Il primo sondaggio sul racconto in Italia

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2021.
I più "anziani" qui dentro magari ricorderanno di un ragazzo che pubblicizzò un sondaggio letterario. Quel sondaggio arrivò a 1062 persone (o meglio, lettori) che risposero su abitudini letterarie; in particolare, alcune domande erano rivolte al tema del "racconto". Il dato più significativo fu che più del 50% aveva letto un racconto e lo avrebbe riletto senza problemi.
Quel specifico dato fu una delle scintille che mi fece fare il salto nel vuoto e aprire una casa editrice solo di racconti, dopo la ben nota Racconti e a qualche mese di distanza da Tetra.

Oggi.
I ruoli sono cambiati, non sono più un semplice lettore o scrittore fallito. Oggi pubblico racconti di autori italiani. Ma la domanda che c'era già allora e che c'è da quasi un secolo è sempre la stessa. E con essa tutte le domande relative.
Perché il racconto non vende? Il racconto come viene percepito dai lettori, scrittori e altri addetti ai lavori? Ci sono ostacoli, pregiudizi, limiti che ne ostacolano il modo in cui se ne parla o propone al mercato? È davvero un hobby se paragonato al romanzo? Queste e altre domande a cui vengono date risposte a volte incerte, altre di parte. Insomma, mai che si faccia un passo in avanti.
Cattedrale, con il suo Osservatorio sul racconto, ha provato in un paio di occasioni a dare delle risposte intervistando direttamente le librerie, una fonte sicuramente interessante e autorevole che ha il polso della situazione.
Non ho trovato altro. Qualche articolo datato in cui si parlava di come i racconti non fossero interessanti al pari di un romanzo secondo gli intervistati, per svariati motivi, e basta.
Probabilmente è vero. Non c'è abbastanza interesse.

Per questo ho deciso di avviare un progetto per me molto importante che è quello di mappare lo stato e la percezione del racconto in Italia attraverso un sondaggio rivolto a 3 differenti categorie: lettori, scrittori e librerie.
Attraverso delle semplici domande chiedo il parere di questi tre gruppi per provare a delineare un quadro dell'attuale situazione attraverso dei dati chiari.
Non ho l'ufficialità di un GFK o Istat, ma credo che, con le dovute pinze, si possano interpretare i dati che riuscirò a ottenere.

Il sondaggio rimarrà attivo per tutto l'anno solare, per raccogliere quante più risposte possibili e solo nel 2027 elaborerò i dati finali, rendendoli pubblici.

Il mio è un invito a partecipare e condividere il sondaggio con chi volete. Se potrete dedicare 10 minuti (massimo) del vostro tempo vi ringrazierò fin da ora.

Questo è il link al sondaggio

Se avete domande, dubbi o volete semplicemente parlarne per approfondire l'argomento, proseguiamo pure qua sotto :)
Rivista Piegàmi
256 Edizioni

Re: Il primo sondaggio sul racconto in Italia

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Premessa: avrei dovuto gestire la parte lettore/scrittore in maniera diversa. Invece ho ragionato che era meglio avere pareri di lettori puri e scrittori separati. Mea culpa, da tenere in considerazione se dovessi riproporlo tra qualche anno.

Sì, puoi farlo, ma credo dovrai inserire una nuova email. Oppure, se hai una gmail puoi provare a vedere se funziona il trucchetto di "tuonome+sondaggio@gmail.com". In pratica, alla fine del nome aggiungi +qualcosa. Dovrebbe accettarlo.
La mail è per disincentivare risposte multiple o false. Ora però non abusatene :D 
Rivista Piegàmi
256 Edizioni

Re: Il primo sondaggio sul racconto in Italia

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effeti wrote: Oggi.
I ruoli sono cambiati, non sono più un semplice lettore o scrittore fallito. Oggi pubblico racconti di autori italiani. Ma la domanda che c'era già allora e che c'è da quasi un secolo è sempre la stessa. E con essa tutte le domande relative.
Perché il racconto non vende? I
Perché accostare l'aggettivo fallito a scrittore? Questo aggettivo dal sapore economico che per estensione è diventato sinonimo della sconfitta esistenziale? Qual è lo scrittore fallito? Quello che conserva un manoscritto in un cassetto e non sente la necessità di condividerlo, o quello che lo vuole condividere a tutti i costi e nessuno glielo pubblica, se non a pagamento, si intende? E soprattutto, chi è uno scrittore? Chi per tutta la vita ha fatto l'insegnante o esercita una professione liberale, è stato per tutta la vita cassiere in un supermercato, o magari non ha mai lavorato, o chi si è dedicato solo alla scrittura? O è fallito chi, da scrittore, non vende, per tornare alla radice giuridica del termine e alla sua funzione economica? Dove solo il numero delle copie piazzate è il parametro della bontà di quanto si scrive e quindi del prodotto che deve essere venduto.
Beh, se il racconto, o il romanzo, è un prodotto bisognerà domandare a un esperto di marketing strategico cosa va venduto e come. E poi, in epoca di profilazioni a tappeto, chiedere all'algoritmo governato dalla oramai mitica AI cosa si debba fare. 
Che poi, raccontiamocela tutta, oggidì è l'intelligenza artificiale a scrivere i testi, dall'articolo al romanzo. E anche buoni, bisogna ammettere. Figuriamoci un raccontino. Cosa si vende oggi? Non saprei, forse APP per smartphone, e tutto quando è mediato da smartphone. Io sono un semplice lettore, lo ammetto. Aggettivo e sostantivo che hai accostato a quel fallito riferito allo scrittore. Semplice lettore, e di sicuro pure anacronistico. Compro solo volumi fatti di carta e in casa non so più dove metterli, come Cassese e i suoi ventisettemila volumi. Il libro, un oggetto tecnicamente perfetto. Ho libri del diciottesimo secolo, che basta aprirli e leggerli. Dopo due secoli. In compenso ho fotografie scattate qualche anno fa che non posso più recuperare. Non oso pensare cosa ne sarà di un ebook tra non dico cento anni, ma dieci. Il libro come oggetto, il libro come produzione, e il suo contenuto come arte. Eh, la riproducibilità tecnica dell'opera d'arte l'avvicina alle masse ma ne fa perdere il suo contenuto sacro, per sempre. L'arte diviene prodotto che deve essere venduto e il liberista introiettato che è in ognuno di noi ti giurerà che è cosa santa e giusta e priva di peccato. E quindi chi è l'editore se non chi sceglie quale prodotto mostrare? Chi è l'editore se non chi deve andare incontro al pubblico, al compratore, al "fruitore" dell'arte, se così si può ancora chiamare (intendo l'arte). E quindi è l'editore che sceglie in base al proprio pubblico e alle aspettative del proprio pubblico cosa e come. L'editore sceglie chi vale e chi no, e sceglie se essere un custode dell'arte o se essere un agente del profitto, che sfrutta la tecnica e la riproducibilità dell'arte per massimizzare il capitale investito vendendo un prodotto alle masse, al semplice lettore come me, spesso falsamente acculturato e laurea munito. E se è un bravo editore riesce anche a ricreare il sacro perduto dalla riproducibilità creando un nuovo Olimpo, uno star system o i classici casi letterari. Ho visto un bel film a proposito tempo fa: Il mistero Henri Pick. È quindi l'editore che riesce a creare prestigio attorno all'opera "d'arte" attraverso l'apparato pubblicitario che mette in moto attraverso i suoi investimenti.
Certo, che se poi si vuole che l'opera venda da sé, per la sua intrinseca validità e oggettiva singolarità, ecco spiegato il motivo della proliferazione delle auto pubblicazioni. Ogni scrittore pensa di essere unico e indispensabile, che è il contrario di fallito, e quando gli editori rinunciano al proprio mestiere o diventano meri agenti del profitto, ecco che Youcanprint spiazza tutti e costruisce il proprio profitto sul fallimento sia dell'uno che dell'altro. 
Altro fallimento, a cui siamo abituati, è quello della consumazione distratta. L'editore amante del profitto pubblica ciò che può essere consumato in fretta, come un junk food, e mi raccomando che abbia altissima qualità. Le barzellette di Totti, la vita di Giulia de Lellis, le profonde disamine del passato e del presente di Bruno Vespa. Che si vendono da sé per l'oggettiva qualità intrinseca dell'opera e l'esposizione mediatica degli "autori" che saturano ogni spazio commerciale.
[font="Open Sans", "Segoe UI", Tahoma, sans-serif]Mi son dilungato, ma neanche tanto, mi è rimasto però l'amletico dubbio... Perché i racconti non si vendono? [/font]Mi lancio, per vendere racconti basta farli scrivere dall'AI e in copertina aggiungere il bel viso di una Maria de Filippi che recensisce il capolavoro definitivo di Silvia Toffanin, moglie di Piersilvio. O magari la bella capigliatura bionda della nostra presidenta: Le novelle di io sono Giorgia. 

Mi scuso per lo sfogo con l'editore effeti e con l'editore del forum. 

Re: Il primo sondaggio sul racconto in Italia

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Ho partecipato al sondaggio, se posso vorrei aggiungere una mia considerazione, frutto anche dell’esperienza sul tema. È vero, i lettori spesso non amano acquistare il singolo racconto e parimenti è difficile che preferiscano una raccolta di racconti a un romanzo. Credo si sottovaluti il peso del rapporto tra pagine e prezzo di vendita. In Italia si dice sempre che non ci sono lettori, in realtà non è del tutto vero, perché i libri si vendono. Molti sono lettori forti, che leggono tanto e hanno un budget sul quale ragionano per scegliere cosa acquistare. Un libro lungo li intrattiene per più tempo e, in pratica, il budget investito vale per più giorni. Non è un caso se i libri di Carrisi e scrittori simili sono impaginati tutti in circa 400 pagine, una lunghezza che giustifica l’acquisto.
I racconti sono più brevi, per forza di cose, quindi l’unico modo per arrivate a una lunghezza vendibile è proporre una raccolta. Ma quest’ultima è di rado una vera raccolta che unisce i racconti in un unico lavoro. Se andiamo a vedere quelle in vendita hanno quasi sempre temi generici, così ampi da dare vita a un’opera non unitaria. Sono frutto di un insieme di racconti disparati, di scrittori diversi, attaccati in sequenza per arrivare a un numero di pagine vendibile.
Secondo me bisognerebbe partire a monte, invitando gli scrittori a proporre racconti su un argomento (e in un’ambientazione magari) molto specifico. Io credo, inoltre, che se avessero lo stesso protagonista avrebbero un successo ancora maggiore. Capisco che è complicato, ma non è impossibile.
Dal punto di vista personale, posso dire che avevo scritto alcuni racconti per partecipare ai vari concorsi sparsi per l’Italia associati al giallo Mondadori. Non avendone vinto nessuno, mi sono ritrovato con dei racconti che avevo scritto con lo stesso protagonista. Li ho organizzati in modo da renderli una sequenza cronologica, editandoli per ambientarli nella stessa città. Aggiungendo un prologo e un epilogo che potesse coordinarli. L’idea è stata ottima visto che, pubblicando in self, ha dato il via a una serie che ha un certo seguito di lettori e che ancora oggi porto avanti con costanza. 

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