scritto in modo profondo e accurato; ho capito la prima moglie Elena, da sola, che ricorda il passato, e Marco che ha messo su famiglia con un'altra e anche lui va col pensiero a Elena..

Come ti ho accennato, gioverebbe comunque alla comprensione dei due piani narrativi, staccare con due interlinee a ogni cambio, oppure cambiare
tipo di carattere per il primo e il secondo piano, totalmente (sacrificando i corsivi attuali per i discorsi diretti, da mettere tra virgolette).
Questi i miei consigli.

:)
Di sabbia e catrame è la vita:
o scorre o si lega alle dita.


Poeta con te - Tre spunti di versi

Re: [LAB20] Adesso che torni

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@bestseller2020 

Apprezzo moltissimo questo tuo nuovo stile di scrittura e nuovo modo di affrontare gli argomenti.
Ho identificato subito i personaggi della trama, ma a tratti ho avuto difficoltá nel cambio di punto di vista. Quando la voce passava a Marco mi trovavo un poco impreparata: un a capo, un'interlinea mi avrebbero certamente aiutato.
Ho trovato le descrizioni molto gradevoli, mi sono sentita dentro alle situazioni, alla tragedia delle gravidanze isteriche, all'impossibilitá di Marco di fare qualcosa. E come ha rilevato chi mi ha preceduto, ho sentito chiaramente l'essere in due posti di Marco. Un sentire custodito come un segreto davanti alla moglie e alla figlia, con un retrogusto colpevole per vivere ció che a Elena é stato negato.
Molto bello, grazie

Re: [LAB20] Adesso che torni

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L’uso del corsivo nel tuo racconto non è un semplice vezzo grafico, ma il vero e proprio motore strutturale della narrazione. È la chiave di volta con cui hai deciso di separare la realtà oggettiva (il tondo) dal trauma soggettivo (il corsivo). Se si analizza l'intera opera sotto questa luce, emerge con grande chiarezza la peculiarità del tuo impianto narrativo. Nella prima parte del racconto, il corsivo funziona in modo magistrale perché rispetta la legge dell'innesco sensoriale. Il tondo stabilisce la realtà (Elena che si lava, Elena che fa il caffè); il corsivo irrompe come un sintomo della sua mente. L'odore del bagnoschiuma diventa l'odore acre di alcol ed etere,  e allora ecco che il corsivo dà voce ai medici o a Marco («Signora, la prego...»).In questa prima fase, il corsivo è un'eco, un bisbiglio, una ferita che sanguina nel presente. Il lettore non perde mai la bussola: sa che Elena è fisicamente sotto la doccia o in cucina, e che quelle voci sono fantasmi che le orbitano intorno. C’è una sottomissione perfetta del ricordo rispetto al presente. Nella seconda parte, davanti alla specchiera, il corsivo alza la posta in gioco. Diventa più lungo, più dialogato. Qui descrivi la seconda gravidanza isterica e il dialogo sul rossetto. L'uso del corsivo qui è ancora giustificato dal punto di vista logico, ma inizia a mostrare una crepa: è troppo lucido. Un trauma così devastante, nella mente di una donna che sta impazzendo di solitudine, difficilmente si ripresenta sotto forma di dialoghi così dotti, ordinati e letterari («Sembra che tu stia inventando una donna che non esiste»). Il corsivo, pur rimanendo confinato nel passato, inizia a perdere la sua natura di "fantasma" per diventare una sceneggiatura teatrale. Arriviamo al finale. in cui Marco è in bagno, sente le chiavi della moglie. Da qui in poi, usi il corsivo per un blocco enorme di testo: tutta la scena della pioggia. Qui il tuo codice grafico subisce un vero e proprio sovraccarico di tensione, per tre motivi: 1) L'invasione di campo: La scena del temporale non è più un'eco o un flash sensoriale. È un'intera sequenza cinematografica autonoma, con comparse che scartano di lato, urla, spintoni e dinamiche fisiche. Il corsivo è così denso e lungo che fagocita il tondo. Il lettore si dimentica di Marco in bagno e si ritrova proiettato sul marciapiede di due anni prima. 2) La trappola del tempo verbale: Scrivendo il ricordo in corsivo ma al presente indicativo ("Elena è ferma", "Lei afferra", "I passanti scartano"), crei un'illusione ottica micidiale. Il presente indicativo è il tempo dell'azione immediata. Il lettore sperimenta quella scena come se stesse accadendo ora. Di conseguenza, quando si torna al tondo ("Papà! Mamma è di là?"), lo strappo non è emotivo, è tecnico. Il lettore subisce un colpo di frusta temporale.3) La fusione delle menti: Come si diceva, quel corsivo nasce dagli occhi di Marco. Ma dentro ci sono i dettagli di Elena ("La cena si è freddata tre volte", "ho lavato le tende"). Questo significa che il corsivo ha smesso di essere la "soggettiva di un personaggio" ed è diventato uno spazio narrativo ambiguo, una terra di nessuno dove i ricordi di lui e di lei si fondono. Secondo me il finale funziona e non funziona. Dopo l'enorme blocco in corsivo del temporale – carico di pioggia, urla, passanti e disperazione – il lettore viene rimbalzato nel tondo della cucina di Marco, e subito dopo nel tondo della cucina di Elena alle otto di sera. Il finale della polvere nel calice è un piccolo capolavoro di sottrazione. È un'immagine che richiede il silenzio assoluto del testo. Questo quello che funziona. Ma il lettore ci arriva con le orecchie che ancora fischiano per il rumore del temporale e delle urla in corsivo. Il granello di polvere del finale esige silenzio epperò il temporale in corsivo ha fatto troppo rumore.

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