Verde inglese Pt.3

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Verde inglese Pt.3


La perdita del suo prezioso pullover «verde inglese» aveva segnato uno spartiacque.
Non era stata solo la scomparsa di un capo a cui era affezionato: era stato la fine di un'appartenenza.
Per quasi tutta la vita professionale aveva dovuto apparire più che essere. O meglio, poteva essere solo nella misura in cui appariva.
Aveva lavorato nella pubblicità della moda e dell'abbigliamento, un ambiente in cui l'abito non era mai solo un abito.
Era un codice. Dovevi conoscerlo fin nelle radici storiche e tecniche, saper distinguere un filato dall'altro, una spalla insellata da una spalla scesa, il taglio di un collo di camicia, il nodo di una cravatta, il numero esatto di bottoni su una giacca.
Chi avevi di fronte ti classificava in pochi secondi, e tu facevi lo stesso.
Non c'era scampo: o mostravi di far parte di quel mondo o ne restavi fuori.
Prima di allora era stato un post-hippy degli anni Settanta.
Portava addosso strati di tessuti stravaganti, capi sdruciti scelti con cura per sembrare casuale, un'uniforme dell'anticonformismo che rifiutava l'omologazione borghese.
Anche lì, senza rendersene pienamente conto, obbediva a un altro codice.
La maglia verde inglese aveva rappresentato l'ultimo ponte tra quei due mondi. Quando era sparita, era sparito anche il bisogno di recitare.
Non aveva più senso, alla sua età, fingersi ciò che non era più.
Mostrare un benessere che non gli apparteneva da tempo era diventato solo una gran rottura di palle: tutta quell'attenzione, quella fatica fine a sé stessa, solo per dimostrare che sapeva distinguere due tipi di cotone o due diverse costruzioni di giacca.
Ora poteva finalmente vestirsi come gli pareva.
Anche come un barbone, purché fosse un barbone pulito.
Poteva essere sciatto, sgualcito, comodo.
Ma puzzare su un tram, quello no. Mai.
Ora si era riscattato, come doveva essere.
Aveva pagato il pegno di una gioventù trasgressiva e di un'età adulta passata a recitare il ruolo dell'uomo di successo: elegante, inserito, credibile.
Ora tutto quello era finito.
La vita lo aveva lentamente spogliato dei suoi camuffamenti più pesanti e, per la prima volta, gli sembrava di respirare con i pori finalmente aperti.
Si scopriva a essere se stesso senza fronzoli: disadorno, ruvido, ma solido. Come una vecchia pianta che ha resistito a troppi venti per piegarsi ancora.
Si divertiva a guardarsi negli occhi della gente sapendo che loro non lo vedevano davvero.
Lo registravano, sì, ma senza metterlo a fuoco: un vecchio vestito da barbone è poco più di una pianta ornamentale o di uno spazio vuoto nel paesaggio. Una non-presenza. Un elemento neutro. Al massimo un piccolo fastidio visivo. E questo, invece di offenderlo, lo divertiva.
Quanto tempo, quanta fatica, quanti tentativi patetici gli erano serviti per arrivare a sentirsi a proprio agio davanti agli altri.
Quanto gli era costato imparare a diventare invisibile.
Era divertente vedere la faccia della vedova del terzo piano ogni volta che s'incrociavano.
La vecchia – in realtà sua coetanea, forse persino un paio d'anni più giovane – aveva preso a guardarlo con un'espressione a metà tra stupore, delusione e preoccupazione materna.
In ascensore era arrivata a chiedergli, strizzando gli occhi: "I stèl bin, monsiù?" (Sta bene, signore?).
"Benissimo, signora. Mai stato meglio", aveva risposto lui con un sorriso largo e placido.
"S'a lo dis a chiel, va bin", (Se lei dice che va bene...)
aveva borbottato la donna, per niente convinta.
Era sempre stato un uomo in movimento. Odiava l'inoperosità.
Come gli squali, doveva continuare a nuotare per non affondare.
Anche adesso, libero dal bisogno di apparire, non riusciva a concedersi un ozio vero.
Avrebbe potuto riprendere la pittura o i fumetti, ma la vista era calata troppo. Quei lavori richiedevano una precisione che non aveva più.
Così aveva iniziato a scrivere racconti.
Era una soluzione pratica: la via più breve tra il pensiero e la mano.
Scriveva da amatore, certo. Sapeva che scrivere bene era difficile quanto disegnare buoni fumetti, ma gli bastava.
Serviva a riempire le ore, a tenere la mente sveglia, a non appisolarsi sulla poltrona come un vecchio inutile.
Aveva però rivalutato anche il sonno.
Aveva la fortuna di sognare storie vere, piccoli film notturni mai noiosi.
Nei sogni tornava ad avere l'età dello splendore: il corpo solido, la schiena dritta, lo sguardo vivo.
Rivedeva sua moglie, le gelosie feroci, i litigi seguiti da riconciliazioni appassionate, le tenerezze che ancora gli stringevano il petto al risveglio. Qualche volta si svegliava con gli occhi umidi e una nostalgia sorda.
Altre notti, invece, arrivava lei: l'amante ventenne di quando lui ne aveva quaranta.
In quei sogni sentiva ancora il desiderio di allora, caldo e urgente.
Ma sotto, come una lama nascosta, c'era il rimorso.
Il ricordo di come l'aveva lasciata, senza il coraggio di dirle in faccia che era finita, quando le cose si erano complicate.
...Che stronzo era stato.
Si era convinto che i vecchi non si addormentassero solo per la stanchezza o la noia.
Il sonno era una via di fuga dall'inutilità delle giornate, quando non si riusciva più a riempirle con un passatempo decente o con le parole crociate.
I sogni diventavano allora un'esistenza parallela, viva, intensa, completamente gratuita.
E quel sonno pomeridiano, preso sulla poltrona con la bocca semiaperta, era anche un allenamento discreto per quello definitivo che presto seguirà.
Dopo dieci anni di duro lavoro, arrivò a dirigere l'ufficio Pubblicità e Immagine dell'azienda di abbigliamento dove aveva iniziato come semplice impiegato.
Un traguardo, in apparenza.
Aveva imparato il codice tecnico, il linguaggio del settore, le stronzate giuste.
Aveva imparato a mascherarsi, tanto da sembrare uno di loro.
Nella nuova posizione si spalancarono porte che fino al giorno prima erano impenetrabili: quelle del livello degli stilisti e dei buyer.
Il sancta sanctorum. Un club privato, una setta di intoccabili che decidevano il destino dell'azienda con la stessa noncuranza con cui intonavano un calzino a una cravatta.
Quelli che, fino a poche settimane prima, lo guardavano dall'alto della loro casta come un paria — un Dalit capitato per sbaglio nel tempio — iniziarono improvvisamente a sorridergli, a considerarlo un pari, uno di loro.
E questo significava una cosa sola: quando l'équipe partiva, due volte l'anno, per annusare l'aria del futuro tra Parigi, Londra, New York o Tokyo — cacciando tendenze invisibili che scorrevano come correnti sotterranee —, lui veniva aggregato.
Non più escluso. Non più a guardare le foto degli altri al ritorno.
Adesso c'era anche lui a caccia dell'immagine che avrebbe dettato il gusto della prossima stagione.
Forse perché le sue origini erano provinciali, non riusciva a provare l'esaltazione che i suoi colleghi mostravano nel trovarsi all'estero.
Per loro, l'essere per lavoro in grandi capitali dell'Occidente sembrava qualcosa che li elevasse al di sopra del resto del genere umano, li rendesse privilegiati e speciali. Certo, in parte era così: non tutti hanno un lavoro che prevede voli intercontinentali da un grande aeroporto all'altro, pernottamenti in prestigiosi alberghi di catene internazionali e cene in rinomati ristoranti alla moda.
C'era in loro qualcosa di mistico, un sentirsi protagonisti di una missione vitale, come fossero esploratori alla ricerca del Sacro Graal e non del colore delle maglie e delle mutande della prossima stagione.
Insomma, non riusciva a provare quella luce messianica che invece trasfigurava i suoi colleghi, come nella Vocazione di San Matteo del Caravaggio, dove sembravano toccati dalla grazia.
Io vedevo solo uomini adulti che si emozionavano come bambini per la suite di un hotel prestigiso, per una carta di credito aziendale e un pass di business class.
Aveva conosciuto l'amore da giovane, quando tutto sembrava urgente e assoluto.
A cinquant'anni credeva di aver capito il meccanismo: sapeva distinguere il desiderio dalla dipendenza, il brivido dalla necessità.
Credeva di essersi vaccinato.
Invece scoprì che la maturità non ti rende immune.
Ti rende solo più bravo a riconoscere i segnali... e più lento a dar loro retta.
Era così che l'aveva conosciuta, lei dieci anni in meno da lui: una storia di sesso priva di impegno e futuro, una avventura leggera da cogliere piacevolmente insieme, uno scambio di corpi e di fluidi senza disturbare le anime.
L'aveva cercata per sesso, niente di più.
Regole chiare, patti espliciti, cuori tenuti a distanza di sicurezza.
Doveva essere un territorio controllato: corpi, piacere, qualche risata, arrivederci.
Ma l'amore – o qualunque cosa fosse quella cosa lì – non rispetta i contratti.
Si infila nelle crepe che lasci aperte senza accorgertene: una frase mandata alle tre di notte, uno sguardo in videocamera che dura un secondo di troppo, un silenzio che non sai più come riempire.
All'improvviso non è più solo pelle. Diventa attenzione. Diventa bisogno. Diventa altro.
Diventa il fastidio sordo di non sapere cosa stia facendo lei quando non è con te.
Tu che ti credevi scaltro, navigato, immune, ti scopri a negoziare miseramente con te stesso.
"È solo sesso" diventa "Forse è solo sesso" ma...".
E lentamente, inesorabilmente, diventa la necessità di una presenza.
Di qualcuno che ricambi quello che provi. Di qualcuno che ti ami.
Peccato che non si potesse. Le regole erano chiare fin dall'inizio, implicite, non scritte: tu avevi una moglie, lei un marito.
Nessuno dei due aveva intenzione di rompere niente.
Eppure, per quasi dieci anni, avevano continuato a fingere che bastasse.
O meglio, lui aveva continuato a fingere.
Perché per lei le regole non erano cambiate.
Lui invece le avevo cambiate tutte, una dopo l'altra, senza avere il coraggio di ammetterlo ad alta voce.
"Mi vuoi solo per il mio corpo, non per la mia anima", le diceva a volte, tra il serio e il faceto, imitando la lagnanza sdolcinata di una donna ottocentesca.
Lei rideva, divertita da quella recita. Rideva di gusto.
E lui ridevo con lei, mentre quella battuta bruciava dentro come una spina.
Ogni tanto, come si fa con un bambino petulante, lei gli concedeva un: "Ma sì, anche io ti amo".
Lo diceva col riso ancora sulle labbra, come se fosse una battuta che stemperava quel bisogno molesto.
Andarono avanti così per quasi dieci anni.
Una relazione asimmetrica, comoda, clandestina.
La distanza fisica li salvava e li condannava insieme: viaggi periodici, città di mezzo, alberghi dove ormai conosciuti non chiedevano più documenti.
Tra un incontro e l'altro, messaggi e chiamate continue lungo il giorno e webcam la notte.
Le vite parallele raccontate con una confidenza quasi coniugale.
Sembrava una famiglia allargata e clandestina allo stesso tempo.
Funzionava proprio perché non era reale.
Si offrivano solo la versione migliore di sé stessi: leggera, spensierata, senza utenze da pagare, discussioni, routine o noia.
Ogni incontro era una vacanza breve e intensa.
Solo sesso, tenerezza e quell'amore a senso unico che lui continuava a masticare come una caramella amara.
Quando non fu più possibile vedersi, la relazione si trasformò in una tenera amicizia.
Si sentivano al telefono quando riuscivano, o in privato sui social.
Era finita una stagione delle loro vite. La bolla di sogno e passione si era dissolta; restava solo il ritorno alla realtà.
Da allora lui non aveva più cercato altre donne, né avventure né diversivi. Aveva deciso che quella sarebbe stata l'ultima febbre, l'ultima follia, l'ultimo amore della sua vita.
L'aveva lasciata andare. Non le chiese mai se dopo di lui ci fosse stato qualcun altro.
Non voleva saperlo. Era convinto, in fondo, che neppure un altro uomo avrebbe mai sentito da lei un «Ti amo» sincero.
"Sei bella e senza cuore", le diceva ogni tanto, con il tono ironico del sedotto e abbandonato.
Lei rideva: "Sì, sono crudele. Per questo ti piaccio".
Poi facevano l'amore furiosamente per tutto il giorno, uscendo dalla camera d'albergo solo a tarda sera, affamati, per infilarsi nel primo ristorante ancora aperto.
Erano passati quasi dieci anni da quando avevano smesso di essere amanti.
Una volta lei gli aveva accennato di avere qualche disturbo e di dover fare degli esami. Lui non ci aveva dato peso.
Non si sentirono per più di un mese. Poi, durante una telefonata di auguri di Natale, gli tornò in mente e le chiese come fossero andati gli esami.
Lei rispose con voce neutra, quasi indifferente, come se parlasse di una cosa qualunque: "Sono piena di metastasi fino al cervello".
Lui pensò fosse l'ennesimo scherzo cinico e rise.
"Sì, vabbè... E quanto ti resta?"
"Forse un anno, se tutto va bene".


(Continua)

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