Juliette – capitolo 31

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Juliette – capitolo 31

Marcel aveva udito la voce di René salutare madame Auger e assicurarle che avrebbe chiuso la porta del B&B: sarebbe rimasto fuori alcune ore, come faceva certe sere della settimana per andare a bere qualcosa all’Amarrage Gaspard.
Era il momento che stava aspettando.
Se René aveva nascosto lì il dossier su Juliette, l’avrebbe trovato.
Entrò senza fare rumore, chiudendo dietro di sé la porta con la stessa lievità di uno spettro.
L’oscurità della stanza non era totale: le lame di luce polverosa che filtravano dalle persiane quasi chiuse tagliavano l’aria in strisce oblique, illuminando il beige datato delle pareti e i contorni degli oggetti.
L’odore lo accolse scome nella visita precedente: metallo freddo, un vago sentore di dopobarba dozzinale e, sottotraccia, quell’acre animale che restava anche quando René non c’era.
Si fermò un istante, respirando piano.
Poi cominciò. Prima dal letto. La branda di ferro, la coperta grigio-verde tesa con precisione ossessiva, angoli squadrati da militare.
Sollevò il materasso con cautela, palpandone il fondo, cercando lungo le sbarre. Nulla.
Solo la rigidità di chi aveva imparato a dormire pronto a svegliarsi in piedi.
Passò al comodino. La foto in bianco e nero di lui a ventisette anni, nel deserto, kepi bianco calcato, sguardo duro.
Accanto, il Fairbairn-Sykes con la lama ancora lucida, posato come un reliquiario.
Marcel sollevò il coltello, ne sentì il peso, lo girò, aprì il piccolo cassetto.
Dentro trovò solo fazzoletti piegati e una scatola di fiammiferi.
Si avvicinò alla scansia. Pochi libri, allineati. Li sfilò uno per uno, li aprì, li scosse, controllò le costole e i risguardi.
Sul ripiano più alto, il berretto rosso sbiadito della Légion Étrangère.
Lo prese, ne ispezionò la fodera, lo rimise esattamente dove stava. Nessun foglio nascosto.
Poi l’angolo in fondo, tra l’armadio e la parete: l’altare personale. La sbarra per le trazioni fissata allo stipite del bagno minuscolo, i manubri di ferro anneriti, la panca di legno, la vecchia stuoia verde militare stesa a terra. I pesi allineati con precisione geometrica.
Marcel si chinò, sollevò la stuoia, passò le mani sul pavimento. Niente.
Solo la polvere minuta di chi si allenava ogni mattina alle cinque, in silenzio. Apri l’armadio. Uniformi grigie, magliette scolorite, un paio di stivali lucidi. Controllò le tasche, i risvolti, il fondo del mobile, i pannelli laterali. Tutto allineato, tutto pronto a essere abbandonato in dieci secondi.
Tastò il tetto dell'armadio in tutta la sua estensione.
Nulla, solo un velo di polvere sulle dita.
Si alzò e guardò il muro sopra la panca. Il piccolo crocifisso di legno.
Accanto, la foto ingiallita del plotone nel Ciad, occhi vuoti. Sotto, la calligrafia rigida: «Brume» – Septembre 1970.
Marcel sollevò la foto di un millimetro, controllò se qualcosa fosse nascosto dietro. Solo il muro.
La stanza era un ordine militare ridotto all’osso. Ogni cosa minimale, provvisoria.
Si mosse ancora una volta, più lento, più metodico. Controllò dietro le persiane, sotto la cornice della finestra, lungo lo zoccolo delle pareti, nei punti dove la luce polverosa non arrivava.
In ginocchio esaminò le tavole dell'assito alla ricerca di un rigonfiamento insolito o di un asse movibile, ma inutilmente, il tavolato era consunto ma solidamente fissato al sottofondo del pavimento.
Il dossier non era lì. O almeno, non dove un comunemente lo si sarebbe cercato.
Nessun fascicolo, nessuna cartella, nessun foglio che menzionasse Juliette.
Poi lo vide. In un angolo, appoggiato contro il muro dietro una valigia scura, c’era un blocco di giornali.
Legato stretto con un cordino sottile, lo stesso tipo usato per i pacchi.
Marcel si chinò, lo afferrò e lo posò sul pavimento.
Il nodo era stretto, quasi ostinato. Lo sciolse con le dita.
I quotidiani erano francesi. Alcuni portavano date di una decina d’anni prima; altri erano più recenti.
Le pagine scricchiolavano, ingiallite ai bordi.
Marcel sfogliò con attenzione. E allora li notò: i buchi.
In quasi ogni numero, uno o più articoli erano stati ritagliati con precisione.
Restavano solo i contorni netti, rettangoli vuoti che lasciavano intravedere la pagina successiva.
Nessuna traccia di colla, nessun ritaglio abbandonato tra i fogli. Solo i vuoti.
Marcel restò fermo, il giornale aperto tra le mani.
Perché? Perché un uomo avrebbe dovuto ritagliare certi pezzi e poi conservare con tanta cura i giornali mutilati?
Perché tenersi il resto, se la parte importante era stata asportata?
Guardò ancora i fori. Alcuni erano piccoli, altri più ampi. In un numero di dieci anni fa il ritaglio occupava quasi mezza pagina; in uno più recente era solo una colonna stretta. Nessuna logica apparente. Nessuna spiegazione.
Il silenzio della stanza sembrò diventare più denso.
Marcel richiuse il blocco, lo legò di nuovo con lo stesso cordino e lo rimise al suo posto. Il dossier non c’era. Ma quei buchi restavano lì, aperti, come bocche senza voce.
Si rialzò. L’odore di René restava nell’aria, come una presenza.
Guardò un’ultima volta la stanza: il letto teso, i pesi allineati, il coltello lucido, la foto del deserto, il crocifisso e gli occhi vuoti del plotone. Tutto al suo posto. Uscì come era entrato, lasciando dietro di sé solo il silenzio e le lame di luce che tagliavano l’aria.
Era tarda sera. L’Amarrage Gaspard stava per chiudere.
Nella sala restavano ancora due clienti, seduti al bancone, con la propria pinta davanti e parlavano a voce alta, come se volessero tenere lontana la notte.
L’aria era stagnante, grigia di fumo viziato che si era accumulato per ore e sembrava attaccarsi alle pareti e ai vestiti.
René sedeva al suo solito tavolino, in fondo, immerso in pensieri densi con gli occhi concentrati sul un bicchiere di genièvre ormai mezzo vuoto.
Non beveva, si limitava a farlo girare lentamente tra le dita.
Alan sistemava i tavoli con movimenti meccanici.
Raccoglieva i bicchieri, spegneva le luci, lasciando la sala sempre più in penombra.
Aveva ancora il grembiule sudicio, uno strofinaccio gettato sulla spalla, e un’aria tesa, quasi assente.
Ogni tanto si fermava un secondo di troppo, come se stesse decidendo qualcosa.
Poi si avvicinò. Lo fece con passo esitante, quasi rispettoso.
Si fermò al tavolo di René e accostandosi parlò a voce bassa e con un mezzo sorriso nervoso che non gli riusciva bene.
Controllando che gli altri non stessero ascoltando.
- Scusi, monsieur Vasseur… posso dirle una cosa?
René alzò lo sguardo con lentezza. Il suo volto restò distaccato, quasi annoiato.
- Dimmi.
Alan si chinò leggermente in avanti. La voce gli scese ancora di tono.
- È una questione privata. Importante. Se non le dispiace… dopo che chiudiamo avrei bisogno di cinque minuti del suo tempo. Solo noi due. Fuori. Non ci vuole molto.
- René lo fissò in silenzio per qualche secondo. Poi vuotò il bicchiere e lo posò sul tavolo con un piccolo tonfo secco.
- Di che si tratta?
Alan arrossì. Lanciò un’occhiata veloce verso il bancone, poi tornò a guardarlo. Parlava piano, ma ogni parola usciva chiara.
- Preferirei non dirlo adesso. Le assicuro però che riguarda una cosa… che lei conosce bene.
Fece una pausa. La gola gli si mosse.
- Se mi aspetta dopo la chiusura, le spiego tutto. Non le farò perdere tempo.»
Fuori faceva un freddo cane.
L’aria della notte era tagliente, e il fiato di entrambi si dissolveva subito in nuvolette candide che sparivano nel buio.
La serranda dell’Amarrage Gaspard era già abbassata.
La strada deserta. Solo il debole alone di un lampione lontano e il silenzio del paese addormentato.
Alan stava a un paio di metri da René, con le mani conficcate nelle tasche del giaccone, le spalle un po’ curve.
Per un momento sembrò esitare. Poi tirò fuori la voce, più bassa, meno decisa di quanto avrebbe voluto.
- So cosa è successo quella mattina. So cosa avete fatto a Juliette.
René lo guardò senza esprimere nulla. Aspettava.
Alan proseguì, sforzandosi di tenere lo sguardo fisso:- Non voglio guai. Voglio solo… sistemarmi. Lei mi dà i soldi e io sparisco. Non parlo con nessuno. Mai.
Ci fu un silenzio breve.
Poi René sorrise.
Non fu un sorriso vero: fu una risata corta, secca, sprezzante, che uscì insieme a un fiotto di vapore.
- Tu? - disse, con tono era rilassato, quasi divertito. - Tu vuoi ricattarmi?
Alan sentì qualcosa stringerglisi nello stomaco.
Per un istante abbassò gli occhi, arrossì, e il freddo gli sembrò più intenso.
Ma si costrinse a raddrizzare le spalle. Quando riparlò, la voce gli uscì più dura, quasi rauca.
- Io faccio sul serio.
René lo studiò per qualche secondo, ancora con quel mezzo sorriso sulle labbra. Poi annuì leggermente, come se avesse deciso di accettare il gioco.
- Va bene. - La sua voce era calma, quasi indifferente.
E quanti ne vuoi, di soldi?
l fiato di entrambi continuava a salire e a disperdersi nell’aria gelida, con la consistenza del fumo.
Camminavo verso casa a passo svelto, le spalle curve contro il vento gelido che veniva dritto dalla Manica, sulla Côte d’Opale, non scherzava.
L’aria tagliava la faccia, il mare ruggiva in lontananza e le lampade della strada oscillavano, gettando ombre lunghe e nervose.
Era solo leggermente incazzato, ma abbastanza da stringere i denti e cacciare le mani in tasca come se potessero trattenere la rabbia.
Che grosso idiota, questo Alan Caron.
Non che lo avessi mai scambiato per un genio, ma neanche per un deficiente di questo calibro.
Quarantamila franchi. Tanti, per tenere la bocca chiusa sulla faccenda di Juliette.
Credeva davvero di avere qualcosa in mano.
Una carta da giocare per la sua minaccia. Non sapeva che quella carta non valesse più niente. Quella minaccia era morta e sepolta da anni.
Se c’era stato un reato, la prescrizione se l’era portato via da un pezzo.
Ma un cameriere di locanda di legge ne capisce quanto di fisica nucleare.
La cosa aveva quasi del comico. Per un attimo avevo pensato di dirglielo subito, di guardarlo mentre gli crollava la faccia.
Poi avevo deciso di no. Lasciarlo crogiolarsi nella sua piccola illusione di potere era più divertente.
Un ragazzetto con la barba appena spuntata che si mette in testa di ricattare René Vasseur. Da non credere.
Avrei potuto sistemarlo in meno di un minuto. Un gesto, e tutto sarebbe finito lì. Ma non davanti a L’Amarrage Gaspard.
La strada sembrava vuota, certo, però in queste faccende non si rischia mai. Dietro una finestra buia può sempre esserci qualcuno che non dorme.
Meglio fare le cose per bene. Con calma. Senza testimoni.
Aveva detto che faceva sul serio.
Ebbene. L’avrei preso in parola.

Marcel tirava tardi davanti al portatile. Non riusciva a dormire e neppure a lavorare.
La camera del B&B era, come sempre, fredda e umida.
I vecchi termosifoni perdevano la battaglia contro gli spifferi che filtravano dalle imposte.
La lampada gettava ombre cupe e immobili negli angoli.
Aveva finalmente in mano la struttura del romanzo.
Con le idee chiare, la scrittura sarebbe andata via liscia, come sempre.
La perquisizione della stanza di René era stata una perdita di tempo. Niente dossier.
Forse non c’era mai stato. Quella carogna l’aveva già bruciato, ovviamente. Era stato ingenuo a pensare di trovarlo lì. Ma almeno si era tolto il dubbio. Pace e amen.
Il morale era a terra.
René non lo voleva più in giro a ficcare il naso.
Le quattro gomme tagliate glielo avevano già fatto capire, e il conto del gommista pure.
Il prossimo avvertimento sarebbe stato più diretto: una testa di cavallo fra le lenzuola o una raffica alle gambe Sten Mk II.
Restava una sola domanda che non lo lasciava in pace: perché quel criminale si ostinava a coprire qualcosa per cui non rischiava più niente?E poi c’era l’altra domanda che rivolgeva a sé stesso.
Ormai aveva tutto quello che gli serviva per il libro. Poteva partire il mattino dopo e chiudere la faccenda.
Non era compito suo far condannare René. Allora perché restare?
Perché quegli occhi pieni di lacrime di Juliette gli restavano addosso?
Perché quelle labbra gli confondevano ancora i pensieri?
Chiuse il laptop. Rabbrividì.
Dal piano di sotto arrivò il suono del campanello, poi il colpo secco del chiavistello e i passi pesanti sull’assito.
René stava rientrando dal bistrot.

(Continua)

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