[CP20] Fango

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Traccia n° 4 - "Veglia" di Giuseppe Ungaretti.


Fango

Dunque è così
l’Infinito?
Stare al tuo fianco
in una buca
di fango.

Viso da bambino
troppo severo,
offeso.
Sembri
dormire.
Il mondo
ti ha ingannato.

Non so aiutarti.
Hanno ingannato
anche me.
Silenzio di pietra
in questa Terra deserta.

Il cielo si è fatto nero;
non vuol vedere.
Esistono ancora cortili
dove si gioca l’infanzia
sotto il Sole?

Tornare a casa.
Vivere,
dimenticare.
Una donna… figli.
Perché?
In nome di cosa?
Non ce la faccio.
Giuro.

Uomini
con una divisa diversa
avanzano.
Sono esecutori calmi.
— Pietà del Diavolo —
Io non sparo più.

Uscirò dalla trincea,
amico mio.
Reciterò la guerra
un’ultima volta.
Crederanno alla mia rabbia
e alla mia paura.
Metteranno fine a tutto.

Qui non ci hanno voluto, amico mio.
Meritiamo un’altra Terra,
altri Uomini, un altro Dio.
Si salveranno solo coloro che resisteranno e disobbediranno a oltranza, il resto perirà.
(Apocalisse di S. Giovanni)

Re: [CP20] Fango

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Ciao Alberto,
voglio ringraziarti per questi versi che, nella mia interpretazione, danno voce ai miei pensieri. 
Il tuo componimento richiama la crudezza di Giuseppe Ungaretti, ma sei riuscito a rappresentare la desolazione esistenziale con una spinta narrativa modernissima. Il tema centrale è di vitale importanza e così attuale... non ho potuto fare a meno di pensare ai fatti di cronaca di questo tempo.
Al centro c'è il disinganno: la scoperta che la retorica patriottica ed eroica della guerra è una menzogna collettiva.
Fin dalle prime battute:
“Dunque è così / l’Infinito? / Stare al tuo fianco / in una buca / di fango.”
Il soldato guarda il suo compagno morto e qui avviene il punto di rottura psicologico. Il contrasto tra l'universo — concetto filosofico assoluto — e la claustrofobica buca di fango diventa il simbolo dell'inutilità della guerra, un luogo in cui l'umanità non dovrebbe mai stare.

La poesia si trasforma così in un percorso verso il suicidio assistito: “...Io non sparo più”.
“Uscirò dalla trincea, / amico mio. / Reciterò la guerra / un’ultima volta. / Crederanno alla mia rabbia / e alla mia paura. / Metteranno fine a tutto.”
Il protagonista si farà avanti, simulerà la rabbia e cadrà. Tragicamente lucido, ha deciso il suo destino. Si chiede: “Tornare a casa? Per cosa?”. Intorno ci sono solo la “Terra deserta” e il “cielo nero”: l'universo è indifferente o disgustato dalle azioni umane. La guerra ha distrutto nel soldato la capacità stessa di immaginare un futuro.
Lui si mette così nelle mani degli “esecutori calmi”. Sembra quasi che tu abbia voluto rappresentare la burocrazia della morte: un esercito metodico che opera attraverso protocolli rigidi e algoritmi, con una calma esecutiva in cui l'atto bellico diventa un processo sistematico e disumano. Una dinamica, questa, che mi ha fatto pensare immediatamente alla realtà attuale dell'esercito IDF. Sia per chi osserva che per chi ne fa parte viene spogliato dei sentimenti e i valori più alti dell'umanità.

Il finale (“un'altra Terra, / altri Uomini, un altro Dio”) non è una preghiera di speranza, ma una condanna assoluta e senza appello del mondo presente.
Grazie ancora per aver scritto un'opera così dolorosamente necessaria.



Re: [CP20] Fango

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Ciao  @Albascura e grazie per il tuo bel commento e per l’apprezzamento.

Abbiamo molti punti in comune. La “spinta narrativa”, come dici, è certamente dovuta ai fatti mondiali di questi ultimi tempi anche se, nella mia concezione, io intendo la guerra ancora come “ai vecchi tempi”, pur senza nessuna considerazione o accezione positiva di questo termine, senza nostalgie o rimpianti perché i dolori e le atrocità di una guerra, da qualunque parte sia combattuta, per qualunque ideale, in qualunque epoca, non possono essere misurate con scale di valori, essendo tutte la medesima rappresentazione della malvagità umana nei confronti dei suoi simili.

È sempre vero il vecchio detto che i soldati non combattono per gli “alti ideali” e il loro comportamento, nel bene e nel male, alla fine tende essenzialmente a salvaguardare loro stessi e i loro compagni, con i quali sono stati gettati nella bolgia, in alcuni casi amici fraterni, con i quali si è condiviso tutto, fin dai primi giorni di caserma. E sono momenti unici, irripetibili, sconosciuti e incomprensibili nella vita “borghese”. Ritengo che ci sia più fantasia, più epica in un cortile di caserma che in una strada cittadina, se non altro perché nel cortile si pensa sempre a come sarà bello un giorno tornare a casa e passeggiare in quella strada.
Per molti non è stato così.

Il soldato che vede il suo amico morto, all’improvviso si rende conto di essere stato ingannato, come l’ufficiale interpretato da Gian Maria Volontè nel film “Uomini contro”. (ti metto in fondo pagina il link di un breve trailer)
E il peggior inganno viene spesso dal proprio popolo, dalla propria gente. Qualcosa si spezza, non si torna più indietro. 
Il soldato potrebbe gettare le armi, arrendersi, forse un giorno tornare anche a casa, ma uomini troppo sensibili non lo possono più accettare e preferiscono farla finita.
Albascura wrote: Thu Jul 30, 2026 10:43 amLa poesia si trasforma così in un percorso verso il suicidio assistito: “...Io non sparo più”.
Questo termine mi rievoca uno dei concetti basilari di questa attuale società, con uno dei suoi dogmi più dibattuti, presentati come “libertà” e che un tempo sarebbero stati considerati improponibili.
Posso comprendere il desiderio di morire di un soldato, può avere mille ragioni nel suo mondo chiuso, in pace e in guerra, ma non posso comprendere l’attuale anelito al “suicidio assistito”  nella nostra società che persone che si considerano “normali” vogliono estendere anche ad adolescenti in crisi esistenziale.
Non mi chiedo dove andremo a finire, ma dove siamo finiti. In nome di chi, di cosa? Sarebbe un lungo discorso.
Albascura wrote: Thu Jul 30, 2026 10:43 amSembra quasi che tu abbia voluto rappresentare la burocrazia della morte:
C’è sempre stata questa “burocrazia della morte” e sempre ci sarà, a tutte le latitudini. Esistono uomini che non tollerano la felicità e il relativo benessere dei loro simili e in nome di principi umanitari, egualitari, fanno di tutto per distruggergli la vita, burocraticamente parlando, a termini di legge. Come ci sono uomini che creano un problema in un luogo felice, rendendo impossibile la vita alla gente, e poi intervengono per risolvere il problema, rovinando la vita a tutti.
Basta guardare agli ultimi anni che il mondo ha vissuto.
Non che prima fossimo in un Eden, ma almeno si poteva ancora coltivare la speranza. Ora nemmeno più quella.
Scusa la digressione.

L’ultimo atto del soldato della poesia, gettarsi contro il nemico per farsi uccidere e, rivolto al suo amico ucciso dirgli che avrebbero meritato di vivere in un’altra Terra, con altri Uomini e con un altro Dio, è anche il mio pensiero. Forse pessimista ma, come Giordano Bruno, amo credere nell’esistenza di altri infiniti pianeti dove noi, come molecole, possiamo replicarci e vivere in maniera diversa.
E magari esserne addirittura consapevoli.

Si salveranno solo coloro che resisteranno e disobbediranno a oltranza, il resto perirà.
(Apocalisse di S. Giovanni)

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