[Lab20] L'atavica rivalità tra Pontano e Pontanello

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La stava deliberatamente ignorando.
Ogni mattina, bastava che aprisse di un centimetro il balcone della cucina e, per un tacito accordo che andava avanti ormai da una decina d’anni, l’agile Noè, in due falcate, risaliva il tetto della rimessa al piano di sotto, si infilava in una strettissima ringhiera e con due rapidi miagolii pretendeva la razione quotidiana di croccantini Friskies, gatto sterilizzato salmone e verdure. Altre qualità le lasciava nella ciotola ad attirare le formiche. 
Nonna Rosetta non poteva saltare un giorno, anche con la pioggia, anche con la febbre. Se ritardava di un solo minuto, Noè era capace di piazzarsi fuori la finestra e cantarle tutti i successi della musica leggera italiana dagli anni ’50 a oggi, fino al momento in cui non si fosse decisa a dargli ciò che gli era dovuto. 
“Quel dannato gatto mi tiene in vita” soleva ripetere nonna Rosetta, che ormai andava per la novantina e, oltre a occuparsi di quel demonio nero come la pece e preparare il ragù per il consueto pranzo di famiglia della domenica, non aveva tanto altro da fare. 
Quel giorno, però, Noè le dava le spalle. Si era seduto sul tetto della rimessa con il suo portamento elegante, con lo sguardo fisso verso l’orizzonte e le orecchie tirate all’indietro, refrattarie agli insistenti richiami di nonna Rosetta. La lunga coda nera si agitava in scatti nervosi, a destra e a sinistra, come il pendolo di un orologio a cucù. 
“Oh, al diavolo, bestiaccia - ruggì nonna Rosa. - Oggi è domenica, ho cose più importanti di cui occuparmi che perdere tempo con i tuoi stupidi giochetti.”
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La piccola Adele aveva cinque anni. L’età in cui si diventa grandi, si impara a parlare e si diventa lepponsabili
Tuttavia, nonostante fosse ormai quasi una donna fatta e finita, a stento riusciva a trattenere le lacrime. Il giorno prima, papà le aveva giurato che avrebbero fatto cavalluccio e adesso, invece, sosteneva che erano in ritardo mostruoso, che la mamma si era persa al centro commerciale e che non aveva tempo per il cavalluccio. 
“Però, ieri hai giurato” gli fece notare Adele che per la prima volta scopriva l’inaffidabilità di una promessa. 
“Adele, ti prego. Lo facciamo quando torniamo. Guarda, hai messo la maglia al rovescio. Cambiati, dobbiamo mettere le scarpine e poi bisogna scappare. Siamo in ritardo e dobbiamo fare il giro del mondo per andare a recuperare la mamma.” 
“Però, quando torniamo facciamo il cavalluccio?”
“Sissignora, facciamo il cavalluccio. Adesso sbrigati, dobbiamo andare da nonna! Lo sai che si dispiace quando facciamo tardi.”
“La nonna lo sa fare il cavalluccio?”
“Basta! Mettiti la maglia dritta e usciamo. Sennò niente cavalluccio per due settimane.” 
La piccola Adele cercò di immaginare la sua vita senza cavalluccio: non aveva ancora la perfetta cognizione di cosa significassero due settimane, ma le apparve una minaccia piuttosto seria. 
“Papà?”
“Adele, mi stai facendo arrabbiare. Sei grande adesso, metti la maglia…” 
L’uomo si interruppe, aveva notato negli occhi della figlia un’espressione mai registrata prima. Con il suo piccolo ditino indicava perplessa il lampadario. 
“Guarda, sta facendo il cavalluccio.”
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Fabrizio Caduco non ce la faceva più. Aveva quarantasei anni e faceva un concorso all’anno, ormai li passava senza nemmeno leggere le domande. Bastavano le risposte, erano sempre poste nella stessa maniera. Solo un idiota avrebbe potuto sbagliarle. Era questione di musicalità: quando c’era scritto sempre e mai erano sbagliate. E poi la risposta giusta era sempre la C. Girava l’Italia in cerca di un qualsiasi posto che lo avvicinasse a casa. Di cento chilometri alla volta c’era quasi riuscito, ma adesso era rimasto intrappolato in quel paesino di ottocento anime troppo a lungo. In quel luogo dimenticato da Dio, l’ignoranza e l’approssimazione regnavano sovrane: il sindaco era un macellaio, ma non in senso metaforico, era proprio il macellaio di Pontano, e ogni domenica faceva il giro del paese con un tanfo di carne macinata che non gli si staccava di dosso nemmeno dopo dieci docce. 
Fabrizio Caduco doveva scappare. Il sindaco era brutale, lo obbligava a fare cose che non stavano né in cielo né in terra. Aveva una visione medievale della pubblica amministrazione: l’importante non era tanto il benessere della comunità, quanto il malessere del comune confinante. Un odio viscerale, quasi razziale, nei confronti dei vicini di casa di Pontanello. Un livore diffuso in tutto il paese e abbondantemente corrisposto. 
Lui veniva dal mondo esterno: il forestiero, lo chiamavano i paesani. Trovava quella rivalità comica, gli abitanti di Pontano erano davvero convinti che quelli di Pontanello fossero geneticamente inferiori, degli zotici che si sposavano tra cugini e che facevano all’amore con le mucche. Ogni volta che si affrontavano le rispettive squadre di calcio, in un campionato di Seconda Categoria che aveva del tenero più che del tecnico, erano botte da orbi.  
E intanto il paese crollava a pezzi, Fabrizio Caduco era lì da due anni. Era stato assunto pochi giorni dopo l’ultimo terremoto. Il ministero mandava PEC ogni settimana, lui era riuscito a portare una ventata di buona amministrazione: aveva dotato di una verifica sismica gran parte degli edifici pubblici, facendo notte e lavorando anche nei weekend, senza mai ricevere un euro di straordinari. 
Il comune di Pontano aveva partecipato a tutti i bandi. Grazie ai progetti del geometra Caduco, il paese era stato investito di una pioggia di milioni che il macell… il sindaco utilizzava per vantarsi con i cittadini, mentre affettava un quarto di manzo e dava un paio di cervellatine in omaggio, in attesa delle prossime elezioni. 
Eppure, nonostante Fabrizio Caduco si aspettasse la cittadinanza onoraria e una statua d’oro al centro della piazza, il sindaco sembrava addirittura infastidito quando il geometra si permetteva di disturbarlo. 
“Geometra, si deve comprare un cappotto nuovo. Con questo piumino rosso ci fa fare brutta figura.”   
“D’accordo, sindaco. Però le stavo dicendo che le abitazioni di via della Serra sono a rischio, la scuola è a settecento metri ed è stata interdetta, è ovvio che anche le case in fondo alla provinciale…”
“Geometra, quelle abitazioni sono già a Pontanello, è un problema loro.” 
“Ho capito, sindaco. Ma il rischio sismico è elevato. Ci vive la gente, lì dentro.”
“Se la piangessero quei bifolchi, se riescono a staccarsi per un attimo dalle loro vacche” grugnì il sindaco, molto divertito dalla sua stessa battuta.   
Fabrizio Caduco aveva provato a mettersi in contatto con l’ufficio tecnico di Pontanello e vi si era persino recato di persona. Ma al telefono suonava sempre la Primavera di Vivaldi e il comune era presidiato da un vecchio guardiano che gridava e minacciava chiunque volesse avvicinarsi. In quel momento Fabrizio Caduco si domandò se il razzismo territoriale nei confronti di quel paesino non fosse, tutto sommato, giustificato.    
“È solo questione di tempo.”
“È sempre una questione di tempo, geometra.” 
“Sindaco, quella casa crollerà da un momento all’altro.”
“Ma se ha resistito a cinque terremoti solo da quando io sono sindaco.”
“Non è così, l’usura…”
“E poi - lo interruppe il sindaco, - in quella casa ci abita una vecchia che avrà novanta anni, è una scommessa. Magari domani tira le cuoia, e noi ci giochiamo un finanziamento per una casa abbandonata.” 
“Ma sindaco…” 
“Niente ma! Glielo ripeto per l’ennesima volta: quella strada è nella zona di Pontanello, adesso che facciamo? Pure i piaceri a quelle scimmie comuniste? Lei non comprende il concetto di politica.” 
Caduco non riusciva a staccare gli occhi dalla macchiolina rossa sul colletto del sindaco. 
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“È stata solo una piccola scossetta, niente di grave.” 
“Che vuol dire scossetta?” la piccola Adele non riusciva a capire se le convenisse mettersi a piangere oppure no. L’abbraccio del padre un po’ la rassicurava e un po’ le suggeriva che era accaduto qualcosa di brutto. 
“È solo il terremoto, la terra trema ogni tanto.” 
“Trema?” domandò, battendo i piedi sul pavimento, come per accertarsi che fosse ancora stabile. Adele voleva capirne di più: durante i suoi cinque anni di vita aveva già assistito a due terremoti, anche se non ne aveva mai avuto una reale consapevolezza. 
“Non succede niente quando la scossa è così piccola: i lampadari fanno un po’ di cavalluccio e poi torna tutto alla normalità. Non ti devi preoccupare. Adesso andiamo, che la mamma sarà nervosa.” 
“E quando non è così piccola?” 
Il padre le rivolse un sorriso e la trascinò per mano.
-
“Ma che fai? Sei impazzito?”
“Che è successo, sindaco?”
“Non hai visto che un gatto nero ha appena attraversato la strada?”
“E che avrei dovuto fare? È l’unica strada che porta in paese.”
“Avresti almeno potuto fermarti, far passare un po’ di tempo.”  
“Siamo già in ritardo, sindaco. Non crederà davvero a queste sciocchezze?” 
Il sindaco non rispose, si limitò a toccare ferro, grattarsi i genitali e fare il segno delle corna. Guardò con severità l’uomo alla guida della Mercedes che lo stava riportando a Pontano. 
“Se succede qualcosa è colpa tua, però.” 
“Certo, mi assumo io tutte le resp…” 
Un tremendo frastuono coprì le sue parole. Il sindaco vide le labbra muoversi a vuoto nello specchietto retrovisore. 
“Cosa è stato?” domandò l’uomo, rivolgendo uno sguardo preoccupato al sindaco. 
“Il gatto nero, che domande.”
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La piccola Adele non capiva. 
Il palazzo della nonna non c’era più. Com’era possibile? C’era un sacco di gente, papà piangeva, era arrivata anche la mamma che provava a consolarlo. 
C’era anche il sindaco che gridava come un pazzo e indicava un uomo con un giubbotto rosso. Anche quell’uomo piangeva. 
“Ecco cosa succede quando viene la gente da fuori. Tutta colpa dei forestieri. Questa casa è nella zona di Pontanello: il regno dei comunisti, che vi aspettavate? Quando ci si disinteressa del bene dei cittadini…” 
In fondo alla strada un gatto nero si leccava una zampa. 
La piccola Adele non capiva, nessuno rispondeva alle sue domande. 
Ma nel suo piccolo cuoricino di bimba era sicura che quel giorno non avrebbero fatto cavalluccio. 
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Re: [Lab20] L'atavica rivalità tra Pontano e Pontanello

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Ciao @NanoVetricida,
 intanto complimenti per il pezzo, perché hai una scrittura che cattura, super visiva e tridimensionale. Hai un ritmo e un senso della satira che invidio: riesci a scolpire un personaggio in una riga. Penso al sindaco che si porta dietro il "tanfo di carne macinata" pure dopo dieci docce, o al geometra Caduco che compila i concorsi a crocette senza leggere le domande perché "la risposta esatta è sempre la C". Sono perle di ironia pura. Mentre leggevo sentivo gli odori, vedevo le scene e percepivo tutta l’assurdità della situazione.

Hai gestito la tensione da vero regista. Scegliere di non usare il solito flashback scolastico ma di costruire un montaggio alternato (la nonna, la bambina, il geometra) fa girare la storia come un ingranaggio perfetto. C’è un gran controllo del tempo narrativo. E poi si vede che non butti via niente: i dettagli da te sono fatti di cemento, sono strutturali. La bambina che scopre cos'è un terremoto perché il lampadario "fa il cavalluccio" è di una tenerezza e di una crudeltà disarmanti. Così come la figura del sindaco che calcola l'aspettativa di vita della novantenne in base ai fondi pubblici da sciacallare: fa ridere, ma è quel riso amaro che racconta benissimo la provincia. Fino alla mazzata finale.

Se posso farti un appunto critico, però, ho avuto l'impressione che i tuoi personaggi siano più delle "funzioni" che delle persone vere. Sembrano quasi delle pedine messe sulla scacchiera solo per essere travolte dal terremoto alla fine. Hanno una dimensione emotiva un po' sacrificata, e questo rende difficile entrare davvero in empatia con loro.
Proprio per questo, la scelta di chiudere la storia su Adele mi è sembrata un po' un espediente tecnico per strappare un'emozione che il resto del racconto non aveva seminato. È come se usassi l’innocenza della bambina un po' come uno scudo: visto che durante la storia non c'è stato il tempo di farci affezionare alla nonna o al paese, usi la metafora del cavalluccio mancato per commuoverci a colpo sicuro. Intendiamoci, è una buona mossa, però lascia addosso una sensazione un po' fredda, perché il dolore di una bimba diventa funzionale solo a creare il finale a effetto.

Visto che siamo in ottica contest, poi, secondo me hai rischiato parecchio e sei andato un po' troppo fuori dagli schemi rispetto alla traccia. Il bando chiedeva di mostrare come il tempo trasforma le cose (oggetti, relazioni, società) seguendo la scaletta precisa: incipit in medias res, flashback e ritorno al presente.
Tu hai fatto una cosa diversa. Il tempo nel tuo racconto non è un elemento che logora, cambia o fa evolvere le cose lentamente. È un countdown. È una clessidra che corre dritta verso lo zero del terremoto. Insomma, è il tempo dell'urgenza, non quello della memoria. E anche la struttura salta: il flashback è sostituito da tre linee temporali presenti che viaggiano in parallelo e convergono alla fine. È una scelta potente ma il concetto di "mutamento" passa un po' in secondo piano. Oh forse sbaglio?

Resta il fatto che hai una tecnica invidiabile e il racconto è molto riuscito. Bellissimo lavoro!

Re: [Lab20] L'atavica rivalità tra Pontano e Pontanello

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Ciao @Didalinda
grazie per la lettura e i preziosi appunti
sono d'accordo su tutto
Per quel che riguarda il tema del contest, massì sono stato un po' uccel di bosco, ma alla fine mi è venuto questo in mente e l'ho buttato giù senza pensarci troppo
Per quel che riguarda i personaggi poco profondi, lo so, è la mia condanna, me lo dicono tutti, forse dovrei parlarne con uno psicologo, dottore vedo la gente poco profonda...

O forse è colpa degli altri?  
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Re: [Lab20] L'atavica rivalità tra Pontano e Pontanello

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NanoVetricida wrote: aprisse di un centimetro il balcone della cucina e,
aprire il balcone? 
NanoVetricida wrote: Altre qualità le lasciava nella ciotola ad attirare le formiche. 
Intendi  altre marche o gusti di croccantini?
NanoVetricida wrote: cantarle tutti i successi della musica leggera it
ci poteva stare “miagolarle”… 
NanoVetricida wrote: lepponsabili
una bambina di cinque anni  non ce la vedo a esprimersi così 

Ciao @NanoVetricida. Ho trovato grandiosa la tua gestione del tempo, la sensazione si qualcosa di sinistro che incombe è chiara fin dalle prime battute e “aggancia” bene il lettore. In poche battute I personaggi prendono vita con caratteristiche ben delineate ben presente critica sociale. Vengono in mente mille tragedie che potevano e dovevano essere evitate Ho pensato a Niscemi, a Rigopiano, al Vajont… tanto per fare un escursus temporale e dire che nulla cambia mai davvero. Ahimè. Tra I personaggi, la meno riuscita è la bambina, ma solo per una questione di scelta dell’età. Cioè, cinque anni va bene, ma non trovo corrispondenza con la realtà di una bimba di quella età per come l’hai descritta. 
Una prova convincente nell’insieme. 

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