Finale n. 23
Attese ancora un po’, finché la luce del sole non scomparve del tutto, cedendo il posto alle prime luci della sera.
Poi attraversò di nuovo e rientrò. Era ora di cominciare a prepararsi per il gran finale.
Poi attraversò di nuovo e rientrò. Era ora di cominciare a prepararsi per il gran finale.
.
Era l’alba del 25 dicembre. L’inizio di un giorno speciale: Natale.
La luce gelida del mattino filtrava attraverso le tende nel monolocale. Daniele era sveglio, guardava l’orologio.
«Ah! Quante ore mancano alla fine di questo giorno.» Disse, sprofondando nella poltrona.
Era solo, da sempre, e lo sarebbe stato anche quel giorno. Dieci anni di solitudine, da quando erano morti i genitori: operai metalmeccanici. Anche lui aveva seguito le loro orme… di grasso e fetore ferroso.
Il Natale non cambiava nulla. Un giorno di riposo che avrebbe voluto far sparire. Avrebbe preferito fare straordinari, se lo chiedevano. Non per l’azienda, ma per sé. Per tenere occupato il suo corpo, per non pensare alle bottiglie di vino e al torpore - un veleno dolce, che lo faceva scivolare nel mondo dei sogni.
Amici non ne aveva. Scomparsi negli anni. Qualcuno morto, altri sposati o traferiti.
Aveva provato a cercare compagnia femminile. Ma quelle che avevano accettato concedevano compagnia a pagamento e non cancellavano la sua immagine nello specchio.
«Sei brutto, anche senza guardare il resto» diceva, al piccolo specchio del bagno. E ripercorse l’elenco.
Gli occhi asimmetrici. Il naso adunco, il collo tozzo che scoordinava il resto del corpo.
Chinò la testa e tirando su lo sguardo contemplò la pelle rosa, al centro del cranio, che si allargava ogni anno. Aprì la bocca e i denti non allineati, tra il bianco e il grigio, gli consigliarono di evitare di sorridere.
Lo sguardo scese più giù, sulla ciccia molle della pancia; le braccia allungate sui fianchi confermavano che non aveva spalle larghe, ma il bacino largo sì.
«Ciò che vedo è più che sufficiente a sentenziare: ‘sei decisamente brutto’ e ogni Natale che passa peggiori.» Confermò alla sua faccia riflessa.
Uscì dal bagno, si sedette sulla poltrona e iniziò con la prima bottiglia.
Lo svegliò il suono del campanello. Barcollando andò ad aprire la porta.
L'oscurità del pianerottolo lo investì come un vento glaciale. La luce della sua stanza illuminò appena una figura. Una voce lamentosa usci da quell’ombra:
«Ho freddo, posso entrare?»
Si scostò di lato per farla entrare.
Una donna tremante, bagnata fradicia, oltrepassò la soglia.
Chiuse la porta, andò a prendere una coperta e la mise sulle sue spalle.
«Se vuole cerco una tuta, dovrebbe andarle. L’ho tenuta per ricordo; era di mia madre. Può cambiarsi in bagno. I suoi abiti sono troppo bagnati.»
«Sì grazie. Accetto volentieri.»
La tuta le stava bene, ma lei non somigliava a sua madre. Era bionda, molto bella. I grandi occhi neri erano pieni di luce e guardavano Daniele come se volessero ringraziarlo.
La fece accomodare sulla poltrona.
Si sentiva ancora assonnato e pensò di preparare il caffè. Tanto per rompere il silenzio chiese:
«Ne vuoi una tazza?»
«Volentieri» rispose.
«Con zucchero o senza.»
«Tanto zucchero.»
«Vorresti anche una fetta di panettone? La mia azienda lo ha regalato a tutti i dipendenti. Non l’ho ancora
aperto.»
«Oh sì! Ho tanta fame.»
Era passato al tu senza chiedere. Lei non ci fece caso.
Apparecchiò sul piccolo tavolino. Lui avvicinò una sedia, lei la poltroncina. Mangiarono, sorseggiarono il caffè.
L’atmosfera cambiò. Nella stanza c’era più caldo, più senso umano. Il Natale era finalmente entrato. Daniele si decise a chiedere:
«Chi sei? Perché eri tutta bagnata? Perché hai suonato alla mia porta?»
La donna finì di ingoiare il boccone e iniziò:
«Mi chiamo Mara. Abitavo qui. Non potevo pagare l’affitto e sono stata sfrattata. Ho girovagato in case di amici e parenti, ma oggi è Natale, hanno ospiti o sono ospiti e mi hanno invitata ad andare… fuori, come un pacco respinto. Nessuno si è preoccupato se c’era neve, gelo, vento. Natale è un evento da freddo assicurato. Pioveva a dirotto. Non sapevo dove rifugiarmi Avevo conservato la chiave del portone di questo condominio e ho pensato di ripararmi qui. Nelle scale continuavo ad avere freddo e mi sono ricordato di te. Ti vedevo sempre da solo, ho sperato lo fossi anche oggi. Scusa per questa speranza.»
Daniele l’ascoltò in silenzio. Nonostante il caffè era ancora confuso, fece solo cenni con la testa, per comunicarle che aveva capito. E lei chiese:
«Tu perché sei sempre solo?»
Come spiegare a una donna così bella il peso della propria solitudine - non scelto - che si porta addosso come un fardello invisibile.
Solo anche a Natale. Persino i barboni non lo sono, e ricevono il pranzo in grandi capannoni caldi.
Un uomo ricco non può sapere come vive un povero, e una persona bella non può comprendere come si sente in mezzo agli altri, chi sa di essere brutto.
Non volle esporle questi pensieri. Rispose con un’altra domanda.
«Abitavi qui? Non ti ho mai incontrata. Quale piano?»
«L’ultimo. Non ci incontravamo mai. I miei orari erano diversi dai tuoi.»
«Ultimo piano? Sapevo che era vuoto. Inquilina morta. Ho visto il manifesto funebre sul portone e tanti fiori.»
«Sì vuoto, mi ero infilata senza pagare l’affitto. Il termine giusto è: occupare in modo abusivo. Sono una irregolare. Lo sto facendo anche con te. Puoi mandarmi via se vuoi. Tanti fiori… eh! Lo ricordo. Era conosciuta da molti.»
«Non ho nessuna intenzione di mandarti via. Puoi stare quanto vuoi.»
«Rimarrò fino a quanto lo vorrai tu.»
«Davvero? Proprio con me? Cioè lo capisco. Sono brutto ma non scemo. Lo fai per avere un tetto sulla testa. Con questo freddo accetteresti qualunque soluzione.»
«Rimango perché tu mi hai aperto la porta e mi hai fatta entrare.»
«Per oggi, fino a stasera forse, e domani? Immagino come andrà a finire. Ne ho già avute di storie simili. Non con una bella donna come te, ovviamente.»
«Ti consideri brutto e pensi che la solitudine ti spetta?»
E toccò a lui rispondere con tono lamentoso: «Sì!»
Le sue mani si intrecciarono con agitazione, sfregandosi nervosamente.
Mara le prese fra le sue e le strinse. Daniele si rilassò.
«Tu sei buono e la bontà è la bellezza più grande.» Avvicinò il viso al suo e lo baciò.
Si baciarono e si amarono. Non sperava più di poter essere amato, e da una donna come lei, poi.
E quando fu sazio… si svegliò.
Sgranò gli occhi e girò lo sguardo inquieto per tutta la stanza. Mara non c’era. Vide due tazze di caffè sul tavolino. Su una c’era il segno del rossetto.
Si lasciò ricadere sulla poltrona e sentì il profumo di lei. Non ebbe più dubbi. Quella donna era stata lì. Pensò che se ne fosse andata mentre era addormentato. La tristezza lo sommerse, era abituato a sentirsela addosso.
Fece le solite cose: preparò cena, mangiucchiò, bevve un’altra bottiglia e tornò a dormire.
Ecco nuovamente il suono di campanello: si sveglia di colpo, apre la porta e lei entra, - asciutta; addosso la tuta della madre. Bevono il caffè si baciano si amano e… poi lui riapre gli occhi e lei non c’è più.
Per la seconda volta – stesso scenario. Comprese che lei arrivava in sogno. Un sogno magico. Il suo sogno vero.
I giorni che seguirono si ripeterono uguali. Iniziava a bere, ogni giorno di meno, l’effetto non cambiava. Attraversava il suo mondo reale da solo, poi rientrava con Mara. Cambiava le tazze per verificare che non fossero le stesse. E lei veniva; il rossetto su una tazza diversa.
Arrivò il giorno di fine anno, decise che doveva essere l’ultimo, per davvero. Sarebbe andato lui da lei.
Uscì sul balcone. Di lì a poco ci sarebbero stati fuochi d’artificio e musica. Forse non li avrebbe sentiti. Sarebbe stato felice con Mara, per sempre. Voleva solo questo. Rientrò in casa.
Attese ancora un po’, finché la luce del sole non scomparve del tutto, cedendo il posto alle prime luci della sera.
Poi attraversò di nuovo e rientrò. Era ora di cominciare a prepararsi per il gran finale.
La luce gelida del mattino filtrava attraverso le tende nel monolocale. Daniele era sveglio, guardava l’orologio.
«Ah! Quante ore mancano alla fine di questo giorno.» Disse, sprofondando nella poltrona.
Era solo, da sempre, e lo sarebbe stato anche quel giorno. Dieci anni di solitudine, da quando erano morti i genitori: operai metalmeccanici. Anche lui aveva seguito le loro orme… di grasso e fetore ferroso.
Il Natale non cambiava nulla. Un giorno di riposo che avrebbe voluto far sparire. Avrebbe preferito fare straordinari, se lo chiedevano. Non per l’azienda, ma per sé. Per tenere occupato il suo corpo, per non pensare alle bottiglie di vino e al torpore - un veleno dolce, che lo faceva scivolare nel mondo dei sogni.
Amici non ne aveva. Scomparsi negli anni. Qualcuno morto, altri sposati o traferiti.
Aveva provato a cercare compagnia femminile. Ma quelle che avevano accettato concedevano compagnia a pagamento e non cancellavano la sua immagine nello specchio.
«Sei brutto, anche senza guardare il resto» diceva, al piccolo specchio del bagno. E ripercorse l’elenco.
Gli occhi asimmetrici. Il naso adunco, il collo tozzo che scoordinava il resto del corpo.
Chinò la testa e tirando su lo sguardo contemplò la pelle rosa, al centro del cranio, che si allargava ogni anno. Aprì la bocca e i denti non allineati, tra il bianco e il grigio, gli consigliarono di evitare di sorridere.
Lo sguardo scese più giù, sulla ciccia molle della pancia; le braccia allungate sui fianchi confermavano che non aveva spalle larghe, ma il bacino largo sì.
«Ciò che vedo è più che sufficiente a sentenziare: ‘sei decisamente brutto’ e ogni Natale che passa peggiori.» Confermò alla sua faccia riflessa.
Uscì dal bagno, si sedette sulla poltrona e iniziò con la prima bottiglia.
Lo svegliò il suono del campanello. Barcollando andò ad aprire la porta.
L'oscurità del pianerottolo lo investì come un vento glaciale. La luce della sua stanza illuminò appena una figura. Una voce lamentosa usci da quell’ombra:
«Ho freddo, posso entrare?»
Si scostò di lato per farla entrare.
Una donna tremante, bagnata fradicia, oltrepassò la soglia.
Chiuse la porta, andò a prendere una coperta e la mise sulle sue spalle.
«Se vuole cerco una tuta, dovrebbe andarle. L’ho tenuta per ricordo; era di mia madre. Può cambiarsi in bagno. I suoi abiti sono troppo bagnati.»
«Sì grazie. Accetto volentieri.»
La tuta le stava bene, ma lei non somigliava a sua madre. Era bionda, molto bella. I grandi occhi neri erano pieni di luce e guardavano Daniele come se volessero ringraziarlo.
La fece accomodare sulla poltrona.
Si sentiva ancora assonnato e pensò di preparare il caffè. Tanto per rompere il silenzio chiese:
«Ne vuoi una tazza?»
«Volentieri» rispose.
«Con zucchero o senza.»
«Tanto zucchero.»
«Vorresti anche una fetta di panettone? La mia azienda lo ha regalato a tutti i dipendenti. Non l’ho ancora
aperto.»
«Oh sì! Ho tanta fame.»
Era passato al tu senza chiedere. Lei non ci fece caso.
Apparecchiò sul piccolo tavolino. Lui avvicinò una sedia, lei la poltroncina. Mangiarono, sorseggiarono il caffè.
L’atmosfera cambiò. Nella stanza c’era più caldo, più senso umano. Il Natale era finalmente entrato. Daniele si decise a chiedere:
«Chi sei? Perché eri tutta bagnata? Perché hai suonato alla mia porta?»
La donna finì di ingoiare il boccone e iniziò:
«Mi chiamo Mara. Abitavo qui. Non potevo pagare l’affitto e sono stata sfrattata. Ho girovagato in case di amici e parenti, ma oggi è Natale, hanno ospiti o sono ospiti e mi hanno invitata ad andare… fuori, come un pacco respinto. Nessuno si è preoccupato se c’era neve, gelo, vento. Natale è un evento da freddo assicurato. Pioveva a dirotto. Non sapevo dove rifugiarmi Avevo conservato la chiave del portone di questo condominio e ho pensato di ripararmi qui. Nelle scale continuavo ad avere freddo e mi sono ricordato di te. Ti vedevo sempre da solo, ho sperato lo fossi anche oggi. Scusa per questa speranza.»
Daniele l’ascoltò in silenzio. Nonostante il caffè era ancora confuso, fece solo cenni con la testa, per comunicarle che aveva capito. E lei chiese:
«Tu perché sei sempre solo?»
Come spiegare a una donna così bella il peso della propria solitudine - non scelto - che si porta addosso come un fardello invisibile.
Solo anche a Natale. Persino i barboni non lo sono, e ricevono il pranzo in grandi capannoni caldi.
Un uomo ricco non può sapere come vive un povero, e una persona bella non può comprendere come si sente in mezzo agli altri, chi sa di essere brutto.
Non volle esporle questi pensieri. Rispose con un’altra domanda.
«Abitavi qui? Non ti ho mai incontrata. Quale piano?»
«L’ultimo. Non ci incontravamo mai. I miei orari erano diversi dai tuoi.»
«Ultimo piano? Sapevo che era vuoto. Inquilina morta. Ho visto il manifesto funebre sul portone e tanti fiori.»
«Sì vuoto, mi ero infilata senza pagare l’affitto. Il termine giusto è: occupare in modo abusivo. Sono una irregolare. Lo sto facendo anche con te. Puoi mandarmi via se vuoi. Tanti fiori… eh! Lo ricordo. Era conosciuta da molti.»
«Non ho nessuna intenzione di mandarti via. Puoi stare quanto vuoi.»
«Rimarrò fino a quanto lo vorrai tu.»
«Davvero? Proprio con me? Cioè lo capisco. Sono brutto ma non scemo. Lo fai per avere un tetto sulla testa. Con questo freddo accetteresti qualunque soluzione.»
«Rimango perché tu mi hai aperto la porta e mi hai fatta entrare.»
«Per oggi, fino a stasera forse, e domani? Immagino come andrà a finire. Ne ho già avute di storie simili. Non con una bella donna come te, ovviamente.»
«Ti consideri brutto e pensi che la solitudine ti spetta?»
E toccò a lui rispondere con tono lamentoso: «Sì!»
Le sue mani si intrecciarono con agitazione, sfregandosi nervosamente.
Mara le prese fra le sue e le strinse. Daniele si rilassò.
«Tu sei buono e la bontà è la bellezza più grande.» Avvicinò il viso al suo e lo baciò.
Si baciarono e si amarono. Non sperava più di poter essere amato, e da una donna come lei, poi.
E quando fu sazio… si svegliò.
Sgranò gli occhi e girò lo sguardo inquieto per tutta la stanza. Mara non c’era. Vide due tazze di caffè sul tavolino. Su una c’era il segno del rossetto.
Si lasciò ricadere sulla poltrona e sentì il profumo di lei. Non ebbe più dubbi. Quella donna era stata lì. Pensò che se ne fosse andata mentre era addormentato. La tristezza lo sommerse, era abituato a sentirsela addosso.
Fece le solite cose: preparò cena, mangiucchiò, bevve un’altra bottiglia e tornò a dormire.
Ecco nuovamente il suono di campanello: si sveglia di colpo, apre la porta e lei entra, - asciutta; addosso la tuta della madre. Bevono il caffè si baciano si amano e… poi lui riapre gli occhi e lei non c’è più.
Per la seconda volta – stesso scenario. Comprese che lei arrivava in sogno. Un sogno magico. Il suo sogno vero.
I giorni che seguirono si ripeterono uguali. Iniziava a bere, ogni giorno di meno, l’effetto non cambiava. Attraversava il suo mondo reale da solo, poi rientrava con Mara. Cambiava le tazze per verificare che non fossero le stesse. E lei veniva; il rossetto su una tazza diversa.
Arrivò il giorno di fine anno, decise che doveva essere l’ultimo, per davvero. Sarebbe andato lui da lei.
Uscì sul balcone. Di lì a poco ci sarebbero stati fuochi d’artificio e musica. Forse non li avrebbe sentiti. Sarebbe stato felice con Mara, per sempre. Voleva solo questo. Rientrò in casa.
Attese ancora un po’, finché la luce del sole non scomparve del tutto, cedendo il posto alle prime luci della sera.
Poi attraversò di nuovo e rientrò. Era ora di cominciare a prepararsi per il gran finale.