[Lab 20] Sulle strade del tempo

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Alice era uscita tardi dal ristorante e aveva attraversato il centro storico a piedi. La macchina, parcheggiata lontano, la costringeva ora ad addentrarsi nelle prime vie della periferia. Mentre le oltrepassava non si guardò nemmeno attorno, verso gli altri marciapiedi. Così non si accorse di quei due ragazzi, fino a quando non la superarono sfrecciando sul loro monopattino. Quello davanti guardò la strada e rallentò. Quello dietro, invece, si girò più volte verso di lei. Ma ora Alice non poteva più cambiare strada. Avrebbe dovuto notare prima anche la macchina che stava ferma in fondo alla via, con il motore al minimo.
“Dammi tutto quanto: soldi, cellulare, anelli. E non fiatare.” Uno dei due, venendole incontro, le puntò addosso la canna di una pistola. L’altro, il palo, si guardava attorno, attento. Lei ubbidì nel silenzio irreale della via deserta.
“La borsa. Dammi anche quella,” aggiunse l’uomo. Visto che lei continuava a frugarci dentro, lui la guardò perplesso. Nel panico, ciò che sfiorava nella borsa finiva a terra, nel buio. Se solo quella sera non avesse deciso di rinunciare all’invito di Irene, non si sarebbe trovata in quella situazione. 

La mattina presto si alzò in preda all’agitazione. L’odore frollato del vassoio di carne nel frigo le fece ribaltare lo stomaco. Si portò la mano alla bocca, soffocando un conato di vomito e sbattendo lo sportello. Come si può solo pensare di mangiare qualcosa del genere? In mano le era rimasto il cartone del latte: lo appoggiò sul tavolo e decise di ignorare la nausea. Si concentrò invece sul rumore del caffè che saliva nella moka e ingoiò in fretta i biscotti. I suoi pensieri vagavano già fuori da lì. Sul frigo lesse sovrappensiero la scritta sulla lavagna magnetica: chiamare Irene.
Già, Irene. Doveva uscire proprio con lei quella sera. Afferrò il cellulare e inserì veloce il promemoria di chiamarla dopo. Se l'avesse fatto ora non avrebbe risposto: di sicuro stava ancora dormendo. Chissà dov’era andata la sera prima.
Non avevano proprio nulla in comune. Per prima cosa Alice era etero, mentre Irene era lesbica. E ancora lei era introversa, mentre la sua amica era l’opposto: sempre alla ricerca della donna giusta, chiariva, ma non portava mai quelle storie fino in fondo. Diceva che nessuna aveva quel qualcosa di speciale e quindi doveva sempre conoscere persone nuove. Forse in questo erano simili: entrambe cercavano una persona perfetta che non avrebbero mai trovato. Però essere amiche da una vita le aiutava a fingere di non essere sole. Eppure il tempo era passato. Alcuni dei loro vecchi amici e amiche non si facevano più sentire: avevano preso altre direzioni. Solo loro due continuavano a comportarsi come se nulla fosse mai cambiato. O forse quello che stavano cercando in realtà era una persona che le aiutasse a cambiare? Non è così, Alice? Quella vocina nella sua testa cominciava a essere fastidiosa.
All’improvviso decise di non aspettare a chiamarla, ma di mandare subito un messaggio: alla peggio l’avrebbe letto appena si fosse svegliata.
Stasera a che ora ci vediamo e dove?
Era già sulla porta di casa, pronta e vestita per uscire, quando il cellulare suonò.
In centro, ti porto in un posto nuovo. Cucina vegetariana! Ti faccio pure conoscere Ilaria. Dovrebbe portare qualcuno per te, così non rimani sola ;-P
Alice roteò gli occhi esasperata, pigiando sullo schermo:
Sono stufa di fare il terzo incomodo!
I tre pallini rimbalzarono per un tempo infinito.
Vedrai, questa volta me lo sento: è unə speciale. Dopo ti mando l’ora e il posto.
Alice tentennò. Poi decise che, tutto sommato, quello sarebbe stato il giorno giusto per iniziare a non mangiare più carne.
Ok, vengo. 

Quella sera non avrebbe dovuto uscire da sola. Il ladro la stava sorvegliando nel buio, mentre lei si sfilava l’orologio. All’improvviso il palo sobbalzò allarmato. Sentirono il rumore di passi da una stradina laterale. L’uomo più vicino allora le afferrò la borsa con forza e la strattonò. Sentirono appena il fischio delle gomme che ripartivano in fondo alla strada. Alice cercò di rimanere in equilibrio, ma cadde a terra.
Rimbalzò sulla schiena e tutto le si fece nero. Non aveva battuto la testa, almeno. Rimase immobile: la pavimentazione fredda là sotto era quasi un sollievo per il dolore. Aveva paura ad aprire gli occhi.
“Mi sente? Si è fatta male? Chiamo l’ambulanza?” le chiese una voce sconosciuta lì accanto.
Alice strinse gli occhi, fino a vedere lampi di luce sotto le palpebre. Poi prese coraggio e li aprì. 
Chino su di lei, nel buio, c’era un uomo; poco più indietro qualcun altro stava parlando al telefonino.
“Sì, mi sembra cosciente, credo di sì,” spiegava ai soccorsi.
“Sto bene, non mi sono rotta niente,” obiettò lei, rivolta alla voce.
“Ce la fai ad alzarti?” le chiese.
“Mi aiuti?”
La sostenne, mettendola seduta. Poi, agganciandola sotto le ascelle, la rimise in piedi. Lei si raddrizzò del tutto, ancora dolorante e, alla luce fioca dei lampioni sul marciapiede opposto, si trovò a guardarlo negli occhi. Lui la stava fissando preoccupato. Alice scordò il dolore.
“Piacere, mi chiamo Giacomo,” le disse. “Ho visto che hai fatto proprio una brutta caduta.” Sembrava sinceramente preoccupato.
Lei sorrise intimorita, ma non gli rispose. Per un istante si vide davanti a quell’uomo, nella sala d’attesa ben illuminata di un pronto soccorso. Si irrigidì, stupita. Non poteva essere: non lo aveva mai visto prima.
“Posso almeno accompagnarti a casa?” le chiese l’uomo, a bruciapelo.

Alla fine aveva dato retta a Irene. Lei le aveva mandato posto e ora dell’incontro: un ristorante in pieno centro. Uno di quei posti aperti da poco e già molto alla moda. L’amica di Irene — Alice non si ricordava nemmeno più il suo nome — era addirittura vegana: come il ristorante. Il suo amico, invece, aveva dato buca e Alice si era trovata a reggere il moccolo, come al solito. E poi avrebbe dovuto fingere di essere vegetariana. Dopo però, quando fosse rientrata a casa, avrebbe telefonato a Irene e si sarebbe fatta raccontare per filo e per segno com’era andata.
Almeno il ristorante non era stato per niente male. Alice decise che avrebbe buttato via non solo il vassoio andato a male, ma anche tutto il resto della carne che aveva in frigo. D’altra parte l’aveva sempre mangiata solo per dare retta a sua madre, fin da piccola. Mica avrebbe voluto che le mancassero le vitamine? Ma sua madre ormai era morta da anni e non si sarebbe più potuta offendere se Alice avesse deciso con la propria testa.
Accelerò il passo: si era persa in quei pensieri, mentre là davanti Irene e la sua amica la stavano seminando, camminando a passo spedito e parlottando fitte fitte, sulla via del ritorno.
Le osservò ridere con una stretta di solitudine e di gelosia. 
Per questo nessuna di loro notò l’uomo con il coltello, quando sbarrò loro la strada. Urlava frasi sconnesse, mentre mimava dei fendenti nell’aria. Irene e l’altra arretrarono subito e Alice se lo ritrovò che le alitava sulla faccia. Sentì solo la lama fredda graffiarle il braccio, mentre l’uomo l’assaliva. Le altre due erano rimaste impietrite.
All’improvviso passi pesanti di corsa e altre urla. Minacce. Il rumore concitato di un inseguimento nel buio. L’assalitore che scappava. Seguì il silenzio.
Fu allora che Alice sentì il sangue che scorreva bagnato sul braccio, a fiotti. Svenne.
Quando si svegliò, ben distesa su una barella, era in un freddo corridoio d’ospedale. Qualcuno le aveva infagottato il braccio in una medicazione. Pulsava tutto. 
Un infermiere le si avvicinò. “È solo un graffio,” la rassicurò, aiutandola a rialzarsi, “nulla di grave.”
Le spiegò come medicarsi la ferita e poi le mise tra le mani le dimissioni, indicandole la porta più vicina. Lei l’attraversò da sola, con il foglio spiegazzato. Era ancora frastornata.
Nella sala d’attesa Irene e la sua nuova amica la aspettavano, mano nella mano. Che tenere. Avevano le espressioni sconvolte di chi si sente in colpa e ad Alice venne naturale sorridere. Ma un movimento sbagliato le trasformò il sorriso in una fitta di dolore. Esibì loro una smorfia.
“Stai bene?” le chiese Irene, gli occhi cerchiati che si spalancavano per il rimorso.
Alice annuì.
L’amica di Irene si alzò e si avvicinò timorosa. Dietro di lei venne avanti un uomo che Alice non aveva mai visto prima.
“Piacere,” fece lui, “Giacomo: l’amico che vi ha dato buca stasera. Per fortuna avevo deciso di raggiungervi subito dopo cena. È stato un caso che sia arrivato quando siete state aggredite. Almeno ho fatto scappare quel delinquente.” Le sorrise, ma non le porse la mano.
Alice lo guardò negli occhi e provò una fitta improvvisa alla schiena. Sentì come se lui l’avesse sorretta, per aiutarla ad alzarsi. Allora lo fissò per un istante di troppo: lui se ne accorse, ma non abbassò gli occhi. Eppure era certa di non averlo mai visto prima e per qualche strano motivo ora la ferita le faceva meno male. 

Quando Alice rientrò in casa le stanze le erano estranee. Diverse da come le aveva abitate prima d’ora. Era strano passare anni interi senza un solo cambiamento e poi, nell’arco di una sola notte, sentire quel pavimento scambiarsi con il soffitto. Faceva girare la testa. Appoggiò sul comodino il foglietto con il numero di cellulare di Giacomo. Prima lui aveva insistito per accompagnarla dai carabinieri a fare denuncia e dopo l’aveva portata a casa facendosi promettere che si sarebbero sentiti l’indomani. Non l’aveva mollata un attimo, ma Alice l’aveva lasciato fare. Mentre stiracchiava i piedi fuori dal bordo del materasso, li sentì sfiorare tempi e luoghi differenti. 
Allora li sistemò sotto le coperte e si addormentò.
E sognò se stessa, mentre cercava di prendere sonno senza riuscirci. Sul comodino non c’era più il foglietto con il numero di telefono di Giacomo. Non l’aveva invece segnato, in cima, sulla rubrica del cellulare? Si rigirava nel letto e lasciava fluire i propri pensieri, lisci come ciottoli di fiume, in una corrente che non lasciava tracce, ma premeva in avanti. Il corpo si abbandonò in quel tempo quasi imperfetto.
When people talk, listen completely. Most people never listen. - E. Hemingway

Re: [Lab 20] Sulle strade del tempo

2
Ciao @Strikeiron,
il tuo racconto ha una forte atmosfera evocativa e un centro narrativo più sfuggente. 
Il personaggio di Alice mi è piaciuto nella sua quotidianità: appare credibile e sfaccettato. Il suo sentirsi ferma mentre il resto del mondo va avanti è reso con una voce autentica.
Secondo me il punto forte del racconto non è tanto la trama quanto la capacità di raccontare una vita in equilibrio precario prima del cambiamento. Il tempo sembra immobile, quasi cristallizzato, per poi rimettersi in movimento insieme al destino.
Se ho interpretato correttamente il testo, un po' come in Sliding Doors, vengono mostrate due possibilità alternative. La prima, quella della rapina, sarebbe una realtà che non si realizza, ma che lascia in Alice una sorta di eco, di déjàvu. 
Grazie a questo continua a percepire Giacomo prima ancora di incontrarlo e, quando finalmente lo vede, il lettore avverte la sensazione che quell'incontro fosse in qualche modo destinato ad avvenire.

Ti faccio una domanda sulla carne, perché mi ha incuriosita. Dal punto di vista della trama, togliendola non sembra cambiare molto. La sua funzione è quella di rappresentare simbolicamente l'evoluzione di Alice? Il passaggio da un'abitudine ereditata dalla madre e da un certo retaggio culturale a una scelta più personale e consapevole?

Mi sono piaciute molto anche alcune immagini, come il pavimento che sembra scambiarsi con il soffitto oppure i pensieri "lisci come ciottoli di fiume". Sono passaggi che contribuiscono a creare quell'atmosfera sospesa che attraversa tutto il racconto.

Re: [Lab 20] Sulle strade del tempo

3
@Didalinda ti ringrazio prima di tutto per le osservazioni e per le impressioni.
Ti rispondo: la carne è un elemento perturbativo nella routine. Un piccolo elemento che sfasa fra le due differenti versioni degli eventi. Ma allo stesso tempo è un pretesto per collegare il particolare del vassoio andato a male nel frigo, con il condizionamento educativo avuto dalla madre. Quella capacità finalmente di scegliere e/o comunque di cambiare idea e, in accordo con questo, vivere una biforcazione diversa.
Nel testo ho cercato anche altri elementi (come la carne) per contaminare le due linee temporali, di modo da dare l'idea che in un unico racconto gli elementi si intrecciano e si ripresentano in permutazioni differenti.
In effetti hai capito bene, è una specie di sliding doors, dove antefatto, flashback etc si sviluppano e si intrecciano in due differenti versioni della realtà: in una Alice esce con Irene, nell'altra esce da sola. Il finale fa convergere gli eventi nello scorrere del tempo.
Quando ho letto il tema di Poldo sul tempo e sul suo scorrere ho pensato subito all'impressione sospesa del tempo che sembra non passare mai e agli eventi che invece lavorano sotto alla nostra percezione della realtà. Sono le mille piccole coincidenze che ci portano verso il nostro destino. Non nel senso che sia immodificabile, ma nel senso che l'immobilismo è solo una suggestione: tutto attorno e dentro di noi cambia, che noi lo vogliamo o meno (e di qui il tema del tempo e delle cose che cambiano). Sono contento che questa atmosfera di sospensione sia passata nel filtro dello scritto.
Grazie! A rileggersi!
When people talk, listen completely. Most people never listen. - E. Hemingway

Re: [Lab 20] Sulle strade del tempo

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ciao @Strikeiron

Caro Strike, sarò diretto e sincero sin dalle prime righe, perché penso che tra amici la franchezza sia il miglior atto di stima possibile: durante la lettura del tuo racconto mi sono perso, e ho provato una forte sensazione di confusione.
Ti sei lanciato in un’impresa narrativa basata su un impianto a bivi temporali simultanei — una sorta di Sliding Doors — ma devo dirti che, a mio avviso, questa si è rivelata una scelta infelice. L’idea di mostrare come una singola decisione (accettare o meno l’invito di Irene) crei due realtà parallele che portano comunque Alice a incontrare Giacomo è affascinante sulla carta, ma nella pratica ha finito per soffocare la storia. Come lettore mi sono sentito continuamente scagliato da una periferia buia a una mattina in cucina, da un ristorante a un'aggressione, senza mai capire se fossi dentro un flashback, un sogno o un universo parallelo. Quando la struttura diventa un caos che richiede uno sforzo di decifrazione continuo, il patto narrativo si rompe.
La verità è che hai cercato di applicare alla pagina scritta un meccanismo che appartiene intrinsecamente al mezzo cinematografico o televisivo, e che in letteratura funziona raramente se compresso in uno spazio così breve. Al cinema l'effetto sdoppiamento è immediato, naturale e quasi indolore per lo spettatore: al regista basta un cambio di luci, un taglio di capelli diverso o una tonalità cromatica della pellicola per far capire in un millisecondo dove ci troviamo. La televisione ha il superpotere dell'immagine. La letteratura no. Sulla pagina scritta abbiamo solo le parole, e costringere il lettore a un esercizio filologico per ricostruire i pezzi di un puzzle senza bordi chiari toglie ogni piacere alla lettura.
A questo punto mi pongo una domanda radicale: tutta questa impalcatura è stata davvero utile alla storia? Secondo me no. E la prova lampante di questa fragilità sta proprio nel modo in cui hai gestito le due aggressioni, dove la logica e la geometria spaziale purtroppo fanno acqua da tutte le parti.
Guarda cosa succede: nella prima realtà siamo in una periferia deserta, i ladri arrivano su un monopattino elettrico, rapinano Alice e poi scrivi che si sente “il fischio delle gomme che ripartivano”. Ma le gomme di cosa? Del monopattino? Avevi accennato a un'auto in fondo alla via, ma il legame non si capisce e l'azione si ingorga. Nella seconda realtà, invece, siamo in pieno centro storico, in una via affollata e alla moda, e spunta un folle solitario con un coltello che urla e ferisce Alice mentre le amiche restano impietrite e nessuno interviene, se non il solito Giacomo che – guarda caso – passava di lì a piedi proprio in quel secondo esatto.
Vedi dove sta l'errore di fondo? In un gioco di specchi paralleli, la matrice dell'evento dovrebbe essere la stessa. Cambiando radicalmente lo scenario (periferia vs centro), le armi (pistola vs coltello) e la tipologia di criminali (rapinatori lucidi vs pazzo scatenato), non stai più mostrando le conseguenze di un bivio del destino. Stai semplicemente usando l'aggressione come un "espediente shock" forzato, quasi un trucco da fotoromanzo, solo per far fare a Giacomo la figura dell'eroe e costringerlo a conoscere Alice. Ma la fretta di unire i due personaggi ti ha fatto perdere il controllo della verosimiglianza e della coerenza interna delle due scene.
Per raccontare come le scelte influenzino la vita di Alice, la letteratura possiede già un arsenale di strumenti infinitamente più adatti alla parola rispetto alla simultaneità degli universi paralleli: pensa alla forza di un rimpianto accennato, a un flusso di pensieri, a un flashforward gestito come presentimento o persino a un sogno premonitore.
Il materiale buono c'era: alcune immagini — come l’odore frollato della carne nel frigo o la bellissima riflessione finale sulla corrente del tempo che preme in avanti — dimostrano la tua sensibilità. Ma se deciderai per testardaggine di mantenere questo impianto così visivo e "televisivo", avrai bisogno di governare la struttura con una precisione chirurgica. Se vuoi approfondire e fare una ricerca su come gestire la narrazione a bivi nella scrittura, ti consiglio di andare a studiare e applicare tre concetti cardine della tecnica narrativa:
  • I dettagli-faro (o simmetrie visive e oggettuali): È la tecnica che permette di utilizzare oggetti-simbolo o elementi sensoriali ricorrenti per differenziare i due mondi. Se sullo schermo si usano i colori, sulla pagina scritta servono dettagli gemelli (un orologio che in una realtà viene rubato e nell'altra si ferma, o condizioni meteo speculari) per fungere da coordinate geografiche ed emotive per chi legge.
  • Il punto di sdoppiamento (o punto di divergenza): È lo snodo strutturale esatto in cui la trama si biforca (l'equivalente letterario del treno che chiude le porte in Sliding Doors). Questa tecnica richiede che il momento del bivio sia chiaramente identificato e che la struttura grafica o testuale metta il lettore nella condizione di capire dove finisce una linea e dove comincia l'altra, eliminando l'effetto nebbia.
  • La logica dei nodi narrativi (o coerenza dei punti di contatto): Quando due linee parallele si incrociano nuovamente nello stesso punto (come l'incontro con Giacomo), la logica degli eventi deve tenere in entrambi gli universi. Questa tecnica studia come giustificare la presenza di un personaggio in due contesti diversi senza creare forzature o incongruenze (come Giacomo che spunta dal nulla sia in periferia che in centro) che spezzino la sospensione dell'incredulità.
Hai un'ottima penna e sai creare atmosfera, Strike, ma il mio consiglio è di non farti intrappolare dalle gabbie strutturali che non puoi controllare. Libera i personaggi, ripulisci le scene madri e dai loro il giusto percorso narrativo. Ciao
DISVANGELO: Il Regno Dei Cieli è Già Tra Voi
Viaggio sconsolato tra i ricordi dello Stato.
Io malata in fuga.

Re: [Lab 20] Sulle strade del tempo

5
@bestseller2020 

Accidenti non avrei mai pensato di averti fatto arrabbiare tanto!
In realtà se devo spiegarlo vuol dire che non sono stato abbastanza chiaro nella costruzione (mea culpa).
I pezzi qui erano così:

1) medias res
2) flashback
3) intermezzo 1
4) intermezzo 2
5) finale

Una linea temporale (Alice non esce con Irene) sono i punti 1 e 3; l'altra linea temporale (Alice esce con Irene) sono la 2 e la 4. La mia intenzione era che il flashback, contraddicendo la linea temporale del medias res introducesse quasi subito nel paradosso delle due realtà alternative. Il finale invece è, per così dire in comune, dove una linea temporale è la realtà e l'altra linea temporale è onirica, nel sogno. Entrambe convergono allo stesso finale.
Le due realtà parallele le ho fatte rimpallare tra loro pensando (ed evidentemente sbagliando) che la costruzione narrativa acquistasse maggiore profondità dalle due linee.
Per quanto riguarda la tipologia delle aggressioni: la macchina. La sequenza è questa: i due rapinatori con il monopattino la bloccano lungo la via, mentre la macchina serve per bloccare l'accesso alla via ad altre macchine. Come lo so? Ho subito una rapina del genere a Otranto, personalmente, e l'ho scampata perché intuendo la meccanica ho tirato fuori il cellulare ed ad alta voce ho finto di parlare con i carabinieri. In un attimo il monopattino era sparito e la macchina in fondo alla strada si era dileguata. Per me che l'ho vissuta mi era chiaro in mente, per come l'ho descritta l'ho resa troppo ellittica.
Per quanto riguarda l'altra aggressione, sì in effetti è venuta com'è venuta, ma più in là faccio dire a Giacomo che la sua apparizione non era stata casuale: un po' in colpa per aver dato buca alla cena si era presentato dopo e quindi questo escamotage permette "l'irruzione" deus ex machina nel racconto. L'ho lasciato così perché mi sembrava lineare che fosse la casualità stessa la matrice degli eventi. Collocazione diversa, personaggi diversi, ma che portano un pezzetto dopo l'altro a convergere nel finale. Evidentemente sono stato "leggero" e non sono stato capace in questa mia costruzione.

Capisco il tuo discorso sul conoscere le regole narrative. Da qualche parte ho letto (non mi ricordo dove) che le regole vanno sempre conosciute, soprattutto quando si decide di infrangerle. Per quanto riguarda la tua franchezza non mi aspettavo nulla di meno e sinceramente preferisco che uno dica quello che pensa (senza essere maleducato ovviamente e tu non lo sei stato, affatto); cercherò anch'io di essere altrettanto franco, anche dovesse costarmi una maggiore attenzione e diverse riletture, perché mannaggia io sono qui per imparare: da me stesso e dagli altri.
Dimenticavo: mi hanno fatto molto piacere i tuoi apprezzamenti, grazie.
Ciao
When people talk, listen completely. Most people never listen. - E. Hemingway

Re: [Lab 20] Sulle strade del tempo

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Ciao @Strikeiron
Il tuo racconto è strano e sperimentale, eppure, a me non è dispiaciuto. L'ho trovato godibile e, anche se un po' contorto, abbastanza chiaro. A differenza di alcuni tuoi lavori precedenti che ricordo sempre un po' prolissi questo, anche per il taglio più Urban che hai voluto dare al racconto, scorre senza intoppi, ha un buon ritmo. L'analisi feroce dell'amico bestseller è condivisibile, soprattutto per quel che concerne l'analisi cinema vs letteratura, eppure tutto sommato non invalida il senso (coraggioso) del tuo racconto. Inoltre, trovo che l'argomento del contest - sia a livello formale, sia a livello sostanziale - sia stato rispettato, hai voluto percorrere un terreno scivoloso, ma io apprezzo la temerarietà... Nel complesso un buon lavoro, a rileggersi
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Re: [Lab 20] Sulle strade del tempo

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Strikeiron wrote: “Dammi tutto quanto: soldi, cellulare, anelli. E non fiatare.” Uno dei due, venendole incontro, le puntò addosso la canna di una pistola. L’altro, il palo, si guardava attorno, attento. Lei ubbidì nel silenzio irreale della via deserta.
“La borsa. Dammi anche quella,” aggiunse l’uomo. Visto che lei continuava a frugarci dentro, lui la guardò perplesso. Nel panico, ciò che sfiorava nella borsa finiva a terra, nel buio. Se solo quella sera non avesse deciso di rinunciare all’invito di Irene, non si sarebbe trovata in quella situazione. 

La mattina presto si alzò in preda all’agitazione. L’odore frollato del vassoio di carne nel frigo le fece ribaltare lo stomaco. Si portò la mano alla bocca, soffocando un conato di vomito e sbattendo lo sportello. Come si può solo pensare di mangiare qualcosa del genere? In mano le era rimasto il cartone del latte: lo appoggiò sul tavolo e decise di ignorare la nausea. Si concentrò invece sul rumore del caffè che saliva nella moka e ingoiò in fretta
Dato l'ncipit e lo stacco, si presume che tu parli della mattina del giorno della rapina, non di quella successive, e avresti sbagliato (secondo me), in tal caso, a usare il passato remoto. Dovresti usare il trapassato prossimo, così:

- La mattina presto si era alzata in preda all'agitazione.

Non trovi? E, a seguire, tutti i verbi del paragrafo. E oltre, se la vicenda che narri precede il tentativo di rapina precedente.
Strikeiron wrote: Sun May 31, 2026 10:30 amAll’improvviso il palo sobbalzò allarmato.
Ti suggerisco una virgola dopo "All'improvviso" e il "palo" in corsivo.
Strikeiron wrote: Sun May 31, 2026 10:30 amQuella sera non avrebbe dovuto uscire da sola. Il ladro la stava sorvegliando nel buio, mentre lei si sfilava l’orologio. All’improvviso il palo sobbalzò allarmato. Sentirono il rumore di passi da una stradina laterale. L’uomo più vicino allo
Non capisco che sono i soggetti che "sentirono".
Strikeiron wrote: Sun May 31, 2026 10:30 am“Sto bene, non mi sono rotta niente,” obiettò lei, rivolta alla voce.
“Ce la fai ad alzarti?” le chiese.
“Mi aiuti?”
La sostenne, mettendola seduta. Poi, agganciandola sotto le ascelle, la rimise in piedi. Lei si raddrizzò del tutto, ancora dolorante e, alla luce fioca dei lampioni sul marciapiede opposto, si trovò a guardarlo negli occhi. Lui la stava fissando preoccupato. Alice scordò il dolore.
“Piacere, mi chiamo Giacomo,” le disse. “Ho visto che hai fatto proprio una brutta caduta.” Sembrava sinceramente preoccupato.
Lei sorrise intimorita, ma non gli rispose. Per un istante si vide davanti a quell’uomo, nella sala d’attesa ben illuminata di un pronto soccorso. Si irrigidì, stupita. Non poteva essere: non lo aveva mai visto prima.
“Posso almeno accompagnarti a casa?” le chiese l’uomo, a bruciapelo.
Qui, appare un uomo di nome Giacomo a salvare Alice, ad aiutarla, mentre lei pensa di averlo già visto a un Pronto soccorso...
Strikeiron wrote: Sun May 31, 2026 10:30 amDietro di lei venne avanti un uomo che Alice non aveva mai visto prima.
“Piacere,” fece lui, “Giacomo: l’amico che vi ha dato buca stasera. Per fortuna avevo deciso di raggiungervi subito dopo cena. È stato un caso che sia arrivato quando siete state aggredite. Almeno ho fatto scappare quel delinquente.” Le sorrise, ma non le porse la mano.
Alice lo guardò negli occhi e provò una fitta improvvisa alla schiena. Sentì come se lui l’avesse sorretta, per aiutarla ad alzarsi. Allora lo fissò per un istante di troppo: lui se ne accorse, ma non abbassò gli occhi. Eppure era certa di non averlo mai visto prima e per qualche strano motivo ora la ferita le faceva meno male. 
Successivamente, fai incontrare i due proprio al Pronto soccorso. Hai rivoltato gli episodi?
Strikeiron wrote: Sun May 31, 2026 10:30 amAllora li sistemò sotto le coperte e si addormentò.
E sognò se stessa, mentre cercava di prendere sonno senza riuscirci. Sul comodino non c’era più il foglietto con il numero di telefono di Giacomo. Non l’aveva invece segnato, in cima, sulla rubrica del cellulare? Si rigirava nel letto e lasciava fluire i propri pensieri, lisci come ciottoli di fiume, in una corrente che non lasciava tracce, ma premeva in avanti. Il corpo si abbandonò in quel tempo quasi imperfetto.
Quale parte del racconto è quella vera e quale quella sognata? @Strikeiron  :grat:

Oppure, parliamo di realtà alternative che dipendono da scelte diverse di Alice?
In tal caso, avresti dovuto premettere un "Se invece" a inizio capitolo, forse...
Di sabbia e catrame è la vita:
o scorre o si lega alle dita.


Poeta con te - Tre spunti di versi

Re: [Lab 20] Sulle strade del tempo

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ciao @Strikeiron
Credo che tutti noi facciamo errori di valutazione e prima di farlo presente a terzi, io sono il primo che li riconosce nei propri scritti. In questo contest anch'io sono stato criptico, e bastava un nome di donna per risolvere il dubbio. Eppure mi sono fidato ben sapendo. Faccio sempre autocritica quando è giusta. Ma detto questo, apprezzo che tu abbia preso in considerazione le mie note. Ma devo integrare il mio commento con un piccolo appunto. Il tuo racconto non si può proprio dire che inizi in medias res.. Inizia descrivendo l'azione in cui si è mossa Irene e così è per gran parte del racconto. Mi aiuteresti a capire dove avresti pensato questo flash, perché io non l'ho trovato. Ma detto questo, giusto per essere costruttivi, vorrei proporti un diverso approccio alla tua idea. Diciamo che impostavi il racconto in medias res spiegando in quattro righe come Irene avesse già passato la vicenda dell'aggressione e si ritrovava a pensare all'incontro di Giacomo: questo come punto di partenza. Da qui partivi col flash back mostrando cosa era accaduto. Poi, partivi con la elaborazione da parte di Irene della versione alternativa.. Ma bisognerebbe essere chiari: la prima fase il lettore deve averla chiara.. Ho notato che Mariangela te l'ha fatto notare:
Poeta Zaza wrote: Quale parte del racconto è quella vera e quale quella sognata? @Strikeiron  :grat:
Ciao a presto 
DISVANGELO: Il Regno Dei Cieli è Già Tra Voi
Viaggio sconsolato tra i ricordi dello Stato.
Io malata in fuga.

Re: [Lab 20] Sulle strade del tempo

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Ciao @Strikeiron

avrei voluto scrivere il commento senza leggere i commenti precedenti, ma, devo dire, che senza leggere tue spiegazioni non avrei capito più di tanto la struttura che hai scelto e che, sulla carta, appare un ottima modalità  originale di affrontare il laboratorio. Ti ho detto sulla carta perché, per qua to riguarda la riuscita finale, credo ci siano aspetti da rivedere. Quando un lettore deve faticare per capire, c’è qualcosa che non funziona. Mi sono chiesta cosa potesse essere e cercò di farti presente le mie perplessità.
 
Il racconto inizia con una scena forte che si svolge nel passato e riesce subito a far entrare il lettore nella scena. Il riferimento al fatto che la situazione di pericolo era dovuta alla scelta di non aderire alla proposta dell’amica, prepara bene la scena successiva che, mi sarei aspettata o formattata in corsivo oppure scritta almeno in un tempo verbale diverso dal precedente. 
Strikeiron wrote: La mattina presto si alzò in preda all’agitazione
Avrei trovato più coerente usare il trapassato prossimo. La mattina si era alzata. Oppure l’incipit poteva essere scritto al tempo presente indicativo. Invece Tendi a mescolare trapassato p. e p.remoto e questo rende poco fluida la lettura.
Strikeiron wrote: Per prima cosa Alice era etero, mentre Irene era lesbica. E ancora lei era introvers
L’intrusione del narratore esterno per comunicare dettagli che alla fine dalla storia non servono, non mi convince.
Strikeiron wrote: Già, Irene. Doveva uscire proprio con lei quella sera. Afferrò il cellulare e inserì veloce il promemoria di chiamarla dopo. Se l'avesse fatto ora non avrebbe risposto: di sicuro stava ancora dormendo. Chissà dov’era andata la sera prima.
Dunque il focus è su Alice ed è Irene a essere uscita la sera prima Chissà dov’era andata la sera prima. A chi ti riferisci? a Irene? Perché nell’incipit descrivi qualcosa che è capitano ad Alice.
Strikeiron wrote: Non è così, Alice? Quella vocina nella sua testa cominciava a essere fastidiosa.
Questa voce interiore di Alice (credo sia lei a porsi questa domanda) non appare coerente con la scelta fatta fino a questo momento di usare un narratore esterno. 
Strikeiron wrote: per te, così non rimani sola ;-P
quella P - refuso
Strikeiron wrote: Alice roteò gli occhi esasperata, pigiando sullo schermo:
Sono stufa di fare il terzo incomodo!
Prima dici che il cellulare suonò e sembra che parlino al telefono,  ma poi sembra che Alice risponda a un messaggio (watthsapp?) visto che tutto si svolge nello stesso momento, forse è utile spiegare che le arriva una notifica sul cellulare da parte di Irene. Anche perché poco dopo si comprende meglio visto che dici 
Strikeiron wrote: tre pallini rimbalzarono per un tempo infinito.
Strikeiron wrote: Vedrai, questa volta me lo sento: è unə speciale. 
Ma Alice non era etero? Perché la necessità di scrivere [font="Open Sans", "Segoe UI", Tahoma, sans-serif]unə?  Perché Irene non esce da sola con la sua nuova amica e ha la necessità di chiamare Alice (che infatti non vorrebbe fare il terzo incomodo)?[/font]

Strikeiron wrote: Non aveva battuto la testa, almeno. Rimase immobile:
[font="Open Sans", "Segoe UI", Tahoma, sans-serif]meglio “era rimasta immobile”.[/font]

Strikeiron wrote: come il ristorante. Il suo amico, invece, aveva dato buca e Alice si era trovata a reggere il moccolo, come al solito. E
[font="Open Sans", "Segoe UI", Tahoma, sans-serif]Forse nel periodo in cui descrivi l’invito di Irene ad Alice manca qualcosa. La nuova amica non avrebbe dovuto essere sola, ma con un ragazzo. Specificandolo prima sarebbe stato tutto più coerente.[/font]

Strikeiron wrote: E poi avrebbe dovuto fingere di essere vegetariana.
[font="Open Sans", "Segoe UI", Tahoma, sans-serif]Che c’entra?[/font]

Alla fine, se comunque l’aggressione avviene in ogni caso, in cosa consiste questa sliding door?  Qual è l’esito diverso dell’episodio? 
Se Alice all’inizio viene aggredita e rapinata e dice che avrebbe dovuto dare resta an Irene e uscire con lei, cosa accade di diverso nell’episodio in cui accetta l’invito? 

Strikeiron wrote: Se solo quella sera non avesse deciso di rinunciare all’invito di Irene, non si sarebbe trovata in quella situazione.

Ci sono tanti argomenti sfiorati, ma in definitiva, si tratta della nascita di una storia d’amore? Cioè il Giacomo sarebbe arrivato comunque (sia che lei avesse deciso di non accettare l’invito, sia nel caso contrario. Ho capito male? 

La storia ha un buon potenziale, ma ci sarebbero degli aggiustamenti da fare per renderla più scorrevole. Su cosa vuoi porre l’accento? Sul cambiamento di Alice (che passa per una scelta alimentare diversa) Sul fatto che l’amore arriva sempre quando il destino lo decide a prescindere dalla situazione? 
Comunque, al di là delle mie perplessità, nel testo ci sono ottimi passaggi e frasi molto belle che restano impresse.




Re: [Lab 20] Sulle strade del tempo

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Poeta Zaza wrote:
Dato l'ncipit e lo stacco, si presume che tu parli della mattina del giorno della rapina, non di quella successive, e avresti sbagliato (secondo me), in tal caso, a usare il passato remoto. Dovresti usare il trapassato prossimo, così:

- La mattina presto si era alzata in preda all'agitazione.

Non trovi? E, a seguire, tutti i verbi del paragrafo. E oltre, se la vicenda che narri precede il tentativo di rapina precedente.
Ciao @Poeta Zaza se avessi messo in trapassato sarebbe sembrato che l'azione fosse contigua al paragrafo precedente e quindi che il flashback si riferisse alla medesima linea temporale. Ho usato il passato remoto, perché in un apparente flashback si distacca e quindi va a segnalare l'altra linea temporale.
Poeta Zaza wrote: Ti suggerisco una virgola dopo "All'improvviso" e il "palo" in corsivo.
Dici? Per il palo in corsivo sono d'accordo con te, ma la virgola dopo "All'improvviso" non stacca troppo l'azione descritta dalla frase?
Poeta Zaza wrote: Non capisco che sono i soggetti che "sentirono".
Tutte e tre le persone presenti: sia Alice che il ladro e il suo compagno.
Poeta Zaza wrote: Qui, appare un uomo di nome Giacomo a salvare Alice, ad aiutarla, mentre lei pensa di averlo già visto a un Pronto soccorso...
Qui ho pensato male la struttura del racconto: è come se in quel momento lei avesse una visione dell'altra linea temporale e lei abbia un momento di stupore, di straniamento in cui realizza che quell'impressione che ha appena avuta non può essere reale perché non l'ha mai visto prima quell'uomo.
Poeta Zaza wrote: Successivamente, fai incontrare i due proprio al Pronto soccorso. Hai rivoltato gli episodi?
No sono due linee temporali differenti. In una l'azione si dirama dal fatto che Alice ha accettato l'invito di Irene, nell'altra non lo ha accettato.
Poeta Zaza wrote: Quale parte del racconto è quella vera e quale quella sognata? @Strikeiron  :grat:
No, sono evidentemente rese male le contaminazioni tra una linea temporale e l'altra: volevo creare un effetto che è quello dei deja vue, i quali sarebbero andati a collegare le realtà

Poeta Zaza wrote: Oppure, parliamo di realtà alternative che dipendono da scelte diverse di Alice?
In tal caso, avresti dovuto premettere un "Se invece" a inizio capitolo, forse...
In realtà ci sto pensando in questi giorni. In effetti al di là delle boe o dei nodi narrativi probabilmente dovevo scegliere un elemento comune ma divergente, come suggerito da bestseller. In quel caso lo straniamento sarebbe avvenuto subito e sarebbe stato più chiaro che erano due linee narrative portate avanti. Allo stesso modo mettendo un perno narrativo sui deja vue probabilmente sarebbero stati anche più chiari i rimpalli narrativi tra una linea temporale e l'altra. 
When people talk, listen completely. Most people never listen. - E. Hemingway

Re: [Lab 20] Sulle strade del tempo

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bestseller2020 wrote: ... Ma devo integrare il mio commento con un piccolo appunto. Il tuo racconto non si può proprio dire che inizi in medias res.. Inizia descrivendo l'azione in cui si è mossa Irene e così è per gran parte del racconto. Mi aiuteresti a capire dove avresti pensato questo flash, perché io non l'ho trovato. Ma detto questo, giusto per essere costruttivi, vorrei proporti un diverso approccio alla tua idea. Diciamo che impostavi il racconto in medias res spiegando in quattro righe come Irene avesse già passato la vicenda dell'aggressione e si ritrovava a pensare all'incontro di Giacomo: questo come punto di partenza. Da qui partivi col flash back mostrando cosa era accaduto. Poi, partivi con la elaborazione da parte di Irene della versione alternativa.. Ma bisognerebbe essere chiari: la prima fase il lettore deve averla chiara.. Ho notato che Mariangela te l'ha fatto notare:
Dici? Avevo preferito l'azione del furto per buttare il lettore subito nella storia. L'effetto che volevo ottenere (e che ahimè non ho ottenuto) era quello di partire con una fase dinamica della storia e, a seguire, buttare dentro un flashback. Però l'arteficio che volevo ottenere era proprio un inganno di chi legge: lo leggi pensando a un flashback del precedente paragrafo (però non al trapassato ma al passato remoto), poi vedi che i particolari non collimano e ti rendi conto che gli elementi sono variati tra loro e non parlano della stessa realtà. Forse l'unica era iniziare ogni paragrafo con una breve riga in corsivo che titolasse la linea temporale "soggetto" del paragrafo. Non so, la tua idea è coerente, ma a pelle mi immaginerei che chi dovesse leggere a posteriori dell'azione potesse trovare il pezzo un po' didascalico e meno immersivo. Come dire: ma che barba, mi ha saltato la parte che mi sarebbe piaciuto vivere nella pagina. Vado a istinto eh, in questo che scrivo. 
Comincio a pensare al tuo suggerimento delle boe, che in questo caso potevano benissimo essere i dejà vue. Forse attraverso dei dejà vue, utilizzati come punti fissi si sarebbe potuto distinguere meglio le diue linee temporali e collegare magari un paragrafo all'altro. Ragiono per associazioni in questo momento, a brain storming.
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Re: [Lab 20] Sulle strade del tempo

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Strikeiron wrote: La macchina, parcheggiata lontano, la costringeva ora ad addentrarsi nelle prime vie della periferia.
Come mai "la macchina" è soggetto qui? Suona strano che sia la macchina a costringerla ad addentrarsi lì.
Strikeiron wrote: Nel panico, ciò che sfiorava nella borsa finiva a terra, nel buio.
Come mai il verbo "sfiorare"? Se gli oggetti li sfiora, quindi li tocca appena, come fanno a finire a terra?
Strikeiron wrote: Se solo quella sera non avesse deciso di rinunciare all’invito di Irene
Come mai la doppia negazione?
Strikeiron wrote: “Mi aiuti?”
La sostenne, mettendola seduta. Poi, agganciandola sotto le ascelle, la rimise in piedi. Lei si raddrizzò del tutto, ancora dolorante e, alla luce fioca dei lampioni sul marciapiede opposto, si trovò a guardarlo negli occhi. Lui la stava fissando preoccupato. Alice scordò il dolore.
“Piacere, mi chiamo Giacomo,” le disse. “Ho visto che hai fatto proprio una brutta caduta.” Sembrava sinceramente preoccupato.
Lei sorrise intimorita, ma non gli rispose. Per un istante si vide davanti a quell’uomo, nella sala d’attesa ben illuminata di un pronto soccorso. Si irrigidì, stupita. Non poteva essere: non lo aveva mai visto prima.
“Posso almeno accompagnarti a casa?” le chiese l’uomo, a bruciapelo.
Capisco dove questo passaggio sta portando la narrazione, ma accade tutto troppo in fretta, ed è strano come si svolga il dialogo. Va così:
Strikeiron wrote: “Sto bene, non mi sono rotta niente.”
“Ce la fai ad alzarti?”
“Mi aiuti?”
“Piacere, mi chiamo Giacomo. Ho visto che hai fatto proprio una brutta caduta. Posso almeno accompagnarti a casa?”
Ho la sensazione che manchi qualcosa, prima che Giacomo si presenti. Forse può essere utile rilassare un attimo il ritmo, qui, e descrivere qualche altro accertamento del suo stato di salute, magari con un sommario. La presentazione è necessaria per il parallelismo con il passaggio più avanti, va bene, ma manca un filo di costruzione in più.
Strikeiron wrote: Sentì solo la lama fredda graffiarle il braccio, mentre l’uomo l’assaliva. Le altre due erano rimaste impietrite.
All’improvviso passi pesanti di corsa e altre urla. Minacce. Il rumore concitato di un inseguimento nel buio. L’assalitore che scappava. Seguì il silenzio.
Fu allora che Alice sentì il sangue che scorreva bagnato sul braccio, a fiotti. Svenne.
Quando si svegliò, ben distesa su una barella, era in un freddo corridoio d’ospedale. Qualcuno le aveva infagottato il braccio in una medicazione. Pulsava tutto. 
Un infermiere le si avvicinò. “È solo un graffio,” la rassicurò, aiutandola a rialzarsi, “nulla di grave.”
Le spiegò come medicarsi la ferita e poi le mise tra le mani le dimissioni, indicandole la porta più vicina. Lei l’attraversò da sola, con il foglio spiegazzato. Era ancora frastornata.
C'è un ossimoro tra la ferita - "graffiarle il braccio", "solo un graffio, nulla di grave" - e il ricovero in ospedale. Lo shock può giustificarlo, va bene, ma mi permetto di azzardare un suggerimento: può essere introdotto il ribrezzo di Alice per il sangue in un passaggio precedente, in modo tale da rendere più credibile questo passaggio. Basta un piccolo riferimento al sangue, ad esempio nel momento in cui apre il frigorifero.

Nonostante la costruzione complessa a blocchi, con salti sia temporali sia dimensionali, ho trovato la narrazione lineare e semplice da seguire: un compito per nulla semplice. L'ultimo blocco sembra portare il racconto verso il tema dell'inevitabilità del destino, nel momento in cui i due piani dimensionali collassano in uno. Funziona bene, ma penso che manchi un po' di costruzione tematica nei passaggi prima, cioè qualche altro rimando, precedente, al tema dell'inevitabilità. 
Devo dire, inoltre, che la scelta di non utilizzare formattazioni diverse per le due dimensioni della storia funziona bene, e non ne inficia la chiarezza. Anzi, rende più morbido il passaggio al blocco finale, dove non importa più in quale delle due dimensioni Alice si trovi. Non so, però, quanto questa mia sensazione sia dettata da miei presupposti mentali. Infatti, già qui:
Strikeiron wrote: Per un istante si vide davanti a quell’uomo, nella sala d’attesa ben illuminata di un pronto soccorso.
Ho pensato a Sliding doors, complice la sala d'attesa ben illuminata del pronto soccorso, come quella del finale del film. Perciò, nel momento in cui è stata introdotta l'altra dimensione, mi è stato facile seguire la storia senza troppa confusione.
In conclusione, credo che l'intreccio funzioni bene e i personaggi siano molto credibili, ma il racconto può giovare di una struttura tematica più robusta.

Re: [Lab 20] Sulle strade del tempo

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@Monica wrote: Avrei trovato più coerente usare il trapassato prossimo. La mattina si era alzata. Oppure l’incipit poteva essere scritto al tempo presente 
Ciao @Monica
in realtà l'uso del passato remoto io lo avevo previsto apposta: deve suonare male perché sono eventi in un'altra linea temporale. Se li avessi messi al trapassato avrebbe dato l'impressione che quel pezzo fosse un antefatto della prima parte, mentre invece non lo è. Forse il presente avrebbe risolto la problematica, introducendo il dubbio che potesse essere (il secondo pezzo) un flashback che andava a rompere il significato degli eventi nell'introduzione (con la quale sarebbe andata in contraddizione).
  wrote:L’intrusione del narratore esterno per comunicare dettagli che alla fine dalla storia non servono, non mi convince.
In realtà intendevo qual pezzo pensato da Alice, ma hai ragione ci sarebbe stato meglio un lei era etero, mentre Irene era... npon avrebbe creato fraintendimenti.
  wrote:
Dunque il focus è su Alice ed è Irene a essere uscita la sera prima Chissà dov’era andata la sera prima. A chi ti riferisci? a Irene? Perché nell’incipit descrivi qualcosa che è capitano ad Alice.

Sì il focus è su Alice. il Chissà dov'era andata era riferito alla vita che fa Irene. le due amiche sono agli antipodi: una introversa e l'altra estroversa,. o almeno io così mi ero immaginato la dinamica.
Monica wrote: Questa voce interiore di Alice (credo sia lei a porsi questa domanda) non appare coerente con la scelta fatta fino a questo momento di usare un narratore esterno. 
No è sempre Alice che parla a se stessa, non narratore esterno. 
  wrote:
quella P - refuso
Sarebbe ";-P" ovvero uno smile, una faccina riportata nei messaggi di whatsapp
Monica wrote:  Prima dici che il cellulare suonò e sembra che parlino al telefono,  ma poi sembra che Alice risponda a un messaggio (watthsapp?) visto che tutto si svolge nello stesso momento, forse è utile spiegare che le arriva una notifica sul cellulare da parte di Irene. Anche perché poco dopo si comprende meglio visto che dici 
Trovavo meccanico scrivere "il cellulare emise una notifica" e allora ho messo suonò, scelta infelice.
  wrote: Ma Alice non era etero? Perché la necessità di scrivere [font="Open Sans", "Segoe UI", Tahoma, sans-serif]unə?  Perché Irene non esce da sola con la sua nuova amica e ha la necessità di chiamare Alice (che infatti non vorrebbe fare il terzo incomodo)?[/font]
In realtà il messaggio è di Irene e, in questo caso, vuole intendere allo stesso tempo che la persona, l'amica che verrà per lei è speciale, ma lo sarà anche l'amico che porterà per l'appuntamento al buio di Irene. L'uso dello schwa qui allude contemporaneamente a due persone, sia la donna che l'uomo.


Monica wrote: Forse nel periodo in cui descrivi l’invito di Irene ad Alice manca qualcosa. La nuova amica non avrebbe dovuto essere sola, ma con un ragazzo. Specificandolo prima sarebbe stato tutto più coerente.
Forse qui ho sbagliato a rimpallare i particolari delle due linee temporali l'una nell'altra?

Monica wrote:

[font="Open Sans", "Segoe UI", Tahoma, sans-serif]Che c’entra?[/font]
Volevo differenziare le linee temporali con l'inizio della scelta di essere vegetariana (costretta per far compagnia all'amica in un ristorante in) e invece un'uscita solitaria in cui Alice non deve fingere nulla.
Monica wrote:
Alla fine, se comunque l’aggressione avviene in ogni caso, in cosa consiste questa sliding door?  Qual è l’esito diverso dell’episodio? 
Se Alice all’inizio viene aggredita e rapinata e dice che avrebbe dovuto dare resta an Irene e uscire con lei, cosa accade di diverso nell’episodio in cui accetta l’invito? 
Lo sliding door consiste nel fatto che il tempo rimescola gli eventi. In una linea temporale Alice accetta l'invito di Irene, nell'altra no e allo stesso modo gli eventi convergono sull'incontro tra due persone.
Monica wrote:La storia ha un buon potenziale, ma ci sarebbero degli aggiustamenti da fare per renderla più scorrevole. Su cosa vuoi porre l’accento? Sul cambiamento di Alice (che passa per una scelta alimentare diversa) Sul fatto che l’amore arriva sempre quando il destino lo decide a prescindere dalla situazione? 
Comunque, al di là delle mie perplessità, nel testo ci sono ottimi passaggi e frasi molto belle che restano impresse.
Volevo porre l'accento sul fatto che il tempo e lo scorrere degli eventi ci portano spesso ibnevitabilmente sulle stesse strade. Anche una scelta diversa che può farci deviare totalmente dal nostro "destino" in realtà può non essere altro che una lieve turbolenza in un flusso che ci accompagna in un contesto variato, nelle stesse situazioni e nelle stesse conoscenze. 




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Re: [Lab 20] Sulle strade del tempo

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@NanoVetricida ciao e grazie. Dopo che mi hai detto che sono prolisso ho cercato di modificare questa caratteristica. Anche bestseller mi aveva detto la stessa cosa, ovvero che mi avvito sui concetti cercando di rispiegarli. Mi sto sforzando di cambiare, anche se è dura. Grazie del commento.
When people talk, listen completely. Most people never listen. - E. Hemingway

Re: [Lab 20] Sulle strade del tempo

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Il racconto possiede un’eccellente atmosfera e una buona intuizione strutturale, ma dal punto di vista tecnico e narratologico presenta alcune crepe evidenti e scelte stilistiche che ne depotenziano l'impatto. Il racconto ha secondo me tre pilastri.
1. La Struttura Temporale col meccanismo a "Sliding Doors". Il nucleo più forte del racconto è la sua struttura a linee temporali alternative o a loop causale. Il punto di rottura (Incipit vs Svolgimento). Nella prima scena, Alice subisce una rapina in periferia perché ha rinunciato all'invito di Irene. Nella seconda scena, vediamo il "mattino prima" in cui Alice accetta l'invito, subendo l'aggressione col coltello in centro. L'effetto specchio funziona molto bene e l'eco dei dettagli che si rincorrono (il pronto soccorso avvertito come déjà-vu, la figura di Giacomo che trasmuta da passante casuale ad amico latitante che "recupera" l'appuntamento).Il finale onirico, con la chiusura in cui Alice sogna se stessa che non riesce a dormire (un loop nel loop) e l'accenno al "tempo quasi imperfetto" chiude il cerchio in modo metafisico. 2. Lo Stile e la Scrittura evidenzia la solita incapacità, in racconti di questo spessore, di "Mostrare" contro il "Raccontare". C'è un eccesso di "Telling" (raccontare) a scapito dello "Showing" (mostrare), specie nella transizione mattutina. Le spiegazioni, nel terzo paragrafo del mattino, è un brutale infodump. L'autore si ferma e spiega al lettore l'orientamento sessuale di Irene, il suo carattere introverso, la sua psicologia relazionale, l'evoluzione del loro gruppo di amici. È una scheda personaggio inserita a forza. Invece di scrivere "Alice era etero, Irene era lesbica... sempre alla ricerca della donna giusta", avresti potuto far emergere le circostanze  dai dialoghi o dai messaggi (es. Irene che scrive: "Ti faccio conoscere Ilaria, ed è quella giusta, me lo sento! E ha un amico etero per te"). Anche le metafore secondo me non funzionano, sono didascaliche. Passaggi come "Però essere amiche da una vita le aiutava a fingere di non essere sole" o "Quella vocina nella sua testa cominciava a essere fastidiosa" auto commentano la storia invece di lasciare che il lettore ci arrivi da solo. 3. Terzo pilastro, il ritmo. Schizofrenico: passa da picchi di azione violenta a riflessioni domestiche fin troppo statiche. Le scene d'azione sono "fredde": Durante la rapina e l'aggressione col coltello, la prosa rimane distaccata. "Lei ubbidì nel silenzio irreale", "Eseguì il silenzio". Manca la reazione fisica del panico (il battito cardiaco, l'adrenalina, il freddo). La violenza della lama che taglia il braccio viene liquidata in due righe, privando l'evento del suo peso drammatico. Coincidenze eccessive: Il fatto che Giacomo sia il soccorritore della linea A, sia l'amico che dà buca (ma poi riappare come salvatore) nella linea B, forza la sospensione dell'incredulità. Funziona solo se il racconto dichiara apertamente la sua natura di mistero sovrannaturale/destino, altrimenti sfiora il cliché del "cavaliere bianco" che appare per volontà divina al momento del bisogno.
Ho trovato poi altre incongruenza. Se analizzato al microscopio, il testo presenta piccoli nodi logici irrisolti. Il cambio di prospettiva finale, ad esempio. Nella prima parte della cena vegetariana, il narratore ci dice che Alice, una volta a casa, "avrebbe telefonato a Irene e si sarebbe fatta raccontare per filo e per segno com'era andata". Ma Irene è lì con lei al ristorante. Perché farsi raccontare la serata se la sta vivendo? (Probabilmente Alice intendeva farsi raccontare gli sviluppi tra Irene e Ilaria, ma la frase è ambigua).Il trauma della carne: La repulsione per l'odore della carne frollata in frigo serve a livello simbolico per introdurre la cena vegetariana, ma il collegamento psicologico con la madre morta che la costringeva a mangiarla appare posticcio, buttato lì per dare una profondità freudiana improvvisa che non trova spazio nel resto della narrazione. L'uso dello schwa (ə)complica invece di facilitare. Nel messaggio di Irene appare "è unə speciale". Sebbene rifletta il linguaggio contemporaneo inclusivo, crea un corto circuito transmediale: lo schwa si usa quando non si conosce il genere o si parla al plurale inclusivo. Ma Irene sta parlando di Ilaria (una donna) o dell'amico (un uomo)? Se parla dell'amico che vuole presentare ad Alice, l'uso del neutro spezza la fluidità della lettura in un testo che per il resto usa una prosa classica. Concludo. Il racconto ha un'ottima anima ma un corpo pigro. L'idea del tempo che si piega attorno ad Alice e Giacomo è potente e affascinante. Tuttavia, l'autore non si fida del lettore: sente il bisogno di spiegare la psicologia dei personaggi a parole invece di metterla in scena attraverso le loro azioni. Se venissero tagliate le parti riflessive superflue e si potenziasse la sensorialità delle scene d'azione, diventerebbe un thriller psicologico/fantascientifico di buon livello.

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