Spesso scriviamo pensando a un pubblico di lettori forti. Ma se volessimo lanciare una sfida a noi stessi e scrivere una storia capace di agganciare un non-lettore, uno di quelli che non apre un libro dalle scuole medie e pensa che la lettura sia solo noia? Quali sono secondo voi gli ingredienti necessari per fare breccia? Ritmo serrato, situazioni bizzarre fin dalla prima riga, capitoli cortissimi? Qual è la vostra strategia?
Non ho nessuna strategia ma ho una nipote di tredici anni che non vuole saperne. Non ha mai letto un libro per intero, solo quelle poche pagine che siamo riusciti a imporgli. A volte prendo un libro e lo leggo io ad alta voce, spero che si appassioni alla storia e vada avanti da sola ma niente! Ho scritto una storia di avventure su misura per lei e gli altri due miei nipoti, che invece sono lettori forti, l'ho stampato in tre copie ma l hanno letto insieme a voce alta, un po' per uno. Nonostante l'entusiasmo di leggere un' avventura con tre piccoli personaggi identici a loro, quella è stata la sua unica esperienza da lettrice, anche se a rate. Insomma, se qualcuno sa come convincere questa testa dura a leggere storie ne sarei felice.
Mi piacerebbe avere un metodo, ma fino ad ora non l ho trovato.
Ngannafoddiwrote:Spesso scriviamo pensando a un pubblico di lettori forti. Ma se volessimo lanciare una sfida a noi stessi e scrivere una storia capace di agganciare un non-lettore, uno di quelli che non apre un libro dalle scuole medie e pensa che la lettura sia solo noia? Quali sono secondo voi gli ingredienti necessari per fare breccia? Ritmo serrato, situazioni bizzarre fin dalla prima riga, capitoli cortissimi? Qual è la vostra strategia?
Io ho amato i libri e i fumetti ancora prima che sapessi leggere. I fumetti mi aiutavano a capire la storia con i disegni e anche i libri per ragazzi. Mi inventavo dei mondi.
Poi imparai a leggere e ben presto mi accorsi, dovetti constatare, che a non tutti piacevano i libri e i fumetti. Per non parlare dei mitici soldatini, indiani e soldati del Settimo Cavalleria, con fortini di plastica. Io ci passavo le giornate, altri miei compagni di scuola non ne vedevano e non ne capivano il senso, preferendo giocare al calcio, smontare e rimontare biciclette (poi motorini) e altro.
Ricordo che talvolta, per cercare di "convertire" qualche mio compagno alla lettura, in particolare fumetti, ma anche libri di avventura, prestavo loro qualcosa di quello che avevo e che custodivo e trattavo con religioso rispetto.
Diverse volte andai in escandescenze quando mi restituivano (dopo molti solleciti) fumetti che veneravo (Come Guerra d'Eroi, Super Eroica, Tex, Diabolik, Comandante Mark, Blek, il Monello... famosi negli anni Sessanta e Settanta), tutti spiegazzati e pasticciati, con i personaggi deturpati da baffi e corna. Perché questo era, ed è rimasto il loro concetto del cartaceo. Usare per consumare. E buttare. Dimenticare. Come le parole crociate in spiaggia.
Crescendo mi sono fatto il concetto che con gente simile è inutile discutere o cercare di "convincere". Ignorare.
Da grande provai a intavolare un discorso, durante un turno di guardia, ero sergente, con un mio collega. Dovevamo passare un interminabile fine settimana in un luogo isolato. Per me il tempo non bastava mai a parlare di libri e fumetti. Provai a parlare dei Promessi Sposi e mal me ne incolse. Questo mio collega lo ricordava vagamente, per averlo "studiato" a scuola e non ne voleva più sentire parlare. Di gente così ne abbiamo la maggioranza. Di cosa vuoi parlare?
Tu chiedi
Ngannafoddiwrote:Quali sono secondo voi gli ingredienti necessari per fare breccia? Ritmo serrato, situazioni bizzarre fin dalla prima riga, capitoli cortissimi? Qual è la vostra strategia?
Secondo me gli ingredienti che forse, e dico forse possono far voltare certe persone verso i libri sono argomenti come: barzellette, specie se erotiche, libri scritti da calciatori analfabeti funzionali di ritorno, che manco li scrivono loro i libri ma altri, ma portano il loro nome e parlano di calcio, poi libri scritti da chef televisivi in tutte le salse, ciarpame politico scritto da giornalisti allineati, che non li legge nessuno ma fa tendenza dire di averli comprati e... che altro? Ah! Storie di corna e bicorna fra coppie di cantanti, attori e quant'altro, storie di delitti compiuti venti e più anni fa e oggi alla ribalta televisiva come telenovelle e altro ciarpame e mondezza del genere, che rispecchia il livello culturale e l'interesse di certe persone.
Non c'è da usare nessuna strategia per convincerli a leggere altro, a mio parere. Non ne vale la pena.
Si salveranno solo coloro che resisteranno e disobbediranno a oltranza, il resto perirà.
(Apocalisse di S. Giovanni)
Ho visto di recente dei formati particolari per romanzi, venduti come rivoluzionari ma esistenti già negli anni '80 per libri e fumetti. Avevo dei Topolino e altri romanzi per ragazzi, soprattutto gialli e avventura, realizzati in questo modo: le storie a bivi.
In realtà, per i lettori forti, che preferiscono seguire la reale trama del romanzo, sono noiosi e poco accattivanti. Per me, che preferisco la lettura immersiva, lo erano.
In pratica, il lettore ha più opzioni e decide che forma deve prendere la trama, in base alle sue scelte. Questo tipo di narrativa interattiva dovrebbe, quindi, coinvolgere di più i non lettori. Ovviamente, la formula è attualizzata rispetto al passato, perché le nuove storie contengono dei QR-code con rinvio a metatesti, musica o filmati, proprio per invogliare i lettori dipendenti dalla tecnologia.
Ho visto anche delle riviste realizzate in questo modo, con delle brevi storie "game", o storie "escape", basate sul principio delle avventure punta e clicca da PC, o delle escape room. Ogni rivista è una storia.
In pratica, questa è disseminata da dei rompicapo e per andare avanti nella lettura (e portare a termine una missione o fuggire da un luogo) devi risolverli. Anche queste riviste hanno collegamenti ipertestuali e credo siano finalizzate a invogliare alla lettura il pubblico dei "gamers".
Forse potrebbero essere dei modi utili? Chissà se funzioneranno e quanto dureranno.
@ElleryQ ne ho comprato uno per provarlo e ho visto che in libreria ce n'erano tantissimi nella categoria libri game, anche famosi tipo Geronimo Stilton. La cosa bella è che puoi leggerli più volte e ogni volta finisce in modo diverso. Ce ne sono alcuni anche coi dadi. Quello che ho preso io prevede un dado esagonale che però non era incluso nel libro.
Il mio metodo è di creare libri per ragazzi in stile sitcom. Ogni capitolo è un episodio e tutti gli episodi però sono collegati e seguono il passare del tempo. Naturalmente comici e bizzarri, in stile Henry Danger, I Thunderman, Game Shakers, ecc...
Devo dire che sono riuscito a farlo leggere anche a persone che non leggevano da decenni. E gli è pure piaciuto. A un mio caro amico ho regalato sia questo tipo che un altro in stile più classico: il primo lo ha fatto morire dalle risate, il secondo non è riuscito a leggerlo perché non lo capiva.
Il fatto che ci siano anche le illustrazioni aiuta molto e rende la lettura più piacevole.
Non so se funzionerà sempre, ma mi sembra una strada percorribile.
@ElleryQ Ti riferisci ai librigame? Mi sono tornati in mente quelli di Lupo Solitario
Visto che l'argomento m'interessa e ho provato in passato a rifletterci sopra, posto una parte di un lavoro che ho fatto (è lungo, lo so, ma avete scoperchiato il vaso di Pandora )
L’ignoranza non è mai un bene. Una persona o un popolo ignorante possono essere condizionati, strumentalizzati e sfruttati; l’unico mezzo a disposizione per renderli in grado di difendersi e non sottostare al giogo di chi li vuole dominare è la conoscenza. Conoscenza che avviene attraverso la scoperta, l’arte, la letteratura. Fin dall’antichità ci sono state popolazioni, come i greci, che attraverso le commedie, la filosofia, i miti si sono mosse per fare sì che l’uomo fosse un essere pensante: davano estrema importanza al conoscere perché l’uomo non accettasse tutto quello che gli veniva proposto e, attraverso il dubbio e le domande, sviluppasse discernimento.
Il tempo è passato, ma nonostante ci sia stato chi ha cercato di coltivare l’ignoranza come mezzo di controllo, c’è sempre stato chi ha spinto perché la cultura non scomparisse, ma anzi si sviluppasse, indipendentemente dal ceto, dall’età. Soprattutto si puntava sui bambini, perché la loro è l’età più importante, quella dove si costruiscono le basi, quella dove s’impara di più. Per questo è necessario farli leggere, fargli conoscere favole del passato, storie come La storia infinita e Momo di Michael Ende, L’ultimo elfo di Silvana De Mari, che dimostrano quanto sia importante la fantasia: un regno che non è fisico, che non è reale nel modo in cui si è abituati a pensare, ma che esiste e per chi vi entra può essere un’esperienza che fa apprendere, che può insegnare, perché si è dinanzi a qualcosa senza confini, continuamente in crescita, che muta per adattarsi a chi lo visita.
Per quanto sia importante leggere ai bambini e farli leggere, occorre tuttavia saper dare storie veramente in grado d’insegnare, soprattutto in un periodo come quello in cui si sta vivendo, dove la qualità e il contenuto hanno ceduto alla commercialità e alle storie semplici di veloce consumo, dove il libro è stato privato della coscienza per asservirsi a divenire solamente mezzo di guadagno; un modo di fare che già decenni addietro è stato denunciato da esperti quali Bruno Battelheim (psicologo infantile: Vienna 1903 – Silver Spring 1990 ).
“La maggior parte di questi libri sono tomi superficiali e inconsistenti che non si può cavarne molto di significativo. L’acquisizione di capacità, compresa quella di leggere, perde di valore quando ciò che si è imparato a leggere non aggiunge nulla d’importante alla nostra vita. Tutti noi tendiamo a stabilire i futuri vantaggi di un’attività sulla base di quanto offre al presente. Ma questo è particolarmente vero per il bambino, che, molto più dell’adulto, vive nel presente e, benché abbia delle ansie circa il suo futuro, ha soltanto le più vaghe nozioni di quelle che potranno essere le sue esigenze o di come potrà essere il suo domani. L’idea che l’apprendimento della lettura possa consentire a una persona di arricchire più tardi la propria vita viene percepita come una vana promessa quando le storie che il bambino ascolta, o è già in grado di leggere, sono vuote. La caratteristica peggiore di questi libri per l’infanzia è che essi privano il bambino di quanto egli dovrebbe ricavare dall’esperienza della letteratura: l’accesso a un significato più profondo, e particolarmente valido in relazione al suo stadio di sviluppo.” (1)
Il discorso di Battelheim è rivolto alla letteratura infantile, ma è pertinente e attuale anche con libri di altri generi su cui le case editrici puntano e commercializzano. Politiche editoriali che in molti casi dimostrano come il lettore sia considerato una miniera dove cercare di estrarre il più possibile. Il denaro però non deve essere l’unico fine, occorre invogliare a cercare qualcosa di più, perché i libri sono un nutrimento mentale e spirituale molto importante. Invogliare alla lettura però non è cosa facile, sia che si provi a farlo in famiglia, a scuola, sia che si creino leggi a tal riguardo, come è stato fatto nel 2020 con la legge sulla lettura (2). Essa dichiara di avere come obiettivi:
-Il diffondere l’abitudine alla lettura, come strumento per la crescita individuale e per lo sviluppo civile, sociale ed economico della Nazione, e favorire l’aumento del numero dei lettori, valorizzando l’immagine sociale del libro e della lettura nel quadro delle pratiche di consumo culturale, anche attraverso attività programmate di lettura comune. -Promuovere la frequentazione delle biblioteche e delle librerie e la conoscenza della produzione libraria italiana, incentivandone la diffusione e la fruizione. -Prevedere interventi mirati per specifiche fasce di lettori e per i territori con più alto tasso di povertà educativa e culturale, anche al fine di prevenire o di contrastare fenomeni di esclusione sociale.
Si tratta d’intenti ammirevoli e condivisibili, tuttavia, occorre soffermarsi su un quesito importante: si può invogliare alla lettura?
Possibile, ma si tratta di una cosa difficile e dal risultato per niente scontato, dato che è una nascita interiore, è lo scoccare di qualcosa che fa sorgere passione per la lettura; questa scintilla dipende dalla persona ed è qualcosa di unico, che difficilmente può essere replicato perché quello che vale per un individuo può non valere per un altro.
Un bambino, un ragazzo, che cresce in una famiglia dove tutti leggono avrà più possibilità d’appassionarsi a leggere; tuttavia, non è una cosa scontata, può anche succedere che abbia una reazione opposta. Come non è scontato che chi vive in un ambiente povero di lettori debba seguire l’esempio dei modelli che ha davanti. Logicamente l’ambiente in cui si cresce ha la sua fetta d’importanza, come lo ha la scuola con le sue iniziative: più sono, meglio è, perché più opportunità danno, maggiori sono le possibilità di far piacere la lettura.
Questo può però non bastare, perché deve esserci quella cosa che fa colpo, che non solo attira l’attenzione, ma che fa centro e va nel profondo. Non è facile trovare quel particolare elemento che varia da individuo a individuo. Specie per bambini e ragazzi, l’interesse, il coinvolgimento, è un elemento importante: deve esserci qualcosa che loro sentono personale e pertanto vicino.
Su questo aspetto la scuola ha spesso presentato dei limiti. Vuoi perché non tutte le scuole hanno una biblioteca interna ben fornita (alle volte neppure quelle comunali, specie nei comuni più piccoli, ed è sempre per una questione di fondi scarsi o mancanti), vuoi perché i testi da leggere dei programmi scolastici non sono il massimo dell’attrattiva; per quanto importante possa essere stato il Verismo, le opere di Verga e Zola non sono certo quelle con la maggior attrattiva possibile (in questo caso si sta parlando di ragazzi delle superiori), quelle che incentivano alla lettura.
Così, diventa importante il modo di fare di un professore e i testi che propone: è ciò che può fare la differenza, ciò che può avvicinare o allontanare un ragazzo alla lettura. E per avvicinare occorre rendere il libro, la storia che si vuol far conoscere, attraente; in questo, alle volte, il ruolo del professore diventa fondamentale.
Per la maggioranza delle persone, libri come Il romanzo degli dei e degli eroi di Cesare Peri e Là dove soffia il mistral di Giovanna Righini Ricci risultano praticamente sconosciuti, ma sono ottime letture per ragazzi che vanno alle medie. Se per questi ragazzi può essere abbastanza facile trovare letture invoglianti, alle superiori le cose cambiano, dato che ci si aspetta che si leggano testi più maturi, più impegnati. Solo che spesso si associa la maturità e l’impegno con pesantezza e noia. Eppure, questa visione è lontana dalla realtà; certo, ci sono libri pesanti, ma ce ne sono altrettanti che non lo sono e che sono adatti a ragazzi delle superiori. Kafka, Bradbury, Poe, Matheson, sono alcuni degli autori che Guido Armellini (professore d’italiano delle scuole superiori) fa conoscere agli studenti attraverso l’antologia Il piacere di aver paura. Con simili testi (anziché i classici proposti) si va a cambiare la prospettiva dello studente di che cos’è la lettura e così dare la possibilità di apprezzarla, magari anche amarla. Ancora una volta però sono i professori a fare la differenza, perché sono loro, col loro modo d’insegnare, a determinare se qualcosa può piacere o non piacere, e sono gli studenti stessi a riferirlo, come fa notare Armellini (3). Una buona relazione con i propri docenti ha una buona influenza sul modo di approciarsi dei ragazzi alla lettura (il discorso si adatta anche per tutte le altre materie di studio); per questo, la legge sulla lettura, benché abbia buone intenzioni, può fare poco senza l’approccio giusto delle persone, perché se non c’è piacere nel fare qualcosa, difficilmente potrà avere diffusione (4).
L’interesse per lettura, come si è visto, può essere dovuto sì a un incontro con una persona (un professore, ma anche un amico, un familiare, uno sconosiuto), ma può anche nascere da qualcosa che non dipende dal contatto umano, come a esempio essere colpiti dall’immagine di copertina di un libro; il contenuto è sicuramente la parte più importante, ma se non c’è un input che spinge a scoprirlo, esso rimane inutilizzato, incapace di dare il valore che contiene. Quindi, anche una copertina ben fatta ha il suo ruolo e se per un adulto questo può essere un fattore meno determinante, per bambini e ragazzi è tutto di un altro tenore, perché le immagini sono le prime cose che li colpiscono.
Quindi, ben venga tutto ciò che invoglia alla lettura, senza dimenticare però che il piacere di leggere non può essere insegnato o imposto (al massimo si può imparare), ma è una scintilla che nasce dall’individuo per motivi che per ciascuno sono differenti.