[LAB19] L'Argine alla Notte

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Norino ha settant'anni. Le sue mani sembrano radici di pioppo, per quanto sono nodose e segnate dal tempo. Ogni ruga racconta una storia di sudore e battaglie perse, di giorni che si allungano come ombre in serate estive e notti insonni trascorse a contar le stelle. Quando guarda quelle mani vede l'uomo che era a vent'anni, con la pelle liscia e miriadi di sogni. Ora quelle mani tremano in modo impercettibile quando afferra la tazza del caffè, un tradimento del corpo che la mente fatica ad accettare. Ricorda quando suo nonno lo portò per la prima volta nei campi all'alba, un bambino di appena otto anni, insegnandogli che la terra non perdona chi non la rispetta. La terra è come una donna capricciosa, gli diceva il vecchio, con quel sorriso storto che nascondeva decenni di delusioni, devi corteggiarla con pazienza. Quelle parole risuonano ancora nella sua testa dopo decenni di arature e semine e ricorda come egli, appoggiandosi al manico della zappa, fissava l'orizzonte come se cercasse qualcosa che non avrebbe mai trovato. Solo ora comprende cosa stesse cercando: un significato, un motivo per continuare a scavare solchi in un terreno che alla fine inghiottirà ogni cosa.
Norino si sveglia ogni giorno prima dell'alba, e l'oscurità stringe la casa in una morsa gelida, riempita dall'odore di legno bruciato e cenere, che si attacca alle pareti come i ricordi di una vita alle crepe dell’anima. L'aria la mattina è sempre fredda, ogni respiro graffia i polmoni e, quando i piedi nudi toccano il pavimento, un brivido elettrico gli percorre la schiena. La casa mantiene ancora l'eco della risata di sua moglie Marta, che è morta cinque anni prima dopo una lunga malattia che l'ha consumata lentamente, portando con sé la luce che un tempo illuminava quelle stanze.
Marta, coi suoi capelli castani raccolti in una treccia e i suoi occhi verdi che brillavano di infinita dolcezza, sapeva sempre come leggerlo meglio di chiunque altro. Lo osservava entrare dai campi con le spalle curve e, senza dire una parola, gli preparava un latte caldo e massaggiava le sue spalle dolenti con movimenti circolari che scioglievano non solo la tensione nei suoi muscoli ma anche quella nella sua anima. Le sue dita trovavano i punti più giusti, come se conoscessero a memoria ogni nodo, ogni cicatrice di quella pelle consumata dal lavoro. Profumava di sapone di Marsiglia e quell'odore sembrava potesse appartenere solo a lei, e lo avvolgeva come una coperta calda nelle notti fredde. Forse intuiva che al di sotto della sua scorza si nascondeva un bimbo spaventato, che temeva di non essere mai abbastanza, di non essere in grado di dare alla sua famiglia ciò che meritava. E lei, con la sua presenza silenziosa, sussurrava senza parole che lui era già abbastanza, e che era amato per chi era, non per ciò che poteva costruire o conquistare.
Spesso, nelle domeniche pomeriggio, Marta rattoppava i vestiti e, mentre l'ago infilava il tessuto con movimenti precisi, gli raccontava i suoi sogni. Di viaggiare, di vedere il mare, di passeggiare per le strade di Venezia tenendolo per mano. "Quando saremo vecchi," diceva con quel sorriso che le illuminava il volto, "quando i bambini saranno cresciuti, andremo a vedere il mondo." Ora sa che quei sogni giacciono sepolti con lei nel cimitero del paese, sotto una pietra di grigio marmo.
I suoi figli maschi non ne hanno voluto sapere della terra, vivono in città, dove la vita scorre più veloce, dove le ambizioni riempiono giorni e notti. Quando chiamano, le loro voci suonano lontane non solo nello spazio ma anche nel tempo, come se appartenessero a persone che si conoscevano in un'altra vita. Parlano di promozioni, mutui, vacanze al mare, scuole per i bambini, e lui annuisce al telefono fingendo di capire un mondo diventato estraneo come la superficie della luna.
L'acqua del rubinetto gli sferza il viso, il freddo gli fa digrignare i denti, eppure non riesce a farne a meno: questa ritualità mattutina lo riporta alla giovinezza, quando anche l'acqua fredda era un lusso e lavarsi significava attingere dall'abbeveratoio nel cortile anche d'inverno, rompendo il ghiaccio con un martello. All'epoca aveva grandi piani: modernizzare la fattoria, sognava acqua corrente, una nuova stalla, un trattore invece di dover attaccare il bue all'aratro.
Ora, mentre l'acqua scorre tra le sue dita come tempo che scivola via, si chiede se realizzare quei sogni abbia davvero cambiato la sua vita. Ha realizzato le sue speranze, ma oggi la speranza ha un sapore amaro, che riempie la bocca come fiele, e deve inghiottire diverse volte per farlo scendere.
Dopo aver bevuto il caffè si accorge che una pallida luce filtra attraverso le finestre. Quella luce gli ricorda le mattine di Natale della sua infanzia, quando la famiglia si radunava attorno al focolare e sua madre preparava il pan dolce con mele secche. Il profumo di cannella e burro si diffondeva per la casa, il calore del fuoco arrossava le guance di tutti. Erano tempi in cui anche la povertà si colorava di speranza. Ora la stessa luce gli appare come un giudice silenzioso che illumina solo l'immensità della sua solitudine.
All'esterno, la Bassa è avvolta in una fitta nebbia che sembra latte cagliato. Ama la nebbia, ha un odore peculiare, sa di umidità e terra bagnata e di un qualcosa di metallico che si ferma in gola e gli fa venire voglia di tossire.
La sua mente si riempie di pensieri cupi: Qual è il senso della vita? Questa esistenza non è altro che un cerchio che si ripete all'infinito. Camminando sul terreno imbiancato dal gelo, il suono dei suoi passi è attutito dalla nebbia, e ha l'impressione di camminare su un tappeto di ovatta. Il silenzio lo avvolge. Non è il silenzio pacifico della sera, ma qualcosa di quasi minaccioso. Si chiede se ci sia un significato, un motivo per il suo stanco viaggio attraverso questa terra e non riesce più a vedere la benedizione della terra. Esce nel cortile con quel peso sul petto che lo spinge a ripetere: Devo badare alle mucche e mungere. Lo ripete come una preghiera laica, un mantra che tiene a bada il vuoto. Nella stalla il forte odore di fieno e letame lo colpisce come un pugno allo stomaco. È un odore che conosce da sempre, e che un tempo associava alla vita e alla prosperità, ma che ora ricorda solo il ciclo di nascita, crescita e morte. Dentro vede la corda logora usata per legare i carichi, annodata con cura e consumata dal tempo. La corda pende da un gancio arrugginito, le sue fibre sfilacciate sembrano le dita di un uomo morto che cerca di afferrare qualcosa. Per un attimo la tentazione lo seduce: la logica della futilità della vita lo invita ad ascoltare il richiamo della resa. L'afferra, l'annoda al suo collo e sale sopra la scala. Perché affaticarsi per un corpo logorato, per un'esistenza che si agita in un mondo che non ha più anima? Il vuoto della nebbia lo invita a smettere di respirare, a diventare nebbia lui stesso, a dissolversi in un nulla che sembra più accogliente del dolore quotidiano. Basterebbe un semplice salto eppure qualcosa dentro di lui si ribella. Forse è l'eco della voce di Marta, forse il pensiero dei suoi nipoti, forse semplicemente l'istinto di sopravvivere. Con un gesto di rabbia libera il collo, esce fuori e afferra la zappa e inizia a scavare un solco vincendo la resistenza della terra nella luce spettrale. Ogni colpo risuona nell'aria come un tamburo da guerra, il suono del metallo è un gesto di protesta che gli anestetizza la mente. Ogni movimento è un atto di sfida contro il vuoto che lo minaccia, una dichiarazione di guerra contro la tentazione di arrendersi. Quando le mani iniziano a sanguinare inizia a ripetersi che Questo fossato è necessario. Senza il letame rovinerà il prato in primavera. Ma sa che è una giustificazione priva di senso; è consapevole che ha bisogno di quel fossato non per una ragione razionale, ma perché continuare a lavorare è l'unico modo per non essere afferrato dall'eternità che lo aspetta, muta e pronta a riscuotere il pedaggio delle sue illusioni. Perché pensare al lavoro lo costringe a non pensare al resto, perché la terra è l'unica realtà che ha senso, ansiosa di essere riconosciuta e rispettata. Le ore passano e gradualmente qualcosa cambia dentro di lui. Non è pace, non è gioia, ma una sorta di tregua con l'esistenza.
Quando la nebbia svanisce, un fantasma in fuga dalla luce, il gelo si scioglie in piccole gocce d'acqua che brillano sull'erba. Il paesaggio si rivela gradualmente, come una fotografia che emerge in una camera oscura. Comprende di aver sconfitto il vuoto, almeno per quel giorno.
Sua figlia Elena ha preparato tortellini in brodo, il loro profumo richiama il conforto di mille domeniche. Il vapore che si alza dalla zuppiera appanna i suoi occhiali e deve pulirli con il fazzoletto, un gesto meccanico che gli dà tempo per comporre la maschera del nonno affettuoso. A tavola si versa un bicchiere di Lambrusco e guarda i suoi nipoti ridere, le loro voci brillanti simili a melodie di una canzone felice. La piccola Nena gli racconta con entusiasmo di aver disegnato una casa con un camino fumante, e Matteo, due anni più grande, interrompe per correggere i dettagli con quella serietà che solo i bambini hanno. Potrei rovinare tutto con una frase, pensa, il cuore gli si stringe all'idea di rivelare loro il vuoto che vede, quell'abisso che lo minaccia incessantemente.
Eppure, recita la sua parte. «Allora, come va a scuola? Raccontatemi tutto, voglio sapere cosa state imparando» dice, cercando di mantenere un tono allegro mentre una tempesta gli si agita dentro.
«Nonno, ieri la maestra ci ha mostrato le fotografie dell'Africa» esclama Nena, gli occhi le brillano di eccitazione. «Ci sono elefanti così grandi» e allunga le braccia il più possibile.
«E leoni, nonno! I leoni che ringhiano forte» aggiunge Matteo, facendo una faccia feroce.
Elena è la sua ultima figlia, quella che è rimasta quando gli altri hanno seguito i loro sogni lontano. Si è maritata con un bravo ragazzo del paese, ma non ha voluto lasciarlo solo. Col marito hanno deciso di rimanere e pensare alla fattoria, assumendosi il peso di quella terra che per lui è stata vita e condanna. È affezionata al papà, lo guarda con quegli occhi che da bambina avevano la stessa luce di speranza. Pare quasi che un filo invisibile leghi i loro destini in questa campagna nebbiosa che gli altri hanno preferito fuggire.
«Ti dico che il raccolto sarà magro» dice Norino a Elena, con quella saggezza che sa di tempi passati. «E poi il governo? Che ci fa questo governo a noi che lavoriamo la terra?»
«Nonno, perché c'è tutta questa nebbia?» Chiede Matteo.
«È colpa delle donne» risponde ridendo. «Hanno lavato troppo!»
Fa saltellare Nena sulle ginocchia mentre lei ride felice. Si lascia avvolgere dal calore della famiglia, scegliendo di indossare una maschera. Il peso del corpo della bambina sulle sue gambe, la fiducia cieca con cui si appoggia a lui —tutto questo riempie il cuore.
Beve il vino e il suo sapore acre è l'unica "verità" che può permettersi per non impazzire, quasi una via di fuga, ma mai abbastanza per cancellare il senso di vuoto che avvolge il suo cuore.
«Perché non vai a trovare Enzo in città?» Chiede Elena con quella gentilezza studiata che tradisce una sincera preoccupazione. «I suoi bambini sarebbero così felici. Ti farebbe bene un po' di distrazione, sai?»
«La campagna ha bisogno di me» risponde con un sorriso che non raggiunge gli occhi. «Ci sono le semine da preparare e la stalla da sistemare.»
Non dice che in città si sentirebbe ancora più solo, perso tra edifici che sembrano montagne e strade rumorose dove nessuno conosce nessuno. Non dice che ha paura di perdere quell'ultimo legame con la vita che la routine del lavoro nei campi rappresenta.
«Il lavoro non è tutto nella vita» insiste Elena, posando una mano sulla sua, allo stesso modo di come faceva Marta.
«Il lavoro è l'unica cosa che non mente» mormora, incontrando il suo sguardo. «Quando zappi la terra, quando raccogli i frutti, c'è una verità che nessuno può portarti via. Senza quello, cosa rimane? Un vuoto che niente può riempire.»
«Ti ho visto nella stalla salire le scale con quella corda al collo» dice Elena, la voce che si fa seria.
Norino la guarda, arrossendo fa un cenno con la mano, come se stesse scacciando un insetto fastidioso e molesto.
«È passata» mormora, per rassicurare se stesso più che lei. La verità rimane lì tra loro, un'ombra silenziosa, la consapevolezza che rende tutto così fragile.
La figlia lo abbraccia, stringendolo a sé, quasi voglia infondere in entrambi una sorta di energia vitale, una speranza. «Senza di te morirei» confida, con un tono che strazia il cuore. La loro vita all’improvviso appare intimamente connessa e ogni respiro sembra un atto di ribellione contro la solitudine e l'inevitabile.
«Non morirai» sottolinea lui, cercando di infondere serenità colla sua voce, ma senza poter ignorare il sottinteso di quella affermazione. La morte è una presenza costante, l’orizzonte verso cui tutti, in fondo, tendono, ma che si allontana il più possibile dimenticandola.
«Ma tutti moriremo, papà» sussurra Elena, con gli occhi lucidi. «È questo che mi fa paura. Che un giorno sarò sola. Che tutto... finirà. Come con la mamma.»
Un nodo in gola gli impedisce di parlare subito. Le sue parole hanno toccato quella verità che cerca ogni giorno di seppellire sotto le fatiche quotidiane.
«Ascoltami» dice infine, prendendole il viso tra le mani, guardandola negli occhi che gli ricordano tanto quelli di sua madre. «La vita è come un campo da arare. Fatica dopo fatica, solco dopo solco. Non possiamo evitare che arrivi l'inverno, ma possiamo seminare mentre c'è ancora tempo.»
Lei abbassa lo sguardo, le dita giocano nervosamente con l'orlo della tovaglia. «E quale senso ha seminare se poi tutto marcisce sotto la neve?»
La domanda lo colpisce come un pugno allo stomaco. È la stessa che lo tormenta nelle notti insonni, quando il silenzio della casa diventa insopportabile.
«Forse nessuno» ammette con una sincerità che lo sorprende. «Forse è solo un modo per occupare le mani e la mente finché siamo qui. Ma tu… tu sei il mio campo più bello. L'unico raccolto che conta davvero.»
Le lacrime le rigano il viso, ma sorride. Un sorriso tremulo, fragile come la luce che filtra tra le nebbie della pianura. «Non voglio che ti arrendi, papà. Non voglio che quella corda...»
«Lo so» la interrompe, stringendola più forte. In quel momento Norino sente una scintilla di qualcosa che somiglia alla volontà di continuare. Non per sé, ma per lei. Per quell'abbraccio che, per qualche istante, rende l'universo meno vuoto e indifferente.
In serata, quando il sole cala e i colori svaniscono nel crepuscolo, dipingendo il cielo con pennellate di arancione e viola riflesse nelle pozzanghere del cortile, cammina verso l'argine del Po. I suoi passi affondano nell'erba umida, e l'aria si fa più mite, col vapore che sale dal Grande Fiume. Sente la corrente premere contro la terra, un mormorio costante che sembra parlare, un richiamo che porta con sé storie dimenticate di inondazioni e raccolti rovinati, di case spazzate via dalla furia dell’acqua.
Comprende di essere come quell'argine: una massa di terra e pietre posta lì dagli uomini per impedire al fiume di distruggere tutto, uno strumento di protezione e, allo stesso tempo, di impotenza. L'argine non ferma l'acqua per sempre, ma permette al paese di dormire un'altra notte, rimandando l'inevitabile.
Le sue mani stringono il bastone nodoso che usa per camminare. Il vento porta con sé l'odore di fango e erba marcescente, un odore che parla di vita e morte mescolate insieme. Un pensiero si avvolge attorno a lui Non è vero che la terra ci ama. Ma fintanto che fingo di amarla, i bambini possono dormire tranquilli. Forse questo è il suo compito: essere l'argine che protegge la felicità dei suoi nipoti, anche se significa portare da solo il peso del vuoto.
In fondo Norino lo sa: il suo compito è restare lì, dritto sul limitare del campo, a fingere che l'inverno non faccia paura. Essere un argine significa accogliere il fango e il buio su di sé, affinché dall'altra parte la vita possa continuare a credersi eterna. Perché una bugia che protegge il sonno di un bambino vale più di ogni gelida verità.

Re: [LAB19] L'Argine alla Notte

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   Recensione di Arturo.
Nel racconto la fatica non è solo un concetto astratto, ma una sostanza fisica. Si percepisce ne "le sue mani sono radici di pioppo", nei "passi che affondano nell'erba umida" e nel "pugno allo stomaco" delle domande di Elena. La fatica è il linguaggio naturale di Norino: lui non sa spiegare il senso della vita con la filosofia, lo fa attraverso il corpo e lo sforzo. Il dialogo sulla zappa e sui frutti è il cuore ideologico del testo. Per Norino, il lavoro è l'unico spazio di verità in un mondo di menzogne e assenze (quella di Marta e quella di Dio)... "Un vuoto che niente può riempire",  "Occupare le mani e la mente".
Il lavoro è un esorcismo contro la "corda": finché le mani sono occupate a seminare o mungere, non possono stringere un cappio. È una visione esistenzialista dove l'uomo si definisce (può definirsi solo) attraverso ciò che fa, anche se sa che l'inverno (la morte) arriverà comunque a prescindere da quello che fa. Pur non potendo essere un romanzo di formazione di questo mantiene il tratto saliente della crescita del protagonista Norino, il quale non smette di essere disperato, ma trasforma la sua disperazione in uno scudo con cui difendersi dal vuoto. Norino mostra la sua crescita caratteriale/esistenziale passando dal voler fuggire (la stalla, la corda) all'accettazione di restare come "argine". La sua evoluzione culmina nel riconoscimento che Elena è il suo "raccolto più bello": qui Norino sposta l'asse del suo mondo dall'Io (il mio dolore) al Tu (la felicità di chi resta). È una crescita silenziosa, fatta di una rassegnazione dignitosa. Per il finale ho inserito la metafora dell’argine. L'argine qui è la figura retorica che unisce l'uomo al fiume (il Po, il Grande Fiume simbolo del tempo e della morte) L'argine è impotente, sa che non fermerà l'acqua per sempre, ma nella sua impotenza spiega tutta la sua forza e dignità: l'argine permette al paese di dormire "un'altra notte".
Norino accetta di essere un limite temporaneo. Accetta la finitudine sua e del mondo che lo circonda. La sua alla fine è una "menzogna" (fingere che la terra ci ami, nascondere la verità della morte che tutto avvolge), e la menzogna paradossalmente è il suo atto d'amore più grande. Lui si fa carico del "peso del vuoto" affinché i bambini non debbano sentirlo. È un'immagine carica di potenza emotiva che dà un senso a tutta la sua sofferenza precedente

Re: [LAB19] L'Argine alla Notte

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Ciao @Arturo Ligotti ,

ho letto con attenzione il tuo racconto. Nella parte in cui Norino tiene in braccio la bambina non mi è del tutto chiaro se “sparisca” quando la figlia parla della corda; forse la transizione poteva essere un po’ più evidente. Inoltre, mi risulta difficile pensare che un dialogo così intenso venga fatto con la presenza dei bambini, che di fatto non sono più citati.

Detto questo, il cuore del racconto è davvero potente: c’è questa tensione tra vuoto e protezione, tra disperazione interiore e gesto concreto che salva gli altri. Ogni azione quotidiana di Norino, dal lavoro nei campi alla cura dei nipoti, sembra un modo per resistere al nulla e dare senso alla vita. C’è anche una grande finezza nel far coincidere il tema finale del contest con la storia di una persona al tramonto della sua vita: un dettaglio che non si nota subito, ma che lega perfettamente il racconto al tema proposto.

Il contrasto tra disperazione e azione concreta è il vero motore del testo, più di qualsiasi riflessione morale o ideologica. L’autocommento enfatizza la crescita, l'evoluzione del personaggio, ma per me nel racconto non è frutto di una maturazione concettuale: è una lotta quotidiana, dove ogni giorno si è in bilico tra l’essere margine — immagine potente — e la caducità dell’esistenza. Quando il testo viene scritto e poi consegnato, diventa qualcosa d’altro rispetto alle intenzioni iniziali dell’autore, assumendo significati e impatti propri.

Re: [LAB19] L'Argine alla Notte

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Ciao @Arturo Ligotti da nipote di contadini non posso che ringraziarti per questo affresco che mi ha riportato indietro nel tempo, anche se non era la Bassa ma le pianure di Puglia. Credo tu abbia colto perfettamente il senso ciclico di quel tipo di vita, i giorni tutti uguali fatti di sveglie alle quattro e fatica, col sole o con la pioggia, mentre il tempo per realizzare qualcosa che non sia lavoro scorre via inesorabile. Ci sono più livelli di perdita in questo racconto, tanti strati che appartengono alla stessa persona. 
Arturo Ligotti wrote: Non è vero che la terra ci ama. Ma fintanto che fingo di amarla, i bambini possono dormire tranquilli.
Questa frase, qui c'è tutto. C'è sempre qualcuno che deve perdere qualcosa affinché gli altri possano conservarla.
Un buon lavoro, davvero.

A rileggerci
L.
"Scrivo per autodifesa"

Re: [LAB19] L'Argine alla Notte

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Arturo Ligotti wrote: l'oscurità stringe la casa in una morsa gelida, riempita dall'odore di legno bruciato e cenere, che si attacca alle pareti come i ricordi di una vita alle crepe dell’anima.
Molto bella questa similitudine.
Arturo Ligotti wrote: Lo osservava entrare rientrare dai campi con le spalle curve e, senza dire una parola, gli
Arturo Ligotti wrote: e che era amato per chi era, non per ciò che poteva costruire o conquistare.
Che bello leggere "per chi era" e non "per ciò che era" come ho sempre letto e sentito: è molto meglio essere amati così!  :)
Arturo Ligotti wrote: tro la tentazione di arrendersi. Quando le mani iniziano a sanguinare inizia a ripetersi che Questo fossato è necessario.
Senza virgola il letame rovinerà il prato in primavera
La virgola che ti invito ad aggiungere, qui sopra, è essenziale, perché il "Senza" si riferisce al fossato, e non al letame.
Arturo Ligotti wrote: «Perché non vai a trovare Enzo in città?» Chiede chiede Elena con quella gentilezza studiata che tra
Arturo Ligotti wrote: «Ascoltami» dice infine, prendendole il viso tra le mani, guardandola negli occhi che gli ricordano tanto quelli di sua madre. «La vita è come un campo da arare. Fatica dopo fatica, solco dopo solco. Non possiamo evitare che arrivi l'inverno, ma possiamo seminare mentre c'è ancora tempo.»
Lei abbassa lo sguardo, le dita giocano nervosamente con l'orlo della tovaglia. «E quale senso ha seminare se poi tutto marcisce sotto la neve?»
La domanda lo colpisce come un pugno allo stomaco. È la stessa che lo tormenta nelle notti insonni, quando il silenzio della casa diventa insopportabile.
«Forse nessuno» ammette con una sincerità che lo sorprende. «Forse è solo un modo per occupare le mani e la mente finché siamo qui. Ma tu… tu sei il mio campo più bello. L'unico raccolto che conta davvero.»
Questo è il clou del racconto, il senso che dà Norino alla vita. Ben scritto!
Arturo Ligotti wrote: Comprende di essere come quell'argine: una massa di terra e pietre posta lì dagli uomini per impedire al fiume di distruggere tutto, uno strumento di protezione e, allo stesso tempo, di impotenza. L'argine non ferma l'acqua per sempre, ma permette al paese di dormire un'altra notte, rimandando l'inevitabile.
Le sue mani stringono il bastone nodoso che usa per camminare. Il vento porta con sé l'odore di fango e erba marcescente, un odore che parla di vita e morte mescolate insieme. Un pensiero si avvolge attorno a lui Non è vero che la terra ci ama. Ma fintanto che fingo di amarla, i bambini possono dormire tranquilli. Forse questo è il suo compito: essere l'argine che protegge la felicità dei suoi nipoti, anche se significa portare da solo il peso del vuoto.
In fondo Norino lo sa: il suo compito è restare lì, dritto sul limitare del campo, a fingere che l'inverno non faccia paura. Essere un argine significa accogliere il fango e il buio su di sé, affinché dall'altra parte la vita possa continuare a credersi eterna. Perché una bugia che protegge il sonno di un bambino vale più di ogni gelida verità.
Ogni vecchio dovrebbe essere, per i figli, per i nipoti, quell'argine che li protegge dalle avversità, che gliele "para".
Avercene, di questi grandi vecchi, che sanno per istinto il valore del sacrificio, e pagano il prezzo per noi.

Bravo, @Arturo Ligotti  - complimenti.  :)
Di sabbia e catrame è la vita:
o scorre o si lega alle dita.


Poeta con te - Tre spunti di versi

Re: [LAB19] L'Argine alla Notte

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Ciao @Arturo Ligotti

Il tuo è un racconto di vita contadina, non di oggi, ma di ieri, tempi lontani. Oggi le storie sui contadini, o meglio, agricoltori, riguardano le questioni politiche, dato che i trattori, oramai, hanno tolto per fortuna, almeno il peso del lavoro fisico.. Questo non riguarda chi, però, lavora per conto dei caporali.. brutte storie. Quindi, uno spaccato di una vita dedicata ai campi, e arrivata al capolinea con tutti i suoi perché. Per Norino è il momento di tirare le somme dei costi e dei benefici. Il finale è snocciolato pian piano, ma già dagli inizi lo si percepisce. 


   
Norino ha settant'anni. Le sue mani sembrano radici di pioppo, per quanto sono nodose e segnate dal tempo. Ogni ruga racconta una storia di sudore e battaglie perse, di giorni che si allungano come ombre in serate estive e notti insonni trascorse a contar le stelle.
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Questo è già un pezzo di finale, o meglio, della "risoluzione" del racconto. Non crea domande, ma si vuole capire come mai Norino ha questo stanco atteggiamento della sua vita..

 Quando guarda quelle mani vede l'uomo che era a vent'anni, con la pelle liscia e miriadi di sogni. Ora quelle mani tremano in modo impercettibile quando afferra la tazza 
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Dovresti aggiustare questa frase: ha le mani nodose oggi, al contrario di quando ne aveva venti. Magari, al posto di "vede" potrebbe suonare meglio
"pensa all'uomo di vent'anni...

Ricorda quando suo nonno lo portò per la prima volta nei campi all'alba, un bambino di appena otto anni, insegnandogli che la terra non perdona chi non la rispetta. 
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Secondo me, magari anche prima degli otto anni, dato che parli di tempi ancora più lontani..



Norino si sveglia ogni giorno prima dell'alba, e l'oscurità stringe la casa in una morsa gelida, riempita dall'odore di legno bruciato e cenere, che si attacca alle pareti come i ricordi di una vita alle crepe dell’anima. 
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Forse andrebbe meglio: attaccata alle pareti come i ..... 


Arturo Ligotti wrote: La casa mantiene ancora l'eco della risata di sua moglie Marta, che è morta cinque anni prima dopo una lunga malattia che l'ha consumata lentamente, portando con sé la luce che un tempo illuminava quelle stanze.
che è, meglio eliminare...
Arturo Ligotti wrote: Marta, coi suoi capelli castani raccolti in una treccia e i suoi occhi verdi che brillavano di infinita dolcezza, sapeva sempre come leggerlo meglio di chiunque altro. Lo osservava entrare dai campi con le spalle curve e, senza dire una parola, gli preparava un latte caldo e massaggiava le sue spalle dolenti con movimenti circolari che scioglievano non solo la tensione nei suoi muscoli ma anche quella nella sua anima. Le sue dita trovavano i punti più giusti, come se conoscessero a memoria
Ti ho segnato questo cambio di tempo verbale, giusto dato che Norino pensa ai tempi trascorsi, perché vorrei dirti che ho trovato in tutto il racconto, l'uso del tempo verbale presente. A questo punto, dato che il racconto era basato anche sui ricordi, forse, dico forse, è una questione di gusti, ma forse anche di precorso narrativo, usare di più il tempo al passato: lo avrei trovato più appropriato. Poi, verso l'ultima parte, quando le scene di vita si fanno vivide, a presa diretta, entrare col tempo presente..
Arturo Ligotti wrote: . Con un gesto di rabbia libera il collo, esce fuori e afferra la zappa e inizia a scavare
 Qualcosa non torna, Arturo. Come ha fatto Elena a raccontare al padre questo, senza aver reagito al momento di aver visto il padre con la corda al collo? Sarebbe dovuta correre verso lui, o al massimo, Elena avrebbe dovuto dire qualcosa a riguardo della sua reazione, dello spavento..
Comunque penso, che anche questo momento, se inserito nel discorso del tempo al passato, avresti potuto far raccontare a Norino quando la figlia si catapultò verso di lui, anche se inutilmente, dato che lui ci aveva ripensato. E' una questione di tempi, di mettere in ordine i fatti e di racchiuderli o tra i ricordi, o chiarirli al meglio nelle scene, aggiustarli.. E poi, lasciare al momento rappresentato nel pranzo, tutti assieme, nonno, figlia, nipoti, il momento per tirare le somme di questa vita. Chissà se, iniziando con la scena del pranzo in famiglia, avresti potuto mettere in equilibrio il passato e il presente in modo più profittevole. Ripeto che è una questione di gusti, ma anche i percorsi narrativi hanno bisogno di equilibrio tra i vari tempi.
Spero di esserti stato utile. Ciao a presto.
Viaggio sconsolato tra i ricordi dello Stato.
Tratti di pioggia sopra Auschwitz. Tra oblio e orgoglio.
Io malata in fuga.

Re: [LAB19] L'Argine alla Notte

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Ciao @Arturo Ligotti
Anche in questo racconto mantieni uno stile lento, sontuoso, anche se meno cupo rispetto ai lavori precedenti, e affronti (se ci ho capito qualcosa) un tema ricorrente che mi colpisce. Quello che più mi piace è il finale, nonché il senso del racconto. Trovare - rasentando l'autoconvincimento - un obiettivo, qualunque esso sia, per andare avanti, per mantenere la rotta, per non impazzire. Vivere per gli altri, per la famiglia, sono temi complicati, forse addirittura sbagliati, ma dannatamente veri. Un racconto amaro, sia nello stile, sia nel significato, che si sposa bene con il tuo modo di scrivere. 
A rileggerti 
Il Giorno Zero - Distruttori di Terre
https://www.amazon.it/Giorno-Zero-Marco ... 259&sr=8-1

Re: [LAB19] L'Argine alla Notte

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Leggo tante recensioni con tanti buoni spunti, altre meno però sempre efficaci. Il regolamento mi pare che inibisca lo scambio tra recensori e autori. Peccato, perché trasmettere impressioni ancorché dure è un modo per riuscire a superare i propri limiti. E se ai recensori è consentito dire la loro in maniera anche rude,  mi pare che la replica autoriale con queste norme sia un problema.  Ringrazio comunque tutti. Leggere e lasciare le proprie impressioni è sempre un gesto di cortesia e stima. La stima è reciproca. 

Re: [LAB19] L'Argine alla Notte

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ciao @Arturo Ligotti
Arturo Ligotti wrote: Leggo tante recensioni con tanti buoni spunti, altre meno però sempre efficaci. Il regolamento mi pare che inibisca lo scambio tra recensori e autori. Peccato, perché trasmettere impressioni ancorché dure è un modo per riuscire a superare i propri limiti. E se ai recensori è consentito dire la loro in maniera anche rude,  mi pare che la replica autoriale con queste norme sia un problema.  Ringrazio comunque tutti. Leggere e lasciare le proprie impressioni è sempre un gesto di cortesia e stima. La stima è reciproca. 
Qui siamo tra amici, devi sentirti libero di rispondere. Per quanto riguarda i miei commenti, riconosco di essere rude, ma giuro che sono sinceri: anzi di più. Si cresce, come dici tu, e si superano i propri limiti. Io rendo grazie a tutte le lavate di capo che in tanti anni mi hanno fatto: oggi mi sento più sicuro quando scrivo, anche se la strada è ancora lunga. Ciao
Viaggio sconsolato tra i ricordi dello Stato.
Tratti di pioggia sopra Auschwitz. Tra oblio e orgoglio.
Io malata in fuga.

Re: [LAB19] L'Argine alla Notte

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Arturo Ligotti wrote: E se ai recensori è consentito dire la loro in maniera anche rude,  mi pare che la replica autoriale con queste norme sia un problema.  
No, @Arturo Ligotti , puoi farlo con modi civili, ne hai diritto, se vuoi ribattere a una parte di commento che ritieni sia stata sbagliata in rapporto a quello che hai scritto.

Per esempio (e faccio per semplicità una similitudine coi numeri), se la sottoscritta ti scrive: Arturo, due più due fa quattro, non cinque come hai scritto tu. Mi rispondi, per esempio, così:
- Guarda meglio, @Poeta Zaza , ti accorgerai che ho scritto che due più due fa quattro.
Al che, io ti risponderò, (se mi tagghi è meglio, così non mi sfugge):
- Ti chiedo scusa della lettura frettolosa, hai perfettamente ragione. 
L'ultima volta che mi è successo è stato a novembre scorso, con un racconto di @Albascura , per un quiproquo sul suo testo che mi ha indotta a scrivere una boiata. Lei me l'ha fatto (gentimente) notare e io le ho chiesto scusa.  :sss:

Perché tutti siamo in buona fede, sinceri e costruttivi a scrivere i commenti (va da sé) ma chi è commentato e trova una cosa (che ha scritto giusta)  travisata, magari per colpa di una lettura frettolosa, ha diritto di obiettare, con civiltà. E, va da sé, chi ha sbagliato in perfetta buona fede, dovrebbe sentire il bisogno di ammetterlo. 
Di sabbia e catrame è la vita:
o scorre o si lega alle dita.


Poeta con te - Tre spunti di versi

Re: [LAB19] L'Argine alla Notte

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@Poeta Zaza  Il mio commento precedente non era un attacco ai recensori, ma una riflessione su quanto sarebbe prezioso poter applicare proprio quel metodo che suggerisci tu — il chiarimento puntuale e garbato — senza che venga scambiato per una violazione del regolamento o per mancanza di umiltà.
Siamo sulla stessa lunghezza d'onda: se c'è un quiproquo, parlarne civilmente aiuta tutti a crescere. Ti taggherò volentieri se dovessi ravvisare una 'lettura frettolosa', con lo stesso spirito costruttivo con cui leggo i vostri suggerimenti.

Re: [LAB19] L'Argine alla Notte

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Arturo Ligotti wrote: @Poeta Zaza  Il mio commento precedente non era un attacco ai recensori, ma una riflessione su quanto sarebbe prezioso poter applicare proprio quel metodo che suggerisci tu — il chiarimento puntuale e garbato — senza che venga scambiato per una violazione del regolamento o per mancanza di umiltà.
Siamo sulla stessa lunghezza d'onda: se c'è un quiproquo, parlarne civilmente aiuta tutti a crescere. Ti taggherò volentieri se dovessi ravvisare una 'lettura frettolosa', con lo stesso spirito costruttivo con cui leggo i vostri suggerimenti.
(y)
Di sabbia e catrame è la vita:
o scorre o si lega alle dita.


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Re: [LAB19] L'Argine alla Notte

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Ciao @Arturo Ligotti con me la vinci facile, con questo racconto. Quando sono arrivato al Po ho pensato "proprio quel paese là in fondo dove ci sono ancora i miei nonni (ancora vivi!). Quindi, avendoci passato le estati (zanzare grosse come elicotteri) e essendo stato là alle feste comandate d'Inverno ho leggermente presente cosa significhino questi contesti con la nebbia lattiginosa, che non ti consente di vedere più lontano di due dita.
Detto questo... non avertene, provo a commentare.

Parte iniziale descrittiva molto bella e intensa. Io personalmente l'avrei accorciata un po': è immersiva ma, de gustibus, probabilmente alcuni si perderebbero ad arrivare fino al "freddo marmo". La mia sensazione è che magari lavorandoci su potresti asciugarla un po' e renderla al contempo più diretta. Però ripeto è una mia personale impressione.

La parte dei figli in città mi ha fatto pensare a Gran Torino, mea culpa.
  wrote:Camminando sul terreno imbiancato dal gelo, il suono dei suoi passi è attutito dalla nebbia, e ha l'impressione di camminare su un tappeto di ovatta. Il silenzio lo avvolge.
Immagine della galiverna molto bella qui. Ce ne sono molte altre e molto toccanti nel tuo racconto. 

Lo scambio tra padre e figlia: non ho capito una cosa perché sono tordo/tardo io. La figlia sottolinea al padre il fatto di averlo visto mettersi la corda al collo e gli dice che c'è qualcosa per cui vale la pena di vivere. Dopo però passa al pessimismo: ovvero commenta all'obiezione che bisogna seminare con il fatto che la semina non marcisca sotto la neve. Personalmente mi è sembrata una contraddizione dei suoi sentimenti. Va in risonanza (cerca di immergersi nei pensieri pessimistici?) con i pensieri del padre e finisce per interpretare la sua parte di obiezioni e pessimismo? Ho frainteso?

Sul finale molto bello, nulla da eccepire. Proprio in linea con le emozioni che permeano tutto il racconto. Hai scelto una strada logica che concludi proprio con quel finale.

Non so se te lo devo dire, ma sono un im... piccione e magari ti può servire. L'argine è un importante ostacolo all'acqua che potrebbe tracimare, ma in realtà sul Po il meccanismo di esondazione è più perfido e meno prevedibile di così. Mi hanno raccontato che quando il Po era in piena nelle ultime alluvioni il problema principale non erano gli argini, che pur venivano rinforzati alzando i cigli con i sacchetti di sabbia, ma i "fontanazzi", ovvero l'acqua del Po trovava dei percorsi sotterranei sotto l'argine e sgorgava al di fuori in aperta campagna, in mezzo ai campi. Per questo erano costretti a tenere d'occhio i campi intorno: altrimenti il Po avrebbe esondato tramite il fontanazzo.
Questo te lo scrivo non perché non mi sia piaciuto il tuo racconto, anzi. Te lo scrivo perché per te potrebbe essere un tassello in più che possa servirti.
Grazie per il tuo racconto e a rileggersi.
When people talk, listen completely. Most people never listen. - E. Hemingway

Re: [LAB19] L'Argine alla Notte

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@Strikeiron 
Per la prima volta provo a rispondere, non me ne volere.
Parto (e cito) dallo "scambio tra padre e figlia: non ho capito una cosa perché sono tordo/tardo io." 
Più che una contraddizione, in Elena c’è un’evoluzione tragica della consapevolezza.
All'inizio, quando rimbrotta il padre per la corda al collo, Elena agisce per istinto di conservazione. La sua è la reazione della "Vita" che si oppone alla Morte: vuole proteggere il padre, vuole negare l'abisso. Ma nel momento in cui Norino ammette la sua fragilità e la allontana da sé lei lo abbraccia e avviene il passaggio per cui Elena smette di essere la figlia che "rassicura" e diventa l'essere umano che "teme per sé".
Mi sono ispirato dilettantescamente alla visione di Miguel de Unamuno della tragedia greca per cui si passa:
1. Dalla Pietà al Terrore (Phobos ed Eleos)
Elena inizia con la pietà (eleos), vede il padre sconfitto e vuole salvarlo. Ma il contatto fisico (l'abbraccio) e la confessione del padre sulla "verità della terra" la trascinano nel terrore (phobos). La sua domanda finale — «E quale senso ha seminare se poi tutto marcisce sotto la neve?» — non è pessimismo gratuito, è la scoperta del limite. È la sua Ananke. Ha capito che il padre non è un dio protettore, ma un uomo, un essere umano fragile e condannato quanto lei.
2. La "Sincerità dell'Agonia"
Unamuno diceva che l'amore nasce dalla partecipazione al dolore altrui. Elena rimbrotta il padre finché lo vede come una funzione (il genitore che deve esserci). Inizia a essere pessimista quando lo vede come un "uomo di carne e ossa".
La sua non è una contraddizione, è la perdita dell'innocenza:
Prima: Cerca di tenere in piedi la "menzogna vitale" per il padre (rimproverandolo).
Dopo: Soccombe alla "verità nuda" (la morte della madre, l'inverno che arriva).
3. Norino trova rifugio nel lavoro (la zappa, la terra), che è una verità muta e ciclica. Per lui, il lavoro è l'unico modo per non pensare al destino.
Elena capisce che anche la terra mente, che la terra non basta... la neve che copre tutto è un elemento simbolico.
La sua domanda finale è il cuore del suo sentire tragico: la fatica è inutile, ma è l'unica cosa che abbiamo.
Norino le risponde come un eroe tragico: "Forse non ha senso, ma è ciò che facciamo". È il riconoscimento della sconfitta che però non ferma l'azione. Norino accetta l'assurdo di vivere. Elena è ancora nella fase del dolore acuto, quella in cui la ragione (che vede la neve coprire tutto e che tutto marcirà sotto la neve) combatte contro il cuore (che vorrebbe seminare).
Elena perciò non si contraddice, sta semplicemente passando dal ruolo di "spettatrice" della tragedia del padre a quello di "protagonista" della propria tragedia. Ha smesso di guardare la corda al collo di lui e ha iniziato a sentire il freddo della propria solitudine, della propria inutilità, della propria morte.
Quanto al secondo appunto. L'argine è ovviamente una metafora. Non volevo certo scrivere un trattato su come funziona il sistema fluviale del Po. Ed è, se posso, una metafora duplice. l'argine è l'incarnazione della cura. È la volontà dell'uomo che si impone sulla natura informe.
In primis protegge la "casa", il giardino dei nipoti, la possibilità della felicità. È il Norino che abbraccia Elena, che nasconde la corda, che rassicura.
È l'uomo che dice "non morirai" pur sapendo che è falso. In questo senso, l'argine è un atto di fede laica: non serve a fermare l'eternità, ma a rendere vivibile il presente.
D'altro canto l'argine è come una prigione, l'argine è una condanna alla solitudine assoluta.
Per essere un argine, Norino deve stare fuori dalla casa. Deve stare sul confine, nel fango, esposto al vento e alla corrente. Non può godere del calore che protegge, perché il suo stare sull'argine, il suo essere argine, è ciò che permette quel calore.
È un po' la visione della Tragedia Greca. L'argine è il confine tra il Kosmos (l'ordine della casa, dei sentimenti, della buona azione) e il Chaos (il fiume, la dittatura di Ananke, di ciò che non possiamo comprendere e fermare). L'argine vive nel e del conflitto: sente la pressione della verità (il fiume che spinge) ma deve mostrare la solidità della terra (la finzione). È la prigione del dovere tragico.
L’Argine è la "Menzogna Vitale"
L'argine non è una soluzione definitiva; Norino sa che l'acqua (l'Ananke, la morte, il nulla) prima o poi troverà il modo di passare. Tuttavia, l'argine esiste per comprare tempo. In Unamuno, la fede o la speranza non sono certezze razionali, ma "atti di volontà". Norino sceglie di "fingere di amare la terra" non perché sia vero, ma perché quella finzione è l'unica cosa che permette ai figli e ai nipoti di non essere divorati dal terrore. È la bugia santa che protegge la vita.

Seguendo Unamuno (non crocifiggetemi) ho provato (in modo velleitario) a rovesciare il ruolo di Edipo. Mentre Edipo porta la rovina sulla sua città cercando la verità, Norino salva la sua "città" (la famiglia) nascondendo la Verità.
Norino accetta di essere "terra e pietre". Non ha poteri divini, è fatto della stessa sostanza del fango che deve fermare.
Essere un argine (metaforico) significa che il fango preme su di te, ma tu non puoi girarti a chiedere aiuto a chi stai proteggendo. Se Norino rivelasse il vuoto ai nipoti, l'argine crollerebbe. Il suo compito è portare il peso del vuoto da solo.
Il finale risponde alla domanda di Elena ("Che senso ha seminare se poi tutto marcisce?"). Il senso non è nel raccolto, ma nel sonno tranquillo dei bambini.
La frase "fintanto che fingo di amarla, i bambini possono dormire tranquilli" è il cuore della sua etica: la morale non sta nell'essere sinceri con l'abisso, ma nell'essere fedeli a chi amiamo. Norino trasforma il suo pessimismo cosmico in una carità attiva.
Per i Greci, l'eroe soccombeva al destino e ad Ananke. Per Norino (e Unamuno), l'eroe inganna il destino restando dritto sul confine.
Dire che "una bugia che protegge il sonno di un bambino vale più di ogni gelida verità" è l'affermazione suprema della superiorità della Vita sulla Ragione. La verità è gelida e mortifera (la neve, il freddo); la bugia è calda e vitale (l'argine, la semina).
In conclusione: Norino ha trovato il suo posto nel mondo non come sapiente, ma come scudo. Ha capito che la sua vita non serve a "trovare un senso", ma a "fare da confine" tra il freddo del fiume e il calore della casa, tra il Chaos e il Kosmos.

Re: [LAB19] L'Argine alla Notte

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@Arturo Ligotti Ciao, ti ringrazio per la spiegazione che mi sono letto attentamente. Purtroppo io non ho una formazione classica, ma scientifica. Mi sono ripassato gli autori latini in lungo e in largo, ma di greco non so nulla e non ho fatto nulla. Quindi mi manca tutta quella parte che disserta sulla tragedia e che trovo molto interessante. Spiegata come l'hai spiegata tu è ampiamente motivata e ha perfettamente senso. Io, non essendo a conoscenza di questi concetti, la trovavo strana e non riuscivo a capire la dinamica che adesso invece mi pare avere un senso.

Ti dicevo quella cosa dell'argine non avendo compreso il significato dell'argine che hai dato tu, ma perché lo trovavo un elemento che approfondisce la tragedia, non per pura meccanica. Che senso ha infatti l'"argine" se poi la natura lo scavalca non da sopra ma da sotto e trova un percorso ineluttabile? 
Questo poi lo sto scrivendo alla luce delle idee che mi hai appena spiegato, anche.

Grazie della spiegazione, mi hai aperto una visuale che se non fosse stata per te, non avrei mai considerato.
When people talk, listen completely. Most people never listen. - E. Hemingway

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