Ci sono momenti in cui un canto fa scomparire tutto il resto e altri, invece, nei quali è l’opposto. Mentre ascoltava, Mathias fissava i simboli davanti al leggio: un omega dentro le ali dell’alfa. Si sentiva galleggiare, cullato dalle voci del soprano e del contralto che si fondevano a quelle dei tenori e dei bassi in un’unica onda di risacca. Il maestro agitava la bacchetta per controllare e guidare l’equilibrio impeccabile delle voci.
Lucille gli tirò una brusca gomitata, che lo fece uscire dalla trance.
“Te la togli quell’espressione idiota dalla faccia?” sussurrò, canzonandolo.
Mathias sentì il canto che gli scivolava attorno: era sbagliato, non così.
“Ssh, fai silenzio!” La voce gli uscì con un tono troppo alto e si zittì. Troppo tardi: il maestro alzò appena un sopracciglio verso di lui. Lo aveva sentito. Lucille invece gli scoccò un sorrisetto canzonatorio: lei non rischiava nulla, dopotutto. Era Mathias quello che sarebbe stato punito: non solo perché sbagliava spesso, ma anche perché ora aveva disturbato l’esecuzione.
Il maestro si concentrò di nuovo sul coro, giunto alle ultime battute. Quando finì, l’eco sonora aleggiò nell’aria, ancora sospesa. Poi i coristi, fino a quel momento concentrati nello sforzo, si rilassarono. Qualcuno sospirò di sollievo e nell’aula riprese il familiare brusio di voci rilassate.
“Se aveste ascoltato tutti con più attenzione,” il maestro alzò il tono nell’aula, “avreste potuto imparare quanto sia importante ascoltare le voci degli altri per conformarsi all’unità durante il canto. Senza di essa tutto viene rovinato. Vero, Mathias?” Lucille emise un risolino nervoso lì accanto.
Mathias sentì la vergogna stringergli un nodo alla gola: tra poco sarebbe toccato a loro cantare. Annuì, l’emozione che gli imperlava il volto di sudore freddo.
“Andate,” ordinò il maestro e gli adulti del coro dell’omega uscirono dalla stanza. Rimase nell’aula nient’altro che un gruppetto di ragazzini e ragazzine della stessa età, sui tredici anni. Tutti intimoriti da quanto avevano appena ascoltato.
“Vi ho fatti venire prima, oggi, perché ascoltaste come si canta. Ci vorrà costanza perché possiate arrivare, non a simili livelli, ma a qualcosa di appena accettabile. Cominciamo con qualcosa di facile,” continuò. Il suo sguardo puntò su Lucille, ma lei lo sostenne. Anche per questo Mathias la ammirava.
Per lui gli esercizi erano tanto complicati da rendergli sempre più difficile completarli. Cercava di seguire gli altri, quelli bravi, ma arrancava. Spesso sbagliava. Per Lucille non era così. La sua voce era stupenda, l’esecuzione perfetta.
La sessione di prove iniziava sempre con esercizi monotoni: era un semplice riscaldamento. Per questo Mathias, mentre vagava con i pensieri, cercava Lucille con lo sguardo: lei sembrava felice. A volte gli chiedeva addirittura di trovarsi insieme per esercitarsi. Ma Mathias rifiutava: Lucille era nata per cantare nell’alfa, lui meno. Si vergognava di non essere un suo pari. Chissà cosa ci trovasse in lui: probabilmente voleva punzecchiarlo.
Mathias sbagliò nota sovrappensiero e il maestro percosse subito la bacchetta infastidito, facendolo rientrare nell’ottava giusta. Avrebbe giurato che lo tenesse costantemente d’occhio. Però lo correggeva ogni volta, nient’altro.
Mathias proprio non capiva: aspettava il momento giusto per buttarlo fuori dal coro?
Man mano che proseguivano la fatica e la mancanza di concentrazione si fecero sentire anche negli altri, però. Ora non era l’unico a steccare. Ma ogni volta che succedeva il maestro li faceva iniziare da capo: ancora e ancora. Così non avrebbero mai finito. Qualcuno osò sbadigliare, stremato dalla fatica. Ma ancora nessuno protestava.
Un tonfo secco li fece scattare tutti e ammutolire. Era stato il rumore di un corpo caduto a terra di schianto. Il coro si spense.
Lucille.
A terra il suo corpo esanime si contorceva ancora a scatti, gli occhi sbarrati. Mathias corse verso di lei, preoccupato. Prima si assicurò che non si fosse fatta del male. Poi notò che si era graffiata la fronte, cadendo: dal graffio usciva appena un po’ di sangue. Gli altri fecero subito spazio lì attorno. Nessuno però intervenne. Non che si potesse, pensò Mathias: non era la prima volta che la vedeva così.
Sì, Lucille aveva una voce unica, ma anche una malattia che la rendeva più sensibile alla fatica fisica. Allora poteva cadere a terra: convulsioni, schiuma dalla bocca, occhi sbarrati. Pochi minuti e si sarebbe ripresa da sola, fortemente indebolita. Era sempre impressionante però vederla così.
Il maestro si affiancò a Mathias e lo fece allontanare.
“Non ora, mettiti insieme agli altri.” Lo spinse nel cerchio, lontano da lei.
“Raccoglietevi qui attorno; ora dovrete cantare per guarire. Attaccate con il brano: Dona nobis pacem. Cominciate.”
Iniziarono il canto all’unisono, scordando la stanchezza accumulata.
Non Mathias. Lui certo seguiva gli altri, ma era già sfinito, la voce ridotta a poco più di un sussurro. Si sforzò di sostenere la melodia che si riverberava insieme su persone e cose. Lucille smise di contrarsi; il sangue cessò di scorrerle dalla ferita e un po’ di colore le tornò sulle guance. Gli occhi sbarrati si richiusero e l’espressione rigida del volto si distese. Ora sembrava solo addormentata.
Era come se il canto succhiasse le loro forze per guarirla. Mathias sentì che non avrebbero più potuto fermarsi a quel punto. Ma almeno Lucille sarebbe stata meglio.
E proprio in quell’istante la pressione del canto fu tale, che la sua voce sparì del tutto. Cercò di cantare di nuovo, ma non ci riuscì. Allora tirò il fiato e riprovò. Quello che gli venne fuori dal petto era irriconoscibile. Cercò di tacere, inorridito. Inutile. Il potere del canto era più forte: risucchiò quella voce fuori da lui, rompendo la sua inutile resistenza. Lo spezzò. E in quell’istante di dolore la nuova voce spinse su tutte le altre. Mathias spalancò gli occhi: il cuore gli martellava dentro.
Anche i suoi compagni si accorsero che era cambiato, ma nessuno di loro era più capace di impedirlo: quella voce era così esigente che non potevano fare altro che obbedire. Il coro prima vacillò, ma poi si adeguò, cambiò tono. Si adattò. Mathias guardò il Maestro: cosa doveva fare?
Continua, sussurrò quello, muovendo le labbra; l’espressione tesa in una smorfia di sofferenza, mentre faticava a tenerli a bada.
E la voce si fece ancora più travolgente. Divenne lei stessa canto, tirando gli altri dentro di lei. Prima si insinuò nel coro e poi se ne appropriò: come una creatura viva che sfiorasse il corpo di Lucille là in mezzo. Non la stava solo guarendo. Mathias lo sentì subito: la stava cambiando. La ragazza si rianimò e si mise a sedere non appena il canto finì. Era fatta.
Lei si guardò intorno, come se non sapesse dov’era, e quando vide Mathias cercò di metterlo a fuoco. Si spostò, confuso, e lei voltò piano la testa verso di lui. Sembrava guardare oltre. E non riusciva più a smettere di guardarlo. Mathias era terrorizzato: si avvicinò a lei per farla alzare da terra, ma lei questa volta si mosse. Si ritrasse. Qualcosa la spaventava, d’istinto.
Il maestro si mise in mezzo. “Aiutatela ad alzarsi e andate fuori. Portatela via, in infermeria. Tu Mathias no, rimani qua. Dobbiamo parlare tu e io.”
Avrebbe voluto urlare che non era colpa sua, che lui aveva fatto il possibile, ma con quale voce? Aveva paura di quello che avrebbe potuto accadere se avesse aperto bocca in presenza di Lucille. Lei non distolse lo sguardo da lui fino all’ultimo istante in cui oltrepassò la porta.
Non l’aveva mai vista così. Quanto avrebbe voluto proteggerla. Era la sua migliore amica; aveva sempre avuto fiducia in lui, gli era stata accanto. Si era confidata.
Tutto svanito. Non lo avrebbe mai più guardato allo stesso modo.
Provò una fitta di gelosia per quella sua nuova voce: sarebbe stata l’unica parte di lui che ancora poteva accostarsi a Lucille. Ma quando avrebbe riaperto bocca ci sarebbe stata ancora? Sentiva il sapore del sangue, acre e metallico, in bocca. Si torse le mani in silenzio.
Aveva dimenticato di essere rimasto solo con il maestro, nell’aula. L’uomo gli si avvicinò e gli mise una mano sulla spalla.
“Parla,” gli disse.
Mathias cercò di emettere un suono, ma non riuscì. Gli faceva male. E poi la gola non era più abituata a scandire come prima. La schiarì, innervosito.
“Prendi il tempo che serve, respira prima,” gli ripeté il maestro.
Mathias gli obbedì: di sicuro la sua vera voce sarebbe tornata. Era ancora lui dopotutto.
“Ho paura,” gli venne fuori, nel respiro. La voce, prima in falsetto, mutò in rauca, acerba, con un timbro più profondo. Era la voce di qualcun altro. Quella voce. Il maestro annuì, come se se lo fosse aspettato.
“D’ora in poi, Mathias, non canterai più nel coro dell’alfa, lo sai vero?” gli disse.
Mathias chinò il capo, rassegnato. Sapeva che sarebbe successo. E ora?
Il maestro non gli badò.
“Non devi scoraggiarti. Ti aspetta tanto lavoro da fare.”
Mathias rialzò la testa, sorpreso.
“Abbiamo un solo mese di tempo. D’ora in poi ti farò personalmente lezione. Sappi che non sarà semplice: abbiamo poco tempo per prepararti al prossimo concerto dell’omega,” gli spiegò.
“Quale concerto?” Era sbalordito: l’omega? Perché? Non riuscì a dirlo, lo pensò soltanto. Ma il maestro lo capì ugualmente dalla sua faccia.
“Quello per la rappresentanza diplomatica. Oppure pensi che il canto sia finito solo perché hai fatto la muta della voce?” gli spiegò.
“Cominciamo domani, alle sette del mattino,” continuò il maestro, “Sii puntuale. Avrai molto da imparare e pochissimo tempo per farlo.” E uscì, non guardandosi indietro: non era mai servito a molto.
Mathias non rispose: non capiva. Aveva ancora paura e pensava a Lucille: a come si era tirata indietro al suo contatto.
Nel silenzio dell’aula fissava con insistenza quel simbolo davanti al leggio. Non aveva mai notato prima come l’alfa, più grande, insistesse sul simbolo dell’omega. E quest’ultimo non era solo al suo interno: era alla sua stessa base.
[Lab 19] Alfa e Omega
1When people talk, listen completely. Most people never listen. - E. Hemingway