La polizia e la stampa circondano il casolare e il giardino di un vecchio.
Armi e telecamere puntate su di lui. Che cosa avrà fatto? Importazione di semi clandestini e occultamento di falde acquifere destinate a uso pubblico.
Ha coltivato due filari di pomodori nel suo orto, irrigandoli con l’acqua del suo pozzo.
Alzò gli occhi al cielo grigio: i droni sfrecciavano in cielo in tutte le direzioni. Non c’erano solo quelli di sorveglianza, naturale, ma anche quelli del trasporto merci. Con quel loro tipico colore giallo canarino e le ali dipinte sul fianco. Hermes Ultra Plus. Ormai quel genere di droni di consegna puntuale si trovava anche lì, in mezzo al nulla.
Dietro di lui gli altri agenti stavano già disponendo i cordoni di sicurezza per tenere alla larga la stampa. Altri curiosi non ce n’erano. Questa era una cosa grossa: rischiava di sfuggire di mano se non l’avessero subito controllata bene. E stavano facendo tutto quello che c’era da fare, con metodo.
Premette il pulsante del walkie-talkie e, dopo una breve scarica elettrostatica, ci parlò dentro:
“Bene, ora entro.”
“Roger, l’area è stata messa in sicurezza,” gli rispose Helena, la cadetta sotto la sua responsabilità. Si trovava là dietro il cordone con gli altri, occupata a tenere lontana la stampa.
“Ricevuto. Da qui in poi silenzio radio,” le rispose.
Le scarpe nuove scricchiolavano sul ghiaino del viale d’ingresso. Davanti a lui c’era una casa di campagna con l’intonaco tutto scrostato. Trascurata. Si vedeva subito che nessuno faceva più manutenzione da anni. Ma chi poteva essere così stupido da vivere in un posto così? E poi: a che pro farlo? La campagna lì attorno non c’era più. La casa stessa sembrava essere stata infilata a forza in un’enorme distesa di pannelli fotovoltaici. Non c’era altro, fino alla linea dell’orizzonte, a perdita d’occhio.
Per quello i due filari di piante di pomodoro spiccavano là davanti.
Vi passò vicino e un particolare attirò la sua attenzione: sul terreno brullo e arido, solo sotto alle piante rigogliose, cresceva un piccolo strato di erba verde smeraldo. Avrebbe voluto fermarsi e toccarla con le mani. Accertarsi che fosse reale. In vita sua aveva visto solo erba di plastica. Mai quella vera. Ed ora, eccola. A portata di mano.
Non si fece distrarre: proseguì senza fermarsi fino alla porta ed entrò in casa. La porta era aperta. Silenzio.
Non c’erano mobili nuovi, là dentro, ma l’interno dava l’idea che fosse stato tutto sistemato con cura, negli anni. Strideva con la facciata fuori.
Sapeva che il vecchio lo attendeva nella cucina: gli avevano detto di stare lì.
Però c’era uno strano odore di pulito, ma anche di qualcos’altro. Lo ignorò per il momento. Non doveva farsi distrarre.
L’agente di polizia di Stato Andrew entrò in cucina. Le imposte appena socchiuse lasciavano passare solo la luce sufficiente a guardarsi intorno. Il vecchio era ancora seduto al suo posto, quasi ingobbito sul tavolo. Quanti anni poteva avere? Nella penombra non riusciva a capire se fossero ombre quelle, o una ragnatela di rughe. Andrew ripassò mentalmente lo scarno fascicolo: l’imputato era nato negli anni Settanta e quindi ora doveva avere all’incirca ottant’anni. Sì, poteva essere. Li dimostrava tutti.
Di sicuro sapeva che era finita per lui. Andrew annuì tra sé: ora sarebbe venuta la parte difficile. Li odiava quegli interrogatori.
“Buongiorno signor Zelenovich, possiamo parlare un attimo, prima che la portino via? Ci sono alcune cose che dovremmo ancora chiarire.”
Il vecchio gli fece cenno di accomodarsi sulla sedia vuota davanti a lui, mentre gli occhi cominciavano ad abituarsi all’ambiente. Andrew si bloccò, stupito.
Quello aveva un bicchiere in mano e una bottiglia sul tavolo davanti a sé. Stava bevendo! Ma non era acqua quella: il liquido dentro il bicchiere era colorato. Che diavolo?
“Mi può chiamare Pietro, se lo desidera. Ironico, vero?” Il vecchio gli indicò il pozzo di pietre irregolari dall’altra parte della stanza, dentro la casa.
Andrew sospirò, accomodandosi. Meglio lasciar perdere.
“Certo. Sapevamo già che nascondeva un pozzo all’interno dell’abitazione. Verrà aggiunto alla lista dei suoi reati,” gli spiegò, piccato.
“Come la devo chiamare?” gli chiese il vecchio, ignorandolo.
“Mi chiami Agente.”
“D’accordo, Agente.” Non sembrava contento, per nulla, da come aveva sottolineato la seconda parola. Portò il bicchiere alle labbra e bevve. Poi, rendendosi conto dell’irritazione dell’altro, si interruppe: “Posso, vero?”
Andrew si irrigidì. L’altro parve notarlo per la prima volta.
“Non è acqua,” si giustificò. “È vino: l’ultima bottiglia che mia moglie conservava da qualche parte. Sa, una volta qua attorno erano tutte vigne. Gliene offrirei anche; se vuole può prendersi un bicchiere.”
“No grazie. Sono in servizio.”
Cos’era il vino? si chiese Andrew. Forse ne aveva sentito parlare da qualche agente più anziano, anni prima. Non pareva essere pericoloso. Meglio non insistere e andare avanti.
“Può spiegarmi per quale motivo ha deciso di coltivare delle piante di pomodoro davanti alla casa? Credeva che sarebbero sfuggite ai droni di sorveglianza?”
“In effetti sì. Chi vuole che venga da queste parti? E poi come avrà avuto modo di vedere le piante di pomodoro crescono bene,” osservò il vecchio.
“Non scherzi con me. Mi racconti piuttosto come mai è arrivato a compiere così tanti reati: manipolazione di semi clandestini, coltivazione di piante e ancora più grave sottrazione di acqua dalla falda, con un pozzo che si è costruito illegalmente.”
“In realtà il pozzo è sempre stato lì. Io non ho fatto altro che pulirlo. Abbiamo tempo, così posso spiegarle?” Il vecchio sembrava ansioso di parlare.
Andrew acconsentì.
L’altro riprese. “Vede, Agente, quando mi sono trasferito in questa casa tutto l’edificio era poco più di una costruzione diroccata. Ma mia moglie voleva proprio vivere qua. Aveva trovato lavoro come addetta alla sorveglianza dei campi fotovoltaici qui attorno.”
“Aveva?”
“Quella è un’altra storia. Mi vuole ascoltare sì o no?”
“Certo, vada avanti,” si rassegnò Andrew.
“All’inizio sistemammo la casa. Scavammo tra le macerie del tetto crollato e venne fuori quel pozzo. Mi sembrò naturale lasciarlo.”
“E non le venne in mente che, data la crisi idrica e la conseguente nazionalizzazione dell’acqua, non le fosse permesso avere un pozzo in casa?”
“Mica ci tiravamo fuori l’acqua; almeno non all’inizio,” protestò il vecchio. “Anzi, a dire il vero, non ha mai funzionato molto. L’ho tenuto così per bellezza. Mi è sempre piaciuta l’idea.”
“E solo dopo, da questa idea, le è venuta quella di coltivare delle piante? Non sapeva forse che avrebbe compiuto un reato ancora più grave?”
“Reato, reato. Ma che reato?” protestò. “Quando sono nato io i campi qui attorno erano tutti coltivati. Le piante erano accudite. Le coltivazioni erano una ricchezza. Mica un reato.”
“Forse vuole fingere di non sapere che l’acqua non può essere utilizzata per scopi personali?” gli chiese Andrew, piccato.
“Come se quella poca acqua potesse essere indispensabile! Puah,” commentò il vecchio. Aveva tenuto il bicchiere ondeggiandolo in aria, mentre parlava. Qualche goccia era uscita fuori, macchiando il legno secco del tavolo. Appoggiò il bicchiere con un gesto brusco. Andrew notò che era pieno ancora per metà di liquido rossastro. Allora era quello che chiamavano “vino”, pensò.
Il vecchio lo guardò fisso negli occhi: “Mi scusi, non volevo mancarle di rispetto, Agente. Capisco benissimo tante cose, ma non arriverò mai a comprendere per quale motivo la vostra generazione abbia dimenticato com’era questo mondo. Io l’ho visto con i miei occhi.”
“Non divaghiamo,” lo interruppe Andrew. “Qui stiamo esaminando la portata dei suoi crimini. Il resto potrà spiegarlo ad altri, sperando che possano essere clementi nei suoi confronti e che siano disposti ad ascoltarla.”
Il vecchio lo guardò disgustato, come sul punto di replicare, ma poi chiuse la bocca in una smorfia. Andrew si chiese se avesse cominciato a capire la propria situazione.
“Continui,” lo invitò con un gesto secco.
“Non c’è rimasto molto da raccontare. Io e mia moglie abbiamo vissuto qui l’ultima parte delle nostre vite. Ci siamo occupati del sistema di produzione di energia, quando ha sostituito tutte le piante che erano qui attorno.”
“E quindi è così che siete sopravvissuti? Augurandovi che in un posto del genere nessuno vi notasse?” gli chiese.
“Sopravvissuto.”
“Prego?”
“Ha sentito bene. Io sono sopravvissuto. Mia moglie è morta alcuni mesi fa. Ho continuato a provvedere alle esigenze dell’impianto e ho preso il suo posto. Non ho dichiarato il decesso: i pasti sono sempre arrivati regolari, con i droni di consegna. E anche così mi rimaneva del tempo da dedicare a me stesso. Ho pensato di coltivare piante di pomodori. Non mi verrà a dire che questo possa essere considerato un crimine contro l’umanità?”
Il vecchio riprese in mano il bicchiere e ingoiò un altro sorso, lasciando Andrew esterrefatto.
“Ho capito bene? Sua moglie è morta?”
Il walkie-talkie gracchiò all’improvviso con una carica elettrostatica che li fece entrambi sobbalzare.
“Capo. Mi sente?”
Helena. Le aveva detto di non disturbarlo mentre era occupato con l’interrogatorio.
“Sì, avevo chiesto di non interrompermi, se non per gravi motivi. Cosa succede?” le chiese.
“Sissignore, ha ragione. È arrivata la squadra di disinfestazione. Devono distruggere immediatamente le piante. Mi hanno chiesto di avvisarla.”
“Va bene, non c’è problema. Non mi chiamate più per favore: sono occupato. Passo.”
Un’altra scarica. Silenzio.
Andrew osservò il vecchio davanti a lui. Si sarebbe aspettato un’espressione contrariata: se avesse tenuto così tanto a quelle piante, capire che stavano per essere distrutte avrebbe dovuto scuoterlo. Invece aveva ripreso a sorseggiare il suo vino. Sembrava sollevato. Perché mai? E la moglie morta? Nemmeno quello sembrava preoccuparlo. Che razza di mostro era?
“Continuiamo? Eravamo rimasti a sua moglie: la signora Corinna Zelenovich.”
Il vecchio sussultò a sentirne nominare il nome, ma tornò subito dopo alla propria espressione composta.
“Certo. Sì, le dicevo che è morta pochi mesi fa,” rispose. “Sa, sono cose che succedono quando si diventa vecchi. Non vorrei mancare di tatto: ci siamo amati così tanto. Forse anche lei può capirlo, Agente. Ci eravamo conosciuti ai tempi dell’università, quando ancora esistevano. Prima che lo Stato decidesse di chiuderle perché sorpassate dall’intelligenza artificiale. A cosa servono ora i medici, gli ingegneri, i botanici? A nulla. La gente consuma quello che lo Stato le permette di avere, prodotto con la stessa energia che serve ad alimentare quei maledetti droni, che svolazzano sulle nostre teste.”
Un pazzo. Quest’uomo era un pazzo, pensò Andrew. Nella sua breve carriera ne aveva visti tanti così. Non si arrendevano alla realtà e la colpa delle loro azioni ricadeva sempre su qualcun altro. O forse quel vino lo stava facendo straparlare. Gli avevano spiegato in qualche corso di abilitazione dell’Accademia che quello era l’effetto di quelle sostanze. Forse poteva approfittarne per indurlo a confessare. Ora che Andrew sapeva che la moglie di quel vecchio era morta, la squadra avrebbe dovuto setacciare la casa alla ricerca del corpo. Sempre che fosse morta di vecchiaia, altrimenti avrebbero dovuto cercare anche le prove dell’omicidio. Però un tentativo doveva farlo, pensò, scrutando il vecchio con apprensione.
“Certo, certo,” annuì. Meglio dargli ragione. “Solo una cosa ci rimane da sapere: può dirmi dove ha sotterrato il corpo?”
Inutile girarci attorno, voleva prenderlo di sorpresa.
“Dove voleva che la mettessi? Sotto le piante di pomodoro, no? Che domande!” Il vecchio sembrava essersi offeso per quella domanda.
Quell’uomo era un mostro, un vero mostro.
Andrew lo abbandonò lì e si precipitò fuori dalla casa. Delle piante di pomodoro rimanevano ora solo gli stecchi bruciati. Sotto la macchia annerita l’erba smeraldo era scomparsa in un gruppo di fili di fuliggine scura. Ora avrebbero dovuto scavare lì sotto alla ricerca dei resti.
Helena lo intercettò subito.
“Capo? C’è qualcosa che non va? Mi aveva detto lei di non interromperla, ma volevo comunicarle che da una ricerca abbiamo trovato delle informazioni sull’imputato, Pietro Zelenovich.”
“Dimmi pure Helena; poi ricordati di delimitare anche la zona in cui erano presenti quelle piante. Potrebbe esserci il cadavere della moglie là sotto.”
La ragazza impallidì, stringendo i denti. Non era ancora abituata agli imprevisti di quel mestiere. Boccheggiava, annaspando aria per non vomitare. Il sangue risaliva piano sul pallore del suo volto.
“È venuta fuori una cosa strana: sembra che in gioventù avesse studiato da botanico all’università. O da fitogenetista, quella dovrebbe essere la definizione esatta. Abbiamo provato a cercare cosa significhi, ma non siamo riusciti a capire quali fossero le sue mansioni. Nemmeno l’intelligenza artificiale ci fornisce risposte accurate.”
“Aspettami qui, arrivo subito.” Ad Andrew si era gelato il sangue nelle vene, all’improvviso. Possibile che quel vecchio non fosse poi così pazzo? Possibile che lo avessero sottovalutato fino a quel punto?
Rientrò nella casa. Era ancora là seduto, davanti alla sua bottiglia di vino.
“Ah è tornato? Posso ancora aiutarla, Agente?”
“Lei è stato un fitogenetista. Di che cosa si occupava?”
Pietro Zelenovich sorrise per la prima volta: un sorriso compiaciuto. Il sorriso di chi si è appena tolto di dosso una maschera.
“All’inizio delle viti per il vino. Poi quando sono scomparse ho dovuto occuparmi di mia moglie. È stata malata per tanto tempo, ma io l’ho sempre accudita. Cosa pensava? Che l’avessi uccisa io? Era tutta la mia vita. Quando alla fine è morta, ho passato ore seduto davanti a quel pozzo. Pensavo che avrei potuto sparire anch’io. Tanto non se ne sarebbe accorto nessuno, se mi ci fossi buttato dentro. Era come me: inutile. Non dava più acqua da anni, visto che la falda si era di nuovo abbassata.
Ma mia moglie, pace all’anima sua, non lo avrebbe mai voluto. È stato allora che ho avuto un’idea: ho capito che al posto del pozzo potevo usare le piante.”
“In che senso?” Andrew non lo seguiva più.
“Semplice. Basta solo sapere come mettere insieme i pezzi giusti. Voi non sapete più cosa siano le piante: alcune trattengono l’acqua, altre hanno radici profonde per decine di metri. Poi ci sono quelle che producono una quantità di semi sbalorditiva. Il mio personale contributo alla razza umana è tutto in una pianta di pomodoro.”
Sorrise di nuovo, entusiasta.
Andrew non riusciva ancora a collegare: “Semi? Cos’ha fatto di quei semi?”
Il vecchio gli indicò con un cenno la finestra, oltre la quale si udivano i droni fischiare nell’aria. Quei piccoli droni con la scritta Hermes Ultra Plus che volavano dappertutto, a ogni ora del giorno e della notte.
“Le mie piante là fuori ne avevano prodotti migliaia. Alcuni li ho provati, sa? Perfetti. Da quando lei e la sua squadra siete arrivati, nessuno si è preoccupato di controllare i droni che sfrecciavano sempre qua sopra in tutte le direzioni. E ne sono partiti pure altri, da quando ci siamo seduti a parlare io e lei, Agente. Devo ammettere che, nonostante la tecnologia non mi sia mai piaciuta troppo, sono stato uno dei primi fedeli abbonati al servizio. Davvero molto utile: specie quando devi spedire bustine di semi in tutto il mondo. E qualcuno prima o poi mi auguro che si deciderà a piantarli. Allora questo Stato si renderà conto che l’agricoltura non è più appannaggio del suo potere. Sarà di tutti. Di nuovo.”
Andrew rimase inebetito a fissarlo. Era peggio di un pazzo, quell’uomo: era un terrorista. Li aveva ingannati tutti quanti, con quel suo aspetto dimesso e quei due filari di piante di pomodoro fuori dalla casetta, in quel profondo nulla.
Ora quell’erba verde smeraldo avrebbe potuto spuntare ovunque e in qualsiasi momento, pensò. Oddio.
Crollò sulla sedia rimasta vuota di fianco al tavolo. E ora?
Il vecchio sembrò leggergli nel pensiero.
“Su coraggio. Vedo che ha bisogno di rilassarsi un po’ dalle preoccupazioni del lavoro. Devo ammettere che alla fine questo vino è un po’ passato, ma può ancora prendersi un bicchiere dalla credenza e fare un ultimo brindisi con me, prima che lo finisca. Ormai non penso che le manchi molto per staccare dal servizio. E se vuole, nel frattempo, le posso raccontare qualcosa del mito di Triptolemo.”