Juliette – capitolo 29

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Juliette – capitolo 29

«Merda.» Le quattro gomme erano state tagliate con un coltello, non forate.
Un’incisione lunga e netta su ciascuna, pensata per svuotarle in pochi secondi e renderle irrecuperabili. Non era vandalismo. Era un messaggio.
Marcel restò fermo qualche secondo a guardare l’auto abbassata sulla ghiaia del parcheggio, poi si voltò verso il D&B con passo deciso.
René lo vide entrare e sollevò un sopracciglio
- Monsieur ha dimenticato qualcosa?
- La pazienza. - disse cupo. - Qualcuno mi ha massacrato le gomme dell'auto.
Il receptionista inclinò appena la testa, come se la notizia quasi lo divertisse
- Che brutta storia. Qui non succede mai niente del genere.
- Davvero? - Marcel lo fissò torvo - Nessuna telecamera sul parcheggio, immagino.
- Solo i grandi alberghi se le possono permettere, monsieur. In tanti anni non abbiamo mai avuto problemi.
- Bene. Allora ne sto inaugurando uno. - Marcel poggiò entrambe le mani sul bancone.
- Chiamatemi un gommista. Quattro Michelin XAS 185/70 R14, e che venga attrezzato per montarle. Anticipategli il costo, salderò al mio ritorno.
- Purtroppo a Escalles-sur-Dunes non c’è nessuno. - si scusò l'altro - Posso farne venire uno da Wissant, è a pochi minuti.
- Allora fatelo.
Uscì senza aggiungere altro. Sapeva già chi aveva usato il coltello.
E sapeva anche che tagliare le gomme era solo il primo avvertimento.
Quello successivo, sarebbe stato sulla gola, come per Adrien Martin.
Accelerò il passo verso l’appuntamento con Annette Descamps, mentre sopra di sé il cielo grigio pesava come una minaccia in più.

La sera prima, mentre saliva le scale con la cesta di bottiglie che gli sbatteva contro il fianco, Alan Caron aveva sentito le voci di Gaspard e René filtrare dalla cucina. Si era fermato a un passo dalla soglia.
Parlavano a voce bassa, ma le parole arrivavano nette.
Il parigino. Quello che da giorni andava in giro a chiedere di Juliette.
Alan era rimasto immobile, senza un solo fruscio. Ma aveva solo ascoltato.
Poi aveva tossito apposta, entrando, scusandosi di averli interrotti.
Loro si erano zittiti di colpo. Ma aveva già capito tutto.
La storia la conosceva da una vita.
Suo padre era stato Marée, uno dei partigiani del gruppo di René.
Quella notte, nell’imboscata ai tedeschi in fuga, avevano preso il colonnello… e la ragazza. Juliette.
Anni dopo, una sera, il padre era entrato in casa con gli occhi rossi e la voce rotta.
Si era seduto al tavolo di fronte a lui e alla madre e aveva parlato.
Aveva detto tutto. Il segreto che lo stava divorando da dentro.
Poi li aveva fissati, quasi implorandoli:”Non ditelo a nessuno. Mai.”
Dopo quella notte non era più stato lo stesso uomo. Beveva. Si svegliava di scatto, sudato.
Alla fine aveva scelto il mare. Si era imbarcato su un peschereccio inglese che andava a gettare le reti nel Nord. Lontano da Escalles-sur-Dunes. Lontano da tutto.
Una notte era scomparso. Incidente, avevano detto.
Ma a poppa, dove l’avevano visto l’ultima volta, era rimasto uno scialle nero da donna.
E da allora, a Escalles, quando qualcuno sussurrava quel nome — Juliette — lo faceva quasi abbassando lo sguardo.
Adesso René e Gaspard ne stavano parlando di nuovo. Del parigino che voleva scavare.
E René aveva paura.
Marcel e Annette Descamps si incontrarono davanti a L’Amarrage Gaspard.
Era una di quelle donne che sembrano piegate dall’esistenza.
Le mani avevano nocche gonfie e unghie tagliate corte, rosse e scorticate come quelle delle lavandaie; cercava di nasconderle nelle tasche del vecchio pastrano scuro, come se se ne vergognasse.
Gli occhi, di un azzurro slavato e febbricitante, avevano lo sguardo irrequieto di un animale che sa di essere preda.
Aveva di certo superato la cinquantina, ma ne dimostrava almeno dieci di più.
I capelli, striati di grigio ferro, erano stretti in una crocchia severa.
Mostrava una soggezione quasi istintiva.
Marcel, per metterla a proprio agio, la fece entrare nella locanda e le offrì un caffè caldo prima di avviarsi verso la casa di Moreau.
Le mise in mano la somma pattuita, la donna contò velocemente i franchi, un sorriso le fiorì in volto.
Ne fece un piccolo mazzo ripiegato e li occultò nella tasca interna del pastrano.
L’odore lo investì subito non appena Annette girò la chiave e spinse l’anta: legno vecchio, carta vecchia, un vago sentore di tè… e qualcosa d’altro.
Un alone acido, quasi chimico, che non apparteneva alla casa.
Marcel lo percepì subito, ma non ne parlò. Tre settimane di sigilli facevano il loro lavoro.
L’ingresso piccolo e funzionale li accolse con il mobiletto basso, il vassoio di conchiglie e fossili, l’attaccapanni ancora carico di giacche a vento e gli stivali di gomma da pioggia.
Il cotto antico non produceva rumore sotto i passi felpati.
Annette chiuse la porta con cura e restò un passo indietro, come se non volesse prendere parte a ciò che stavano compiendo.
La zona giorno si apriva nell’open space.
Il Chesterfield color cognac con il plaid scozzese, il tavolino basso pieno di riviste scientifiche.
Marcel iniziò a cercare con metodo: sollevò le riviste, controllò sotto i cuscini, aprì i cassetti. Niente.
Si avvicinò alla libreria stracolma, estrasse volumi, frugò dietro le file più alte. La polvere gli si posò sulle dita.
Annette sussurrò: - Monsieur Moreau teneva i documenti importanti nello studio… ma non ho mai visto un dossier particolare.
Quando si voltò verso la scala, l’odore cambiò.
Era più netto lì. Un sentore acido e stantio che saliva dal legno, misto a qualcosa di chimico, come se il disinfettante non fosse riuscito a cancellare del tutto ciò che era filtrato nelle fibre.
Marcel si fermò un istante, la mano sulla ringhiera.
Sapeva dove era stato trovato Moreau.
Impiccato a quella piccola balaustra del pianerottolo superiore.
L’urina aveva bagnato il pavimento sottostante.
La scientifica aveva pulito, certo. Ma tre settimane di casa chiusa non perdonavano.
I gradini di quercia vecchia, consumati al centro, cigolarono sotto di lui: alcuni con lamenti bassi e prolungati, altri con schiocchi secchi.
La ringhiera, liscia e lucida, gli scivolò sotto la mano.
Ogni passo sembrava troppo rumoroso nel silenzio cupo che colmava la casa.
Arrivato in cima, il pianerottolo si apriva breve e angusto.
La piccola balaustra in legno correva lungo il bordo, alta appena fino alla vita, con colonnine tornite e leggermente sbilenche. Il legno era più scuro qui, quasi nero.
Marcel immaginò il peso del corpo, la corda, lo scricchiolio, poi il dondolio sinistro del cadavere.
Distolse lo sguardo e entrò nelle stanze.
Studio, camera da letto, armadi, cassetti, scaffali.
Aprì, rovistò, sollevò, controllò dietro ogni interstizio.
Annette lo seguiva a distanza, aprendo e richiudendo con la familiarità di chi aveva pulito quella casa per anni.
Il dossier non c’era.
Marcel si fermò di nuovo sul pianerottolo, le mani vuote.
L’odore acido gli restava in gola.
René se l’era portato via. E la casa, dopo tre settimane di silenzio, sembrava ancora ricordarlo.
Ora più che mai era convinto che dietro il suicidio di Moreau e la sparizione del dossier ci fosse René.
Era il solo a sapere degli incontri fissati prima con Adrien Martin che era stato sgozzato e dopo col suo assistente.
Ma come fare a provarlo? Servivano indagini che lui da solo non avrebbe potuto svolgere.
Non gli restava altra scelta: doveva parlare delle sue conclusioni con la polizia..
Avrebbe chiesto un colloquio al Maggiore Laurent Vallin della gendarmerie.
Marcel chiuse la porta della casa di Moreau. Il battente cigolò a lungo, come se non volesse restare chiuso.
L’odore di polvere e di qualcosa di dolciastro e stantio gli era rimasto attaccato ai vestiti, quasi alla gola.
Aveva cercato ovunque. Cassetti, libreria, scrittoio, sotto il materasso, dietro i quadri. Niente. Il dossier su Juliette non c’era più.
Fuori, sulla soglia, Annette lo aspettava ancora.
Teneva le mani strette nel foulard e lo sguardo basso.
- Grazie per avermi fatto entrare - disse lui a voce bassa.
Lei alzò gli occhi solo un istante.
- Moreau non si sarebbe ucciso. L'ho sempre pensato.
Marcel annuì appena. Non voleva dirle di più.
- Torna a casa, Annette. E non parlare di questa mattina con nessuno.
La donna lo fissò ancora per un secondo, come se volesse aggiungere qualcosa, poi chinò il capo e si allontanò lungo il sentiero di ghiaia. Scomparve tra gli alberi scuri senza voltarsi.
Marcel restò fermo finché non udì più i suoi passi. Solo allora si avviò verso il paese.
Il vento salmastro della tarda mattina portava già odore di pioggia.
Camminava a passo svelto, le mani conficcate nelle tasche del cappotto, ogni tanto voltandosi senza motivo preciso. La sensazione di essere osservato non lo lasciava.

Tra lui e René Vasseur il gioco stava diventando troppo stretto.
Sapeva cose che non avrebbe dovuto sapere.
Prima Adrien Martin, poi il suo assistente Lucas Moreau erano morti entrambi per il dossier sull’eccidio di Juliette che stava per finirgli tra le mani.
C'era solo una persona che poteva averlo preso. Una sola.
La gendarmerie era dall’altra parte del villaggio, oltre la piazza e la chiesa.
Quando arrivò davanti all’edificio si fermò sul marciapiede umido.
Restò a osservare per qualche momento l’ingresso.
La facciata era grigia, spoglia, con le finestre alte e le persiane mezzo abbassate.
Sopra il portone scuro la targa blu della République sembrava sbiadita.
Due gradini consumati, una porta a vetri opachi, nessuna luce accesa all’interno.
Solo il vento che faceva svolazzare un pezzo di carta bagnata sul selciato della via.
Quell’ingresso chiuso gli sembrava già una risposta.
Come se dietro quei vetri opachi qualcuno lo attendesse, sapesse già perché era venuto.
Tirò un respiro lungo, sistemò il bavero del cappotto e salì i due gradini.

(Continua)

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