Traccia 18: finale.
La temperatura era mite e allungarono la passeggiata. Rientrarono camminando senza fretta, come una qualsiasi coppia di ritorno da una piacevole serata.
Notte di Natale a Kesra — Una storia a volte vera
L'aria ne era intrisa. Mira sentiva la polvere sulla lingua, granulosa, metallica. Scavalcò il corpo di zia Tamara. Il vestito da festa rosso e oro, i calcinacci bianchi lo celavano a tratti. Mira distolse lo sguardo.
«Davit!»
Niente. Sentiva solo il fruscio del cemento che continuava a sgretolarsi tutto intorno.
«Davit, rispondimi!»
Un raggio di luce azzurra squarciò quella luce innaturale. Mira alzò gli occhi: il soffitto era un buco nero. Dalle travi spezzate pendevano nervi elettrici scoperti; si sfioravano a scatti, volavano scintille ogni volta che un assestamento faceva ondeggiare tutto.
Le campane della chiesa suonarono le dodici. Lente. Insistenti.
Le mani sulla trave che le bloccava il passaggio. Spinse. Nessun cedimento. Prese fiato, spinse ancora più forte, i muscoli delle braccia bruciavano.
Il blocco cedette di colpo. Mira cadde in avanti, le ginocchia sbatterono sul cemento, un dolore acuto le salì fino ai fianchi, ma la visuale dava sulla strada. Luce. Aria.
«Davit!»
Qualcosa si mosse in quello che, prima del crollo, era l'ingresso.
«Sono qui.»
La voce veniva da sotto un mobile spaccato, intonaco e mattoni.
Mira si buttò sul cumulo. Le unghie si spezzarono sul legno, cercò di tirare via una tavola. La strattonò fino a che cedette. Tolse un pezzo di sedia, una foto in una cornice rotta, pezzi di muro finché il braccio di Davit spuntò fuori.
Lei lo afferrò, tirò. Davit emerse dal cumulo come un annegato dall'acqua, il viso coperto di polvere bianca, sangue che gli colava dall'orecchio sinistro. Gli occhi vitrei, le pupille dilatate.
«Gli altri...» sussurrò.
«Morti.» La parola uscì piatta. «Tutti morti.» Mira si inginocchiò accanto a lui. L'addestramento al pronto soccorso prese il controllo: sangue nell'orecchio, commozione cerebrale, forse. Tastò il polso, forte, regolare, ora dovevano uscire al più presto.
Lo aiutò a tirarsi su. Davit si reggeva a malapena, oscillava.
«Mio padre,» disse lui. «Devo trovare mio padre.»
«Dopo.» Mira lo strattonò verso l'apertura nella parete. «Prima usciamo.»
«No.» Davit si divincolò. Pezzi di soffitto caddero tra loro, sollevando altra polvere. «Non posso lasciarlo qui sotto.»
Le campane suonarono ancora. Rintocchi più urgenti, un richiamo.
Mira gli afferrò il viso con entrambe le mani. Sentì il sangue caldo e appiccicoso sulla guancia.
«Senti le campane? Qualcuno ci sta chiamando. Dobbiamo andare. Adesso.»
«Mio padre...»
«È sotto un metro di cemento! La voce uscì più dura di quanto volesse, le parole le bruciarono la gola.
«Davit, ho controllato. Non c'è più nessuno da salvare. Se rimaniamo qui, tra poco moriremo anche noi.»
«Non posso lasciarli.»
«Puoi.» Mira stringeva ancora il suo viso. «Devi. Dobbiamo uscire.»
Davit si piegò. Le spalle tremavano.
«Possiamo ancora sposarci,» disse Mira. «Oggi. Come avevamo promesso, anche se il mondo è finito.»
Lui la guardò. Il sangue gli colava sul collo della camicia bianca. Gli occhi pieni di qualcosa che Mira non riusciva a decifrare.
«Adesso?» sussurrò. «Vuoi sposarmi adesso?»
«Voglio uscire viva.» Mira tirò la sua mano verso l'apertura. «E voglio che tu esca vivo. Il resto viene dopo, ma prima ci muoviamo.»
Davit non si mosse. Restò lì, sospeso tra lei e il voler cercare il punto dove giaceva suo padre sotto le macerie.
«Scegli,» disse Mira. «Adesso.»
Un rombo profondo. Sopra le loro teste.
Davit si mosse.
Il boato li inseguì. Si catapultarono fuori, rotolarono sulla strada insieme a macerie e vetri rotti. Una scheggia tagliò la guancia di Mira. Sentì il sangue colare, si pulì con un lembo del suo abito da sposa.
Si tirò su. La caviglia le facava male, un dolore acuto la costrinse a sedersi di nuovo a terra.
Guardò Davit: zoppicava, si teneva il fianco, la macchia di sangue sulla camicia si allargava.
Intorno c'erano scheletri di edifici. Muri storti che oscillavano nel fumo nero. Il cielo si vedeva a scampoli e le sembrò troppo chiaro.
Kesra era scomparsa. La loro città bianca, poggiata sulla loro terra, era stata martoriata fino alle ossa. Da mesi, ormai, gli attacchi non si fermavano, ma quel giorno no! Non quel giorno. Nessuno si aspettava che avrebbero bombardato durante la vigilia di Natale. Mira pensò che l'avevano fatto proprio per quello. In un moto di rabbia si alzò. Non sentiva più nemmeno il dolore, cercò di orientarsi:
«Da questa parte,» disse.
Presero a camminare, lenti ma decisi. Il fumo si muoveva in banchi densi, nascondeva e rivelava. A volte una raffica squarciava la nebbia scura e vedevano: un'auto capovolta, un letto in mezzo alla strada, un uomo seduto su un gradino che non portava più da nessuna parte.
«Non guardare,» disse Mira quando Davit rallentò.
«Ma è...»
«Non guardare.»
L'aria friggeva. Il calore degli incendi arrivava a ondate, così intenso che Mira sentì i peli delle braccia strinarsi. Davit si tolse la giacca, gliela mise sulle spalle e si coprì la bocca con una manica.
Poi, attraverso il fumo, apparve il campanile.
Emerse come un faro, la croce bianca in cima ancora intatta. Mira sentì qualcosa allentarsi nel petto.
Il cancello sul retro della chiesa era aperto, e fu come attraversare un velo.
Il giardino era vivo. Il cedro gigantesco si ergeva al centro, venti metri di verde che non avevano senso, non in mezzo a quello sfacelo.
I vialetti di pietra intatti. Aiuole con fiori, ciclamini rosa, narcisi bianchi… E in fondo, una fontana che gorgogliava.
Mira si avvicinò come ipnotizzata. Si inginocchiò, si lavò il viso, aveva sete, il primo sorso le andò di traverso. Tossì, riprovò, l'acqua era fredda. Pulita. Davit fece la stessa cosa in silenzio, poi si voltò a guardare la vegetazione ordinata, illesa.
«Come è possibile?» disse ad alta voce.
«Pozzo artesiano. Scavato durante la costruzione della basilica, nel 1890. L'acqua qui non finisce mai.»
Un prete li osservava dall'ingresso laterale. Appoggiato al bastone.
«Padre Grevory,» disse Davit.
Il vecchio si avvicinò lentamente. Aveva settant'anni, ma lo sguardo era vigile, da rgazzo.
Guardò Mira, poi Davit, si soffermò sui loro abiti: camicia bianca macchiata di sangue. Vestito bianco di Mira strappato all'orlo.
«Dovevate sposarvi stamattina,» disse. Non era una domanda.
«Sì.»
Padre Grevory annuì.
Un grido dalla strada. Poi altri. Voci.
«Stanno arrivando,» disse il prete. «I feriti. Abbiamo trasformato la chiesa in ospedale. I medici sono già dentro. Avete forza per aiutare?»
Mira si alzò. La caviglia le faceva male. Guardò Davit, lui la guardò.
Annuirono insieme.
«Bene.» Padre Grevory sollevò il bastone. «Andiamo. E a mezzanotte, durante la messa di Natale, vi sposo.»
L'interno della chiesa era irriconoscibile.
Panche accatastate contro i muri. Corpi sul pavimento che riempivano la navata. Le vetrate filtravano la luce in rosso, blu profondo, oro.
Sull'altare un medico stava chino su un bambino, le mani coperte di sangue fino ai gomiti.
Mira si rimboccò le maniche. l’infermiera che era in lei tornò: rosso per i critici, giallo per gli urgenti, verde per i lievi. Le sue mani si muovevano da sole. Fasciò, disinfettò, sussurrò parole di conforto.
Davit trasportava acqua e cibo. La camicia fradicia, il viso una maschera di concentrazione. Ogni tanto i loro sguardi si incrociavano attraverso la chiesa.
Verso sera i feriti smisero di arrivare. Aumentarono i morti.
Li portavano nel giardino coperti da lenzuola bianche: file ordinate che crescevano come un campo di neve sotto il cedro.
Mira uscì. Si appoggiò al tronco. Le gambe non la reggevano più. Scivolò a terra. Davit si lasciò cadere accanto a lei.
«Mio padre mi raccontava storie,» disse lui. Fissava le lenzuola bianche. «Di quando anche loro resistevano. Pensavo fossero solo storie.»
«Non erano solo storie,» disse Mira. «Erano istruzioni.»
Davit la guardò.
«Ci stavano insegnando a sopravvivere. A non dimenticare.» Mira chiuse gli occhi. «Ogni persona che aiuta, che porta acqua, che fascia una ferita, sta resistendo. La nostra arma è continuare a vivere e a restare.»
Dalla chiesa: un canto. Qualcuno pregava. Voci che si alzavano.
Davit prese la mano di Mira. «Tra poche ore ci sposiamo.»
«Sì.»
«In mezzo a tutto questo.»
«Proprio per questo.» Mira guardò il cielo. Le stelle erano così chiare senza le luci della città e la luna era al massimo splendore.
Padre Grevory apparve sulla soglia. «È quasi ora,» disse. «Preparatevi.»
Mira stava ancora lavando le mani. L'acqua fredda le bruciava i tagli. Padre Grevory le toccò la spalla. «È mezzanotte. Venite.»
Non c'era tempo per cambiarsi. Non c'erano abiti puliti. Non c'erano fiori. Mira guardò il suo vestito strappato, le macchie scure. Guardò Davit, la camicia diventata un mosaico di sudore e polvere.
«Così va bene,» disse il prete. «Dio vi vede come siete. E siete belli.»
Qualcuno aveva acceso altre candele. La chiesa si riempì di una luce soffusa. I feriti che potevano muoversi si erano radunati. Quelli che non potevano alzarsi rimasero sui materassi, con la testa rivolta all'altare.
Un pompiere mise due rami di cedro legati con spago nelle mani di Mira. L'odore del cedro era così buono e pulito che le fece male.
Davit le prese l'altra mano. Le sue dita erano fredde, ruvide, ma la stretta era salda.
Iniziarono a camminare verso l'altare.
Non c'era musica. Solo silenzio. il respiro affannoso dei feriti e il fruscio del vento che entrava dalle vetrate rotte.
Poi qualcuno iniziò a cantare:
«Ti lodiamo, Signore, in mezzo alle tenebre...»
Altri si unirono. Voci rotte, stonate, sincere. Un coro di sopravvissuti.
Padre Grevory li aspettava davanti all'altare. Dietro di lui, il crocifisso intatto. Una vetrata con un buco a forma di stella dove un proiettile era passato senza esplodere.
«Fratelli e sorelle,» iniziò il prete. «Questa notte celebriamo due miracoli. Il primo: la nascita di Nostro Signore. Il secondo: la nascita di una famiglia in mezzo alla guerra.»
Le lacrime scesero. Calde. Mira non le asciugò.
«Davit e Mira dovevate sposarvi stamattina,» continuò Padre Grevory. «Ma stamattina il mondo è crollato. Eppure siete qui. Ancora in piedi. Ancora vivi. Ancora pronti a dirvi sì.»
Aprì il libro delle preghiere.
«Davit, prendi Mira come tua sposa? In ricchezza e in povertà? In salute e in malattia?»
Davit la guardò. Gli occhi rossi, gonfi di stanchezza e dolore.
«Sì,» disse. «La prendo.»
Strinse più forte la mano di Mira. «Sì. Soprattutto oggi.»
Un mormorio attraversò la chiesa.
«Mira,» disse Padre Grevory. «Prendi Davit come tuo sposo? In ricchezza e in povertà? In salute e in malattia?»
Mira guardò l'uomo a fianco a lei. Quello che aveva tirato fuori dalle macerie. Quello che aveva trasportato acqua per ore. Vide tutto quello che era stato e tutto quello che poteva diventare. Vide il futuro incerto, pericoloso, impossibile.
«Sì,» disse. «Lo prendo.»
Respirò profondo. Sentì l'odore del cedro, dei disinfettanti, del fumo. Sentì il peso di tutte le persone nella chiesa, di tutti i morti nel giardino.
«Sì,» disse piano guardando il suo sposo. «Per ricordare. Per resistere. Per non dimenticare.»
Padre Grevory chiuse il libro. «Non ho anelli da darvi. Ma ho questo.»
Prese due pezzi di spago bianco. Li annodò intorno ai loro polsi. Il primo nodo si sciolse, lui lo rifece più stretto.
«Lo spago si rompe facilmente,» disse. «Ma se intrecciato diventa corda. E la corda resiste.» Mise le sue mani sopra le loro. «Davit e Mira, vi dichiaro marito e moglie. Quello che Dio ha unito, nessun uomo separi. Nessuna bomba e nessuna guerra separi.»
Qualcuno applaudì. Altri piansero. Alcuni pregarono.
Qualcuno bestemmiò, una voce tagliò il silenzio. « Dov'era Cristo stamattina?» urlò qualcuno dal fondo.
Nessuno rispose. Ma Mira sentì la domanda risuonare nella mente di tutti. Nei feriti sui materassi che stringevano le coperte. Nei volontari che avevano scavato tra le macerie. In Padre Grevory che abbassò gli occhi per un istante prima di continuare. Anche lei se lo era chiesto, anche Davit. Tutti si portavano dietro quella domanda come una ferita aperta.
Il silenzio durò. Pesante. Pieno di tutto quello che nessuno osava dire.
Davit si chinò e baciò Mira. Fu un bacio breve. Ma così pieno di significato che Mira sentì qualcosa incrinarsi e guarire dentro di lei.
Padre Grevory sollevò le braccia. «Ora celebriamo la messa. Per i vivi e per i morti. Per quelli che resistono e per quelli che hanno resistito. Per la memoria che ci salverà.»
La chiesa rispose: «Amen.»
Uscirono nella notte. Attraversarono il giardino e superarono il cancello.
Mira si strinse nella giacca di Davit. Lo spago bianco intorno ai loro polsi brillava nella luce della luna.
«Dove stiamo andando?» chiese Mira.
Davit non rispose. Iniziò solo a camminare nella direzione da cui erano venuti.
La caviglia gonfia pulsava dentro la scarpa. Davit zoppicava, si teneva il fianco. Ma continuarono, uno accanto all'altra.
Ci volle diverso tempo. I piedi di Mira bruciavano, aveva la gola secca, erano tutti e due stanchi e provati quando trovarono quello che restava della loro casa.
Davit si fermò. Mira sentì le sue dita stringersi intorno alle sue, non dissero nulla.
Poi Mira vide l'angolo di pietra che prima reggeva il portone. La scritta che suo nonno aveva inciso nel 1952: In questa casa abita la speranza. Le lettere ancora leggibili. Il resto sepolto sotto le macerie.
Lì sotto c'erano tutti. Zia Tamara, sua madre, la madre di Davit, suo padre, gli zii, i cugini, gli amici. Trentadue persone.
Davit si inginocchiò. Mira fece lo stesso.
Per un lungo momento guardarono solo le macerie. Travi spezzate, pezzi di mobili e qualcosa che brillava sotto la polvere: briciole di un passato ormai perso.
«Dovrei pregare,» disse Davit. La era voce atona, svuotata. «Dovrei perdonare. Cristo direbbe che devo amare anche i miei nemici.»
Mira attese.
«Ma io voglio che brucino!» Le parole uscirono rotte. «Voglio che soffrano. Non quanto noi. Di più. Molto di più. Voglio che paghino per ogni anima, per ogni guerra, per ogni assassinio.»
Chiuse gli occhi. «E mi sento in colpa. Per volere queste cose. Per non riuscire a perdonare.»
Mira gli prese la mano. Lo spago bianco legava ancora i loro polsi.
«Anch'io,» disse piano. «Anch'io voglio che paghino. Ogni giorno li immagino mentre perdono tutto. E poi mi ricordo di Cristo e mi sento spezzata. Come se non potessi essere entrambe le cose: credente e vendicativa.»
«Non so se si può,» disse Davit.
«Forse no. Forse siamo solo umani.» Mira guardò le rovine. «Forse Cristo capisce, sa che quando ti uccidono la famiglia, il perdono non arriva subito. O forse non arriva mai.»
«Mio padre diceva che la fede è una lotta,» disse Davit. «Non un regalo. Diceva che ogni giorno devi scegliere di credere. Anche quando non ha senso.»
«Tuo padre era un uomo saggio.»
Davit annuì. Poi giunse le mani. Mira lo imitò.
Non sapeva cosa pregare. Non sapeva se voleva pregare, ma chiuse gli occhi.
«Signore,» iniziò Davit. La voce incerta. «Non so se mi ascolti. Non so se dovrei chiederti di ascoltarmi, visto quello che ho nel cuore. Ma sono qui. Siamo qui. E ti chiediamo di prenderti cura di loro. Non meritavano di morire così.»
Si fermò. Respirò.
«E ti chiediamo anche di aiutarci. Non a perdonare. Non ancora. Ma a resistere. A non diventare come loro. A ricordare che ogni vita è resistenza. Che ogni giorno in cui ci svegliamo vivi è una vittoria.»
Mira aprì gli occhi. Guardò Davit.
«Non chiedo vendetta,» disse lei. «O forse sì. Non lo so. Ma chiedo memoria. Che nessuno dimentichi. Che la storia ricordi che la nostra vita è l'unica arma che abbiamo.»
«E chiedo forza,» aggiunse Davit. «Per resistere un altro giorno. E poi un altro. E poi un altro ancora.»
Rimasero in silenzio. Il vento tiepido soffiava tra le macerie, ne usciva un suono basso, lugubre. Sembrava un canto funebre che la città recitava a se stessa.
Davit si alzò. Lo spago bianco si tirò, tenendo unite le loro mani, lui tese l’altra mano per aiutare Mira.
«Torniamo,» disse. « Ci saranno altri che avranno bisogno di noi.»
Mira si appoggiò a lui. La caviglia faceva male ad ogni passo. Le gambe tremavano. Ma mise un piede davanti all'altro.
La temperatura era mite e allungarono la passeggiata. Rientrarono camminando senza fretta, come una qualsiasi coppia di ritorno da una piacevole serata.
Questo racconto lo dedico a Marianna, mia suocera. Lei si sposò la notte del 25 dicembre in una chiesetta di un paesino abbruzzese nel 1943. Nonstante tutto.