Nel pollaio nessuno aveva mai visto niente del genere. Una mattina, vicino al fienile, era comparso un enorme tubo, un silos, un contenitore alto come il cielo della fattoria. Non era lì il giorno prima. Nessuno aveva sentito ruote, passi, trattori. Era semplicemente apparso.
In basso, a portata di becco, tranne che per le galline nane — che fissavano affascinate il punto più in alto del tubo, dove il margine si confondeva col cielo — c’era un pannello pieno di pulsantini, led che strisciavano su barrette con lucine che andavano dal blu, al verde, al giallo e rosso. Su un lato c’era una tastierina piena di simboli. Le galline, i galli e i polli riuscivano a leggerlo, sì, perché decifravano gli impulsi e quei grafemi secondo il crestico antico: la lingua sacra dei polli, ma non a capirlo. E soprattutto non riuscivano a interagire davvero: premevano, tastavano, picchiettavano, ma quell’attrezzo non rispondeva.
Da quel momento il pollaio smise di essere un pollaio. Diventò un laboratorio, un campo di battaglia, un luogo di culto.
— Ah, ne ho vista di roba simile, io, in Patagonia, —
disse il gallo Araucana; mentre attraversava tutta l’aia gonfiando il petto come se stesse attraversando mezzo mondo.
— Pare che voi non abbiate decifrato i segnali delle scie del cielo, — ribatté il galletto Amburghese.
— È da giorni che ve lo dico: si stanno preparando, è un complotto e questa cosa è un’arma chimica. —
— È vero! L’altoparlante l’ha detto ieri, — intervenne il gallo Livornese, quello che si dava sempre arie da manager e cercava di dare ordini a tutti.
— Voi non ascoltate mai le direttive. DA OGGI IL SISTEMA VERRÀ SOSTITUITO CON L’INTEGRAZIONE DI PROCESSI AUTOMATIZZATI, L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE SOSTITUIRÀ LE MANSIONI GENERALI DI APPROVVIGIONAMENTO, APERTURA DEI CANCELLI ECC. ADEGUATEVI AL SISTEMA! L’altoparlante ha detto questo! Parola per parola! —
— Ma sticavoli der sistema, ma che stai a dì, — sbottò lo scodato, er gallo de Casal Bruciato. Scosse la cresta, si rimboccò le maniche e si avvicinò al pannello.
— Mo te faccio vede io. A Romolè, vamme a pija la cassetta dei ferri e passame ’n cacciavite. Eppoi va a cercà tu sorella, quella sta sempre su quer palo a cincischià.
Intanto che er gallo de Casal Bruciato esplorava viti e contatti, alcune galline giravano in tondo, studiavano il pannello da una distanza di sicurezza, come se un alieno dovesse sbucare fuori da un momento all'altro. Le Padovane progettarono attacchi diagonali a sorpresa. Le galline Siciliane tentarono di scardinare il pannello con il becco.
Le galline Moroseta, tutte piume e misticismo, crearono un gruppo solitario in un angolo remoto. Fondarono una congregazione di preghiera permanente. Lì, sul momento, decisero orari e cicli di rosario a quattordici grani per invocare l’aiuto divino.
Intanto Agrippina, la sorella di Romoletto, più curiosa che coraggiosa, osservava tutto dall’ultimo palo dello steccato: quello più alto, quello più lontano da tutti e da tutto. Gli altri e le altre, spesso, la guardavano storto: — Che bisogno c’è di volare così in alto? Siamo polli. Le zampe servono per razzolare. — Ma lei non ci faceva caso: era una scodata, razza rustica del Lazio, sì, ma…
Lei guardava il silos. “Bello è bello,” pensava. “ ’Sto colore uguale a quello der cielo che se fonde co’ la natura come ’na lucetta che s’arende ar sole. Ma a me non me freghi: domani diventi plastica buttata, ’na robbaccia che manco er tempo te se vole portà via. Vale più un sasso invece: lo rigiri e almeno sotto ce trovi un verme che lavora, senza sta’ la… a fa’ tanto er fenomeno.”
Nel pomeriggio, dopo ore di tentativi, nessuno aveva capito nulla. Il logo sulla fiancata dell’enorme coso era stato decifrato dal gallo Araucana: lo stesso disegno era sui sacchi di grano che veniva sparso sulle mangiatoie delle mucche.
Scodato, il gallo de Casal Bruciato, era già steso dalla fatica e non aveva combinato niente.
— A Romolè, metti apposto i ferri e nnamose a riposà va’. Ma quella matta de tu sorella, ndò sta? Mannaggia la pupazza, se la becco la sistemo io, la sistemo. —
Romolè non rispose, si limitò a dare un’alzata di spalle e muto seguì il padre.
Le ore passavano e tutti rimuginavano sul logo stampato sul fianco del silos, sui segnali colorati dei led, sui simboli indecifrabili sulla tastierina nonostante il crestatico antico. Forse lì dentro c’era del cibo? Forse grano? Ma nessuna idea si trasformò in azione.
La popolazione del pollaio, stremata dal troppo pensare, si addormentò lì, sotto il pannello misterioso, per il sonnellino pomeridiano.
Agrippina, intanto, per non farsi trovare da suo padre e da Romoletto, passava dal suo posatoio sul palo, ai rami lontani del ciliegio in fiore che spingeva, con il suo tronco, la rete di confine dell’intera fattoria.
Dall’alto della sua postazione notò qualcosa, che oltre alla curiosità, la natura l'aveva dotata di una vista da aquila. Scese dal palo, si avvicinò all’enorme recipiente senza dare nell’occhio. Osservò da vicino il materiale poroso e scoprì una sottile crepa, una linea nella giuntura della plastica azzurra. Era una fessura minuscola che probabilmente correva per tutta l’altezza, ma che finiva in basso a formare un buchino quasi invisibile. E dentro, incastrato nei bordi, c’era un chicco di grano.
Si assicurò che nessuno la guardasse, prese un bastoncino e allargò il buchino quel tanto che bastò per far cadere due o tre grani. L’idea arrivò come un lampo: una ciotolina, un altro colpo di bastoncino, il buco un po’ più largo, la ciotola si riempì. Poi un sassolino del diametro giusto per richiudere tutto. Mangiò a sazietà. Si leccò il becco. E se ne tornò sul suo palo a riposare.
Il sole calava dietro la collina come sempre, ma quel pomeriggio, tra i polli, i galli e le galline serpeggiava una sensazione strana. Non era paura, non era fame, non era stanchezza. Era qualcosa di più sottile, una specie di prurito nella mente. Avevano riposato, sì, ma il sonnellino non li aveva ristorati: quel dormiveglia pomeridiano li aveva lasciati con una intuizione latente che non riuscivano a trattenere. Si svegliarono uno alla volta, scuotevano la cresta, si guardavano attorno come se il mondo fosse diverso. Si osservavano disorientati, con quella tipica espressione da polli che non sanno cosa sta succedendo ma sentono che sta succedendo qualcosa.
Mentre il cielo diventava blu scuro, non parlavano, non mangiavano, e nel silenzio quella sensazione cresceva, si allargava, diventava un incanto collettivo.
All’improvviso, una voce roca ruppe l’estasi mistica.
— Agrippinaaaaa, se stasera non torni a casa, appena te pijo t’arivorto come ’na carzetta. A Romolè, valla a pija tu, peppiacere, che stanotte a quella se la magna la faina.
— Uffaaa, mammagari se la magna sta faina. Na vorta pe tutte ce la levamo dammezzo i piedi, ’sta scema!
Poi silenzio.
E si rimisero tutti a dormire.
Quella notte, mentre tutto il pollaio russava, chi vicino al silos, chi sul proprio scranno, nessuno vide chi si avvicinò al pannello. La luna illuminava appena la plastica e l’ombra furtiva scomparve in un secondo.
Il mattino dopo, attaccato storto con un grumo di fango, sul pannello luccicante c’era un foglietto. La popolazione lo vide mentre, ancora mezza addormentata, si stava stiracchiando e avvicinando.
Romoletto arrivò per primo, staccò il foglietto e lesse a voce alta:
— Chi aspetta er chicco campa de chiacchiere e more de fame, co’ l’occhi rivolti a chi nun je risponde. Chi cerca er buco s’inventa, s’infila, s’empegna, alla fine più de chi predica magna. —
Pasquino ve lo dice chiaro.
— E mo? Che sarebbe sto Pasquino? — disse Romoletto, guardando suo padre zampettare di corsa verso di lui. Lo scodato de Casal Bruciato bestemmiò in romanesco, perché quel dialetto… ma disse subito: «Oh, io c’ho solo du’ fiji: Romoletto, che stava a dormì co’ me, e quella scema che sta sempre sur palo.» E infatti, tutti si voltarono: Agrippina stava proprio là, con la sua aria da tonta.
Nessuno ne sapeva niente. Pasquino? Mai sentito… Qualcuno giurò di aver visto un’ombra. Qualcun altro disse che era stato solo il vento. Il gallo Livornese parlò di sabotaggio, dei poteri forti. Le Moroseta lo considerarono un segno divino. Nessuno aveva idea di chi fosse Pasquino e quella mattina erano troppo stanchi: troppo confusi, troppo presi dai tentativi di decifrare le parole dell’altoparlante, tradurre i simboli dal crestico antico, monitorare il pannello, il logo…
All’improvviso, un fischio metallico fece sobbalzare tutti. Quelli ancora mezzo addormentati sbatterono le ali, qualcuno beccò il terreno per riflesso.
Dal tetto del silos tremante si sollevò un tubo. Si allungò, si piegò, si aprì in una tromba rivolta verso il centro dell’aia.
TZAC. TZAC. TZAC.
Tre scatti secchi, e dalla tromba vennero sputati semi. Una pioggia breve, precisa, cinque secondi appena. Poi tutto tacque: il tubo si ritirò, il pannello si spense, il silos tornò immobile come se non fosse mai successo nulla.
Galli, galline e polli restarono immobili. Stupiti. Occhi fissi e becco aperto.
Una vecchia gallina, la scodata Tiburtina, una all’antica che — chissene frega der pannello, der silos, basta che se magna — ruppe il sortilegio: «Cooooooccodè… cooooo… coccodè…» E cominciò a beccare i semi sparsi sul terreno.
Gli altri si misero a beccare anche loro: in fondo avevano cercato la risposta a un enigma che non avevano risolto ma che non serviva più risolvere per il momento.
Da quel giorno la storia si ripeté ogni mattina. La tromba saliva, sputava semi, si ritirava. Le galline mangiavano. Poi passavano il resto della giornata a studiare il pannello, a premerlo, a pregarlo, a supplicarlo, a insultarlo, a interpretarlo, fino a quando un giorno non apparve una grata a maglia fitta che impedì loro l’accesso al pannello. Potevano continuare a guardarlo, vederlo in azione, calcolare i tempi delle lucine rosse di quelle blu e gli altri colori, potevano stare lì a illudersi di avere in mano il senso di quel marchingegno. Di farne parte addirittura. E forse avevano ragione, perchè senza di loro non avrebbe avuto motivo di stare lì.
Agrippina, no. Lei mangiava quando voleva grazie al suo segreto. E se qualcuno mai gli avesse chiesto: «Perché non hai avvertito gli altri della tua scoperta?» avrebbe risposto soltanto:
«Eh!…conosco i miei polli.»
Poi avrebbe camminato verso lo steccato fino al suo palo preferito, e, saltellando con grazia, sarebbe andata ad appollaiarsi su uno dei rami assolati del ciliegio, quelli lontano dal confine. Se ne sarebbe stata lì, a osservare, da fuori del recinto, il brulicare quotidiano del sistema fattoria.