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Juliette – Capitolo 22
Era ora di pranzo.
Marcel sedeva al solito tavolo che l’oste Gaspard gli riservava all’interno de L’Amarrage Gaspard.
Gaspard gli aveva consigliato il menù autunnale del giorno: un antipasto di cozze alla marinara con Maroilles; come primo, un branzino al forno con beurre blanc, accompagnato da rattes du Touquet saltate; a chiudere, una crostata di pere. Il tutto innaffiato da uno Chablis fresco.
Quelle vivande squisite confortavano solo in parte il suo malumore.
I pensieri su ciò che aveva scoperto quella mattina gli affollavano la mente senza tregua.
Si sentiva risentito verso Juliette.
Un sentimento confuso, a metà tra attrazione e delusione.
Perché mentirgli in maniera tanto puerile? E a che pro?
Aveva scoperto che nella villa della sua famiglia era impossibile che vi abitasse lei, o chiunque altro.
Quel posto era una spelonca fatiscente, allegra quanto un sepolcro in un cimitero sconsacrato.
Ma ciò che più lo turbava era un’altra scoperta: René faceva parte del gruppo di partigiani che avevano ucciso la Juliette zia dell’attuale.
Cosa c’entrava René con le morti di chi doveva consegnargli il dossier su quell’uccisione?
Il dubbio lo divorava e stava trasformandosi in certezza.
Quell’uomo era pericoloso. Portava con sé un’ombra scura, qualcosa di opaco e inquietante.
Non poteva certo chiedere a lui quale vicenda si celasse dietro la morte della prima Juliette.
Si era però segnato il nome dell’unico uomo che ancora conosceva quella storia per avervi partecipato.
Quando fu il momento di pagare il conto, chiese con noncuranza a Gaspard se sapesse indicargli dove trovare Maël Morvan.
L’oste esitò un attimo, lo sguardo si fece più chiuso, ma ovviamente non poteva fingere di non conoscere il pescatore.
Gli diede le indicazioni per raggiungere la sua casa.
Uscì dal locale e fu investito da un vento gelido. Aveva ricominciato a piovere in maniera consistente.
In lontananza il mare si divideva in due colori: un verde scuro che, più al largo, diveniva nero come la notte, solcato da creste di spuma candida.
Dal collo del field jacket estrasse il cappuccio antipioggia e se lo calò in testa. Poi si avviò nella direzione che l’oste gli aveva indicato.
La strada del villaggio era stretta e in pendenza, lastricata di pietre levigate dal tempo e rese scivolose dalla pioggia.
L’acqua scorreva lungo i canali ai lati, portando con sé foglie morte e pezzetti di rami cadute dagli alberi.
Le case basse, addossate le une alle altre, mostravano facciate scrostate dal sale e dal vento; le finestre erano piccole, molte con le imposte chiuse, come occhi sbarrati.
Qualche rete da pesca pendeva ad asciugare sotto le tettoie, nera e pesante di pioggia, e l’odore di marea, di legno bagnato e di fumo di legna si mescolava all’aria gelida.
Più in basso, verso il mare, la strada si faceva ancora più stretta e discontinua.
La casa di Maël Morvan si stagliava in fondo, isolata dalle altre.
Era una costruzione bassa e tozza, di pietra grigia scurita dagli anni, con il tetto di ardesia sbilenco e alcune tegole mancanti.
La porta di legno scuro, consumata dal sale, aveva la vernice scrostata e un batacchio di ferro arrugginito.
Davanti, un piccolo cortile fangoso ospitava una barca rovesciata e un mucchio di reti e ceste di vimini ammucchiate alla rinfusa sotto una tettoia di fortuna.
Le finestre al piano terra erano opache di salsedine; dietro i vetri non si scorgeva alcuna luce.
Solo il fumo sottile che usciva dal camino indicava che qualcuno, laggiù, era vivo.
Marcel si fermò un momento, esitando.
Il rumore delle onde che battevano contro la costa copriva quasi del tutto quello della pioggia.
Si chiese con quali parole avrebbe potuto indurre quell’uomo a raccontargli una storia che il villaggio nascondeva da oltre quarant’anni come un segreto disonorevole.
Non aveva scelta. Quella era l’ultima opportunità che gli restava.
Il batacchio di bronzo gli lasciò la mano rossa di ruggine.
Lo percosse tre volte contro il battente.
Attese.
Nessun passo, nessun rumore dall’interno.
Solo il vento e la pioggia. La casa sembrava morta.
Deluso, si voltò per andarsene.
Aveva fatto appena quattro passi quando alle sue spalle sentì lo scricchiolio della porta che si apriva.
- Cosa vuole, monsieur? - chiese una voce rauca e asciutta.
Marcel si voltò.
Sulla soglia stava un uomo anziano, magro e nodoso come un pezzo di legno lavorato dal mare.
Aveva la schiena un poco curva, le spalle strette sotto una vecchia giacca di lana scura ancora umida di pioggia.
Il viso era solcato da rughe profonde, bruciato dal vento e dal sale; la pelle tirata sugli zigomi, il naso aquilino, le labbra sottili e chiuse.
Due occhi chiari, quasi dilavati, lo fissavano senza espressione apparente, ma con una diffidenza antica e immobile.
I capelli radi, di un argento sporco, gli cadevano disordinati sulla fronte.
Una mano callosa e screpolata teneva ancora il bordo della porta, come pronto a richiuderla da un momento all’altro.
Sembrava uscito direttamente dalla pioggia e dal tempo, più che da una cas
- Bonjour, monsieur Maël. Mi scuso di disturbarla, ma avrei bisogno di scambiare due parole con lei.
L’uomo aggrottò le sopracciglia, tra sorpresa e diffidenza.
- Parlare con me? E di che, monsieur?
Marcel esitò un attimo:- Di Juliette. E della sua morte.
Il viso del vecchio si rabbuiò di colpo.
Una smorfia dolorosa gli attraversò il volto e lo fece sembrare improvvisamente molto più vecchio e fragile.
Restò immobile, gli occhi fissi in quelli di Marcel, senza parlare.
Poi trasse un lungo respiro, abbassò lo sguardo e fece un cenno verso l’interno.
- Non stia lì sotto la pioggia. Venga dentro, monsieur.
Marcel varcò la soglia e si trovò in un’unica stanza ampia e bassa, che fungeva da cucina e soggiorno.
L’interno della casa di Maël era scarno..
Il camino acceso occupava quasi interamente una delle pareti: le fiamme crepitavano basse e gettavano riflessi arancioni sulle pietre annerite.
L’aria era calda e densa. Odore di legna bruciata, di brodo di pesce rimasto sul fornello, di tabacco stantio e di lana umida che si stava asciugando.
Un sentore antico di casa chiusa e di vita semplice.
Pochi mobili essenziali, consumati dal tempo.
Una lampadina nuda pendeva dal soffitto e gettava una luce fioca, giallastra.
Al centro stava un tavolo di noce dalle gambe ritorte, coperto da una tovaglia di incerata consunta.
Sopra il caminetto, in una cornice scura, la fotografia sbiadita del padre: un uomo magro in piedi davanti alla sua barca, lo sguardo fisso verso il mare.
Accanto al focolare, seduta su una sedia di legno, c’era una donna anziana. Magra, minuta, i capelli grigi tirati indietro in una crocchia severa.
Il viso era stanco, solcato da rughe sottili, ma gli occhi scuri e attenti non avevano perso vivacità.
Indossava un grembiule scuro sopra una vestaglia di lana e teneva le mani conserte in grembo, osservando il nuovo venuto senza parlare.
Maël chiuse la porta alle spalle di Marcel, spegnendo il rumore della pioggia.
Fece un cenno verso iL vecchio tavolo di legno, vicino al camino.
- Si sieda, monsieur.
Poi si rivolse alla donna con voce più bassa, quasi un ordine abitudinario:
- Yvonne, prepara un caffè per questo signore.
La donna scomparve oltre la mezzeria che nascondeva l'anglo della cucia.
I rumori della preparazione della bevanda inseme al crepitio della legnia che ardeva nel camino erano i soli rumori della stanza.
Yvonne riapparve dopo una decina di minuti.
Posò due tazze fumanti sul tavolo e si ritirò in silenzio verso il fondo della stanza.
Marcel e Maël restarono uno di fronte all’altro.
Il vecchio pescatore avvolse le dita callose intorno alla tazza e ne bevve un sorso lento, senza staccare gli occhi dall’ospite.
Marcel fece lo stesso. Il caffè era forte, amaro, quasi bruciato.
Nessuno dei due parlava.
Si osservavano attraverso il vapore che saliva dalle tazze: Marcel cercava di leggere qualcosa nel volto scavato del vecchio.
Maël, a sua volta, lo studiava con quella diffidenza immobile e antica, come se pesasse ogni dettaglio del suo viso, dei suoi abiti, delle sue intenzioni.
Il crepitio del camino riempiva la stanza.
Fuori la pioggia continuava a battere contro i vetri umidi di condensa.
Poi Maël fu il primo a parlare, posò la tazza e fecce battere i palmi delle mani a decretare l'inizio di una cosa ingrata che pure andava fatta.
- Yvonne, io e questo signore dobbiamo parlare. Lasciaci soli.
La donna fece correre lo sguardo tra il marito e Marcel, non parve che la cosa la infastidisse.
Senza una parola raccolse un gomitolo e dei ferri da calza dalla sedia, quindi lasciò la stanza chiudendosi la porta dietro.
- Perché vuole riaprire questa ferita? Cosa cerca ancora in queste storie di sangue?
Marcel chiese se poteva fumare.
Il vecchio fece un cenno affermativo e trasse di tasca un pacchetto di Gitanes papier mais, portò alle labbra la sigaretta.
Marcel caricò la pipa.
Accesero insieme, volute di fumo li avvolsero come una nebbia sottile.
Marce tirò una boccata
- All’inizio mi interessava solo il mistero. Poi ho cominciato a scavare su Juliette… e da allora mi succedono cose che non capisco. Cose che mi opprimono.
Il vecchio annuì con la testa, tossì scosso dal fumo.
Marce riprese: - Ho saputo che lei e René Vasseur, siete gli unici testimoni rimasti di quello che è avvenuto, dato che il terzo è scomparso in mare due giorni fa.
- E' vero monsieur purtroppo è così.
- Resti fra noi: credo che René stia facendo di tutto per impedirmi di scoprire cosa è successo quarant’anni fa. Adrien Martin e Lucas Moreau dovevano passarmi il dossier di Guillaume. Sono morti entrambi, di morte violenta, poco prima. René era l'unico a sapere cosa mi avrebbero fornito.
- Resti fra noi monsieur. Ma io sono certo che René Vasseur sia il responsabile
di queste morti. Dubito anche che sia la causa della sparizione di Yann Le Roux in mare.
- Come avrebbe potuto? - chiese Marcel.
- René ha un motoscafo da altura e sa usarlo. Quella notte c’era nebbia. Poteva avvicinarsi a fari spenti, motore al minimo. Ucciderlo e far sparire il peschereccio per lui non è stato difficile. E' sempre stato capace di uccidere a sangue freddo.
- Quindi anche lei lo teme?
Maël scoppiò in una risata che finì in un accesso di tosse.
Si alzò. Nel muro c’era una nicchia nascosta da una tendina ad anelli.
La scostò.
- No. Non lo temo... Lo sto aspettando.
Alla luce fioca, Marcel vide scintillare il nero opaco e minaccioso dello Sten Mk II.
(Continua)
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