[CN25] La promessa del Natale

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Finale n.16. 
Con un sospiro spense la luce e si chiuse la porta alle spalle.


Dall'altra parte della strada, un coro improvvisato intonava una strofa stonata di "Astro del Ciel", un rumore bianco che da tempo aveva perso la capacità di rendergli emozioni. 
Il mondo fuori celebrava un rito che gli era divenuto estraneo, indifferente, sconosciuto.  Quando giunse il rintocco della mezzanotte venne smorzato dallo spesso strato di neve che aveva ricoperto la città, soffocando ogni rumore sotto una coltre di silenzio irreale. Giulio scostò la pesante tenda di velluto blu, strofinando il tessuto ruvido e freddo sotto i polpastrelli: le luci intermittenti degli addobbi dal palazzo di fronte proiettavano ombre nervose sulle sue pareti, ma per il resto non si muoveva nulla. La strada era deserta.
Si era preparato a quella notte per trecentosessantacinque giorni. Aveva custodito il biglietto di Laura — “Ritroviamoci qui tra un anno” —  una promessa conservata dentro la scatola degli orologi, un rettangolo di pelle che conservava ancora un vago sentore di cuoio e tabacco. Aveva ricreato la scena con la precisione di un archivista: aveva persino cercato un mazzo di agrifoglio fresco, proprio come quello che Laura sistemava sempre al centro della tavola. Ne prese un rametto tra le dita: le foglie erano lucide e di un verde cupo, quasi nero nel buio, ma le bacche rosse parevano gocce di sangue rappreso. Le punte acuminate gli punsero la pelle, un dolore sottile lo rese consapevole di non patire alcuna emozione. Aveva provato a cercarvi un odore, un segno di vita, ma l’agrifoglio era freddo, muto, e non rilasciò che un sentore minerale: un'altra promessa che svaniva nel silenzio dei gesti.
In un angolo del salotto, l'albero di Natale svettava come uno scheletro scintillante. Giulio lo aveva addobbato con una cura quasi religiosa, alternando sfere di vetro soffiato e nastri di seta argento, proprio come faceva lei. Ma ora, nel buio della stanza, le luci a LED bianche sembravano minuscoli occhi freddi che lo fissavano senza espressione. Sotto i rami inferiori, il tappeto di velluto rosso destinato ai regali era desolatamente liscio, privo di pacchetti, nastri o biglietti d'auguri. Quel cono di plastica e vetro non era un simbolo di festa, ma un monumento all'assenza, alla totale indifferenza delle cose verso il dolore umano.
Andò in cucina. Il tavolo era apparecchiato con una tovaglia di lino accuratamente stirata e tirata sui bordi, una perfezione che ben si raccordava con l'assenza di vita. Nell'aria stagnante della casa aleggiava un debole odore di cannella e chiodi di garofano, residuo di un dolce che aveva preparato giorni prima seguendo una delle ricette di Laura. Fissò il secondo coperto: il calice di cristallo rifletteva la luce della candela, ma il bordo era liscio, privo dell’impronta di rossetto color ciliegia che lei lasciava sempre dopo il primo sorso. Giulio versò del vino rosso nel bicchiere di lei; il suono del liquido che riempiva il vuoto parve assordante. Aspettò che il bouquet di frutti rossi salisse verso di lui, ma l’aria restò ferma, un vuoto chimico, senz'anima.
Passò una mano sulla sedia vuota di fronte a sé, accarezzando la stoffa dello schienale. Si ricordò di come lei, l'anno precedente, avesse fatto dondolare la gamba nervosamente, il tacco che batteva un ritmo regolare sul parquet. Ora, il pavimento era una distesa immobile, una superficie muta. Aprì i cassetti della credenza, facendo scorrere le guide di metallo con un rumore secco. Cercava un residuo: un elastico per capelli impigliato nel legno, magari tra le statuine del vecchio presepe che lei adorava sistemare. Invece, le dita incontrarono solo il fondo liscio del cassetto, lo spazio nudo della non-esistenza.
Uscì sul balcone. Il metallo della ringhiera gli morse la pelle dei palmi. Giù in strada, un gruppetto di persone si affrettava rumorosamente. Gli appartamenti illuminati erano animati da famiglie che si abbracciavano. Si ricordò di quando erano rimasti lì fuori, i loro respiri che si mescolavano in una nuvola di vapore. Provò a espirare forte, guardando la sua nuvoletta di fiato svanire in un istante, solitaria, insignificante. Capì allora che il Natale non era un portale, la sua presenza non lo avrebbe messo in comunicazione con nessuno. Natale era un giorno qualunque che lui aveva sovraccaricato di aspettative irrazionali e irrealizzabili. La sua esistenza si era snodata nella densità soffocante dell’indifferenza, e adesso era pervasa da un senso di vuoto e inutilità tanto sottile da togliere il fiato. Le sponde del nulla lungo cui aveva navigato a vista rimarcavano non l'assenza di Laura, ma l'assenza di qualunque senso, la consapevolezza che la promessa di lei era stata solo un modo gentile per chiudere una porta senza farla sbattere contro il battente della verità.
Tornò dentro, muovendosi con passi lenti ed ebbe l'intuizione del[font="Open Sans", "Segoe UI", Tahoma, sans-serif]l'assoluta e totale solitudine dell'essere.[/font] Passando davanti all'albero, staccò la spina con un movimento secco: i riflessi argentati si spensero all'istante, lasciando la stanza immersa in un'ombra grigia. Prese il calice pieno di vino e ne svuotò il contenuto nel lavandino. Il rosso macchiò la resina bianca prima di sparire nello scarico con un gorgoglio strozzato, portandosi via l'ultima, inutile speranza. 
Quando il cicaleccio del citofono spazzò via il silenzio si precipitò all'ingresso.
«Pronto, pronto» disse.
«È stata un'illusione» mormorò una voce femminile. 
Urlò il nome di Laura con tutto il fiato che aveva in corpo finché non venne fulminato dalla sensazione che quel suono fosse stato solo un abbaglio, un inganno, un'allucinazione. 
Attraversò il corridoio, le suole delle pantofole che producevano un fruscio monotono sul tappeto di lana. Raggiunse la camera da letto e si fermò sulla soglia, fissando l'oscurità della stanza che sembrava inghiottire ogni residuo di luce. Con un sospiro, che suonò come l'ultima parola di un libro chiuso per sempre, spense la luce e si chiuse la porta alle spalle.
Last edited by Arturo Ligotti on Fri Dec 26, 2025 5:18 pm, edited 1 time in total.

Re: [CN25] La promessa del Natale

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Le promesse a Natale vanno mantenute. In questo racconto non accade.   Le scene di vuoto, di assenza e di non vita, si susseguono. Ho percepito subito  quel certo  stress emotivo malinconico di festa non festa,  proprio per la  numero uno dell'anno  - la più attesa, e l'ansia per l'arrivo di Laura  avvolta in una promessa che non manterrà. Mi è piaciuto molto. Non credo di avere capacità tecnica per segnalare correzioni, ma, come ho già accennato,   il ritmo sfiduciato e pessimista non lascia spazio a nessuna speranza, nessuna sorpresa.
Da controllare dopo: ed ebbe l'illusione
Non ho capito:    Aspettò che il bouquet di frutti rossi salisse verso di lui. 
Grazie.
Buon Anno
Via dei bambini felici - Segui le tue parole

Re: [CN25] La promessa del Natale

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Ottima descrizione dell'assenza, la promessa  mancata. Ogni dettaglio è una pennellata atta a comporre l'atmosfera e la condizione del personaggio. Si sente la capacità, la tua è una buona scrittura. Il testo mantiene grande coerenza, forse anche troppa, nel senso che procede senza scarti, scatti, stravolgimenti. A tratti ho sentito la narrazione fredda, quasi asettica. Credo, comunque, sia stata una scelta precisa e meditata.
Sì, anch'io ho trovato la metafora del bouquet un espediente suggestivo ma poco concreto.

Re: [CN25] La promessa del Natale

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ciao @Arturo Ligotti 
Arturo Ligotti wrote: Fri Dec 26, 2025 5:15 pmPassò una mano sulla sedia vuota di fronte a sé, accarezzando la stoffa dello schienale.
Questa frase andrebbe corretta.. se la sedia è di fronte a lui, non la può accarezzare nello schienale. Sono due azioni diverse: dovrebbe spostarsi per raggiungere la sedia. Si presume che il tavolo lo separi da quella sedia. Scusa la piccolezza.. ma è un dettaglio che salta fuori evidente.
Arturo Ligotti wrote: Fri Dec 26, 2025 5:15 pmQuando il cicaleccio del citofono spazzò via il silenzio si precipitò all'ingresso.
«Pronto, pronto» disse.
"Pronto, pronto" lo si dice al telefono. Al citofono, dato che lui l'aspettava, un semplice "chi è?" andava meglio. O meglio ancora, per dare enfasi allo stato emotivo di lui, anche "Laura, Laura sei tu?"
Arturo Ligotti wrote: Fri Dec 26, 2025 5:15 pmUrlò il nome di Laura con tutto il fiato che aveva in corpo finché non venne fulminato dalla sensazione che quel suono fosse stato solo un abbaglio, un inganno, un'allucinazione. 
Attraversò il corridoio, le suole delle pantofole che producevano un fruscio monotono sul tappeto di lana. Raggiunse la camera da letto e si fermò sulla soglia, fissando l'oscurità della stanza che sembrava inghiottire ogni residuo di luce. Con un sospiro, che suonò come l'ultima parola di un libro chiuso per sempre, spense la luce e si chiuse la porta alle spalle.
Il racconto è scritto in modo impeccabile, ma l'ho trovato troppo insistere sulla solitudine di Giulio, troppo impegnato nella descrizione del senso di vuoto, di assenza. Non vedo trama. Ma la cosa che si coglie è l'incongruenza tra i grandi preparativi per questa cena tanto aspettata e questo senso di vuoto. Mi pare che è come se lui sapesse che lei non sarebbe venuta, ma la voce narrante descrive un vuoto, una atmosfera morta di speranze. Se lei doveva venire e lui ci sperava tanto, dato che ha aspettato un anno, il climax doveva essere euforico. Questo è un errore compiuto affidando alla voce in terza persona la licenza di descrivere questo clima desolato, senza tenere conto dello stato di Giulio. A meno che, tu intendessi creare una storia dove "Vi è una allucinazione", ma il lettore non ci potrebbe arrivare senza qualche indizio in più. Infatti, quella voce al citofono, ingarbuglia la questione sulla attesa, sulla condizione mentale di Giulio. Troppe domande rimangono in sospeso. Tipo, perché l'aspettava da un anno?
E perché lui pensa che lei verrà? Una persona normale non si comporterebbe così. Se il Natale passato con lei avesse prodotto una storia tale da imprigionare Giulio in quella gabbia mentale, perché un silenzio lungo un anno? Tutte domande che la voce narrante avrebbe dovuto spiegare nel percorso narrativo. Anche perché si finisce nel non identificare correttamente lo stato d'animo del protagonista e quale rapporto c'era stato o che ancora c'era con lei. Spero di esserti stato di aiuto. Ciao.
Viaggio sconsolato tra i ricordi dello Stato.
Tratti di pioggia sopra Auschwitz. Tra oblio e orgoglio.
Io malata in fuga.

Re: [CN25] La promessa del Natale

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@Arturo Ligotti
Ma io la butto lì, lei è morta? 
Ricordo anche un altro tuo racconto, secondo me hai uno stile molto personale. E questo è un pregio raro
Se posso permettermi (però è solo il parere di un uomo della strada, vediamo se anche qualcun altro ha avuto quest'impressione), alcune frasi sono troppo lunghe. Se in alcuni punti avessi un ritmo più serrato, il tuo stile così intimo forse diventerebbe meno gotico. Non so, è una mia idea, potrei anche sbagliarmi. 
Nel complesso, il tuo racconto, come anche quello precedente, mi ha lasciato una sensazione oscura addosso. 
Più per l'atmosfera che riesci a creare, che per la costruzione del racconto in sé. 
Bello, mi è piaciuto. A rileggerti.  
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Re: [CN25] La promessa del Natale

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Ciao @Arturo Ligotti
L'ho letto più di una volta. Una scrittura davvero intensa che trasmette tutte le sensazioni di ogni frangente in cui ti imbatti, con tono cupo, sentito, ineluttabile.
Piaciuto molto.

Re: [CN25] La promessa del Natale

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Ciao @Arturo Ligotti,
ho letto il tuo racconto quasi senza prendere fiato, in una costante aspettativa.
Molto belle le tue descrizioni, non è banale riuscire a mostrare un'assenza. Bravo.
Mi piace la tua scrittura, sulla trama, come lettrice, avrei qualche obiezione.
Spingi moltissimo sulla solitudine, ma anche sull'assenza di emozioni del protagonista, si percepisce un dolore profondissimo.
Sinceramente, avevo pensato che Laura fosse morta.
Ho ritenuto poco plausibile che una persona si annientasse per un intero anno, in attesa di un appuntamento altrettanto poco plausibile.
Immaginavo che avresti spiegato malattie, riti, qualsiasi cosa che non fosse realmente una panacea alla separazione.
Le tue capacità di scrittura è decisamente superiore, a mio personalissimo parere, alla trama del racconto. 
Mi aspetto di leggere nuovi tuoi strabilianti racconti.
<3

Re: [CN25] La promessa del Natale

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Al netto delle (poche) pecche segnalate, ho apprezzato l'efficacia  della scrittura e la narrazione coinvolgente dell'assenza. La trama, penso anch'io, doveva però avere uno "scioglimento" più palese: giusto dal titolo si ricava che lei non è morta ...
...si sappia che dei desideri alcuni sono naturali, altri vani: e, dei naturali, necessari gli uni, solo naturali gli altri (Epicuro)

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