[MI189] È finito il pane

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Traccia n.6 - "La telefonata"
Da qualche giorno il protagonista riceve ogni notte una telefonata. Dall'altra parte nessuno parla, ma si sente chiaramente qualcuno respirare.

È FINITO IL PANE

Mykola si era quasi dimenticato di avere un telefono. Nero, pesante, di bachelite lucida, sul fondo portava ancora la targhetta sbiadita della compagnia telefonica sovietica. L’avevano installato che Brežnev era ancora vivo, e nessuno lo aveva mai spostato dal tavolino vicino alla finestra.
Non squillava da anni. Era diventato organico all’arredo come le crepe nel muro o l’armadio della moglie, così familiari da sparire alla vista. Come il battito del cuore quando non lo si ascolta.
Fino a quella notte di un mese prima.
Il suono era stato così inaspettato che Mykola si svegliò di soprassalto pensando fosse un sogno.
Si era alzato lentamente dal letto, con le ginocchia artritiche che scricchiolavano come assi tarlate.
Il campanello metallico aveva un suono antico, di un’altra epoca. Sollevò la cornetta e la portò all’orecchio. Niente.
Poi aveva sentito qualcosa, qualcuno respirava dall’altra parte del filo. Lento, regolare. Senza dire alcunché, respirava e basta.
Mykola era rimasto fermo ad ascoltare per circa un minuto. Poi un piccolo clic, nulla di più.
La notte successiva la telefonata era arrivata alla stessa ora.
Due e diciassette.
Di nuovo il respiro. Continuo, costante.
E poi la notte dopo. E quella dopo ancora, sempre alla stessa ora, puntuale come un’ombra.
Mykola, però, non ne era turbato. Aveva sepolto troppi anni sotto le macerie del tempo per avere paura di un telefono. E poi non era nemmeno una novità. Ai tempi dell’Unione Sovietica, quando alzavi la cornetta sentivi di tutto. Conversazioni lontane, fruscii, voci sconosciute che parlavano di carbone o vodka. Le linee erano piene di fantasmi. A volte era perfino confortante, ti dava la sensazione di non essere mai completamente solo.

In guerra succedono troppe cose strane perché una telefonata silenziosa possa davvero sorprenderti. Anzi, fra tutte le stranezze che aveva visto, quella gli pareva la meno strana.
Una volta aveva visto un cavallo rachitico legato a un cancello piegato dalle esplosioni, che masticava lentamente una corda sfilacciata. Dietro non c’era più la casa, solo un mucchio di mattoni e travi nere.
Il paese, o quel poco che ne restava, era una manciata di case a ridosso del confine con la Russia. All’inizio erano arrivate le voci. Poi gli uomini armati, i posti di blocco, i fucili, i colpi di mortaio.
Il figlio di Mykola era morto molto prima che la guerra diventasse una parola grossa nei telegiornali. Lo avevano trovato dietro un magazzino, con altri due ragazzi. Nessuno aveva saputo dire chi avesse sparato. Le voci si erano rincorse: milizie, nazionalisti, separatisti. Ma tali erano rimaste: parole.
La verità era solo un ragazzo steso sul pietrisco ghiacciato.
La moglie di Mykola non aveva retto molto. La leucemia la consolò in quattro mesi, veloce, pietosa. Dopo di loro era rimasto solo il silenzio e un telefono muto.
Finché erano arrivati i bombardamenti, la guerra vera.

Era passato un mese esatto dall’inizio delle telefonate.
Mykola uscì di casa di buon’ora per comprare il pane e qualche barbabietola per la zuppa.
Il vento artico correva tra i casermoni distrutti infilando la neve nelle crepe dei muri e lame di gelo tra le rughe. Mykola camminava piano, con il bavero del cappotto tirato fino al mento. La neve grigia di cenere scricchiolava sotto gli stivali, l’aria sapeva dei calcinacci bruciati che aveva ammantato come una benda sporca.
Seguì con lo sguardo il percorso del filo del telefono. Usciva dal muro e correva lungo la facciata della casa, piegato sotto il peso della neve. I palazzi avevano facce annerite, cauterizzate dalle esplosioni. O facce mancanti, che lasciavano vedere dentro le stanze come scatole aperte. Letti piegati, armadi rovesciati, giocattoli dimenticati su pavimenti che non sorreggevano più piedi.
Davanti al negozio di alimentari, l’unico ancora aperto, c’era una carcassa di automobile carbonizzata. Qualcuno aveva scritto “bambini” con la vernice bianca su una portiera. Chissà se si trattava di un avvertimento o di una preghiera.
E poi c’erano i cecchini.
Andare a prendere l’acqua, attraversare la strada, accendere una stufa, ogni semplice gesto quotidiano diventava un piccolo atto di sopravvivenza. La pallottola non la senti arrivare, te ne accorgi solo dopo che colpisce. Vedi qualcuno cadere, e quando il rosso del sangue scioglie un rivolo di neve capisci perché.
Mykola aveva già visto quella cosa, molti anni prima, durante la Seconda guerra mondiale.
All’epoca era poco più che un bambino, ma i ricordi erano rimasti attaccati alla memoria come spine.
Il paese era stato schiacciato tra due mani. La gente aveva imparato presto che non esisteva davvero una parte sicura, solo pause tra una paura e l’altra. In mezzo tanta fame.

– È finito il pane – lo informò laconico Pavlo, mostrando sconfortato le gerle vuote dietro il bancone scorticato.
A Mykola passò davanti agli occhi l’immagine della madre che tagliava in quattro parti l’ultima crosta di pane raffermo.
Si strinse nelle spalle, pagò le tre barbabietole raccattate nel fondo della cassetta e riprese la propria strada. Qualcosa, però, gli si era incastrato tra i pensieri. Un granello di sabbia che bloccava l’ingranaggio, ma non riusciva a identificarlo.
Quando tornò a casa il telefono era lì, immobile sul tavolino. Aspettava la notte, come aveva sempre fatto da un mese a quella parte. Mykola lo scrutò e accennò un debole sorriso, come se l’avesse dimenticato sulla bocca.
Si gustò la zuppa di barbabietole e verdure con meno carne del dovuto, si scaldò con qualche cicchetto di vodka di contrabbando, ascoltò qualche brutta notizia dal radiogiornale e se ne andò a letto.

Driin…
Il trillo riempì la stanza e i sogni che fluttuavano.
Driin…
– È finito il pane.
Driin…
Una notte lontana, una madre che piange, bambini affamati.
Driin…
Un padre affranto, uno zaino militare macchiato di sangue, cibo.
Driin…
Mykola aprì gli occhi e ricordò.
La madre tra cibo e lacrime, il padre che stringeva un orologio tra le mani sporche di sangue.
Driin…
Il cristallo incrinato, le lancette ferme.
Le due e diciassette.
Driin…
Mykola prese una sigaretta e se l’accese con calma.
Il fumo salì lento nella stanza fredda.
Driin…
Andò alla finestra, scostò leggermente la tenda per guardare la strada coperta di neve.
Dal palazzo di fronte balenò una fiammata. Il colpo arrivò insieme al rumore del vetro che gli si infrangeva sul viso.
Il telefono squillò ancora una volta, poi smise, e nella stanza tornò il silenzio, quello grande, antico, che arriva sempre dopo gli uomini.

Re: [MI189] È finito il pane

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@Jack Cupo 
Che svolgimento straordinario!
Una suspense non indifferente, e finale a sorpresa.
C'è un ma.
È una coincidenza che il cecchino lo colpisca oppure è una trappola preparata con cura per Mykola?
A me ha dato l'idea della seconda, e mi sono chiesta perché telefonare per un mese se l'obiettivo era portarlo davanti alla finestra per ucciderlo?
Quindi non so se mi sono sfuggite delle cose che mi hanno impedito di capire la trama a fondo.
In ogni caso la lettura è stata molto gradevole. Non solo il personaggio è ben delineato fin dalle prime battute, ma anche la descrizione degli ambienti ( mi piace molto come combini le parole) mi hanno portato subito sul luogo ed ho percepito l'atmosfera. Ho respirato la crudele quotidianità della guerra, dove comunque devi fare la spesa e sotto le bombe c'è ancora qualcuno che cerca di fare il suo lavoro. Me lo so immaginato il negoziante a tirare su la saracinesca anche nei giorni in cui gli scaffali erano completamente vuoti, aprire il negozio per rimanere un ricordo della normalità, un posto dove andare. Che altrimenti in guerra non rimane altro che scappare perché non c'è posto dove andare con una vera intenzione.
Quindi il racconto mi è piaciuto molto, anche se la fine ha lasciato aperte troppe domande per i miei gusti.

Re: [MI189] È finito il pane

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Ciao @Almissima,
grazie per il commento e per le belle parole che hai speso, è sempre gratificante riceverle, a maggior ragione se provengono da una fine scrittrice come te.
Riguardo la chiusura del racconto, confesso che sono un amante dei finali aperti. Da lettore (ma anche per un film, una serie tv, una canzone)  mi piace immedesimarmi con lo scrittore e i suoi personaggi, fantasticare sull'epilogo di una storia o ricostruirne a ritroso nella mente una mia versione. Quindi, nel mio piccolo, provo a ricostruire questo schema, lasciando degli spiragli dove chi legge può infilare la propria fantasia.
Per rispondere al tuo dubbio, il mio intento era apparecchiare una vendetta aspettata per anni, e il perché dovesse avvenire proprio in quel modo è spiegato nel ricordo finale, nell'orario segnato dalle lancette rotte. La morte di Mykola doveva avvenire esattamente a quell'ora, a chiusura di un cerchio lungo più di mezzo secolo.

Re: [MI189] È finito il pane

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@Jack Cupo 
Accipicchia, mi era sfuggito quel dettaglio. Non avevo pensato alla vendetta per un crimine commesso dal padre. Molto biblico come ragionamento.

Re: [MI189] È finito il pane

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@Almissima 
Oddio, non lo so se possa definirsi un ragionamento biblico, non sono un gran cultore della materia. Ma mi fido di te...  :D

Re: [MI189] È finito il pane

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Jack Cupo wrote: Era diventato organico all’arredo come le crepe nel muro o l’armadio della moglie, così familiari da sparire alla vista. Come il battito del cuore quando non lo si ascolta.
L’espressione “organico all’arredo” non mi suona bene. Meglio semplificare “parte dell’arredo” per esempio. La similitudine del battito del cuore quando non lo si ascolta è fantastica!
Jack Cupo wrote: ll suono
meglio il trillo visto che si tratta del telefono
Jack Cupo wrote: suono era stato così inaspettato che Mykola si svegliò di soprassalto p
attenzione alla consecutio (inizi al trapassato e prosegui col remoto) Mykola si era svegliato.
Jack Cupo wrote: Il campanello metallico aveva un suono antico
anche questa espressione non funziona troppo. Perché dici il campanello?  Non era il telefono ad avere una suoneria antica?
Jack Cupo wrote: non aveva retto molto. La leucemia la consolò
Attenzione alla consecutio 

@Jack Cupo il  racconto  ti risucchia in una spirale sempre più “cupa” e ho trovato originale la scelta dello sviluppo della trama che, forse, avrebbe avuto bisogno di una maggiore distensione per annodare tutti i fili che restano sospesi. Appare poco credibile la scelta del cecchino. La guerra è ancora in essere, perché il protagonista dovrebbe restare turbato dalla telefonata notturna? Non mi pare abbia molto da perdere considerate le tragedie che lo hanno toccato nella vita. Quello sparo giunge quasi come una liberazione. Ci sono “sotto trame” che lasci intravedere come, ad esempio, la morte del figlio e dei suoi amici. Potrebbe trattarsi di qualche vendetta? Non so… restano interrogativi irrisolti che mi lasciano un senso d’incompiuto.
Dal punto di vista formale, la cosa che disturba di più durante la lettura sono gli errori di consecutio. 
In ogni caso, è un racconto pieno di atmosfere disturbanti ma ben rappresentate. E un testo così, letto in questi tempi oscuri, fa tremare i polsi.

Re: [MI189] È finito il pane

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@@Monica

- Una delle varie accezioni di "organico": "Composto di parti distinte ma tra loro corrispondenti e armonicamente disposte in vista del fine a cui sono coordinate".

- Per quanto riguarda la consecutio, non sono d'accordo: nelle consecutive non è rigida come nelle subordinate con il congiuntivo. (Esempio: era così stanco che si addormentò.) Magari a te non piacerà, ma credo sia grammaticalmente ineccepibile.

- Nei vecchi telefoni a disco la parte che meccanicamente produceva il "trillo" era composta da un campanello metallico praticamente identico a quello delle biciclette ( invece che da leva e pollice veniva azionato da un martelletto elettromeccanico).

- Poco credibile la scelta di un cecchino in un contesto di guerra? E perché mai? 

- Il protagonista non resta affatto turbato dalla telefonata notturna... "Mykola, però, non ne era turbato. Aveva sepolto troppi anni sotto le macerie del tempo per avere paura di un telefono".

Re: [MI189] È finito il pane

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Lieta di aver imparato qualcosa @Jack Cupo, i commenti, in questo forum, sono sempre fatti con spirito costruttivo. Se non ti sono stata utile io, lo sei stato tu a me. Quindi grazie.

Re: [MI189] È finito il pane

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Ciao @Jack Cupo
Ho apprezzato il tuo racconto, hai saputo trovare una chiave complessa a una traccia che si prestava più a un noir psicologico che a una storia di guerra. Buona l'interpretazione. Come ho trovato molto buon l'ambientazione, credibile e ben descritta. 
Mi è piaciuta molto la scena del cavallo, molto toccante. Così come l'inquietante scritta "bambini" sulla portiera. 
Devo dire però che ho capito veramente il racconto soltanto leggendo i commenti, forse il finale dovrebbe essere un po' più esplicito. Non so, vediamo anche gli altri che dicono. 
"Nella stanza tornò il silenzio, quello grande, antico, che arriva sempre dopo gli uomini" ha davvero un sapore biblico, anche questa frase mi ha colpito. 
Nel complesso, un ottimo lavoro. Complimenti.
A rileggersi.  
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Re: [MI189] È finito il pane

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Accidenti, dopo aver letto i commenti ho pensato di andare a vedere dove fosse il telefono nella stanza ed eccallà
Jack Cupo wrote: Tue Mar 10, 2026 11:22 pmnessuno lo aveva mai spostato dal tavolino vicino alla finestra.
Fregato! Avrei potuto fare un'arguta osservazione. E invece hai seminato nel tuo racconto di modo che ci fosse una dinamica alla "Delitto perfetto" di Hitchcock. Analogo esempio di trama che viene costruita attorno allo squillo di un telefono che fa convergere la vittima in un punto preciso.
Nel tuo caso però mancano le forbici.
Ho trovato affascinante il particolare degli echi nelle telefonate, un po' perché dà l'idea di quando con i vecchi telefoni a gettone avvenivano le sovrapposizioni di voci di altri nelle chiamate, un po' perché io l'ho visto nell'ottica del regime e della guerra. A me ha fatto pensare che quelle conversazioni telefoniche accennate fossero sorvegliate, a rendere l'atmosfera del racconto più cupa. Perdonami il gioco di parole.
Jack Cupo wrote: Tue Mar 10, 2026 11:22 pmLa leucemia la consolò in quattro mesi, veloce, pietosa.
Qui ho una perplessità io. Non si può costruire la frase in maniera che gli aggettivi definiscano l'affermazione, accentuando il verbo?
"La leucemia la consola in quattro mesi: veloce, pietosa." Sarebbe sbagliato?

Bel racconto, grazie!
When people talk, listen completely. Most people never listen. - E. Hemingway

Re: [MI189] È finito il pane

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NanoVetricida wrote: Ciao @Jack Cupo
Ho apprezzato il tuo racconto, hai saputo trovare una chiave complessa a una traccia che si prestava più a un noir psicologico che a una storia di guerra. Buona l'interpretazione. Come ho trovato molto buon l'ambientazione, credibile e ben descritta. 
Mi è piaciuta molto la scena del cavallo, molto toccante. Così come l'inquietante scritta "bambini" sulla portiera. 
Devo dire però che ho capito veramente il racconto soltanto leggendo i commenti, forse il finale dovrebbe essere un po' più esplicito. Non so, vediamo anche gli altri che dicono. 
"Nella stanza tornò il silenzio, quello grande, antico, che arriva sempre dopo gli uomini" ha davvero un sapore biblico, anche questa frase mi ha colpito. 
Nel complesso, un ottimo lavoro. Complimenti.
A rileggersi.  
Grazie di essere passato @NanoVetricida, e per il generoso commento.
Riguardo al finale, in effetti può essere un limite. Mi piace molto lasciarli il più possibile aperti all'interpretazione del lettore, ma a volte mi succede di diventare troppo criptico. Ci starò più attento.

Re: [MI189] È finito il pane

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Ciao @Strikeiron, grazie di essere passato e per il bel commento, troppo buono. ;-)
Fa piacere quando certe sfumature raggiungono il lettore, è ciò che mi gratifica maggiormente quando scrivo qualche riga.
Per quanto riguarda la frase sulla moglie forse hai ragione. A parte che l'ho liquidata in modo troppo sbrigativo, avrei potuto comunque elaborarla meglio. 

Re: [MI189] È finito il pane

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Ciao @Jack Cupo,
a mio gusto, questo è lo svolgimento più originale della “telefonata”, quello che non ti aspetti.
Tutto parte da un telefono di cui Mykola si era quasi dimenticato, un vecchio apparecchio da cui il proprietario, altrettanto vecchio, riceve ogni giorno una chiamata.

Qui la normalizzazione del presunto stalker avviene grazie al contesto di guerra, con le sue macerie e immagini grottesche (il cavallo soprattutto, bellissima immagine che mi ha fatto pensare a certi lavori di Giacometti).
Poi le tragedie personali di Mykola: il figlio morto ancora ragazzo, senza sapere da chi o perché, e la moglie che muore in pochi mesi di leucemia — “La leucemia la consolò in quattro mesi, veloce, pietosa” — un’immagine commovente, vera, così tanto da diventare poetica.

In tutto questo c’è “È finito il pane”, perché anche nelle tragedie si trova un ritmo fatto di presunta normalità. E il telefono squillante non è solo un colpo di scena: diventa un simbolo del tempo che si ripete, dell’ineluttabilità della guerra e del trauma, un po’ come un’eco. 
Alcuni dettagli, come la memoria di Mykola della guerra passata e i ricordi di bambino, creano un legame tra ciclicità della violenza e normalizzazione dell’orrore, che è potente e sottile.

La traccia sembra quasi assente, ce ne dimentichiamo, o almeno a me è successo… e poi ritorna prepotente nel finale. Squilla il telefono, quel trillo che da un mese scandisce le giornate assurde, e arriva feroce, inaspettato, il colpo del cecchino.

Un gran lavoro che cresce con movimento d’onda della narrazione: lento, immersivo, poi violento alla fine con il cecchino, leggero e inelluttabile allo stesso tempo. Complimenti!

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