[LAB19] La via giusta

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Mi chiamo Anna. Lo scrivo e lo riscrivo nella mia testa come si fa con una nota instabile, quando l’orecchio non è ancora convinto di aver trovato l’intonazione giusta. Anna. Trentasei anni. Due figli: Luca, quindici, e Sara, undici. Un violino che conosco meglio dei miei figli, meglio di me stessa, perché non mente mai. La mia vita è una linea spezzata, una partitura piena di segni a matita, cancellature, ripensamenti. Non è una vita ordinata, non è una vita tecnica. È una vita sgangherata, artistica, dolorosa. Ed è proprio ora, in questo momento sospeso, che devo decidere se continuare a esserlo.
Sono seduta sul letto di una stanza d’albergo che potrebbe trovarsi ovunque. Le stanze d’albergo sono tutte uguali: neutralizzano il mondo, lo rendono sopportabile. La custodia del violino è aperta accanto a me. Il legno scuro brilla appena sotto la luce artificiale. Sembra respirare. Io so che respira. So che vibra anche quando nessuno lo suona, come se trattenesse tutta la musica che non ho ancora avuto il coraggio di fare.
È arrivato un amore nuovo. Non doveva arrivare. Non lo avevo previsto. Eppure è entrato nella mia vita con una forza silenziosa, come una nota lunga che si insinua sotto la melodia principale e la cambia senza chiedere permesso. Da quando c’è lui, tutto quello che avevo deciso di non mettere più in discussione è tornato a chiedere conto. La musica, i figli, la solitudine, mia madre. Soprattutto mia madre.
Maria. Mia madre è stata la prima persona a spiegarmi che esistono due modi di stare al mondo. Me lo diceva quando ero ragazzina, mentre studiavo il violino con l’ostinazione di chi sente che lì c’è qualcosa di vitale. «La vita artistica», diceva, «è una vita di rischio. È disordine. È sofferenza inutile. La vita tecnica invece è razionale, sicura. È quella che ti permette di dormire tranquilla.»
Lei parlava di sicurezza matematica, di calcolo, di opportunità. Di interesse personale. Per Maria, vivere bene significava scegliere sempre ciò che garantiva un risultato misurabile: un marito solido, possibilmente ricco; una posizione sociale riconosciuta; una famiglia che funzionasse come un ingranaggio oliato. Niente salti nel buio. Niente vibrazioni inutili.
Io ascoltavo. Annuivo. Per anni ho creduto che avesse ragione. Ho provato a vivere secondo la tecnica. Ho fatto tutto quello che ci si aspettava da me. Ho studiato, ho messo ordine, mi sono sposata con un uomo che rappresentava la stabilità. Abbiamo avuto due figli splendidi. Una casa vera, piena di oggetti necessari. Eppure, dentro quella casa, sentivo solo rumore. Non vibrazione, ma rumore: elettrodomestici, voci sovrapposte, televisori accesi per coprire il silenzio. Rumori che non entravano nell’anima, che non lasciavano traccia.
La vibrazione del violino, invece, era diversa. Quando appoggiavo il mento sul legno, sentivo una scossa sottile partire dalla corda e attraversarmi. Non era solo suono: era una presenza fisica. Una pressione interna. Come se qualcuno bussasse da dentro e dicesse: sei viva, sei qui. Ogni nota era una ferita che si apriva e si rimarginava nello stesso istante. Niente nella vita tecnica mi ha mai dato quella sensazione.
Suonavo di notte, piano, per non svegliare nessuno. Quelle note trattenute erano il mio unico spazio di verità. Ma più cercavo di comprimere quella parte di me, più diventava ingombrante. Finché un giorno ho capito che stavo vivendo una vita corretta, ma non vera. Una vita tecnicamente impeccabile, artisticamente morta.
Lasciare la mia famiglia non è stato un atto eroico. È stato un atto disperato. Ho guardato Luca e Sara dormire e ho pensato che sarebbero cresciuti meglio con un genitore stabile che con una madre infelice. Ho affidato i miei figli al loro padre, che è una persona affidabile, presente, concreta. Io non lo sono mai stata. Io sono fatta di sbalzi, di partenze improvvise, di ritorni incompleti.
Quando sono partita, ho sentito per la prima volta il silenzio giusto. Non il silenzio vuoto delle stanze domestiche, ma quello carico di possibilità. Ho iniziato a viaggiare con il violino come unico punto fermo. Ogni città aveva una vibrazione diversa, ogni teatro una voce propria. Io mi adattavo, mi lasciavo attraversare. Non avevo una famiglia da accudire, e questo mi dava una libertà feroce. Non lo vivevo come un problema. Anzi, era la condizione necessaria per esistere come artista.
Gli amori arrivavano e se ne andavano. Musicisti, tecnici, spettatori affascinati. Storie brevi, intense, consumate tra una prova e un concerto. Nessuna promessa. Nessuna continuità. L’emozione degli occhi del pubblico puntati addosso compensava tutto. Quel silenzio prima dell’applauso era il punto più alto della mia giornata. Lì non ero madre, non ero figlia, non ero moglie. Ero solo suono.
Poi arrivavano le notti. Le stanze d’albergo diventavano immense. Appoggiavo il violino sul letto e sentivo la vibrazione spegnersi lentamente. Restavo sola. Sempre sola. Pensavo ai miei figli che crescevano senza di me, alle loro voci che cambiavano, alle loro assenze. Pensavo a Maria, che probabilmente aveva previsto tutto. La vita artistica ti dà il mondo, ma poi ti lascia senza un posto dove tornare.
Ed è proprio in questo vuoto che è arrivato lui. Un amore diverso. Non un passaggio, non un’intermittenza. Mi ha guardata senza voler possedere la mia arte, ma senza accettare la mia precarietà. Mi ha parlato di futuro come se fosse una casa possibile. Di stabilità, di quotidianità, di una presenza costante. Mi ha chiesto, senza dirlo apertamente, di scegliere una vita tecnica.
La voce di mia madre è tornata con violenza. «Alla fine», sembra dirmi, «tutti capiscono che l’arte non basta.»
E io sono qui, ferma, a salire una scalata di ricordi. Ogni passo è faticoso. Rivedo me bambina, il violino troppo grande, le dita che fanno male. Rivedo Maria che osserva, calcola, teme. Rivedo la casa coniugale, i rumori vuoti. Rivedo Luca e Sara, i loro sguardi quando parto. Rivedo i palchi, le luci, il legno che vibra sotto il mento.
La decisione non arriva subito. È una lunga pausa. Una sospensione dolorosa. Come quelle pause in musica che fanno più male delle note. Capisco lentamente che scegliere ora la vita tecnica sarebbe una resa, non una maturazione. Sarebbe tradire tutto il mio percorso, tutto il mio dolore. La mia formazione è passata attraverso la perdita, l’errore, la solitudine. Attraverso la vibrazione che ti attraversa e ti costringe a sentire.
Prendo il violino. Non suono subito. Lo tengo fermo. Respiro. Poi passo l’archetto sulla corda. La nota riempie la stanza. Imperfetta. Viva. Sofferta. E capisco.
Scelgo l’arte. Scelgo la vita che fa male, ma vibra. Scelgo l’instabilità, il rischio, la solitudine. Scelgo di vivere alla giornata, sapendo che perderò ancora. Ma so anche che ogni vibrazione del mio violino continuerà a ricordarmi chi sono. E questa, per me, è l’unica forma possibile di verità.
Viaggio sconsolato tra i ricordi dello Stato.
Tratti di pioggia sopra Auschwitz. Tra oblio e orgoglio.
Io malata in fuga.

Re: [LAB19] La via giusta

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Ciao @bestseller2020 hai scritto un piccolo manifesto della precarietà dell'artista in cui ogni frase è una pennellata. Mi piace questo personaggio che ha il coraggio di scegliere, di abbracciare l'incerto e dare un calcio a quel certo che avrebbero scelto per lei e che le avrebbe tarpato le ali. 
bestseller2020 wrote: Ho provato a vivere secondo la tecnica. Ho fatto tutto quello che ci si aspettava da me. Ho studiato, ho messo ordine, mi sono sposata con un uomo che rappresentava la stabilità. Abbiamo avuto due figli splendidi. Una casa vera, piena di oggetti necessari.
Qui è rappresentata magistralmente la camicia di forza virtuale in cui troppa gente troppo spesso è rinchiusa, due righe che però spiegano perfettamente la rottura successiva, direi che forse è il passaggio architrave di tutto il racconto. 
Sostanzialmente è un ottimo racconto, magari con frasi troppo piccole e spezzate rispetto a quello che è il mio modo di concepire un testo, ma è un ottimo racconto e su questo non ci sono dubbi.

A rileggerci
L.
"Scrivo per autodifesa"

Re: [LAB19] La via giusta

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Ciao @bestseller2020 ,
ho letto il tuo racconto e ci sono molte cose che funzionano: la voce di Anna è molto viva, il rapporto con il violino e la musica trasmette bene il suo mondo interiore, e il flusso di coscienza rende immediata la sua prospettiva. Si sente la tensione tra vita tecnica e vita artistica, e certe immagini – come la vibrazione del violino che attraversa il corpo – sono davvero potenti.

Dal mio punto di vista, però, il racconto resta molto centrato sul conflitto mentale di Anna: c’è poco scontro fisico o con l’ambiente, e questo rende alcune scelte un po’ prevedibili, incluso il finale. Anche gli altri personaggi restano molto funzionali, senza emergere davvero, e questo fa sì che la storia rimanga quasi esclusivamente nella testa di Anna. Con più interazioni o conflitti esterni, secondo me, il percorso emotivo sarebbe risultato ancora più incisivo.

Detto questo, la scrittura è bella, intensa, e la sospensione finale fa riflettere, quindi nel complesso il racconto resta coinvolgente e autentico.

Re: [LAB19] La via giusta

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@bestseller2020 
Mi é molto piaciuto il tuo racconto, molto diverso dai tuoi soliti.
Non ho capito questa frase "[font="Open Sans", "Segoe UI", Tahoma, sans-serif]Mi ha guardata senza voler possedere la mia arte, ma senza accettare la mia precarietà. "[/font]
[font="Open Sans", "Segoe UI", Tahoma, sans-serif]Complimenti![/font]

Re: [LAB19] La via giusta

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bestseller2020 wrote: Tue Jan 27, 2026 7:19 pmNon è una vita ordinata, non è una vita tecnica. È una vita sgangherata, artistica, dolorosa. Ed è proprio ora, in questo momento sospeso, che devo decidere se continuare a esserlo. ???
Scusa, ma non capisco a cosa si riferisca quell'"esserlo". 

bestseller2020 wrote: Tue Jan 27, 2026 7:19 pmMi ha guardata senza voler possedere la mia arte, ma senza accettare la mia precarietà. 
Forse meglio:

Mi ha guardata accettando la mia arte, ma non la mia precarietà.

A me sembra che tu ti sia ripetuto troppe volte sugli stessi concetti, per esprimere stati d'animo che si potevano rappresentare con due o tre periodi.
La metafora della vibrazione, del violino che respira, della vita artistica come ferita viva è efficace… ma viene riproposta così tante volte che perde parte della sua forza.
Il testo sembra voler guidare il lettore passo dopo passo. È come se dicesse: “Hai capito? Te lo ripeto, così sei sicuro.”
La profondità emotiva non nasce dalla quantità di parole, ma dalla precisione. Un’immagine ben scelta può sostituire tre paragrafi di spiegazione.

Comunque, il succo del racconto è buono, anche se il finale non è una sorpresa.

Scusa ma sono le mie impressioni, e spero ti tornino utili,  @bestseller2020  :sss:
Di sabbia e catrame è la vita:
o scorre o si lega alle dita.


Poeta con te - Tre spunti di versi

Re: [LAB19] La via giusta

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Ciao @Luquandus e grazie del passaggio e delle note.

Ciao @Almissima e @Poeta Zaza grazie anche a voi per le note.
Poeta Zaza wrote: Scusa, ma non capisco a cosa si riferisca quell'"esserlo". 
Capisco che è inusuale, ma vorrebbe dire " continuare a essere una persona dalla vita sgangherata" è sottointeso.. Questa volta mi sono voluto cimentare in uno stile romantico, cosa che non mi è mai piaciuto fare. Come ha notato @Almissima , è molto diverso dai miei soliti..

ciao tutte due  :sss:
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Re: [LAB19] La via giusta

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@Didalinda ciao, grazie del passaggio e delle tue impressioni.
Didalinda wrote: al mio punto di vista, però, il racconto resta molto centrato sul conflitto mentale di Anna: c’è poco scontro fisico o con l’ambiente, e questo rende alcune scelte un po’ prevedibili, incluso il finale. Anche gli altri personaggi restano molto funzionali, senza emergere davvero, e questo fa sì che la storia rimanga quasi esclusivamente nella testa di Anna. Con più interazioni o conflitti esterni, secondo me, il percorso emotivo sarebbe risultato ancora più incisivo.
Hai ragione. Ma ho scelto questo percorso per rendere al meglio questo flusso di coscienza. Generalmente cura di più l'azione, il conflitto, ma questa volta ho voluto cambiare. Ciao  :sss:
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Re: [LAB19] La via giusta

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@Almissima ciao, mi sono accorto di non averti risposto a questo:
Almissima wrote: Mi é molto piaciuto il tuo racconto, molto diverso dai tuoi soliti.
Non ho capito questa frase "[font="Open Sans", "Segoe UI", Tahoma, sans-serif]Mi ha guardata senza voler possedere la mia arte, ma senza accettare la mia precarietà. "[/font]
Intendevo che lui non la vedeva come artista e non la voleva possedere assieme alla sua arte.. Certo, è un modo direi romantico? Una frase ' ricercata?
Ciao :sss:
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Re: [LAB19] La via giusta

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Autocommento.

Sono partito da questa idea: voglio rappresentare la vita secondo due strade collocate al bivio dell'esistenza, e che costringe a prendere una decisione su quale andare. La vita tecnica, scelta facile e percorribile matematicamente. La vita artistica, scelta difficile e irta di sorprese, sofferenza, ma anche di tanta libertà, anche a discapito di chi hai attorno. Spesso mi ritrovo con questa frase in testa di Majakoskij. forse- "Ho vissuto confusamente e pensato ad altro". Questo è l'atteggiamento di chi vive artisticamente; uno stato di perenne confusione. Mi ha anche indirizzato a questo racconto la vita di Janis Joplin, artista che ha spazzato via la sua vita nelle sue passioni: la musica e l'alcool. Non ho mai trovato sofferenza in qualcuno che abbia scelto la vita tecnica, a parte quelle situazioni alle quale non ci si può tirare indietro. La vita tecnica è come una riga dritta fatta con l'uso del righello: non si sbaglia.
Dato che ci stiamo confrontando sul "finale" ho preferito anch'io quello circolare, dato che già dalle prime frasi è per forza intuibile. E dato che lo stesso @Poldo ha chiesto questo racconto di formazione, non ci si poteva fare altrimenti, a mio parere. Ho lasciato far trasparire il finale, anche se preferisco parlare di "risoluzione". Con un finale che si può già immaginare, penso che al lettore gli si può servire un racconto fatto dalle motivazioni con le quali si è arrivati a quel finale. Insomma, spostare l'attenzione da come finirà, a perché è finito in quel modo.
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Re: [LAB19] La via giusta

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bestseller2020 wrote: Ho guardato Luca e Sara dormire e ho pensato che sarebbero cresciuti meglio con un genitore stabile che con una madre infelice
wow 
che racconto interessante @bestseller2020, mi è proprio piaciuto leggerlo. Alcune espressioni mi “suonano “ come già sentite, ma ciononostante, secondo me, la costruzione del personaggio “tiene”. Sono riuscita a immedesimarmi nella protagonista, a empatizzare con lei nei suoi dubbi, nei ricordi del rapporto conflittuale con la madre che è ben presente anche se si percepisce la distanza emotiva.  Una donna incapace di gestire le emozioni, gli affetti, soprattuto per i propri figli. Una donna che si prende delle “scuse” ma che, in fondo, si garba così com’è.  Viene solo sfiorata dal dubbio se cedere o meno a un sentimento che la porterà di nuovo nella tranquilla normalità, ma in realtà si sente che non è mai un vero dubbio, non c’è per un solo istante la sensazione che lei sia disponibile a lasciare la vita bohémienne (conquistata a caro prezzo) per assecondare i desideri di un nuovo amore che, per quanto sia intenso al momento, ha già la parola fine che incombe. Un finale coerente con questo personaggio che non riesce a evolvere e che, a mio parere, funziona. Complimenti!

Re: [LAB19] La via giusta

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Ciao, bestsellers 2020.
Ho trovato un'ottima narrazione. Congratulazioni.
La voce di Anna è costruita con una precisione emotiva.
Il racconto sembra scritto “in prima persona ma con un orecchio esterno”, come se Anna fosse allo stesso tempo protagonista e spettatrice della propria vita. Il tono è intimo ma mai melodrammatico, la metafora musicale non è decorativa: è strutturale e la voce è coerente dall’inizio alla fine. Il ritmo è controllato, come un crescendo emotivo
È una voce che non chiede pietà, ma comprensione. E la ottiene. Il violino è un simbolo: è corpo, memoria, identità, bussola morale, rifugio e condanna.
La scelta di farlo “respirare”, vibrare anche quando nessuno lo suona, è una delle immagini più riuscite del racconto.
Rende tangibile l’idea che l’arte non è un’attività, ma una condizione esistenziale. Il conflitto madre-figlia  archetipico ma personale. Maria non è una madre stereotipata.
È una donna che incarna un modello di vita “tecnica”, razionale, calcolata. La contrapposizione tra: vita tecnica (sicurezza, ordine, prevedibilità), vita artistica (rischio, dolore, verità)è il cuore filosofico del racconto.
Funziona perché non è trattata come una teoria astratta: è incarnata nelle scelte, nei fallimenti, nelle fughe di Anna.
La maternità: trattata con coraggio. Il racconto non indulge nella retorica della “madre perfetta”.
Anna compie una scelta dolorosa, controversa, ma narrativamente onesta. La frase chiave è questa:
“Una vita tecnicamente impeccabile, artisticamente morta.”
È un'ammissione di colpa.
L'autore non giudica Anna, e non chiede al lettore di farlo. Mostra la complessità, e basta.
Le stanze d’albergo sono metafore, non-luoghi, sospensioni, camere di decompressione emotiva e sono descritte con una lucidità che ricorda certa narrativa contemporanea. Sono spazi dove Anna non è nessuno, e proprio per questo può essere se stessa.
L’amore nuovo è un catalizzatore, non un salvatore e apprezzo la scelta di non farne un personaggio definito.
Il finale non chiude, non risolve, non consola.
È una scelta di identità, non di felicità. La frase finale — la scelta dell’arte come unica verità possibile — è coerente con tutto il percorso precedente. È un finale onesto, non edificante.
Punti di forza principali sono lo stile maturo, controllato, evocativo, metafore coerenti e mai eccessive, introspezione profonda ma non pesante, ritmo narrativo ben calibrato, personaggi secondari (madre, figli, amori) funzionali e credibili
Tra i possibili miglioramenti potresti evidenziare con dei dettagli concreto i figli, anche solo un gesto o una frase, per rendere più tangibile la loro presenza che altrimenti resta sullo sfondo, evanescente. L’amore nuovo potrebbe avere un tratto distintivo minimo (una frase, un gesto), senza perdere la sua funzione simbolica.
Alcune immagini musicali sono molto belle, ma potresti osare ancora di più, lasciando che la musica “invada” anche la sintassi.

Re: [LAB19] La via giusta

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Apri con una dissonanza cognitiva: l'espressione di sé attraverso il proprio nome, che viene ripetuto come qualcosa di non allineato e di non riconosciuto. In sostanza Anna è una persona indecisa su come definire se stessa (la sua vita è un continuo di scritture e di cancellazioni). Più che scegliere di essere una persona, sceglie di essere quello che sente dentro. Da qui la sua espressione come musica, silenzi e innanzi tutto tramite il violino che è lo strumento musicale e insieme il suo unico mezzo per esistere. Tutto il resto, ovvero la vita tecnica, che non collima con questo modo di esprimersi, finisce fuori dal vortice dell'arte che insieme risucchia (la vita della protagonista) e espelle le vite altrui che lei interseca (i figli, la madre, il marito e i possibili amanti). Più che una vita io direi che sia una parabola, una traiettoria (e giustamente nel tuo auto commento spieghi che dall'inizio già si capisce il finale). Personalmente mi ha lasciato l'amaro in bocca questo personaggio che vuole artisticamente tutto e che, in nome della libertà di espressione della propria arte, brucia i ponti con tutto il resto.
Quindi sì è un racconto riuscito, che indubbiamente colpisce.
Ho trovato molto azzeccato anche l'uso diretto dei nomi nel racconto: i figli hanno un nome perché rappresentano un carico affettivo, la madre ha un nome non perché è madre ma perché è estranea, c'è nell'uso di quel nome un sentito distacco. Il marito e il nuovo compagno non hanno nome e anche in questo forse c'è un indizio del fatto che non avranno posto nella sua vita: né l'uno, né l'altro.
Ecco posso dire che se c'è qualcosa che manca al racconto poteva essere un nome per il violino, ad aggiungervi dentro un'altra declinazione dell'uso del "nome proprio".
A rileggersi.
When people talk, listen completely. Most people never listen. - E. Hemingway

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