La casa rosa

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  Il telefono squilla e il suono pare quello di un tuono in aperta campagna, niente si muove nella stanza, solo un girotondo silenzioso di atomi. Dentro quello spazio c’è un uomo disteso, inerte come un panno abbandonato, sordo ad ogni richiamo della vita.
Renato apre un occhio ma riconosce casa sua solo dopo qualche minuto: quando si desta prova il solito strano odio per quella stanza spoglia, svestita di ogni bellezza. Ormai sveglio va in bagno, uno strano fetore gli fa storcere le narici: una macchia verdastra spalmata a terra lo guarda e pare accusarlo. Resta a fissare quel piccolo lago sorto dal suo intestino, poi prende uno straccio e raccoglie il vomito. La cosa lo disgusta e gli fa pensare al coraggio di chi fa questo per vivere.
Il lavoro per Renato è ormai un incidente da evitare: ha lavorato per buona parte della sua vita come coreografo, era riconosciuto da molti come un visionario, ma da anni, dopo varie depressioni, ricoveri, un divorzio, nessuno lo ha più cercato, gli amici che prima sostenevano di adorarlo, si sono vaporizzati, ognuno ha usato scuse neanche poi tanto fantasiose per distanziarsi da lui, l’hanno lasciato solo guardandolo  da lontano arenarsi, facendo come fanno gli  alberi che dalla loro altezza guardano precipitare sul selciato una foglia. Il mondo lo percuoteva e lui era disarmato se gli usciva sangue rammendava la ferita ma non era mai abbastanza, guardava senza gridare il dolore che lo consumava con gli unici suoi occhi, gli rimanevano ancora una bocca per bere e per far finta di rispondere alle cento domande, due gambe magre buone per saltare o per scappare.
 Ad aspettarlo non c’era ormai nessuno ma ora si era abituato alla solitudine, dentro il tram che lo riportava a casa le onde di risate dei ragazzini lo trascinavano nel mondo fragile dei sogni. I farmaci e le varie sedute da psichiatri lo impegnavano come un lavoro, ogni medico aveva in tasca una ricetta; alla fine si salvò da solo o, meglio, si salvò a metà, perché chi pensa troppo soffre comunque.
La macchia è scomparsa, lo straccio impregnato del suo vomito gettato in un secchio, Renato rimira il risultato della sua fatica, il pavimento pulito gli dà sollievo come se la coscienza si fosse per un attimo pulita scrollando la sporcizia che la invadeva. Gli torna in mente una canzone e prova ad intonarla, gioia e dolore si assomigliano nel circondare i confini del cuore. Meglio dare aria alla stanza, la finestra dà sulla strada, sotto di lui un asfalto color piombo, file di esseri umani inscatolati che si agitano, buffi marinai che non sanno nuotare si appigliano all’albero della speranza per non essere travolti dalle onde della vita. Pensa che, se un giorno decidesse di farla finita, non avrebbe nient’altro da fare che aprire come ora la finestra, mettersi in piedi e senza pensarci volare e finire spiaccicato sul marciapiede come un gelato caduto dalle mani di un bambino. Sarebbe una bella morte degna di un uomo che sceglie, la cosa andrebbe studiata, potrebbe farlo vestito di tutto punto: giacca, cravatta, scarpe lucide. 
Rientra e prende una seggiola, afferra l’orologio che sta nel centro della stanza, muove le lancette e cambia l’ora alle otto di mattina. Si mette in disparte a rimirarlo e poi esclama: “So andare indietro nel tempo.” La gestione personale del tempo lo rende sereno, si accende una sigaretta, aspira forte il fumo che esce e fa piccole giravolte che cerca di afferrare, ma il fumo si difende, si divide in rivoli fugge per poi scomparire.
 Sente chiamare dalla strada il suo nome, la voce non lascia dubbi è Leo. Perché diavolo urla e non usa il citofono? Con Leo è tempo perso farsi domande. Se qualcuno chiedesse chi fosse Leo Renato risponderebbe un equilibrista del vivere e proprio per questo l’unico amico rimasto. Non sempre ha voglia della sua immotivata positività, delle sue stranezze, perché Leo in verità è più strano di un marziano appena sceso dall’astronave. Suona il citofono, non c’è scampo, nessuna via di fuga, è come un tornado, deve rispondere o farà uscire l’intero palazzo.
“Sono Leo, apri, ho buone notizie”
Renato ha quasi un’esitazione poi si convince e apre il portone. Da adesso sa che ha poco tempo: inizia a contare, uno, due, fino a centoventi tanto ci vuole per arrivare davanti alla sua porta. Si mette in prima fila guardando dallo spioncino della porta, centodiciotto, centodiciannove, eccolo comparire con la sua immancabile camicia bianca e la sua giacca color rosso, primogenito di un industriale, è riuscito a ridursi a chiedere soldi a chiunque per vivere. Gli è rimasto un certo portamento, ma con quello non si pagano i debiti. 
Renato apre la porta, Leo usa la stessa tattica della guerra lampo: entra veloce e si getta sul divano
“C’è odore di vino hai bevuto? Te lo dico seriamente, bevi troppo.” 
“Sei venuto a dirmi questo?”
Leo si rassetta la giacca rossa.
“Adesso che guardo il tuo segnatempo è indietro di tre ore, tieni una confezione di pile te le regalo.”
Renato cerca sempre di evitare di fare domande, ma stavolta non ci riesce. 
“Ma perché giri con in tasca delle pile?”
Leo fa un mezzo sorriso: “Le ho prese in prestito.”
“Le hai rubate da qualche parte.” 
“Ti prego non dire cose assurde, le ho prese in prestito, con il progetto che ho in testa mi metto in pari con tutti, pago sempre i miei debiti.” 
“Quale sarebbe questo tuo nuovo progetto?” 
“Mi fa molto piacere che me lo chiedi, ti dico solo una cosa: hai mai sentito il nome Terremoto?” Renato scuote la testa, non ha intenzione di  andare oltre, ha già capito dove Leo vuole andare a parare e la sua risposta è secca.
“Se questo è il tuo progetto è meglio che ne inventi subito un altro.” 
“Non è un cavallo ma un fenomeno, informati, lo dicono tutti, fidati è una corsa sicura, abbiamo già i soldi in saccoccia.” 
“Giusto per rassicurarti, sai chi mi ha dato la dritta?”
Renato alza lo sguardo verso il soffitto e si accende una sigaretta. 
“Lo vuoi sapere? Certo che lo vuoi sapere e io da amico te lo dico. Casimiro. Vedo che sei stupito e ne hai ragione: lavora come ben sai all’Ippodromo, sa tutto sui cavalli, è stato un fantino poi ha avuto un incidente.”
“Io sapevo che era stato in galera per aver emesso degli assegni falsi  , ma non importa.”
Leo continua imperterrito: “E’ una giocata facile, mi devi solo prestare 500 euro e ne  vinciamo diecimila, ovviamente se vinco tu ti prendi la metà, cosa ne pensi?” 
“Non ho soldi, ma anche se li avessi non te li darei. Passiamo al secondo punto.” 
“Cos’hai contro Casimiro? È una brava persona, gli è morto da poco Tino il suo cane e l’ho visto piangere: da un uomo che piange non puoi aspettarti cattiverie.”
Renato non risponde, sa che sarebbe inutile così prova a cambiare discorso. 
“Giusto per curiosità, che cos’è quella valigetta che hai in mano?”  
Leo s’illumina: “Questo è il secondo punto. Mi fa piacere che tu l’abbia notata, da lunedì inizio un lavoro, mi hanno assunto come venditore di spazzole elettriche, non sei contento?”
Renato non sa cosa dire, conosce già il possibile risultato ma resta con un mezzo sorriso.
“Non sei davvero felice, lo sapevo sei perplesso, ma non ti preoccupare, una volta dentro faccio assumere anche te.” 
Renato tossisce: “Ti ringrazio, ma ho già molti fallimenti a mio carico.”
“Sei un disfattista ma guarda, sai cosa ti dico questo lavoro ti farebbe un gran bene.”
“Ci penserò. Resti tutto il giorno con in mano la valigetta?” 
“Devo farci la mano, sentire il peso della sua importanza, se vuoi la poso ma questo è un posto sicuro?”
“Ci siamo solo io e te, conclusione o te la rubo io o te la rubi da solo.”
Leo si convince e l’appoggia a terra come se avesse in mano un vaso prezioso.
“A proposito lo sai dov’è l’ufficio dove lavorerò?”
Renato ha un sospetto, ma non fa tempo a tradurlo in parola perché Leo incalza.
“A duecento metri da casa tua. Potremo vederci nelle pause e mangiare insieme, non sei contento? Ti vedo dubbioso, se è per i soldi nessun problema, guadagnerò bene, mi hanno assicurato che uno come me ha le giuste potenzialità per fare carriera.”
“Lo dicono a tutti sono venditori, vampiri che cercano sangue e tu se non stai attento farai la fine del pollo.”
Leo assume una faccia corrucciata: “Se mi vogliono fregare li meno uno per uno e tu mi aiuterai vero?” Renato annuisce con la testa, poi devia il discorso: “Sono le undici di mattina, perché sei venuto a quest’ora?”
“Il mattino ha l’oro in bocca e poi se non ti prendo a quest’ora devo cercarti in chissà quale bettola. Piuttosto hai da mangiare? Da bere?” 
Renato scuote la testa: “Mi dispiace, ho appena finito una mezza bottiglia, se vuoi ho dei biscotti.”  “Zero mangiare, zero bere, guarda che prima o poi ti trovo morto come i vecchi abbandonati a se stessi. Ho un’idea, usciamo e andiamo da Beppe, se sei a secco è l’unico posto dove ci fanno credito.” Renato non trova parole per contrastarlo, afferra una logora giacca, spegne le luci e insieme a Leo esce. L’ascensore nel palazzo popolare di color rosa non è previsto, scendono in fila indiana in processione, Leo parla, Renato percepisce a tratti le sue parole. L’ odore del mangiare povero entra nelle narici, zuppa con cipolle e contorno di patate, cibo di seconda mano, da quelle porte sottili si odono confuse voci di gente che si aggrappa ad un’infinità di promesse, di scuse, di parole di cui domani non avranno memoria.
Leo fischietta, è fortunato sente il dolore solo in superficie, Renato invece assorbe tutto come carta assorbente. L’edificio rosa dove vive Renato è soprannominato ‘la bambola’, nel suo ventre ha un cortile con ragazzini scarmigliati destinati alla stessa vita complicata delle loro famiglie, i genitori spesso distratti li lasciano a pascolare come un gregge, la portinaia ogni tanto quando esagerano esce dalla guardiola per rimproverarli ma sono parole che non convincono neanche il vento che le trasporta.
 Fuori dalla casa dal colore rosa Renato annusa l’aria densa di pioggia, l’asfalto ha l’odore di un fiore calpestato, il cielo dipinto con una biro dai quattro colori è un sopravvaluto mare a cui chiedere speranza.  
“Devo mettere benzina nel motore” e così dicendo Leo si infila in un supermercato. Renato si rifiuta di entrare, è troppo vecchio per certe cose da adolescenti, si accende una sigaretta, quel piccolo spicchio di mondo che gli è davanti è al solito posto come lo conosceva la settimana scorsa: i negozi, la piccola edicola e il bar con l’insegna storta, niente di nuovo, tutto uguale come un sogno che si ripete. Leo esce con l’espressione di un bambino la notte di Natale, si avvicina a Renato con passo di tempesta che poi diviene corsa.
“Andiamo, è fatta.”  Renato non ci pensa a seguirlo, lo lascia andare, ci vuole tempo e pazienza e alla fine lo ritrova seduto su una panchina soddisfatto con in mano la probabile refurtiva. Appena lo scorge comincia a sbracciare come un marinaio che dopo mesi scorge la terra e quando si avvicina Leo lo rimprovera poi aggiunge: “Sei una macchina senza ruote.” 
Renato pare immune ad ogni parola, afferra il pacchetto di sigarette ma accorgendosi che ne è rimasta solo una, la rimette al suo posto la fumerà più tardi, perché il pacchetto vuoto gli procura la stessa desolazione di una campagna in piena notte. 
Leo si mette a ridere, chissà quale vento agita i suoi pensieri, poi d’improvviso dice: “Stai tranquillo, è andata bene. Ho preso otto barrette proteiche, sono quattro a testa e tre pacchi di pile.”
Renato afferra le barrette e comincia a mangiarne una al gusto al cioccolato, ma non ce la fa a non domandare: “Perché ancora pile?”
Leo scarta una barretta e con calma espone.
“Da Beppe, mio caro spilorcio, non possiamo andarci a mani vuote, così ho preso tre pacchetti di pile che gli possono sempre servire.”
Renato mangia e non discute, trova la sua follia affascinante. Beppe appena li vede non mostra emozioni, ha la faccia di chi è nato vecchio, è un buono con la faccia da duro, sei anni prima gli è morto un figlio in un incidente in moto e da allora lavora fino a sentire le gambe cedere perché, quando non lo fa, lo si trova al cimitero.
“Sentivo che prima o poi sareste comparsi. Leo mi hai procurato una pecora?” 
“Non ancora ma ricordati che te la porterò.”
La storia della pecora meriterebbe un milione di parole ma basterà solo dire che Leo ha giurato di portare a Beppe una pecora viva al bar. Leo lascia cadere tutte le pile e, inaspettatamente, anche delle monetine, Beppe raccoglie il piccolo bottino, pulisce il bancone e sentenzia “Due birre.” Leo pare contento, non è pratico del baratto ma gli pare un equo scambio. Si siedono e Leo comincia non a parlare ma a declamare ogni parola, ha il vizio antico della donna che vuol farsi notare, Renato lo lascia fare e il bar di Beppe va aldilà delle regole del mondo. 
 Qualcuno per scherzo fa sparire la valigetta e quando Leo se ne accorge diventa elettrico e salta da una parte all’altra urlando: il piccolo pubblico si diverte, Leo è un cartone animato con addosso della carne, capendo che qualcuno gliela ha sottratta sta allo scherzo e rilancia strillando “Ora vi faccio vedere” e in un attimo si spoglia, via la giacca, via la camicia “resto nudo se non torna la valigia al mio tavolo.”
Niente si muove a parte fragorose risate, viene sfidato a iniziare lo spogliarello e lui provocato accetta la sfida, comincia a togliersi le scarpe e sta per fare lo stesso con i pantaloni fin quando Beppe, per quanto paziente, urla con voce da orco di finirla minacciando di buttare fuori tutti. In un attimo la valigetta torna al suo posto e Leo si riveste sotto gli occhi attenti di Beppe. Si continua a ridere e a prendersi in giro, il peso del quotidiano è un suono lontano, Renato si sente più leggero, vivere è un lavoro estremamente duro ma qualche volta una piccola vacanza toglie le ombre ai pensieri.  
Leo per nulla domo tiene banco, lui la vita la prende senza domande, è disarmante vederlo imperturbabile al mutarsi delle stagioni, non prova rancore, non prova invidia o rabbia, la vita lo ha sporcato solo di striscio, ora per non cadere in un altro scherzo mantiene il contatto con la sua valigetta come se fosse un padre che tiene per mano il suo bambino. Uno degli avventori paga un altro giro di birra e così fa un altro, Leo si avvicina e li abbraccia.
“A Beppe.”
Si alzano i calici, Beppe, chiamato a gran voce, esce dal bancone. Pare un cavaliere errante con in mano lo straccio come vessillo. Leo lo invita a danzare con lui, in quest’istante se ci fosse la possibilità di fermare il tempo Renato lo farebbe, Beppe vacilla ma poi rifiuta, è pur sempre il comandante deve dare il buon esempio ritornando alla sua postazione.
C’è ancora il suono delle risate, del bere insieme, è un attimo di sospensione dove si sta vicini senza sentirne il peso come tanti fiori diversi messi nello stesso vaso. La birra è finita, le cose offerte hanno sempre il sapore leggero del vento, Renato beve l’ultimo goccio e mentre Leo sproloquia con avventori vecchi e nuovi, prima che arrivi la nostalgia a inquinare il presente, immagina di scorgere in quel piccolo bar la luna dentro gli occhi acquosi di uomo appena conosciuto, le quattro bottiglie messe in fila una di fronte alle altre sembrano rotaie e lui sogna di salire su un treno verso una destinazione sconosciuta. Quando viene chiamato in causa da Leo risponde con arguzia a qualche battuta, ma la sua mente continua a correre, l’orologio fermo da sempre nel centro del bar che segna le sei gli fa pensare a un uomo in piedi che attende trepidante l’amata. Un avventore si mette a cantare, la gente distratta tamburella fuori tempo, quel canto rauco sposta a molti i pensieri, sul muro si vede una macchia come la radiografia di un cuore malato, sta diventando tardi. Qualcuno saluta, il bar si svuota come una mano che resta aperta, restano i soliti, quelli che resistono agli orari, alle intemperie, alla logica, quelli che davanti alle gocce di birra cadute sul tavolo si specchiano, anime come la sua che provano a nuotare dentro l’oceano di un bicchiere vuoto che ha perso il suo mare.

Re: La casa rosa

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La prima cosa che mi ha colpito di questo testo, è come sei riuscito a creare due personaggi che, dalla stessa disperazione, ne sono usciti con modalità opposte.
Entrambi sono soli e senza niente. Eppure, mentre Renato vive una vita piatta e priva di emozioni (volutamente, immagino), Leo è una bolla di energia e vitalità, talmente potente che riesce a trascinare con sè anche l'amico depresso.

sarà veramente così carico di speranze e fiducia verso i suoi progetti? Probabile che sia solo una maschera, ma funziona molto bene, tanto da smuovere chi gli sta intorno, e farsi voler bene. Speriamo solo che questa maschera sia anche un'armatura abbastanza robusta da proteggerlo in caso di quella che potrebbe essere l'ennesima batosta.

Mi piace poi l'atmosfera iniziale, rende molto lo squallore in cui si è costretto a vivere Renato, la casa spoglia, il vomito, sono tutti elementi fisici che rispecchiano molto bene come l'uomo si sente dentro. Leggendo viene da chiedersi: ma come è finito così? Sembra che prima fosse un uomo rispettato e con una vita "normale", cosa gli è successo? è stato il divorzio a ridurlo così? Oppure la separazione è stata solo la conseguenza di un qualcosa che si era già spezzato in lui?

Unica cosa che migliorerei è la lunghezza dei paragrafi, sono molto carichi, con tantissime frasi separate da virgole, secondo me dovresti spezzarli ogni tanto, per dare un po' di respiro al lettore. 

Comunque complimenti, nel complesso è un bel testo.
 
Non è facile descrivere certe tematiche, la depressione solitamente viene amata solo quando edulcorata, quella vera, con uomini di mezza età che si svegliano soli in mezzo al vomito non rientra nei canoni di bellezza classici.
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