Maria si avvicina a Leo, gli sistema un piede raddrizzandolo piano nella pedana. «Ecco, così è meglio, stai comodo, vero?» «Guarda com’è ridotto, tutto storto, neanche la fisioterapia gli fa fare sua madre», irrompe Teresa, spezzando la voce carezzevole di Maria.
Nella saletta educativa, l’aria sa di acido, come di yogurt rancido; non si capisce se sia l’ultimo pannolino di Leo o l’odore dolciastro e stanco della PEG. Maria scivola dalla sedia, vicino alla carrozzella, e raggiunge la vecchia radio analogica sul mobile basso, davanti alle ampie vetrate. «Metti un po’ di musica? Bene, che tra qualche giorno inizia Sanremo, così iniziamo a ripassare le canzoni», ridacchia Teresa. Maria armeggia con la radio, prova a girare la manopola. «Funziona ancora sta radio?» chiede e la radio risponde prima di Maria, emettendo un leggero fruscio. «Insomma, ad intermittenza, ogni tanto sembra che prenda, altre volte no. Vediamo se siamo fortunate!» Maria gira le manopole argentee e sposta i baffi rotti per sintonizzarli meglio. Leo giace immobile nella carrozzina, sostenuto a stento da testiera e pettorina, occhi vitrei persi nel nulla. Scccccc…. emette piano la radio, un leggero fruscio…sccc…
«Fa senso così, sembra morto», professa sottovoce Maria, voltandosi appena. «No, no, respira, vedi il petto come si alza e abbassa; non mi avvicino a sentire il petto perché ha un odore, ma guarda, vedi che il petto si muove?» indica Teresa, con un cenno leggero, come a voler rassicurare sé stessa più che Maria. Stufa di trafficare con la radio, fa quei tre passi che la separano dalla sedia, si accuccia vicino al ragazzo e prende a carezzargli una mano. «Ti piacciono le coccole, vero?» miagola Maria con dolcezza e gli occhi da gatta.
Sccccc… il fruscio leggero della radio. Per un attimo, aggancia una melodia lontana; nulla: rumore bianco.
Un leggero filo di bava viene raccolto da un pezzo di scottex, che Maria usa per pulirgli per bene la bocca.
Nella radio, un fischio breve; e di nuovo niente.
«Qua dentro il tempo non passa mai e di colpo arrivano le accelerate», si lamenta Teresa col cellulare in mano. «Tra poco dovrebbe arrivare l’educatrice sensoriale di Leo», dice Maria. «Sì, martedì e venerdì», conferma Teresa, che aggiunge: «Sì, ma poi a cosa servirà!».
I loro sguardi si posano su Leo, lui che ha forma solo grazie alla carrozzella, ma non ha espressione, che dorme con gli occhi aperti, la bocca spalancata da cui fa colare bava ed esala un cattivo odore.
Nella saletta scolastica Teresa sistema con gentilezza il colletto di Leo, sostituendo il bavaglino umido.
Nella radio, un crepitio leggero, come pioggia su un tetto di latta; gli passa la mano sul braccio.
La radio prova a partire, tossisce due note e si spegne. Gli mette una coperta sulle gambe.
Dalle casse, un suono caldo e rotondo, che dura un respiro.
Dal niente, Leo si riattiva e batte la mano sul bracciolo.
La radio restituisce un colpo secco, metallico.
Si schiaffeggia la guancia forte: la mano destra si muove violenta, veloce, e colpisce. Paf, paf, paf. La guancia in un istante si arrossa e inizia a sanguinare.
La radio emette colpi secchi di interferenza; a tratti la musica suona forte, a tratti viene scossa.
Maria e Teresa saltano dalla sedia. Leo è un fuscello di 30 chili. «Oddio, com’è forte, provo a tenergli ferma ’sta mano, prendi la sciarpa». Ogni fibra del corpo di Leo grida, un linguaggio senza voce che ferisce chi lo guarda. Teresa lo blocca, Maria afferra la sciarpa marrone dal comodino e la lega al bracciolo. «Legalo forte, o se la toglie!» ordina Teresa, concitata. Maria stringe la sciarpa; la radio prende una stazione e la perde subito, una canzone resta sospesa a metà.
La musica, di colpo, si strozza. L’impulso si sposta fulmineo e Leo inizia a sbattere la testa contro il poggiatesta imbottito della carrozzella, un colpo dopo l’altro, mentre la radio tossisce elettricità. Tac, tac, tac. Il segnale della radio salta del tutto: un vuoto secco e la radio sembra spegnersi.
Teresa e Maria si spostano ancora più vicino a Leo. Da dietro, Maria gli blocca la testa, sussurrando al ragazzo: «Dai che ora passa, ancora poco e ci siamo», mentre Teresa, di lato, gli blocca il capo premendo le mani alle tempie; per sbaglio fa un passo in più e un’alitata di Leo la colpisce in pieno. Il liquido nello stomaco ribolle e risale, la gola si contrae e il vomito, che trattiene sulle labbra, la fa indietreggiare arcuando la schiena. Le due donne ansimano, Leonardo ora è fermo, dalla radio un ronzio stridulo e continuo, senza respiro.
Il volume si abbassa da solo: resta solo un filo di corrente che trema.
«Ciao ragazze, buongiorno. Vedo che Leo è legato, ha avuto una crisi?» esordisce Roberta entrando. L’aria calda trasuda nel vetro a rigoli. Raccontano la mattinata, mentre lei, di spalle al ragazzo, si sfila cappotto e sciarpa, poggiandoli sulla sedia vicino al mobiletto. «Se mi aiutate, lo sdraio sul materassino e provo a massaggiarlo». «Sei sicura? Non vorrei ricominciasse a colpirsi, guarda la guancia!» avverte Teresa. «Proviamo, magari lo mettiamo a pancia in giù e mi aiutate a fermare il braccio». Roberta lo sgancia dalla pettorina e lo prende dal bacino; Teresa solleva le gambe e Maria lo adagia sul materassino verde.
La radio aggancia una melodia lontana, come se venisse da un’altra stanza.
Si accuccia vicino a lui, gli leva le scarpe e afferra una gamba.
La musica alla radio diventa ancora più lontana.
Gli massaggia i muscoli, premendo dal polpaccio alla caviglia, e la stanza sprofonda in un silenzio assordante che pesa sulle vertebre di Roberta come un’onda sorda. Un ronzio elettrico le scivola lungo la schiena, viene attraversata da un rumore acuto che la paralizza. Rimane bloccata, sospesa; sente una pressione nell’orecchio e, per un istante, aggancia lo sguardo di Leo. Lei, per un istante, lo vede, sente la presenza invisibile del suo sguardo.
«Spegni quella radio, che è rotta», dice scocciata Teresa a Maria, che traffica vicino al mobile. «No Maria, lasciala», interviene Roberta, «si sente un ronzio e ogni tanto si sintonizza. Non è rotta, siamo noi a non sentirla».
Il ritmo lento dell’ambiente si accende all’una. Dal cortile, l’auto di Claudia entra con un cigolio di freni, annunciando l’arrivo. «Com’è andata oggi col mio bimbo?» chiede Claudia, slacciando la pettorina di Leo per sistemarlo in auto. «Stamattina era agitato, abbiamo dovuto legargli il braccio, guarda la guancia!» racconta Teresa senza guardarla, aiutandola con il ragazzo.
«Hai fatto i capricci? Eh? Non va bene! Volevi le coccole, vero? Sei un furbetto!» chioccia la madre, ignorando le educatrici. Maria sposta la sedia, Claudia sistema Leo nel sedile posteriore, il capo sbatte appena sul montante. Tutte fingono di non accorgersene. L’auto esce dal cortile e si immette nella rotonda; le educatrici restano dietro, un cenno e spariscono.
Claudia è immersa in pensieri caotici che sbattono nelle tempie. Leo, nel sedile dietro, in un corpo di bambola molle, è allacciato alla cintura, mentre l’auto supera appena il limite dei cinquanta. Nemmeno l’automatismo della guida salva la vettura dall’ennesimo dosso, e saltano all’unisono: il corpo inerme sobbalza e cade di lato, sprofondando in parte nel vano.
Claudia resta immobile, con lo sguardo fisso sul figlio dallo specchietto; quei tre secondi eterni. Finalmente inchioda, virando il volante a lato della strada.
«E che cazzo, Leo!» esclama, il corpo già in movimento verso il sedile posteriore. Uno schiaffo forte le esce di scatto. «E che cazzo, lo sai che sono di corsa». Tutta la stanchezza incastrata nella gola esce ancora dirompente, travolgendola. Ancora uno schiaffo a Leo; mentre il senso di sopraffazione che l’aveva paralizzata comincia a dissolversi, il calore le risale dalla gola al volto, stringendole lo stomaco e le spalle, gliene esce un altro, un altro ancora, senza rendersene conto. Infine lo raddrizza e riprende la sua corsa.
Ora i pensieri si stoppano, esistono solo gli schiaffi, quelli che aveva promesso non sarebbero più successi, mai più. Si guarda allo specchietto: occhi rossi, mascella serrata, pelle tirata come cartapesta bagnata di sudore. Ogni linea sul volto urla la stanchezza, ogni muscolo vibra di rabbia repressa e ansia compressa. Di colpo, il suo sguardo si blocca, il rimorso le morde il ventre, mentre le faccende di casa le schiacciano il petto.
In quel ronzio di pensieri, Leo inizia a schiaffeggiarsi. Si colpisce il viso senza rabbia, come se cercasse un segnale chiaro in mezzo al rumore. È secco, ripetuto, automatico. L’unico in grado di ridurre di poco, per un momento, quel senso di disgregazione, di espandersi scomparendo. Ogni colpo lo riporta al corpo, ogni schiaffo lo ricompatta.
Claudia lo sente, lo vede, inchioda di colpo, sfiorando il tamponamento. Il conducente dietro la supera a un soffio, il motore rimbomba come un pugno nelle tempie; vede il ragazzo-bambola e getta un cenno secco, duro, prima di scomparire. Questa volta il groppo alla gola è insopportabile. Pensa: lei è la sola responsabile di aver generato quella cosa, quell’essere che può sopravvivere solo agganciato a qualcuno. Il grumo crepa la carne e la solitudine esce, sciolta in un liquido salmastro che bagna le guance di Leo.
«No, amore, non ti colpire», singhiozza la donna mentre lo abbraccia. «No, non bisogna fare male a Leo», dice carezzandolo. «Ecco senti? Leo merita solo le carezze, così», pronuncia, scandendo il “così”, mentre coccola il figlio.
«Quando torniamo a casa ci mettiamo vicini e ti faccio le bolle che ti piacciono tanto. Ti piacciono, vero?». Si rimette alla guida, continuando a parlare al figlio.
Dopo la fatica dello scendere in braccio e trascinarlo a casa, lo poggia sul divano e inizia a sistemare la casa lasciata in disordine dalla mattina: «Le bolle le facciamo dopo, eh. Stai tranquillo, che la mamma ha da fare».
Re: [LAB19] Tra scosse e silenzi.
2Autocommento: Avrei potuto chiudere il racconto con la frase dell’educatrice — « (La radio) Non è rotta, siamo noi a non sentirla » — lasciandola come metafora del sentire di Leo. Ho scelto invece di continuare, perché quella frase non fosse una chiusura ma una crepa: un punto da cui intravedere ancora Leo, non spiegato né risolto, ma presente. Nel finale, Leo è trascinato da un’esistenza che non sceglie, che non governa, che semplicemente lo porta, mentre l’attenzione si rimanda: «Le bolle le facciamo dopo». Un finale aperto, sospeso, che rimanda senza concludere. Ho scelto un finale che non consola, che non chiude, che non spiega. Perché volevo essere vera: come la disabilità gravissima, che non concede tregua, da cui non si guarisce e per la quale non esiste alcun lieto fine.
Re: [LAB19] Tra scosse e silenzi.
3Ciao @Didalinda hai prodotto un racconto di grandissima attualità che fotografa le difficoltà e le fragilità di tantissime famiglie e del loro convivere quotidianamente con la disabilità e con uno stato che, detto oggettivamente, non fa quello che dovrebbe in tanti casi. Molto interessante e ben reso il parallelismo fra la radio e Leo, a ricordarci che dentro un corpo inerte ma vivo si nasconde comunque una personalità, una mente, un afflato vitale che bisogna cercare di ascoltare. E direi anche ben reso il conflitto fra il team che si occupa del ragazzo e la madre, la punta di fastidio che sembra scorgersi dietro i loro atteggiamenti e nelle loro parole. La parte finale è quella in cui emerge l'intera fragilità. Ma non quella di Leo, quella della madre che sembra considerare quasi con gli occhi del fallimento lo stato di non vita cui è condannato il proprio figlio.
Il racconto è scritto bene, anche se in alcune fasi forse gli stacchi sono un po' troppo secchi, ma è pur vero che il limite di caratteri impone delle scelte.
Probabilmente la parte iniziale, se avessi potuto dipanarla senza il vincolo dei caratteri, avrebbe potuto rendere meglio mentre la parte finale è resa in maniera convincente.
A rileggerci
L.
Il racconto è scritto bene, anche se in alcune fasi forse gli stacchi sono un po' troppo secchi, ma è pur vero che il limite di caratteri impone delle scelte.
Probabilmente la parte iniziale, se avessi potuto dipanarla senza il vincolo dei caratteri, avrebbe potuto rendere meglio mentre la parte finale è resa in maniera convincente.
A rileggerci
L.
"Scrivo per autodifesa"
Re: [LAB19] Tra scosse e silenzi.
4Luquandus wrote: Ciao @Didalinda hai prodotto un racconto di grandissima attualità che fotografa le difficoltà e le fragilità di tantissime famiglie e del loro convivere quotidianamente con la disabilità e con uno stato che, detto oggettivamente, non fa quello che dovrebbe in tanti casi. Molto interessante e ben reso il parallelismo fra la radio e Leo, a ricordarci che dentro un corpo inerte ma vivo si nasconde comunque una personalità, una mente, un afflato vitale che bisogna cercare di ascoltare. E direi anche ben reso il conflitto fra il team che si occupa del ragazzo e la madre, la punta di fastidio che sembra scorgersi dietro i loro atteggiamenti e nelle loro parole. La parte finale è quella in cui emerge l'intera fragilità. Ma non quella di Leo, quella della madre che sembra considerare quasi con gli occhi del fallimento lo stato di non vita cui è condannato il proprio figlio.Ciao @Luquandus , grazie di avermi letta e commentata. Ho cercato di scrivere con una voce narrante in sottrazione, senza giudicare, solo raccontare e lasciare percepire in base alla propria soggettività. L’osservazione sugli stacchi e sul ritmo è un dettaglio che mi fa riflettere, e in parte dipende anche dal formato del contest. Mi fa piacere che tu abbia colto il mondo complesso che volevo rappresentare: un mondo in cui non ci sono né buoni né cattivi, ma solo persone sole con i propri limiti.
Il racconto è scritto bene, anche se in alcune fasi forse gli stacchi sono un po' troppo secchi, ma è pur vero che il limite di caratteri impone delle scelte.
Probabilmente la parte iniziale, se avessi potuto dipanarla senza il vincolo dei caratteri, avrebbe potuto rendere meglio mentre la parte finale è resa in maniera convincente.
A rileggerci
L.
Re: [LAB19] Tra scosse e silenzi.
5Ciao @Didalinda
È un racconto forte che non lascia indifferenti. La similitudine tra radio e Leo è potente, potentissima. Onestamente, ma è solo il mio parere, forse avrei preferito il finale che tu hai scelto di non fare. Per come la vedo io sarebbe stato più di impatto, un simbolismo profondo che diventa difficile da dimenticare. Però, forse così si rischiava di banalizzare e apprezzo che tu non abbia voluto cercare la giocata facile. Come ti ho detto anche sotto un altro commento, il tuo racconto mi ha turbato, è un tema molto forte, difficile. Tu sei riuscita a trattarlo in modo magistrale, comunicando la cruda realtà dei fatti senza perderti in inutili sentimentalismi. Mi resta addosso una sensazione forte addosso, e questo è un pregio enorme in un racconto. Se posso permettermi di trovare il pelo nell'uomo, ho trovato l'inizio un po' confuso. Ho avuto difficoltà a immergermi nella lettura, troppo personaggi in un rigo. Ma forse bastava giusto un colpo di tab tra un dialogo e l'altro per rendere tutto più fruibile.
Ti faccio i miei sentiti complimenti
A rileggersi
È un racconto forte che non lascia indifferenti. La similitudine tra radio e Leo è potente, potentissima. Onestamente, ma è solo il mio parere, forse avrei preferito il finale che tu hai scelto di non fare. Per come la vedo io sarebbe stato più di impatto, un simbolismo profondo che diventa difficile da dimenticare. Però, forse così si rischiava di banalizzare e apprezzo che tu non abbia voluto cercare la giocata facile. Come ti ho detto anche sotto un altro commento, il tuo racconto mi ha turbato, è un tema molto forte, difficile. Tu sei riuscita a trattarlo in modo magistrale, comunicando la cruda realtà dei fatti senza perderti in inutili sentimentalismi. Mi resta addosso una sensazione forte addosso, e questo è un pregio enorme in un racconto. Se posso permettermi di trovare il pelo nell'uomo, ho trovato l'inizio un po' confuso. Ho avuto difficoltà a immergermi nella lettura, troppo personaggi in un rigo. Ma forse bastava giusto un colpo di tab tra un dialogo e l'altro per rendere tutto più fruibile.
Ti faccio i miei sentiti complimenti
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Re: [LAB19] Tra scosse e silenzi.
6NanoVetricida wrote: Ciao @DidalindaCiao @NanoVetricida,
È un racconto forte che non lascia indifferenti. La similitudine tra radio e Leo è potente, potentissima. Onestamente, ma è solo il mio parere, forse avrei preferito il finale che tu hai scelto di non fare. Per come la vedo io sarebbe stato più di impatto, un simbolismo profondo che diventa difficile da dimenticare. Però, forse così si rischiava di banalizzare e apprezzo che tu non abbia voluto cercare la giocata facile. Come ti ho detto anche sotto un altro commento, il tuo racconto mi ha turbato, è un tema molto forte, difficile. Tu sei riuscita a trattarlo in modo magistrale, comunicando la cruda realtà dei fatti senza perderti in inutili sentimentalismi. Mi resta addosso una sensazione forte addosso, e questo è un pregio enorme in un racconto. Se posso permettermi di trovare il pelo nell'uomo, ho trovato l'inizio un po' confuso. Ho avuto difficoltà a immergermi nella lettura, troppo personaggi in un rigo. Ma forse bastava giusto un colpo di tab tra un dialogo e l'altro per rendere tutto più fruibile.
Ti faccio i miei sentiti complimenti
A rileggersi
grazie davvero per la pazienza di rileggere un testo così impegnativo e per il tempo che gli hai dedicato nel commentarlo.
Sì, non ho scelto di chiudere con la radio, anche se la tentazione c’è stata: ho preferito provare a restituire al personaggio tutta la dignità che merita, evitando una chiusura che rischiasse di scivolare nel sentimentalismo gratuito.
Per quanto riguarda l’inizio confuso, credo che la sensazione sia la stessa segnalata anche da @Luquandus. Ho capito bene cosa intendi, ma per ora l’ho compreso più “di testa” che “di pancia”. Per arrivarci davvero devo lasciar passare un po’ di tempo, prendere distanza dal testo e rileggerlo con occhi meno coinvolti.
Con il giusto distacco spero di riuscire a fare tesoro dei vostri consigli. Grazie ancora.
Re: [LAB19] Tra scosse e silenzi.
7Didalinda wrote: Autocommento: Avrei potuto chiudere il racconto con la frase dell’educatrice — « (La radio) Non è rotta, siamo noi a non sentirla » — lasciandola come metafora del sentire di Leo. Ho scelto invece di continuare, perché quella frase non fosse una chiusura ma una crepa: un punto da cui intravedere ancora Leo, non spiegato né risolto, ma presente. Nel finale, Leo è trascinato da un’esistenza che non sceglie, che non governa, che semplicemente lo porta, mentre l’attenzione si rimanda: «Le bolle le facciamo dopo». Un finale aperto, sospeso, che rimanda senza concludere. Ho scelto un finale che non consola, che non chiude, che non spiega. Perché volevo essere vera: come la disabilità gravissima, che non concede tregua, da cui non si guarisce e per la quale non esiste alcun lieto fine.Importante il tuo auto-commento.
Complimenti per il lavoro che hai fatto sulla disabilità grave, che hai colto nei particolari sia nel soggetto che ne soffre, sia nella madre che nelle operatrici sanitarie nel loro diverso approccio.
Testo duro ma obiettivo: brava @Didalinda
Benvenuta nel mondo dei Contest di CdM!
Re: [LAB19] Tra scosse e silenzi.
8L’uso della radio analogica come correlativo oggettivo di Leo è l’elemento più esplicativo della narrazione. Come la radio, Leo è "rotto", emette solo interferenze, fruscii e "rumore bianco". Nel finale Roberta capisce che la radio (e quindi Leo) non è muta, siamo noi a non saperla sintonizzare. Questo trasforma il limite clinico in un fallimento comunicativo dell'ambiente circostante.
Nella descrizione della disabilità non c'è pietismo, ma sensorialità sgradevole:lo yogurt rancido, la PEG, l'alito che provoca il vomito a Teresa. Questi dettagli tolgono la "patina di santità" alla cura e restituiscono la fatica sporca, fisica e nauseante delle educatrici.
Il corpo di Leo che ha forma solo grazie alla carrozzina (un "corpo di bambola molle") descrive perfettamente la perdita di tono e di umanità percepita da chi guarda.
Il racconto gestisce il contrasto tra la "voce carezzevole" iniziale e la violenza finale: la scena dei colpi al volto (paf, paf, paf) è resa ancora più inquietante dal montaggio alternato con i rumori della radio.
Il passaggio dal linguaggio infantile ("chioccia", "furbetto", "capricci") alla violenza fisica in auto svela la dissociazione traumatica di Claudia. Gli schiaffi non sono dati a Leo, ma alla propria impotenza e alla vita che "corre" mentre lui è un peso morto che cade dal sedile.
Emerge chiaramente la solitudine delle figure femminili: le educatrici stanche, quasi ciniche ("a cosa servirà!"), che usano un linguaggio infantile per mascherare l'orrore. La madre che "ignora" le educatrici, prigioniera di un automatismo che esplode in rabbia cieca.
Hai descritto il motivo del gesto di Leo: non è rabbia, ma un bisogno di auto-percezione. L'espressione "cercasse un segnale chiaro in mezzo al rumore" e "ogni schiaffo lo ricompatta" è molto preciso. Leo non si colpisce per dolore, ma per esistere, per trovare un confine al suo corpo che altrimenti percepisce come "disgregato".
L'immagine della pelle come cartapesta bagnata di sudore restituisce l'idea di una donna che si sta sfaldando, che non ha più una struttura solida. Il rimorso che "morde il ventre" mentre le faccende "schiacciano il petto" crea un contrasto tra il dramma esistenziale e la banalità soffocante del quotidiano.
È agghiacciante e realistico il modo in cui Claudia torna al linguaggio infantile e coccoloso ("non bisogna fare male a Leo", "ti faccio le bolle") subito dopo averlo colpito. Questo "gaslighting" materno – che è in realtà un meccanismo di difesa per non impazzire – evidenzia la dissociazione della protagonista.
Il dettaglio del conducente che sorpassa e lancia un "cenno secco, duro" rappresenta il mondo esterno che giudica senza capire, aumentando il senso di isolamento di Claudia, che si sente l'unica "responsabile di aver generato quella cosa". L'uso del termine "cosa" indica la deumanizzazione indotta dal trauma.
Ti segnalo quelli che per me sono punti deboli del racconto.
1 - Eccesso di "Spiegazione" (Tell invece di Show)
In alcuni passaggi, tendi a spiegare i sentimenti invece di lasciarli emergere dai fatti.
Esempio: «Claudia è immersa in pensieri caotici che sbattono nelle tempie». Questa frase è un po' un clich. Sarebbe più efficace descrivere un gesto fisico di Claudia (stringere il volante fino ad avere le nocche bianche, il respiro corto) che faccia capire il caos mentale senza nominarlo.
Esempio: «...mentre le faccende di casa le schiacciano il petto». Anche qui, l'immagine è potente ma troppo esplicita.
2 - Il rischio del "Pietismo" invece di "Cinismo"
Il racconto cammina su un filo sottile. Se da un lato la crudezza è un punto di forza, dall'altro l'accumulo di dettagli negativi (odore di yogurt, bava, vomito, cattivo odore, schiaffi) potrebbe portare il lettore a una saturazione.
Se tutto è eccessivamente sgradevole, il lettore potrebbe staccare la spina per autodifesa, perdendo l'empatia necessaria per vivere il dramma che provi a descrivere. Un piccolo sprazzo di luce (non necessariamente gioia, ma un momento di vera, silenziosa connessione prima della crisi) renderebbe la caduta finale ancora più dolorosa.
3 - La coerenza del finale col passaggio dalla violenza fisica brutale in auto al "No, amore, non ti colpire" è repentino. Sebbene sia realistico nella dinamica del trauma, a livello letterario rischia di sembrare un cambio di registro troppo brusco.
A mio avviso potresti inserire un momento di silenzio vuoto o di stordimento di Claudia prima che inizi a "chiocciare". Quel vuoto servirebbe a rendere più credibile la sua maschera che si ricompone.
4 - Alcune ripetizioni lessicali sono fastidiose.Usi spesso termini come "secco", "leggero" o "scatto".
Nella descrizione della radio e dei movimenti di Leo, la parola "radio" compare moltissime volte in poche righe. Potresti giocare di più con i sinonimi o con i suoni (l'apparecchio, la scatoletta analogica, il mobiletto che gracchia) per variare il ritmo.
5 - Il punto di vista di Roberta alle volte non funziona. L'intuizione («Non è rotta, siamo noi a non sentirla») è molto poetica, forse troppo poetica rispetto al tono iper-realista e sporco del resto del racconto. Sembra una frase scritta "per il lettore" e quindi alla fine non mi pare efficace. Potresti renderla più naturale, magari facendogliela solo pensare o esprimere con una carezza invece che con una massima filosofica.
Nella descrizione della disabilità non c'è pietismo, ma sensorialità sgradevole:lo yogurt rancido, la PEG, l'alito che provoca il vomito a Teresa. Questi dettagli tolgono la "patina di santità" alla cura e restituiscono la fatica sporca, fisica e nauseante delle educatrici.
Il corpo di Leo che ha forma solo grazie alla carrozzina (un "corpo di bambola molle") descrive perfettamente la perdita di tono e di umanità percepita da chi guarda.
Il racconto gestisce il contrasto tra la "voce carezzevole" iniziale e la violenza finale: la scena dei colpi al volto (paf, paf, paf) è resa ancora più inquietante dal montaggio alternato con i rumori della radio.
Il passaggio dal linguaggio infantile ("chioccia", "furbetto", "capricci") alla violenza fisica in auto svela la dissociazione traumatica di Claudia. Gli schiaffi non sono dati a Leo, ma alla propria impotenza e alla vita che "corre" mentre lui è un peso morto che cade dal sedile.
Emerge chiaramente la solitudine delle figure femminili: le educatrici stanche, quasi ciniche ("a cosa servirà!"), che usano un linguaggio infantile per mascherare l'orrore. La madre che "ignora" le educatrici, prigioniera di un automatismo che esplode in rabbia cieca.
Hai descritto il motivo del gesto di Leo: non è rabbia, ma un bisogno di auto-percezione. L'espressione "cercasse un segnale chiaro in mezzo al rumore" e "ogni schiaffo lo ricompatta" è molto preciso. Leo non si colpisce per dolore, ma per esistere, per trovare un confine al suo corpo che altrimenti percepisce come "disgregato".
L'immagine della pelle come cartapesta bagnata di sudore restituisce l'idea di una donna che si sta sfaldando, che non ha più una struttura solida. Il rimorso che "morde il ventre" mentre le faccende "schiacciano il petto" crea un contrasto tra il dramma esistenziale e la banalità soffocante del quotidiano.
È agghiacciante e realistico il modo in cui Claudia torna al linguaggio infantile e coccoloso ("non bisogna fare male a Leo", "ti faccio le bolle") subito dopo averlo colpito. Questo "gaslighting" materno – che è in realtà un meccanismo di difesa per non impazzire – evidenzia la dissociazione della protagonista.
Il dettaglio del conducente che sorpassa e lancia un "cenno secco, duro" rappresenta il mondo esterno che giudica senza capire, aumentando il senso di isolamento di Claudia, che si sente l'unica "responsabile di aver generato quella cosa". L'uso del termine "cosa" indica la deumanizzazione indotta dal trauma.
Ti segnalo quelli che per me sono punti deboli del racconto.
1 - Eccesso di "Spiegazione" (Tell invece di Show)
In alcuni passaggi, tendi a spiegare i sentimenti invece di lasciarli emergere dai fatti.
Esempio: «Claudia è immersa in pensieri caotici che sbattono nelle tempie». Questa frase è un po' un clich. Sarebbe più efficace descrivere un gesto fisico di Claudia (stringere il volante fino ad avere le nocche bianche, il respiro corto) che faccia capire il caos mentale senza nominarlo.
Esempio: «...mentre le faccende di casa le schiacciano il petto». Anche qui, l'immagine è potente ma troppo esplicita.
2 - Il rischio del "Pietismo" invece di "Cinismo"
Il racconto cammina su un filo sottile. Se da un lato la crudezza è un punto di forza, dall'altro l'accumulo di dettagli negativi (odore di yogurt, bava, vomito, cattivo odore, schiaffi) potrebbe portare il lettore a una saturazione.
Se tutto è eccessivamente sgradevole, il lettore potrebbe staccare la spina per autodifesa, perdendo l'empatia necessaria per vivere il dramma che provi a descrivere. Un piccolo sprazzo di luce (non necessariamente gioia, ma un momento di vera, silenziosa connessione prima della crisi) renderebbe la caduta finale ancora più dolorosa.
3 - La coerenza del finale col passaggio dalla violenza fisica brutale in auto al "No, amore, non ti colpire" è repentino. Sebbene sia realistico nella dinamica del trauma, a livello letterario rischia di sembrare un cambio di registro troppo brusco.
A mio avviso potresti inserire un momento di silenzio vuoto o di stordimento di Claudia prima che inizi a "chiocciare". Quel vuoto servirebbe a rendere più credibile la sua maschera che si ricompone.
4 - Alcune ripetizioni lessicali sono fastidiose.Usi spesso termini come "secco", "leggero" o "scatto".
Nella descrizione della radio e dei movimenti di Leo, la parola "radio" compare moltissime volte in poche righe. Potresti giocare di più con i sinonimi o con i suoni (l'apparecchio, la scatoletta analogica, il mobiletto che gracchia) per variare il ritmo.
5 - Il punto di vista di Roberta alle volte non funziona. L'intuizione («Non è rotta, siamo noi a non sentirla») è molto poetica, forse troppo poetica rispetto al tono iper-realista e sporco del resto del racconto. Sembra una frase scritta "per il lettore" e quindi alla fine non mi pare efficace. Potresti renderla più naturale, magari facendogliela solo pensare o esprimere con una carezza invece che con una massima filosofica.
Re: [LAB19] Tra scosse e silenzi.
9Arturo Ligotti wrote: L’uso della radio analogica come correlativo oggettivo di Leo è l’elemento più esplicativo della narrazione. Come la radio, Leo è "rotto", emette solo interferenze, fruscii e "rumore bianco". Nel finale Roberta capisce che la radio (e quindi Leo) non è muta, siamo noi a non saperla sintonizzare. Questo trasforma il limite clinico in un fallimento comunicativo dell'ambiente circostante.Ciao @Arturo Ligotti,
Nella descrizione della disabilità non c'è pietismo, ma sensorialità sgradevole:lo yogurt rancido, la PEG, l'alito che provoca il vomito a Teresa. Questi dettagli tolgono la "patina di santità" alla cura e restituiscono la fatica sporca, fisica e nauseante delle educatrici.
Il corpo di Leo che ha forma solo grazie alla carrozzina (un "corpo di bambola molle") descrive perfettamente la perdita di tono e di umanità percepita da chi guarda.
Il racconto gestisce il contrasto tra la "voce carezzevole" iniziale e la violenza finale: la scena dei colpi al volto (paf, paf, paf) è resa ancora più inquietante dal montaggio alternato con i rumori della radio.
Il passaggio dal linguaggio infantile ("chioccia", "furbetto", "capricci") alla violenza fisica in auto svela la dissociazione traumatica di Claudia. Gli schiaffi non sono dati a Leo, ma alla propria impotenza e alla vita che "corre" mentre lui è un peso morto che cade dal sedile.
Emerge chiaramente la solitudine delle figure femminili: le educatrici stanche, quasi ciniche ("a cosa servirà!"), che usano un linguaggio infantile per mascherare l'orrore. La madre che "ignora" le educatrici, prigioniera di un automatismo che esplode in rabbia cieca.
Hai descritto il motivo del gesto di Leo: non è rabbia, ma un bisogno di auto-percezione. L'espressione "cercasse un segnale chiaro in mezzo al rumore" e "ogni schiaffo lo ricompatta" è molto preciso. Leo non si colpisce per dolore, ma per esistere, per trovare un confine al suo corpo che altrimenti percepisce come "disgregato".
L'immagine della pelle come cartapesta bagnata di sudore restituisce l'idea di una donna che si sta sfaldando, che non ha più una struttura solida. Il rimorso che "morde il ventre" mentre le faccende "schiacciano il petto" crea un contrasto tra il dramma esistenziale e la banalità soffocante del quotidiano.
È agghiacciante e realistico il modo in cui Claudia torna al linguaggio infantile e coccoloso ("non bisogna fare male a Leo", "ti faccio le bolle") subito dopo averlo colpito. Questo "gaslighting" materno – che è in realtà un meccanismo di difesa per non impazzire – evidenzia la dissociazione della protagonista.
Il dettaglio del conducente che sorpassa e lancia un "cenno secco, duro" rappresenta il mondo esterno che giudica senza capire, aumentando il senso di isolamento di Claudia, che si sente l'unica "responsabile di aver generato quella cosa". L'uso del termine "cosa" indica la deumanizzazione indotta dal trauma.
Ti segnalo quelli che per me sono punti deboli del racconto.
1 - Eccesso di "Spiegazione" (Tell invece di Show)
In alcuni passaggi, tendi a spiegare i sentimenti invece di lasciarli emergere dai fatti.
Esempio: «Claudia è immersa in pensieri caotici che sbattono nelle tempie». Questa frase è un po' un clich. Sarebbe più efficace descrivere un gesto fisico di Claudia (stringere il volante fino ad avere le nocche bianche, il respiro corto) che faccia capire il caos mentale senza nominarlo.
Esempio: «...mentre le faccende di casa le schiacciano il petto». Anche qui, l'immagine è potente ma troppo esplicita.
2 - Il rischio del "Pietismo" invece di "Cinismo"
Il racconto cammina su un filo sottile. Se da un lato la crudezza è un punto di forza, dall'altro l'accumulo di dettagli negativi (odore di yogurt, bava, vomito, cattivo odore, schiaffi) potrebbe portare il lettore a una saturazione.
Se tutto è eccessivamente sgradevole, il lettore potrebbe staccare la spina per autodifesa, perdendo l'empatia necessaria per vivere il dramma che provi a descrivere. Un piccolo sprazzo di luce (non necessariamente gioia, ma un momento di vera, silenziosa connessione prima della crisi) renderebbe la caduta finale ancora più dolorosa.
3 - La coerenza del finale col passaggio dalla violenza fisica brutale in auto al "No, amore, non ti colpire" è repentino. Sebbene sia realistico nella dinamica del trauma, a livello letterario rischia di sembrare un cambio di registro troppo brusco.
A mio avviso potresti inserire un momento di silenzio vuoto o di stordimento di Claudia prima che inizi a "chiocciare". Quel vuoto servirebbe a rendere più credibile la sua maschera che si ricompone.
4 - Alcune ripetizioni lessicali sono fastidiose.Usi spesso termini come "secco", "leggero" o "scatto".
Nella descrizione della radio e dei movimenti di Leo, la parola "radio" compare moltissime volte in poche righe. Potresti giocare di più con i sinonimi o con i suoni (l'apparecchio, la scatoletta analogica, il mobiletto che gracchia) per variare il ritmo.
5 - Il punto di vista di Roberta alle volte non funziona. L'intuizione («Non è rotta, siamo noi a non sentirla») è molto poetica, forse troppo poetica rispetto al tono iper-realista e sporco del resto del racconto. Sembra una frase scritta "per il lettore" e quindi alla fine non mi pare efficace. Potresti renderla più naturale, magari facendogliela solo pensare o esprimere con una carezza invece che con una massima filosofica.
grazie per la lettura così attenta e per il commento così preciso.
Per quanto riguarda i suggerimenti tecnici, li terrò sicuramente in considerazione nella revisione del testo. Magari, se vorrai, a concorso finito ti chiederò una rilettura in privato, verso primavera, quando mi sarò anche un po’ dimenticata del racconto.
Per quanto riguarda la frase di Roberta, ti confesso che l’ho scritta più per me che per i lettori. Quando mi sono avvicinata per la prima volta alla disabilità gravissima ho provato, e me ne vergogno, un senso di repulsione: l’odore, la bruttezza, la malattia...
Il pensiero di Claudia — perdonatemi — era mio: giudicare chi avesse messo al mondo quei figli. Sono terribile, vero? Solo col tempo ho iniziato a vedere altro, ma non sempre ci riesco.
La frase di Roberta è la mia, quella che tenta di andare oltre, di non vedere corpi vuoti ma un’anima che traballa dietro un involucro pesante.
Ho cercato di offrire al lettore un’esperienza il più possibile neutra, da testimone, ma mi rendo conto che, per quanto si tenti di creare una voce neutra, già la scelta di mettere in evidenza un particolare invece di un altro guida inevitabilmente lo sguardo. Avrei voluto una lettura che non desse appigli… ma quanto è davvero possibile farlo?
Re: [LAB19] Tra scosse e silenzi.
10@Didalinda ciao.
Ci tengo a dirti che io vivo con una disabile, messa sulla sedia da un cane che si è travestito da chirurgo.. nessuno insala operatoria si è accorto di questo cane mascherato... Scherzo, ma è l'unico modo per superare questa tragedia..
Vedi, anche chi sta vicino ai disabili alla fine si ammala: è garantito.
Gli schiaffi sono un modo di dire no alla cruda verità. Sono un gesto ri ribellione, per cui, io, non mi sentirei assolutamente di giudicarla in modo pesante, ma viceversa, a provare quella pietà umana con la quale si può trovare la pace.
Il finale? Mi pare a sorpresa. D'altronde, questo modo di Claudia di gettare i panni dell'attrice, e poi indossarli nuovamente a casa, lascia presagire il continuo ricorrere all'uso della fuga mentale dalla realtà. Ciao.
Ci tengo a dirti che io vivo con una disabile, messa sulla sedia da un cane che si è travestito da chirurgo.. nessuno insala operatoria si è accorto di questo cane mascherato... Scherzo, ma è l'unico modo per superare questa tragedia..
Vedi, anche chi sta vicino ai disabili alla fine si ammala: è garantito.
Didalinda wrote: Maria si avvicina a Leo, gli sistema un piede raddrizzandolo piano nella pedana. «Ecco, così è meglio, stai comodo, vero?» «Guarda com’è ridotto, tutto storto, neanche la fisioterapia gli fa fare sua madre», irrompe Teresa, spezzando la voce carezzevole di Maria.Solo che vive queste situazioni capisce e comprende il gioco che si instaura attorno a un disabile. Gli attori interpretano una parte, ma nel film, c'è chi lo vive realmente, chi lo guarda. Chi è abituato a guardare vive con distacco, non si fa prendere emotivamente, guai a farlo, si porterebbe dentro casa sua tutti i mali del mondo.
Didalinda wrote: i Claudia entra con un cigolio di freni, annunciando l’arrivo. «Com’è andata oggi col mio bimbo?»Ecco un'altra attrice del film, ma anche per lei il film è reale. Ma come si scappa da quella cruda realtà? Facendo finta che niente di turba; quasi apparendo del tutto tranquilla. Ovvio! Di fronte alle infermiere si recita una parte, ma quando si sta in altre parti, in solitudine ecco avvenire questo:
Didalinda wrote: Uno schiaffo forte le esce di scatto. «E che cazzo, lo sai che sono di corsa». Tutta la stanchezza incastrata nella gola esce ancora dirompente, travolgendola. Ancora uno schiaffo a Leo; mentreL'animo dell'attrice suo malgrado ha bisogno di togliersi i vestiti della scena. Assumendo i panni consueti, quelli della vita di tutti i giorni, saltano fuori le conseguenze di vivere un trauma, continuo, e inesorabile..
Gli schiaffi sono un modo di dire no alla cruda verità. Sono un gesto ri ribellione, per cui, io, non mi sentirei assolutamente di giudicarla in modo pesante, ma viceversa, a provare quella pietà umana con la quale si può trovare la pace.
Il finale? Mi pare a sorpresa. D'altronde, questo modo di Claudia di gettare i panni dell'attrice, e poi indossarli nuovamente a casa, lascia presagire il continuo ricorrere all'uso della fuga mentale dalla realtà. Ciao.
Viaggio sconsolato tra i ricordi dello Stato.
Tratti di pioggia sopra Auschwitz. Tra oblio e orgoglio.
Io malata in fuga.
Tratti di pioggia sopra Auschwitz. Tra oblio e orgoglio.
Io malata in fuga.
Re: [LAB19] Tra scosse e silenzi.
11Didalinda wrote: Maria si avvicina a Leo, gli sistema un piede raddrizzandolo piano nella pedana. «Ecco, così è meglio, stai comodo, vero?» «Guarda com’è ridotto, tutto storto, neanche la fisioterapia gli fa fare sua madre», irrompe Teresa, spezzando la voce carezzevole di Maria.Sarei andata a capo quando parla Teresa
Didalinda wrote: Metti un po’ di musica? Bene, che tra qualche giorno inizia Sanremo, così iniziamo a ripassare le canzoni», ridacchia Teresa. Mstessa cosa. Andrei a capo per facilitare la lettura
Didalinda wrote: ad intermittenza, ogd eufonica si può eliminare
Ciao @Didalinda il tuo testo costringe a guardare e soprattutto meditare sulla condizione sia di chi soffre di grave disabilità, ma soprattutto di chi si prende cura di tali persone. È un testo decisamente duro che non lascia niente all’immaginazione e nel quale ho percepito “verità” .
Dal punto di vista della scrittura il racconto merita una revisione dal punto di vista della formattazione in quanto la lettura non sempre è agevole.
Molto efficace la similitudine tra l’incapacità di comunicare della radio analogica e quella del malato.
Per quanto riguarda il finale, lo trovo coerente col taglio che hai dato alla storia, un taglio non pietistico ma quasi da cronaca con immagini talmente forti e disturbanti che proseguono la comunicazione nella coscienza del lettore proprio grazie a quel finale.
Re: [LAB19] Tra scosse e silenzi.
12Disturbante, feroce. Ci si sente in colpa perché incapaci persino di immaginare la situazione.
Ho conosciuto da vicino un solo disabile: tetraplegico, studente di liceo. Comunicava usando due dita sul pc, era bravissimo, si è laureato in fisica.
Anche quella madre era sola: mi chiedevo quanto l'orgoglio potesse compensare tutto il resto.
Il parallelismo con la rai è efficace , ma nella realtà non la terremmo. Cosa si fa di Leo?
In una società funzionante sarebbe più giusto portare via il figlio alla madre, spersonalizzarne la "gestione"?
Non c'entra niente con il commento al racconto, scusami. Ce ne sono già altri, efficaci, soprattutto quello di Lingotti.
Ho conosciuto da vicino un solo disabile: tetraplegico, studente di liceo. Comunicava usando due dita sul pc, era bravissimo, si è laureato in fisica.
Anche quella madre era sola: mi chiedevo quanto l'orgoglio potesse compensare tutto il resto.
Il parallelismo con la rai è efficace , ma nella realtà non la terremmo. Cosa si fa di Leo?
In una società funzionante sarebbe più giusto portare via il figlio alla madre, spersonalizzarne la "gestione"?
Non c'entra niente con il commento al racconto, scusami. Ce ne sono già altri, efficaci, soprattutto quello di Lingotti.
...si sappia che dei desideri alcuni sono naturali, altri vani: e, dei naturali, necessari gli uni, solo naturali gli altri (Epicuro)