Traccia n°1: incipit.
Le occasioni per approfondire la reciproca conoscenza non erano mancate: si erano incontrati svariate volte fuori dall’ambiente di lavoro. Nessuno dei due tuttavia aveva mai concesso all’altro di superare le rigide barriere erette a difesa della propria intimità.
Natale fuori casa
Le occasioni per approfondire la reciproca conoscenza non erano mancate: si erano incontrati svariate volte fuori dall’ambiente di lavoro. Nessuno dei due tuttavia aveva mai concesso all’altro di superare le rigide barriere erette a difesa della propria intimità.
E adesso stavano andando assieme verso il raduno di Bruges, dove si sarebbero riuniti agli altri protestanti, con i loro trattori carichi di rabbia e rivendicazioni, bardati come carri pronti alla guerra, con le bandiere issate sui tettucci degli abitacoli. Sulle fiancate cartelli posticci con slogan spruzzati a bomboletta: “ Ne touchez pas à notre travail”.
Daniel ha appena sostituito il padre Robert alla guida del John Deere, esausto da otto ore di guida.
Sono partiti dall’ovest della Normandia di buon mattino, quando il gelo della notte ancora insiste sui campi brulli immersi nella nebbia, i muggiti delle vacche ti danno la sveglia, e il ricordo del tepore della casa addobbata per la vigilia di natale è ancora vivido.
Sente il padre russare profondamente al suo fianco, rannicchiato dentro al voluminoso giaccone, quello di tutti i giorni, odorante di stalla. Daniel guida seguendo la lunga colonna di trattori che percorre spedita la provinciale, dove, ai bordi della strada, drappelli di persone inneggiano al loro passaggio sventolando la bandiera francese. Sbircia dal retrovisore per assicurarsi che Suzanne gli stia appresso e gli rimanga incollata dietro. Solleva la mano per salutarla: tira il pollice su. Lei lo contraccambia allo stesso modo: tout va bien. Anche lei ha appena sostituito l’anziano padre Pierre alla guida del suo Massey rosso fuoco; anche lui riposa riverso sul cuscino appoggiato al finestrino. “Avrò mai il coraggio di dirgli che lo amo?” Si domanda rimettendo le mani sul volante.
Ma la corsa del lungo serpentone dei variopinti e rumorosi mezzi rallenta. Man mano che si avvicinano, cominciano a intravedere i blocchi di cemento messi a sbarrare la strada e gli agenti della gendarmerie nationale, a ritroso di essa, sistemare i dissuasori di ferro con tanto di filo spinato. Daniel ha un sussulto, il momento dello scontro è arrivato; sa che è solo l’inizio. Sono obbligati a fermarsi. Lui spegne il trattore e, prima di scendere dal mezzo, si assicura che il padre non si svegli. Daniel aspetta che anche Suzanne scenda dal suo mezzo: “Hai già tirato fuori il cartello?” Le dice. “Non vedevo l’ora, credimi” risponde con quel tono di chi ha aspettato tanto.
Si avvicinano allo sbarramento, il timore e l’ansia serpeggia nei loro cuori alla vista dei poliziotti.
Qualcuno è già andato in escandescenza, mostra i segni della esasperazione: “Merde! Laissex-nous passer”. Ma quelli non hanno intenzione alcuna, risoluti li invitano a tornare indietro. Gli esagitati tentano di rimuovere le transenne cercando di sorprendere i gendarmi. Gli sfollagente si sollevano minacciosi. “Facciamola finita, tanto non serve a niente, sfondiamo il blocco”, esclama quello che sembra essere il leader del gruppo. Il nervosismo cambia fronte e si impossessa dei gendarmi, dal momento in cui i pesanti mezzi cominciano a premere sui blocchi di cemento che cedono alla forza delle motrici. Pochi secondi e le benne abbassate liberano la strada sotto gli occhi dei rassegnati poliziotti che altro non possono fare che avvisare la centrale del blocco non riuscito: tra qualche ora saranno a Bruxelles. E la città sembra essere irraggiungibile alla comitiva meccanizzata. Il traffico è paralizzato già dalla estrema periferia: si cammina a sbalzi per le strade messe a soqquadro da chi è già passato affrontando i vari sbarramenti delle forze dell’ordine. Vi è nell’aria il forte tanfo dei liquami scaricati contro chi ha cercato di opporsi alla loro avanzata: qualche balla di fieno ancora fuma ai bordi della strada. Alle due del pomeriggio nella città regna il caos: i trattori si sono impossessati di Bruxelles.
Daniel e Suzanne hanno fermato i loro trattori fuori da Grand-place: impossibile andare oltre.
Gli organizzatori spiegano che da questo momento ognuno è libero di esercitare la protesta come meglio crede. L’eco di un megafono che viene dalla piazza più avanti è come un richiamo ben preciso, la stella cometa da seguire.
“Papà, prendi il cartello piccolo, non affaticarti. Lascia a me quello pesante” strilla Suzanne all’uomo. Robert ha già in mano il badile a cui è attaccato il cartello “mercosur merde”. Il figlio Daniel lo guarda con apprensione, conosce il temperamento del padre. Hanno già parlato su come avrebbero protestato e fatto la loro parte. Niente violenza, niente scontri, niente guai.
Il loro gruppo prende a muoversi verso la piazza addentrandosi tra gli angusti spazi lasciati dai trattori fermi. La loro massa appare interminabile e precludere la vista della città. Mezzi con i motori ancora caldi e grondanti di olio nero, dalle enormi gomme tacchettate sporche di fango e letame: col tanfo di gasolio bruciato lungo la tratta. Il fumo acre di copertoni e delle balle di fieno che bruciano nella piazza sul fuoco della rivolta creano una unica essenza, amara d’assenzio.
Il rumore si apre davanti alla piazza, campo aperto e teatro degli scontri. Per un attimo si sentono smarriti come soldati in prima linea. Alla sinistra si accalcano i protestanti nel tentativo di sfondare il blocco degli agenti. Le loro mani sudate dal nervoso premono sulle transenne, i cartelli protervi in avanti come scudo verso chi cerca di respingerli. Dall’altra parte, un uomo su un palco improvvisato strilla al megafono per farsi ascoltare, sviscerando insanabili problematiche lavorative all’interno delle fattorie, delle stalle, tra i campi di terra diventata ostile e sempre più antieconomica. Daniel e Suzanne si aggiungono agli ascoltatori in devoto silenzio. Dietro di loro, altri si sono aggiunti e premono in avanti, costringendoli ad unirsi in un solo corpo. Lui la guarda, la vede preoccupata e imbarazzata da quel contatto così stretto, ma il sorriso di lui è rassicurante. La mano di Suzanne cerca la sua e la trova pronta ad accoglierla. Daniel non si scompone: con la coda dell’occhio ha visto Suzanne guardarlo con dolcezza. Ma lui continua ad ascoltare quello che gli appare il redivivo Lenin nella piazza di San Pietroburgo nei giorni della rivolta. Le sue parole accorate e infuocate sono un potente collante per gli animi esasperati e assetati di conforto. L’uomo parla di pane e di quel cibo che sazia le persone, anche quelle indifferenti, apatiche, noncuranti del costo umano, del sacrificio per portarlo sulle tavole di tutti. E chi ascolta attentamente asseconda quel discorso sul distacco della gente ai loro problemi e non resiste alla voglia di applaudire e urlare. Tutti alzano il pugno verso il cielo in un accorato – oui!
Ma il grido si disperde nel trambusto, all’arrivo dei getti degli idranti. La doccia improvvisa gela gli animi, li disperde come un gregge alla mercé dei lupi. Qualcuno cade a terra non riuscendo a reggere la spinta della massa che si sgretola. Suzanne e Daniel vengono divisi e si perdono di vista tra la calca. Sullo schermo infernale che si para innanzi a loro, tra muri d’acqua, di fumo, dei gas, ecco le sagome scure dei poliziotti avanzare. Comincia lo scontro corpo a corpo.
Cartelli usati come arma impattano su chi impugna lo sfollagente colpendo indiscriminatamente chiunque si pari davanti. La schiera delle forze dell’ordine è come la cavalleria lanciata all’attacco della fanteria. Colpisce impietosa chi sta già a terra, tra cui i padri di Daniel e Suzanne. Robert ha visto l’anziano amico e compagno di viaggio cadere e lo ha soccorso. Ha cercato di tirarlo su senza successo, prendendosi pure le manganellate. Attorno ai due uomini si apre il vuoto, rimangono entrambi a terra attorniati dagli agenti che ancora infieriscono, carichi a loro volta di una tensione che trova sfogo dopo giorni di tensione. Daniel cerca il volto di Suzanne, la cerca nella confusione per trovarla poco distante: lei è lì che strilla contro i gendarmi nella strenua difesa del padre. A questo punto si lancia verso di lei, realizzando la situazione in cui sono coinvolti i suoi cari. La sua rincorsa finisce contro l’agente che cerca di dividere i due uomini a terra nel tentativo di arrestarli. Un altro di questi tiene a bada Suzanne che a sua volta tenta di sottrarre Robert all’arresto. Il tentativo non sortisce esito, la furia dei manganelli si scaglia contro di loro. Suzanne strilla, strilla forte di paura e di rabbia. Attira l’attenzione del nocciolo duro dei rivoltosi. Questi intervengono in loro soccorso creando un cuscinetto tra i malcapitati. Si accende ancora più forte la rissa, dalla quale Suzanne si ritrova separata nel vuoto che si è formato. Non sa cosa fare. Sente il sangue nelle vene pulsare, agitato e rovente. Di fronte a lei i suoi cari tra i manifestanti e gli agenti, nello scambio reciproco di colpi. Si avventa sui poliziotti e prende a strattonarli, a supplicarli, con gli occhi pieni di pianto e le mani giunte si inginocchia a loro: “C’est mon perè! C’est mon perè!”
La sua preghiera è disarmante. L’agente che la sta per colpire improvvisamente si blocca folgorato da quel pianto. Capisce e avverte l’umanità di quella supplica. Si getta sui compagni e cerca di placarli: alza le mani in segno di resa ai manifestanti. Gli agenti mollano la presa sugli uomini doloranti; per un attimo gli animi si placano. Suzanne si alza e corre da loro. Aiuta l’anziano padre ad alzarsi, a ricomporsi. Anche Daniel ha sollevato il padre Robert da terra e gli aggiusta il collo del giubbotto. Intanto lo stesso agente ordina loro di andare via da qui: loro non se lo fanno ripetere.
Raggiungono lentamente un posto tranquillo. Daniel ha la fronte insanguinata per il colpo dello sfollagente. Robert invece ha una ferita dietro la nuca. Suzanne tira fuori dalla borsa i fazzoletti di carta e li porge a Daniel. Mentre lui tampona la ferita del padre, lei si occupa della ferita di lui.
Ma Daniel la ferma dicendole di non preoccuparsi, ma lei non desiste nella sua opera.
Di lì a poco la rissa si riaccende non lontano da loro, sono spettatori oramai fuori dal conflitto. Il rombo di un motore annuncia l’apparire dal fondo della strada di un trattore con la benna alzata: avanza minacciosa seguita da un’autobotte. Lo schieramento della polizia arretra immaginando cosa stia per accadere. La pompa idraulica del mezzo agricolo spinge il getto verso di loro costringendoli a cedere terreno ai maleodoranti liquami. L’arretramento della milizia è coperta da nutrite esclamazioni di vittoria da parte dei rivoltosi, e poi ancora scontri tra le vie di là, lanci di patate contro gli agenti, corse e rincorse, tra fughe strategiche e ribaltamenti di fronte. Verso l’imbrunire la battaglia termina, si placa, lasciando sul campo la devastante conseguenza dello scontro.
Daniel e Suzanne hanno cercato nel mentre un medico per i loro rispettivi padri. Preoccupa lo stato di Pierre. Lo trovano tra quelli resosi disponibili dalla organizzazione della rivolta, il quale, aiutato da un infermiere, cura le ferite dei due uomini. Ma per Pierre e Robert è consigliato il riposo, e vengono portati presso un locale messo a disposizione dalla stessa organizzazione. A Daniel e Suzanne non resta che rimanere al capezzale dei loro padri e ricordare tutti i buoni propositi prima della partenza. Non rimane che fare ironia sul “non farsi male” e “niente guai” maldestramente falliti: non rimane che ridere. Ma nonostante tutto, lo spavento, le botte, si accorgono, guardandosi negli occhi, tra quella risata scaccia paura, che qualcosa tra loro due è cambiato.
Ed ecco arrivare la notte, calata su Bruxelles come il sipario a fine scena, alla fine della tragedia, della rappresentazione. É calata assieme alla temperatura e tra il silenzio delle vie, portandosi via la tensione tra i dimostranti rimasti nella piazza. Hanno acceso i fuochi dentro ai fusti d’olio per scaldarsi in attesa della mezzanotte. L’organizzazione ha portato braciole e salsicce da cuocere e pane. La storica solidarietà dei francesi si fa viva e riaccende gli animi demoralizzati. Sanno che la battaglia di oggi non produrrà niente, e che tante ve ne sono ancora all’orizzonte. Intanto, loro si sono fatti sentire. Anche Daniel e Suzanne si sono recati presso la improvvisata festicciola, attirati dal profumo soave della carne al fuoco. Il calore di quel pasto caldo non li fa sentire nemmeno il freddo, i dolori per le botte; tutto è sparito dal momento che sono in mezzo a tutti gli altri. Tutti uniti da un buon bicchiere di vino e dalla esperienza di vita appena vissuta. Un brindisi unanime di augurio come migliore regalo di Natale: cosa volere di più? Quel Natale portatore di speranze che qualcuno ha voluto rappresentare in un improvvisato presepe. Realizzato con quattro balle di fieno disposte a semicerchio, dove riposano sereni un vitello e una capra portate da casa: nel mezzo un bambolotto di pezza che pare sorridere. Daniel e Suzanne ammirano quella docile dolcezza inscenata tra il fieno. Conoscono quella gratuita e quotidiana dimostrazione d’affetto dei loro animali. Il calore dei loro corpi, dei loro aliti pesanti. Il calore del loro latte appena munto. Questa è la loro vita messa in pericolo da chi governa e contro cui combatteranno per difenderla.
Mezzanotte è arrivata. Dei volontari si sono uniti alla comitiva. Hanno portato panettone e vino caldo. Uno di loro si è avvicinato a Daniel e Suzanne e porge loro due delle fette e dei bicchieri: li riempie dicendo “Auguri, ragazzi!”. Quanto è buono quel soffice dolce assieme a quel caldo bere. Quanto è consolante di quel Natale fuori casa. Quanto è dolce quel primo bacio voluto e cercato sulle labbra.
[CN25] Natale fuori casa
1Viaggio sconsolato tra i ricordi dello Stato.
Tratti di pioggia sopra Auschwitz. Tra oblio e orgoglio.
Io malata in fuga.
Tratti di pioggia sopra Auschwitz. Tra oblio e orgoglio.
Io malata in fuga.