[Lab20] Con le mani nella terra

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Con le mani nella terra

La polvere leggera è fatta di frammenti di pelle e tessuti, porta con sé la voce che esce da quella finestra. Una donna alterna silenzi e rimproveri. Prima paziente: «Dai Fede, questa è la tesserina del pane, vedi? Metti quelle del pane in questa linea». Silenzio, un sospiro forte della donna, poi ancora: «No, Federico, quella è una mela, vedi? Guarda meglio! Il pane è questo! Le tessere hanno tutte la stessa immagine, cerca bene!»

Un’attesa. A voce più forte: «Ieri lo hai fatto! Non cambia nulla da ieri, dai Federico, il pane! Prendi le tessere uguali e attaccale al velcro!» Un rumore forte, un oggetto di cartone si schianta contro il muro. «No Federico, non si fa! Non ti devi permettere. No! Dove vai? Rimettiti seduto, non ti muovere! Dove vai?»

Non ho bisogno di vederlo per sapere che dietro al silenzio di lui ci sono appiccicati occhi smarriti in un altrove che non esiste, ma che conosco. Ci sono già passata, in altri che non mi toccavano con il peso di uno sguardo, ma volteggiavano dispersi, vuoti e assenti.
Io li riconosco.
Poi finalmente lei si sporge, il vetro che non trattiene la sua sagoma, ma la proietta come un'ombra su di me. Gli appoggia una mano sulla spalla e lui con un verso e un movimento veloce di schiena la scansa via. Si lascia guidare da lei e si spostano di nuovo all’interno, là dove non posso arrivare.
E poi un gran trambusto, le urla mischiate al rumore secco di oggetti lanciati sul pavimento.
Silenzio.

Ho raccolto molti silenzi così: sembravano vuoti, ma erano pieni di fatica. Un pianto irregolare, spasmodico, con contrazioni improvvise che arrivano dritte al cuore: «Calmati Federico, va tutto bene. Sdraiati pure se vuoi.» Appena si calma, con un sussurro che sento a malapena: «Vieni tesoro, andiamo fuori, facciamo due passi».

Sono echi lontani di un altro vissuto, là di fronte al fabbricato della scuola, in quella casetta abitata un tempo da urla e smarrimento. Sono sepolti, ma non persi. Riemergono spinti dalle radici, si muovono tra i granelli ruvidi della sabbia e si seccano nell’argilla. Ritornano sciolti nella pioggia e si appiccicano alle foglie marce distese.

Quel giorno un uomo faceva la sua diagnosi: «Signora, suo figlio non parla, non guarda, non reagisce. È evidente che qualcosa non va».
La donna si spegneva in un silenzio pesante che percepivo nel rimbombo dei passi.
Echi leggeri, come semi piumati di soffione che danzavano nell’aria turbinando, prima di cadere su di me.
«In questi casi», continuava il medico, «la causa è quasi sempre l’ambiente familiare. Un clima troppo freddo, poco affetto.»
Pausa breve.
«Lei, forse senza accorgersene, lo ha respinto».
Silenzio.
«Lo chiami pure come vuole, ma il termine che usiamo è madre frigorifero. È così che si formano questi bambini».
La stanza si riempiva di un pianto sommesso mentre un altro uomo alzava la voce: «Non si permetta, lei non sa nulla di noi, di mia moglie, come può dire una cosa così abominevole!»
E ancora il medico: «Capisco la vostra reazione, ma questa è scienza».
Le scarpe marroni della madre si impolverarono nella stradina mentre sfiorava la soglia. Quella mattina uscì di casa con passi nervosi e veloci che non ho mai più sentito. Camminava trascinando gambe pesanti che battevano forte nel selciato, come un capriccio inutile, rivolto a un destino che non ascolta, ma punisce.

Io sono qui. 
Ora ne sento di nuovi, più vicini, e ogni pressione affonda un poco in me.

Lui apre il cancelletto dell’orto scolastico; Anna, l'educatrice, lo segue, fuori dalla rete verde, cercando di non sporcarsi le scarpe. Lui si piega piano, poi più in fretta, fino a inginocchiarsi. Le dita affondano, si aprono un varco tra radici e briciole scure. Non piange, non urla. Solo respira, come se l’aria passasse da me a lui.

La donna lo guarda, senza muoversi. Io sento: non mi graffia, non mi colpisce. Mi cerca. Lo sento. Il sole scalda la testa, l’aria lieve solletica la pelle, le auto in lontananza si accavallano alle voci dei ragazzi nelle aule.

Le sue mani sentono la consistenza friabile e la polvere entra sotto alle unghie. Poi tutto si ferma. Sento i suoi pensieri fatti di immagini che affondano nel mio silenzio; il battito della mia natura lo connette, e finalmente mi vede.

Lei passeggia avanti e indietro, poi si ferma. 
La sua voce cade su un guscio di nocciola abbandonato, scivola tra le mie crepe mentre dice lenta: «È vuoto».
Sento la sua impazienza sospesa sopra di noi, lo sconforto di chi vede solo un involucro senza niente dentro. Poi, ecco il contatto viscerale: le dita di Federico tracciano un segno sulla mia pelle, lo approfondiscono, insistono. Io mi sposto piano, per lasciarglielo fare.

Le dita di Federico riaprono un solco che conosco. Un'altra storia che custodisco sotto la superficie. 
Andrea lo tracciava nello stesso modo, anni fa, ma emetteva suoni forti ogni volta che una zolla ruvida gli graffiava i polpastrelli. Accanto, il padre con le dita nodose mormorava: «Senti, è dura… dobbiamo rompere le zolle per piantare i semi». Il padre scavava con lui. Ma nell’aria restava un vuoto, un posto accanto che nessuno occupava.

Anna continua a osservare il ragazzo attraverso la rete, lo ammonisce piano, temendo di scatenare l’ennesima crisi: «Perché non tocchi l’erba? Con la terra ti sporchi… poi cosa diciamo a tua mamma che ti vede così?» Federico la sente, ma il suono della voce si perde tra il rumore del terreno smosso. Scivola tra i polpastrelli e piccole stradine ondose si tracciano piano.

Lei emette un respiro lungo e rumoroso, di quelli che servono a trattenere la pazienza. Si sporge alla rete e lo guarda. Lo sento dal ferro che si sposta e mi occupa, dal peso dello sguardo che colpisce anche se non guardi.

Le linee seguono un ritmo, lo sguardo accompagna il tratto. È immerso, non sopraffatto. Federico continua, le dita seguono un ritmo che non si spezza. La donna resta ferma, trattiene le parole.

Anna finalmente capisce, si dirige al cancelletto ed entra nell’orto. Le sue ballerine di vernice nera si impolverano mentre mi calpestano, ma lei non ci fa caso; raggiunge il ragazzo in silenzio.
Si inginocchia piano, incollando i pantaloni neri allo strato zolloso, e avvicina le mani a quelle del ragazzo.
Raccoglie la terra e la lascia scivolare dalle mani socchiuse sopra i segni di Federico. Lui le unisce sotto le sue e raccoglie quel dono, protegge il tracciato. Lei sorride, i pezzi di smalto perla si incrostano mentre scava. Fa una piccola buca e poi vi infila il guscio vuoto, ricoprendolo. Federico continua a tracciare simboli di un linguaggio sconosciuto.

Non sta comunicando, si sta radicando. Io lo sento.

Anna si blocca: ricorda che ieri erano arrivate le piantine di lattuga per il progetto con le prime. Di corsa raggiunge il capanno a due passi ed emozionata ritorna con alcuni vasetti neri. Smuove la terra con la paletta, crea una piccola cavità proprio accanto al guscio e vi adagia la vita verde. Poi si china verso Federico e gli porge lo strumento.

Ho visto Andrea scavare con suo padre, e quel posto accanto rimasto vuoto per anni. La madre che se n'era andata non lo aveva abbandonato: aveva scelto di sparire, pur di sottrarlo a chi voleva chiuderlo dietro diagnosi e mura.

Ora custodisco anche Federico e Anna: non guarigione, ma radici. Non abbandono, ma incontro. Oggi le mani di Federico tracciano ancora. Anna le guarda.
Io custodisco radici e silenzi. Sono terra.

Re: [Lab20] Con le mani nella terra

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Ciao @Didalinda
Ormai sei una presenza fissa dei contest 
Hai trattato un argomento, che se non ricordo male, avevi già trattato, che è molto forte e toccante 
Mi è piaciuto come hai affrontato il tema principale del contest - come il tempo modifiche le cose. Lo hai fatto con forza e sagacia, in maniera amara ma al contempo con una visione positiva, quindi a livello simbolico il racconto è perfettamente riuscito. 
Bello il parallelismo con la terra, con le radici, anche se quelle dell'insalata sono le più deboli, ma forse anche questo fa parte del simbolismo. 
Ben congegnato l'uso dei flashback, nel complesso un ottimo lavoro 
A rileggerti  
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Re: [Lab20] Con le mani nella terra

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Ciao @NanoVetricida,
ehm sì, sto cercando di migliorare e di mettermi in gioco.
Nel mio primo racconto ho portato Leo, un bambino con una gravissima encefalopatia.
Per questo contest invece ho portato Federico, un ragazzino autistico.
Ovviamente sono personaggi immaginari, ma trovano ispirazione nella realtà, nelle persone che incontro e nelle esperienze che mi attraversano. Cerco di raccontarle con rispetto, senza trasformarle in “casi”, ma provando a restituire un frammento di umanità.

Re: [Lab20] Con le mani nella terra

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Ciao @Didalinda
questo racconto denota grande sensibilità e capacità di cogliere, attraverso immagini non scontate e dense di significato e simbolismo, tante sfaccettature umane. Molto bella l’immagine del guscio vuoto di nocciola, davvero una chicca. 
La storia è toccante e il riferimento alla temporalità richiesta dal laboratorio è senz’altro centrato.  Bene l’uso del corsivo per I flash back molto molto amari che ci fanno ben comprendere lo sviluppo degli eventi e dei personaggi. Molto singolare è il narratore che hai scelto: la terra. Ho impiegato un po’ prima di capirlo, per fortuna che alla fine lo hai dichiarato! Questo ha reso la mia lettura un pelino difficile perché non riuscivo a capire chi stesse parlando e restavo “appesa” a questo interrogativo. Sono tanti frammenti che nell’insieme costruiscono una narrazione commovente che offre tanti spunti di riflessione. Brava!

Re: [Lab20] Con le mani nella terra

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Aggiungo un suggerimento @Didalinda. All’inizio quando parli do tesserine del pane mi hai subito portato in tempo di guerra. Poi, proseguendo ho capito. Quindi pitresti cambiare la tesserina anziché pane qualsiasi altro soggetto! Scusa… ma te lo volevo segnalare.

Re: [Lab20] Con le mani nella terra

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Ciao @Monica
grazie per il tuo apprezzamento, detto da te vale molto.
Ammiro davvero la tua scrittura: così elegante e scorrevole.

E pensa che ero indecisa se rivelare apertamente che il narratore fosse la terra, ma mio marito mi ha detto: “Se non lo scrivi, non si capisce un cazzo”. Beh, lui è un ingegnere… però meno male che me l’ha fatto notare! 😄

Modificherò anche il riferimento della tesserina del pane: il richiamo alla guerra non l’avevo colto. Grazie davvero per la segnalazione e per la lettura così attenta.

Re: [Lab20] Con le mani nella terra

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Didalinda wrote: La polvere leggera è fatta di frammenti di pelle e tessuti, porta con sé la voce che esce da quella finestra.
So che è la terra a narrare, ma ugualmente non capisco questa prima frase.
Didalinda wrote: : «No, Federico, quella è una mela, vedi? Guarda meglio! Il pane è questo! Le tessere hanno tutte la stessa immagine, cerca bene!»
Per la seconda frase, ti suggerirei: Ogni fila di tessere ha la stessa immagine, cerca bene!
Didalinda wrote: Poi finalmente lei si sporge, il vetro che non trattiene la sua sagoma, ma la proietta come un'ombra su di me
Abbi pazienza, ma anche la frase evidenziata non mi è chiara.
Didalinda wrote: Quel giorno un uomo faceva la sua diagnosi: «Signora, suo figlio non parla, non guarda, non reagisce. È evidente che qualcosa non va».
La donna si spegneva in un silenzio pesante che percepivo nel rimbombo dei passi.
Echi leggeri, come semi piumati di soffione che danzavano nell’aria turbinando, prima di cadere su di me.
«In questi casi», continuava il medico, «la causa è quasi sempre l’ambiente familiare. Un clima troppo freddo, poco affetto.»
Date le idee che fai esprimere a quel medico, hai ambientato il tuo racconto nella metà del secolo scorso?
Didalinda wrote: La donna lo guarda, senza muoversi. Io sento il ragazzino: non mi graffia, non mi colpisce. Mi cerca. Lo sento. Il sole scalda la testa, l’aria lieve solletica la pelle, le auto in lontananza si accavallano alle voci dei ragazzi nelle aule.
Secondo me, devi precisare che chi non graffia la terra è il ragazzino: anche se è ovvio, facilita comunque una lettura più "facile".
Didalinda wrote: Poi, ecco il contatto viscerale: le dita di Federico tracciano un segno sulla mia pelle, lo approfondiscono, insistono. Io mi sposto piano, per lasciarglielo fare.
Questa, per me, è l'immagine migliore, quella che spiega una relazione vera tra il ragazzino e la terra, che lo sta aiutando a far emergere la sua natura, e a conoscere la vita.
Didalinda wrote: Anna continua a osservare il ragazzo attraverso la rete, lo ammonisce piano, temendo di scatenare l’ennesima crisi: «Perché non tocchi l’erba? Con la terra ti sporchi… poi cosa diciamo a tua mamma che ti vede così?» Federico la sente, ma il suono della voce si perde tra il rumore del terreno smosso. Scivola tra i polpastrelli e piccole stradine ondose si tracciano piano.
Ben espressa la comodità che quasi tutti gli adulti rincorrono... perché è più facile... E invece, vuoi mettere quello che si impara sporcandosi,
sbucciandosi le ginocchia, eccetera, quando si è  bambini, quando si "deve" esplorare il mondo?
Didalinda wrote: Anna finalmente capisce, si dirige al cancelletto ed entra nell’orto. Le sue ballerine di vernice nera si impolverano mentre mi calpestano, ma lei non ci fa caso; raggiunge il ragazzo in silenzio.
Si inginocchia piano, incollando i pantaloni neri allo strato zolloso, e avvicina le mani a quelle del ragazzo.
Raccoglie la terra e la lascia scivolare dalle mani socchiuse sopra i segni di Federico. Lui le unisce sotto le sue e raccoglie quel dono, protegge il tracciato. Lei sorride, i pezzi di smalto perla si incrostano mentre scava. Fa una piccola buca e poi vi infila il guscio vuoto, ricoprendolo. Federico continua a tracciare simboli di un linguaggio sconosciuto.

Non sta comunicando, si sta radicando. Io lo sento.
Bello anche, secondo me, il concetto dell'esperienza che si fa col tempo, che fa capire la realtà delle cose, sia all'educatrice, sia al bambino autistico.
Didalinda wrote: Io custodisco radici e silenzi. Sono terra.
Giusto, essenziale e dovuto finale.

Grazie della bella lettura, @Didalinda  :)
Di sabbia e catrame è la vita:
o scorre o si lega alle dita.


Poeta con te - Tre spunti di versi

Re: [Lab20] Con le mani nella terra

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Ciao @Poeta Zaza
grazie per la lettura così accurata. Quasi imbarazzante come una visita dal ginecologo: ti senti messa a nudo, ma sai che è necessaria. 😊

Per quanto riguarda l'incipit, hai toccato un nodo che per me è stato difficile da sciogliere: togliere il riferimento al vedere, visto che la terra non ha occhi. Per questo avevo immaginato la polvere che dall'aula arriva all'esterno portando con sé frammenti di ciò che accade dentro, quasi come se trasportasse voci, emozioni e tracce di vita.

Però hai evidenziato anche una contraddizione che mi era sfuggita: nel passaggio successivo la finestra è chiusa. L'immagine dell'ombra mi piaceva molto perché immaginavo la sagoma della donna proiettata sul terreno attraverso il vetro, ma capisco che il meccanismo non regga fino in fondo e dovrò sicuramente ripensarlo.

In generale, il problema della terra che non vede mi ha accompagnata per tutta la stesura. In alcuni punti credo di aver trovato una soluzione convincente, in altri probabilmente riaffiora il mio modo umano di percepire le cose. E qui devo confessare una piccola incoerenza consapevole: se la terra non ha occhi, in teoria non dovrebbe nemmeno sapere che le scarpe della madre di Andrea erano marroni o che le ballerine di Anna sono nere.
Eppure ho scelto di lasciare quei dettagli.
In origine avevo scritto che la madre di Andrea indossava scarpe di cuoio, poi ho cambiato il dettaglio mantenendo però il colore marrone per creare un contrasto con le ballerine nere di Anna.

Ma c'è anche un motivo più personale. Le ballerine di Anna vengono direttamente da un mio ricordo come educatrice. Mi è capitato davvero di osservare un bambino immerso nella terra restando dall'altra parte di una rete, combattuta tra il desiderio di proteggerlo, le aspettative degli adulti, le regole del contesto e la sensazione crescente che, forse, in quel momento fosse lui a stare nel posto giusto. Ricordo ancora le scarpe che non volevo sporcare. Per questo, quando Anna entra nell'orto e smette di preoccuparsene, per me non è solo un gesto pratico: è un passaggio simbolico. Sta abbandonando il bisogno di correggere per iniziare a comprendere.

Quelle ballerine sono rimaste nel racconto come una sorta di piccolo monumento ai miei limiti, ma anche al percorso che tento di fare per superarli. Probabilmente l'autrice, in quel punto, ha avuto la meglio sulla rigorosa logica del punto di vista della terra. 😊

Sì, il racconto è ambientato tra gli anni '50 e '60, quando certe teorie sull'autismo erano considerate scienza e potevano distruggere una famiglia già provata.

Grazie ancora per il tempo che hai dedicato al racconto e per le osservazioni così puntuali. Sono il genere di commenti che aiutano davvero a capire dove il testo funziona e dove invece chiede ancora lavoro.

Re: [Lab20] Con le mani nella terra

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Didalinda wrote: Grazie ancora per il tempo che hai dedicato al racconto e per le osservazioni così puntuali. Sono il genere di commenti che aiutano davvero a capire dove il testo funziona e dove invece chiede ancora lavoro.
E grazie a te per avermi spiegato le cose che non avevo capito e avermi così aiuta a colmare le mie lacune di lettrice.  :libro:
Di sabbia e catrame è la vita:
o scorre o si lega alle dita.


Poeta con te - Tre spunti di versi

Re: [Lab20] Con le mani nella terra

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Ciao @Didalinda 

Se dovessi trovare un punto di partenza per analizzare questo racconto, così intimo e lirico, non potrei che soffermarmi sul titolo.

Hai scelto «Con le mani nella terra», una formula descrittiva, quasi didascalica, che fotografa l'azione esteriore del protagonista. Credo, tuttavia, che questo titolo conduca parzialmente fuori strada, riducendo a un esercizio di ortoterapia quella che è, a tutti gli effetti, una profonda comunione spirituale. Se il titolo fosse stato «Con le mani dentro me», l'impatto sul lettore sarebbe radicalmente cambiato. Nel momento in cui, a metà lettura, avviene lo straordinario colpo di scena narrativo — e scopriamo che la voce in prima persona è la Terra stessa — quel "dentro me" avrebbe restituito l'esatta misura di un contatto viscerale, intimo e carnale. Federico non sta semplicemente manipolando la materia; sta scavando solchi nella memoria e nel corpo del narratore. Questo cambio di prospettiva tocca il succo più autentico del testo.

D'altronde, il racconto rifiuta volutamente una veduta ampia sul piano spaziale. Tutto si consuma in un perimetro ridottissimo: il davanzale di una finestra da cui giungono voci squarciate, la rete verde di un orto scolastico. Non c'è spazio geografico, c'è solo spazio interiore. La narrazione si configura come un flash di pensieri istantanei, una costellazione di frammenti emotivi in cui gli echi del passato (lo spettro doloroso e storicamente accurato della diagnosi di "madre frigorifero", riemergono dal suolo come radici. È un flusso di coscienza collettivo che la terra custodisce e metabolizza.
In questa dimensione così contratta e istantanea, il vincolo della traccia — l'obbligo di iniziare in medias res — è stato affrontato in modo funzionale, ma forse non del tutto esaltante. Ci scaraventa nel bel mezzo dei rimproveri e della crisi di Federico uditi da una finestra. Sebbene la natura stessa del "flash" desse pochissimi margini di manovra, l'avvio rischia di disorientare il lettore, costretto a decifrare troppi elementi prima che il vero fulcro della storia diventi chiaro. Con una riscrittura si potrebbe tentare una scommessa più audace: far percepire fin dalle primissime righe la natura sensoriale della Terra, traducendo le urla e i rumori in vibrazioni fisiche, onde d'urto nel terreno, prima ancora di esplicitare la scena domestica. In questo modo, il vincolo formale dell'in medias res si sarebbe fuso perfettamente con l'identità del narratore.
Resta, in ogni caso, un pezzo di rara delicatezza emotiva, capace di raccontare l'autismo e l'incontro educativo (splendido il gesto finale di Anna che si sporca le ballerine di vernice per sintonizzarsi sul canale comunicativo del ragazzo) senza mai cadere nel pietismo, ma cercando una dimensione quasi ancestrale di radicamento.
Anche questa volta il tuo testo offre spunti di riflessione bellissimi. Ti vorrei fare una domanda proprio sulla gestione della voce narrante: la scelta di un titolo più descrittivo come «Con le mani nella terra» è stata pensata per mantenere nascosto il colpo di scena della "voce della Terra" fino all'ultimo, o credi che un titolo più evocativo e interno come «Con le mani dentro me» avrebbe potuto valorizzare meglio, fin dal principio, il viaggio sensoriale ed empatico di Federico? Ciao a presto.  <3
DISVANGELO: Il Regno Dei Cieli è Già Tra Voi
Viaggio sconsolato tra i ricordi dello Stato.
Io malata in fuga.

Re: [Lab20] Con le mani nella terra

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Ciao @bestseller2020 ,
ti ringrazio davvero per la lettura così approfondita e per il tempo che hai dedicato all'analisi del racconto. 
Per quanto riguarda il titolo, la tua proposta di Con le mani dentro me è molto interessante perché mette subito al centro il rapporto intimo tra Federico e la Terra narratrice. Tuttavia ho scelto Con le mani nella terra proprio per mantenere il titolo ancorato a un gesto concreto e quotidiano. Federico, prima di tutto, sta davvero affondando le mani nella terra, cercando un contatto fisico e sensoriale. Inoltre volevo evitare di suggerire troppo presto la natura della voce narrante, lasciando che emergesse gradualmente nel corso della lettura.
Lo stesso vale per l'incipit. Capisco la tua osservazione sulla possibilità di caratterizzare fin da subito la percezione della Terra attraverso vibrazioni e sensazioni del terreno. Sarebbe stata una scelta interessante e probabilmente più coerente con l'identità del narratore. Nel mio caso, però, ho preferito privilegiare una scoperta progressiva. Mi interessava che il lettore entrasse prima nel caos della situazione, nelle difficoltà di Federico e nella fatica degli adulti che gli stanno intorno, senza avere subito una chiave interpretativa chiara.
In fondo, pur essendo la Terra a raccontare, non volevo che diventasse la protagonista del testo. Per me il centro della storia resta Federico. La Terra è uno sguardo che osserva, custodisce e collega vicende lontane nel tempo, ma non volevo che la sua presenza sovrastasse il percorso del ragazzo o che il lettore si concentrasse troppo presto sul "colpo di scena" della voce narrante.
Grazie ancora per gli spunti e per la sensibilità con cui hai letto il racconto. Sono riflessioni che trovo davvero stimolanti.

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