[LAB20] L'ecotono

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Mi spiace che abbiate visto tutto. Volete sapere cosa stessi facendo, sulla spiaggia del fiordo, assieme a uno zombie? Giuro, sono dalla vostra parte. Sono come voi. Non fatemi del male.
Ho evitato il contagio perché, quando è iniziata l'apocalisse, ero per i fatti miei nella foresta, a cercare rane. Facevo ricerca sugli ecotoni; sapete cosa sono? Allora, praticamente: una zona di transizione tra due ecosistemi.
Scusatemi se straparlo. Ho quasi perso la vita, nel fiume. Non so perché abbia rimosso il collare allo zombie, le nostre mani si siano intrecciate, abbiamo camminato fino alla foce. Forse era inevitabile. Mi è sembrato di vedere dello stupore, in fondo ai suoi occhi azzurri, spenti.
Ci siamo immersi nella foce, il confine dove fiume e mare si baciano. L'acqua fresca mi lambiva l'inguine, e ho indugiato ad ammirare il pendio erboso con casa nostra, il corso d’acqua emergere dalla foresta, il fiordo luccicare al tramonto. Ho lasciato che il canto dei fringuelli e il mormorare della corrente mi cullassero. Il corpo dello zombie mi si è avvicinato, incerto sul fondo roccioso.
Avevo raggiunto il limite. Dopo tutti quegli anni a tenerlo legato, temendo mi mordesse, la speranza di una cura era morta. Cura da cosa? Le mie certezze erano in crisi: quello che provavo, quello che credevo normale. Non mi riconoscevo più. Iniziavo a capire che senza la luce, c'è il buio, ma senza il buio, non c'è la realtà.
Ho cinto le braccia ai suoi fianchi. Gli artigli affondavano nelle mie spalle, e l'acqua bruciava mentre portava via il sangue verso l’oceano dell’infinito. Le sue ossa scricchiolavano, l'odore di marcio mi invadeva le narici. Ho fissato la bocca spalancata, i denti neri e frantumati, la lingua un moncherino marrone. Ho seguito le sue mani sott'acqua, ho lasciato che il fiume mi sommergesse. Andava bene così. Mentre l'aria abbandonava i miei polmoni e l’identità si immergeva in profondità, i ricordi fluivano liberi.
Avevo sei anni quando la sua famiglia si è trasferita vicino alla mia. Ero nel bosco, davanti a uno specchio d'acqua al limite del sentiero. L'ultima volta che avevo passato del tempo con mio padre, prima del suo coma, eravamo andati lì, e mi aveva mostrato le ovature di rana dentro la pozza. Mi sembrava di sentirlo ancora.
Ero in ginocchio, respirando il profumo di fango, e osservavo i girini muoversi pigri tra alghe e rami: gli occhietti neri, i puntini bianchi, la coda lunga e piatta. Poi, ho visto comparire un paio di scarpette accanto a me. Avevano delle strisce di colore azzurro, rosa, bianco, rosa e azzurro.
«Che c'è là dentro?» Mi ha domandato.
Ho alzato lo sguardo al suo sorriso sdentato. «Girini». Li ho indicati.
Ha sgranato gli occhi blu. I suoi genitori, poco distanti, ci guardavano incuriositi. «E cosa stai aspettando?» Mi ha chiesto ancora.
«Il momento che diventano rane. Vedi, alcuni hanno già le zampette! Fanno la metamorfosi, lo sai cos'è?»
«No, non lo so.»
«È il confine tra essere piccoli ed essere grandi.» Poi, a mezza voce: «Così ha detto il papà.»
«Quindi si trasformano?»
«Sono già rane, ma non sono ancora nel loro corpo finale.»
«Noi ci siamo appena trasferiti. Come ti chiami?» Mi ha fatto la linguaccia e un occhiolino.
A quel punto, ho sentito la voce di mia madre chiamarmi, in ansia. Non voleva perdere anche me.
Abbiamo trascorso l’infanzia assieme: le primavere a intrecciare fiori, le estati a rincorrerci tra le betulle, gli autunni a cercare funghi, gli inverni a giocare a palle di neve. Poi, quando la sua famiglia si è trasferita di nuovo, abbiamo dovuto darci l'addio.
Non so quanti pomeriggi io abbia aspettato sulla soglia di casa. E non so nemmeno cosa: rivedere le sue scarpette a strisce correre in cortile, oppure mio padre, sveglio per miracolo, raggiungermi, scarmigliarmi i capelli e prendermi in braccio. Nessuna delle due è mai successa.
Erano i primi anni di università, quando c’è stato modo di rivederci. Eravamo persone così diverse dall’infanzia, ma non importava. Riuscivamo ancora a guardarci dentro a vicenda. Io stavo studiando a uno dei tavoli in corridoio. Mi è sempre piaciuto stare in quegli spazi transitori, liminali.
«Ma tu sei...» La sua voce era diversa. Ci ho messo un attimo a riconoscerne il volto, le labbra, gli occhi blu. Ho sorriso, senza sapere cosa dire. È così che è iniziata la nostra età adulta.
Quando abbiamo acquistato questa casa sulla sponda del fiordo, le guance ci facevano quasi male per quanto sorridevamo. All’epoca, studiavo l'effetto del disboscamento sugli ambienti di ecotono in zona: il margine della foresta, le sorgenti, la foce del fiume. Prima dell'apocalisse zombie, gli ecosistemi non erano rigogliosi come ora che l’umanità è morente, sapete?
«È perfetta», continuavamo a dire. Mi guardavo attorno, roteando le braccia nell'ampia anticamera, l'anello al dito che luccicava.
Mi ha dato un bacio lieve. «Mi dai una mano a sistemare il divano?» Ha strizzato l'occhio e ha sorriso facendomi la linguaccia. Avevamo tutto.
Come ho detto all'inizio, quando è iniziata l'apocalisse, io ero per i fatti miei nella foresta, a cercare rane. Ho fatto ritorno a casa, ed era sul divano, gli occhi blu rivolti lontano. Aveva ancora i vestiti del lavoro, e c'era una macchia rossa sulla camicia.
«Che succede? Stai bene?» Ho mollato lo zaino a terra e ho corso a sentire la sua temperatura.
«Qualcuno mi ha aggredito, fuori dall'ufficio. Uno mi ha morso.» E ha inclinato la testa per farmi vedere un segno violaceo sul collo.
Nei giorni successivi, ho assistito al cambiamento fisico e mentale. È andato tutto in frantumi. Passavo le notti chiudendomi a chiave in camera per il terrore, piangendo in un letto troppo grande per una persona sola. Non avevo nessuno con cui parlare di tutto quel dolore. Le sue ultime parole, prima di diventare zombie, sono state: «Grazie», una linguaccia, e nient’altro.
Ma non sono il tipo di persona che crede che se una nave cambia tutti i suoi pezzi, allora non è più la stessa nave, sapete? L'ho imparato dopo anni a studiare il concetto di transizione. Ho dovuto mettere un collare al suo collo e legarlo al divano.
Vi ho sempre badato nel migliore dei modi. Tutti i giorni controllavo le lesioni e toglievo le uova di mosca e la muffa. Non ho mai smesso di parlargli. Quando cercava di mordermi, le catene lo impedivano.
«Ho fatto il bagno al fiume, oggi. L'acqua è freschissima. In mare il ghiaccio è in quel momento ambiguo dell’anno in cui non riesce a decidere se rimanere o fondere. Quando troverò una cura, torneremo a fare il bagno assieme.» Il giorno del suo compleanno ho raccontato di nuovo la storia dei girini. Non mi è mai sembrato di star parlando a un muro, ma, col tempo, ho dimenticato il suono della sua voce.
La mia quotidianità era scandita dal controllare le trappole per le pernici, pescare, raccogliere bacche. Mangiavo di fronte a una sedia vuota, in silenzio. Un giorno mi ha afferrato la mano e credevo avrebbe cercato di mettersela in bocca, ma l'ha semplicemente fissata. Aveva ancora l’anello, all'anulare in cancrena. Ho trattenuto il fiato. Dopo un istante, ha ripreso ad agitarsi e mugugnare. Se ancora mi riconosceva, non potevo saperlo, e questo mi logorava.
Quando ho tolto le catene, ho solo restituito una libertà che non avevo alcun diritto di reprimere. Cos’avevo da perdere? Mentre lo zombie teneva la mia testa sott'acqua, sprazzi di lucidità si facevano strada tra i ricordi. Credevo di star morendo. Mi sbagliavo.
Riemergere da quello che mi era sembrato un abisso è stata una rinascita. Mentre vomitavo acqua, sentivo di essere ancora in sospensione, in un limbo tra vita e morte. Perché lo zombie aveva lasciato andare? Nei suoi occhi azzurri ho visto una luce a metà tra il bianco di quelli di un cadavere e il blu di quelli del mio partner. Ha abbassato una palpebra, tremante. Una sola.
«Amore», ho sussurrato, un nodo alla gola. Il viso rigato dalle lacrime, ho afferrato le sue gambe nude e ossute per tirarmi su in piedi.
Ha tirato fuori la lingua rinsecchita, incurvando le labbra come a fare una linguaccia.
Ho abbracciato il suo corpo, arrendendomi ai singhiozzi, le gambe pesanti per l’emozione. Ho carezzato il suo volto e ho avvicinato le mie labbra alle sue, dopo tutti questi anni. Era diverso. La bocca era più molliccia e aveva il sapore del pus. I denti erano pochi e si muovevano quando la mia lingua ci sbatteva contro. Ho ansimato e inalato l’odore di putrefazione. La mia saliva si è mescolata con quell’emulsione di muco e siero, mentre il liquido giallognolo mi gocciolava sul mento.
Abbiamo fatto ritorno alla sponda, sdraiandoci tra i ciottoli e l'erba di fronte al mare, al crepuscolo. La mia lingua è andata al suo collo, a quel primo segno. Ha inarcato la schiena, ha aperto le gambe, e io ho aperto le mie e ho fatto scivolare le mani dentro il suo intestino. I nostri corpi erano diventati un tutt'uno, all’interfaccia tra terra e mare, vita e morte, e non si sarebbero mai più separati, nemmeno nel sottosuolo. Era la sublimazione della resa. Quell’attimo è tutto ciò che esiste, un eterno passaggio di stato. Il gusto acido della necrosi ha mandato in crisi i miei sensi, e ho urlato.
Ed è in quel momento che voi siete arrivati. Ci avete messo in trappola, i nostri corpi erano nudi e vulnerabili. Ma va tutto bene. Io sono come voi. Siamo come voi. Ho sempre supposto di capire, ma solo ora comprendo. Non posso immergermi due volte nello stesso fiume. Non ho paura. Lo zombie, il mio partner, mi ha morso, qui, sul bacino.
La transizione è già in corso, e presto io sboccerò. Chi sono davvero. Sentite anche voi l’identità diventare un fluido? Il mio linguaggio sta venendo disgregato, e la mia mente con esso. Non resisto più. Grazie per avermi consentito di raccontare questa storia. Presto ci uniremo alla vostra orda. Un paradosso: non vivi, non morti.

Re: [LAB20] L'ecotono

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Ciao @Mina
Nonostante sia un grande fan del fumetto di the walking dead, opera che trovo grandiosa anche se sono stato picchiato selvaggiamente da tutte le persone a cui l'ho detto, devo dire che il tuo racconto mi ha fatto abbastanza schifo
Ma schifo schifo eh 😂 
Eppure non ho potuto fare a meno di apprezzarlo, mi piace il mondo anfibio in cui ti sei perso, un universo che ho notato leggendo anche altri tuoi racconti, il modo in cui hai affrontato il contest, anche se il flashback forse non è proprio flashbackato, ma soprattutto il significato del tempo che cambia, che muta le cose trasformandole, non distruggendole, secondo quello che s non erro è il primo principio della termodinamica 
Adattarsi al cambiamento, non giudicarlo, non resistergli, vedere ancora le barche anche se sono stati cambiati tutti i pezzi 
Mi è piaciuta anche la struttura un po' poeiana, un po' lovercraftiana, di raccontare la storia come se fosse una lettera ai posteri, assolutamente in tema con il lavoro svolto e non sarò così fighettino da domandarti come hai fatto a scriverla dopo esserti trasformato in zombie 
Nel complesso un ottimo lavoro, divertente e profondo, complimenti 
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Re: [LAB20] L'ecotono

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@Mina 
Ho capito che il porno gli zombie non funziona, ma ho anche capito che l'amore supera qualsiasi ostacolo.
Il messaggio é chiaro : ti ho aspettato per anni, se tu non torni come me, diventeró io come te.
Ce lo dici con i girini e le rane, con tutti i luoghi di passaggio e trasformazione, ce lo dici in maniera garbata, ma non ci sveli se anche gli zombie sanno amare.
La tua scrittura é ineccepibile e ammetto che aiuta il lettore a superare anche i momenti piú disgustosi (per esempio il bacio).
Mi rimane una domanda, perché ci parli del padre in coma, che ruolo ha esattamente in questo racconto. Lo metti forse per giustificare blandamente le ansie della madre del protagonista? A me sarebbe piaciuto che il padre comatoso avesse un ruolo piú pesante oppure non ci fosse affatto. Cosi com'é mi ha lasciato il tarlo e continuo a pensare a questa figura per cui non trovo una vera giustificazione.
Ció non toglie che il racconto é molto bello, ritmato e di certo tratta un argomento mai sentito.
Mi piace anche che sia il protagonista a raccontare le vicende, anche con una certa fretta, dato che non sa cosa sará dopo la mutazione.
Grazie, davvero una bella lettura.

Re: [LAB20] L'ecotono

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Ciao @Mina, sei tornato finalmente tra noi  :)

Insomma, unisci idee alle tue conoscenze scientifiche e ne fai quasi una biografia: sono certo che vi è sotto una esperienza personale..

Il tuo racconto ha una forza viscerale impressionante e l'intuizione di usare l'ecotone come metafora del lutto è splendida. Tuttavia, l'esperimento si scontra con un limite logico insuperabile: l'incompatibilità biologica.
Tutta la narrazione poggia sul rigore dell'ecologia e sui cicli reali della natura. Ma in natura la morte genera nuova vita solo attraverso la decomposizione. Lo zombie, al contrario, è una figura di pura invenzione pop: non esiste una "metamorfosi" consapevole in un corpo in cancrena. Accostare il saggio accademico allo splatter horror crea così una frattura che fa crollare la credibilità del testo: la mente scientifica del protagonista tenta di catalogare un fenomeno fantastico che non risponde alle leggi della biologia.
Per salvaguardare la fluidità, ti invito inoltre a limare due dettagli: l'ambiguità della cornice iniziale e finale (a chi sta parlando il protagonista sulla spiaggia?) e l'eccessiva ripetizione del gesto della linguaccia, che alla lunga smorza la drammaticità della storia. Ciao 
DISVANGELO: Il Regno Dei Cieli è Già Tra Voi
Viaggio sconsolato tra i ricordi dello Stato.
Io malata in fuga.

Re: [LAB20] L'ecotono

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Ciao@Mina ,
da super appassionata del mondo zombie, devo dirti che questo racconto mi ha colpita parecchio. L'ho trovato un body horror  molto potente e, soprattutto, una scelta narrativa davvero coraggiosa. È uno di quei racconti che lasciano addosso una sensazione strana, perché riescono a trasformare l'orrore in una forma estrema di amore e dedizione.

Di solito, nel genere zombie, il mostro è una minaccia da combattere o da cui scappare. Qui, invece, diventa il centro di un legame che si rifiuta di morire. Ed è proprio questo che mi ha colpita di più: oltre al disgusto, si prova una profonda pietà. Il protagonista, in fondo, non è tanto vittima dell'apocalisse quanto della sua incapacità di accettare il confine tra il prima e il dopo.

Ho apprezzato molto anche il fatto che la decomposizione del corpo non sia mai puro splatter gratuito. Diventa quasi un linguaggio. La fusione tra i due protagonisti crea un cortocircuito molto forte: per restare fedeli a se stessi devono smettere di essere umani, e la trasformazione finisce per assumere il significato di una comunione assoluta.

È questo che rende il racconto così disturbante e memorabile. Non si limita a spaventare, ma porta a chiedersi fino a dove ci si spingerebbe per amore quando l'altro ha ormai smesso di essere quello che era. Finito di leggere, mi è rimasta addosso quella sensazione che hanno le storie che continuano a lavorarti dentro anche dopo l'ultima pagina.

Se devo appuntarmi qualcosa, direi che in alcuni punti le riflessioni sulla metamorfosi risultano un po' troppo spiegate. Secondo me funzionerebbero ancora meglio se emergessero come ossessioni del protagonista, senza bisogno di razionalizzarle troppo. Inoltre, andando avanti, la cornice del prigioniero che parla ai suoi carcerieri si perde un po': qualche richiamo in più alla sua situazione renderebbe ancora più forte la tensione.
Anche nel finale, pur apprezzando il coraggio di portare fino in fondo l'unione dei due protagonisti, forse qualche dettaglio anatomico in meno e una maggiore fiducia nelle immagini aumenterebbero ancora di più l'impatto emotivo. Lo stesso vale per l'ultima frase, che secondo me spiega qualcosa che il lettore aveva già compreso da solo.

Comunque sono davvero dettagli. Quello che resta è la forza della visione e la capacità di prendere un immaginario molto conosciuto e trasformarlo in qualcosa di tragico, inquietante e, in modo sorprendente, anche commovente.

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