[font="Open Sans", "Segoe UI", Tahoma, sans-serif]Traccia n.6[/font][font="Open Sans", "Segoe UI", Tahoma, sans-serif] dell'arbitro[/font]
[font="Open Sans", "Segoe UI", Tahoma, sans-serif]"La telefonata" - [/font]Da qualche giorno il protagonista riceve ogni notte una telefonata. Dall’altra parte nessuno parla, ma si sente chiaramente qualcuno respirare.
Scruto il telefono a forma di bocca.
E aspetto.
È lucido e rosso. Spicca sul comodino bianco.
Continuo ad aspettare.
Mi sporgo dal letto per seguire con gli occhi la spirale del cavo. È inserito nella presa a muro.
Ma ancora niente.
Rabbuffo il piumone come a darmi un contegno durante questa attesa. Infilo entrambe le braccia al caldo. Ma no, tiro fuori la destra, così sono pronta a prendere la cornetta.
Silenzio.
Perlustro il soffitto bianco alla ricerca di ragnatele o crepe, non trovo nulla e ho la sensazione che l’ansia prenda il sopravvento assieme al candore che mi sovrasta.
Sono le 23.58 e ancora nulla.
Da due mesi e un quarto mi chiama tutti i giorni.
Sono 10 settimane precise che non ha mai mancato una volta.
Lo squillo del telefono mi fa sobbalzare.
Ne ero certa, il sessantottesimo giorno non è destinato ad essere l’ultimo.
Le dita scivolano sulla plastica del labbro superiore mentre me lo porto all'orecchio.
Chiudo gli occhi e ascolto.
È affannato stasera. Sincronizzo il mio respiro col suo e penso ad una corsa per arrivare in tempo. Come se avesse il dovere di chiamarmi tutte le sere.
Forse è uscito a mangiare una pizza con gli amici oppure si è attardato al lavoro. Mi rendo conto che ne parlo al maschile, come se non potesse essere femmina.
Sto iperventilando, ma mantengo il suo ritmo. Non accenna a rallentare, anzi intercala con un lieve rantolo.
Che non stia bene? Mi punge una fitta di preoccupazione, non saprei cosa fare se avesse un infarto al telefono. È una chiamata anonima. Forse potrei avvisare le forze dell’ordine, ma sarebbe strano chiedere aiuto per una persona perfettamente estranea di cui non si conosce nulla tranne che il respiro.
Cerco di eliminare questi pensieri fastidiosi e mantenere il ritmo con lui.
Ho deciso che è maschio, non mi piacerebbe essere chiamata da una donna nel mezzo della notte. Mi impedirebbe di fantasticare su romantici maniaci che si sentono impegnati con le loro vittime.
Un singulto e il respiro si fa rilassato. Rallento anch'io.
La sera del primo gennaio l’ho sentito respirare per la prima volta. Non ho capito subito di cosa si trattasse. Così dopo cinque o sei pronto sono rimasta in ascolto. Forse potevo capire dai rumori di sottofondo chi fosse, magari era un’emergenza. Qualcuno di disperato che aveva fatto un numero a caso per arrivare a me.
Per sentire meglio espiravo come lui, ma nelle pause c’era solo un silenzio denso.
Il due gennaio ho capito che non era un errore.
Devo considerarmi una maniaca a mia volta?
In fondo l’unica cosa che ci distingue è solo chi prende l’iniziativa. Entrambe respiriamo in una cornetta facendoci cullare dall'alito dell’altro. Qualche volta ho addirittura la tentazione di confessare che aspetto la sua chiamata, che è diventata importante per me. Vorrei dirgli che da quando respiriamo assieme dormo molto meglio e al mattino mi sento riposata. Forse anche per lui avrebbe valore sapere di essere il mio segreto ben custodito.
Quel segreto che mi fa andare in ufficio più serena e guardare alle mie colleghe con più sicurezza. Non credo siano in molte che possano vantarsi di avere una relazione con un uomo molto pericoloso, di saperlo gestire in tutta sicurezza, di averlo ammaestrato in un certo senso. Ammaestrato a chiamare tutte le sere. Più di quello che fa il novanta per cento degli uomini.
È anche vero che siamo all'inizio della nostra relazione, ma è già così confidenziale.
Cosa c’è di più intimo che addormentarsi con il respiro di un’altra persona all'orecchio? Credo nulla.
Devo restare concentrata, per un momento ho perso il ritmo. Come se si fosse interrotta la connessione, lasciandomi alla deriva nel mio letto ancora aggrappata alla cornetta.
I miei polmoni si riassestano e lo seguono al suo passo.
Pensare che volevo disdire la linea fissa. Sarebbe stato terribile, non avrei potuto vivere quest’avventura. Del resto non ho mai sentito parlare di sconosciuti che chiamano al cellulare. Al massimo si ricevono telefonate per acquisti, nuovi contratti e chissà quali altre truffe.
Certo avrebbe una sua comodità. Potrei rispondere dal divano o dal bagno, magari anche da un parco o un bar.
Però in un locale sarebbe strano. Dovrei indossare gli auricolari per sentire bene e non essere disturbata dal chiacchiericcio degli avventori. Forse non potrei nemmeno chiudere gli occhi mentre respiriamo assieme.
Per fortuna non esco mai di sera.
Mi sembra di essere priva di peso fra le lenzuola mentre i nostri aliti volteggiano assieme lungo i cavi telefonici.
Anni fa avevo frequentato un corso di tango. L’insegnante continuava a sottolineare l’importanza del leader, che doveva guidare la follower rispettandone natura e desideri. Raramente mi capitava un ballerino che riuscisse a guidarmi senza farmi sentire a disagio, senza che ad ogni passo mi chiedessi da che parta vorrà andare. Con lui è diverso, non c’è alcun luogo dove andare.
È una cosa semplice questa. Non sono tante attività messe assieme come quando si esce con qualcuno o si balla. Non ci sono parole, toni o significati nascosti. Non esistono sguardi da interpretare, non importa essere spettinate o avere il seno asimmetrico. Basta solo respirare per essere assieme.
E io respiro con lui.
E se fra qualche mese non gli bastasse più? Se all'improvviso volesse vedermi?
Forse mi guarda già. Può darsi che io non mi sia accorta di un malintenzionato che mi segue e mi osserva. Del resto di giorno non è facile identificare una persona così, con tutta la gente che c’è in giro. Non ho nemmeno un cane da portare fuori la sera, perché me ne accorgerei subito, se ci fosse qualcuno. Potrei sentirne i passi sul selciato, e potrei abbinare il rumore di quelli a quello che sento ora.
Domani voglio essere audace e lasciare socchiuse le tende della camera da letto. Potrebbe essere che mi telefoni stando davanti a casa mia.
Presa da questo entusiasmo valuto se il cavo del telefono mi basta per arrivare fino alla finestra. Sembra di sì. Mi avvicino cauta, non vorrei mai far cadere la linea. Scosto una tenda e davanti a me si apre la strada deserta, illuminata dalla luce gialla dei lampioni. Non ci sono persone, animali, nemmeno un’ombra che si muova. Sono scomparse anche le cabine telefoniche, ma quelle già da anni.
Una piccola bolla di delusione risale la mia gola. È chiaro: non vuole vedermi.
Altrimenti sarebbe stato lì.
Ha il mio numero, sa dove abito.
Può darsi che abbia sentito il rumore dei miei piedi nudi sul pavimento, il lieve sibilo della tenda che si è spostata nella sua corsia. Credo che abbia capito quello che ho fatto.
È molto probabile che stia solo aspettando che io sia pronta, pronta ad abbinare lo sguardo al respiro.
Torno a letto e per un momento ho la sensazione che sia stato lui a respirare con me, a lasciarmi l’iniziativa per seguirmi. Come se mi avesse studiato per saperne di più, per conoscermi meglio.
Sdraiata al caldo di questo pensiero decido che ora, come nelle 67 sere precedenti, mi lascio andare. Chiudo gli occhi e accompagnata dalla risacca dei suoi polmoni scivolo nel sonno.
Domattina mi sveglierò con la cornetta disordinatamente appoggiata al guanciale; un po’ come le bottiglie di birra vuote che si buttano via il giorno dopo a colazione.
Si, proprio un po’ così.
Re: [MI189] Basta che respiri...
2Miss @Almissima
Abbiamo scelto la stessa traccia, altro evidente segnale della nostra incrollabile e indissolubile sintonia mentale... O forse era solo la traccia più semplice
Sarò come al solito brutale e animalesco, ci ho ragionato anche io sulla traccia, almeno otto minuti ma per la mia adhd è record e l'idea di farne un racconto psicologico penso sia l'idea più immediata che la traccia potesse suggerire. Pardon. Ciononostante tu l'hai fatto bene mettendoci tanta femminilità e tanto intimismo. Quello che più mi è piaciuto è il senso di paranoia della protagonista che addirittura teme di non essere all'altezza, questa è una bella chiave. C'è anche della sinistra poesia sparsa qua e là, un po' maniacale e squisitamente inquietante. Mi hai fatto pensare a una canzone di un rapper americano che mi auguro nessuno conosca di una vecchietta che chiama il 911 perché si sente sola... Il finale è aperto, era difficile chiuderlo.
Il titolo è meraviglioso.
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