Il funerale di suo padre
“Ma ti sembra il caso?”Non era la prima volta che a Mia veniva fatta questa domanda, e nemmeno — si vergognava a pensarlo — la prima volta che gliela facevano a un funerale.
Ma che cazzo, era suo padre il morto.
Non sapeva bene quando era iniziata questa cosa, ma le notizie brutte, quelle davvero brutte, la facevano scoppiare a ridere. Una diagnosi terminale, una celebrità benvoluta che moriva, qualcuno che si buttava sotto al treno che prendeva ogni mattina per andare a lavoro: nulla sfuggiva all’impulso irrefrenabile della sua ridarella. E più si sentiva in colpa, più rideva.
Cercava di camuffarlo: si metteva la mano davanti alla bocca per fingere stupore e nascondere quel ghigno sinistro, degno di un cattivo della Disney, oppure abbracciava la persona con cui stava parlando per non farsi vedere in faccia. Una volta si era coperta il viso con entrambe le mani e aveva finto di singhiozzare.
Aveva sempre pensato che non poteva essere l’unica a sentirsi così, che gli altri dovevano aver sviluppato l’abilità di piangere a comando, o quantomeno di apparire dispiaciuti, empatici. Si era per forza persa un corso apposito, qualcosa del genere, perché i suoi occhi rimanevano asciutti, qualunque cosa le dicessero, e gli angoli della bocca scattavano in su di loro spontanea volontà.
Il bello era che non era un’insensibile. Piangeva eccome, specialmente quando nei film morivano bambini o animali. Se litigava con qualcuno, poi, si aprivano gli acquedotti — questa era una cosa manipolatoria, le diceva Fabio, il suo ragazzo. Non era giusto che Mia piangesse quando stavano semplicemente parlando. Così lui si sentiva in colpa, ed era costretto a mollare la presa e consolarla. Costretto, addirittura, capito? In ogni caso Fabio doveva farci l’abitudine: proprio come le sue risate maniacali, anche il pianto cosiddetto strategico le risultava impossibile da reprimere.
Comunque, non erano cose che poteva spiegare a suo fratello in quel momento. Vito era il suo completo opposto: mai un capello o una parola fuori posto, tutto ordinato e profumato persino da adolescente, quando tutti i suoi coetanei puzzavano di ormoni e sudore. Nei loro vent’anni di convivenza, ormai terminati da almeno altri dieci, non doveva essersi accorto della difficoltà di Mia a esprimere tristezza, perché adesso, mentre le faceva la fatidica domanda a un metro dalla bara di papà, sembrava disgustato. E Mia aveva ridacchiato a malapena, un suono così soffocato che avrebbe potuto confondersi con uno starnuto o un colpo di tosse.
Tant’è che nessuno a parte lui se n’era accorto.
Vito si accorgeva di tutto, la prova vivente che, qualunque fosse il suo problema, non era di certo genetico.
Mia lo ignorò, e per tutta risposta ricevette una gomitata: “Ti ho visto!”
“Non so di che parli. Ascolta la messa, ti piace tanto.” Lui ci andava ogni domenica, nonostante lavorasse come tutte le persone normali che il giorno del Signore vogliono dormire, fare la spesa, pulire casa.
Il prete si sbrodolava di ovvietà melense: dovevano sorridere perché il signore gli aveva dato papà, e non piangere perché gliel’aveva portato via. In un certo senso la stava assolvendo dai suoi peccati. Il pensiero le fece venire di nuovo da ridere, e strinse forte le labbra per trattenersi. Vito scosse la testa. “Tu sei malata.”
Intanto lui, da quella mattina, girava con questo fazzoletto di stoffa che Mia non gli aveva mai visto — forse proprio recuperato da un cassetto di papà — con cui si tamponava gli occhi o si soffiava discretamente il naso.
Ma era tutta una finta. Mia non era sicura di averlo mai visto piangere. Nemmeno quando, a otto anni, aveva comunicato con placidità che a scuola lo prendevano in giro perché era grasso. Una cosa per cui un bambino di oggi avrebbe fatto gesti estremi, che invece non sembrava toccarlo: aveva semplicemente chiesto di essere iscritto a calcio e messo a dieta, perché si era stufato.
Se doveva essere onesta, pensava di essere più normale di lui. Solo uno psicopatico, un serial killer, poteva rimanere così indifferente. Almeno lei un’emozione la manifestava. Che non fosse quella giusta era un altro discorso.
Anche se fosse nata con tutte le rotelle al posto giusto, comunque, forse non avrebbe pianto ugualmente al funerale di suo padre. Era stato più un coinquilino che pagava le bollette che altro. Mia non poteva dire di averlo effettivamente conosciuto. Le dispiaceva, perché non era una brutta persona, e quando voleva sapeva essere simpatico; sarebbero andati d’accordo.
In macchina con Fabio, verso il cimitero, appoggiò la testa al finestrino e si immaginò Vito, perfetto nel suo completo nero inamidato, che faceva la spia con mamma. Erano sempre stati legatissimi, loro due, uniti dalla convinzione di essere superiori a lei. Sicuramente adesso stavano parlando di quanto Mia fosse stata fuori luogo, di che figura aveva rischiato di fargli fare con tutta la parrocchia. Peggio: e se qualcuno l’aveva davvero vista, sentita, e la voce stava già iniziando a spargersi a macchia d’olio?
Povero papà, avrebbe detto Vito, con il familiare sospiro che accompagnava qualunque discorso la riguardasse.
Appesantita da questi scenari catastrofici, al cimitero si sentiva tutti gli occhi addosso. Era normale, si ripeteva, era la figlia del morto e le persone avevano pena di lei. Per fortuna c’era Fabio, poteva premere la faccia contro il suo braccio e ignorarli. Tra poco sarebbe tutto finito. Doveva resistere.
Mentre calavano la bara, però, non riuscì a evitare la vista di Vito che faceva finta di piangere — ancora! — in quel fazzoletto del cazzo, con mamma che si allungava per accarezzargli i capelli da madre addolorata e provinciale di figlio maschio. Nascose una risata sbuffata nella giacca di Fabio. Nessuno sembrò farci caso, neanche Vito. Ma Mia, come sempre, non riusciva a togliersi la scenetta dalla testa. Pensò che anche suo padre l’avrebbe trovata divertente. Anche se nelle loro litigate rimaneva sempre neutrale, Mia l’aveva sempre sentito più vicino a lei che a Vito.
Si immaginò suo padre che lo prendeva in giro e sentì montare un’altra risata.
“Non ce la faccio” sussurrò a Fabio. Sgusciò via dalla sua presa e corse via. Dei brusii sorpresi alle sue spalle — qualcuno faceva il suo nome e chiedeva dove andasse.
Si fermò alle porte del cimitero e si lasciò cadere dietro un cipresso. Non c’era nessuno. Aveva ancora fissa davanti l’immagine della bara che scendeva, della pantomima di suo fratello. Per quanto rideva tremava tutta, le facevano male le guance.
Per la lapide avevano scelto una foto di suo padre appoggiato a una moto d’epoca. Gli erano sempre piaciute le moto, da ragazzo ne aveva una, ma l’aveva venduta quando era nato Vito. C’erano voluti tanti soldi per aprire la cartoleria, e tempo che i sogni non potevano più occupare.
La foto dovevano avergliela fatta a un'esposizione. Chissà se l’aveva accompagnato mamma o era andato da solo e aveva chiesto a uno sconosciuto di scattarla. Fatto sta che sembrava felice, più di quanto Mia l’avesse mai visto.
Solo dopo qualche minuto si accorse che oltre a ridere stava anche piangendo: le lacrime le scendevano giù per le guance, lungo il collo, stavano inzuppando il colletto della camicia.
Il trucco non era neanche waterproof.