Fuori c’è il sole, presto farà caldo e non so se preferirei le nuvole basse di novembre.
22 giugno 2002
Guardo le nostre mani intrecciate e me le immagino piene di rughe mentre aspettiamo i figli con i nipotini per qualche occasione speciale.
Abbiamo tanto riso in previsione della giornata di oggi. Mentre le fedi baluginano splendenti, mi sussurri all’orecchio:” Hai visto che ho fatto di te una donna onorata!” Nostro figlio più piccolo mi tira l’abito e mi chiede se durante la confessione al prete non glielo avessi detto che il papà lo baciavo tutti i giorni. Mentre mia figlia di qualche anno più grande lo redarguisce dicendogli che, come al solito, non capisce niente.
Ho il cuore colmo di gioia mentre mi fotografano sul sagrato della chiesa. Ogni scatto un gruppo di parenti diversi. Sembra che oggi tutti vadano d’accordo e la vita accanto a te mi sorride. “Faremo anche il viaggio di nozze, ma da soli, quando saranno più grandi. Promesso!”
*
Ora sul comodino c’è un bicchiere di acqua fresca con un po’ di zucchero. Me lo chiedi con gli occhi. Appoggio il bordo alle tue labbra screpolate. Deglutire è diventato un esercizio impossibile, quasi come respirare. Lascio cadere qualche goccia sulla tua lingua, e da come socchiudi gli occhi riconosco il piacere che provi. Il corpo è immobile.
1° luglio 2010
Ce l’abbiamo fatta a fare il nostro viaggio di nozze. In volo ci raccontiamo tutte le meraviglie del villaggio che ci aspetta in Grecia. Pregustiamo le cene a lume di candela, le ore stesi in spiaggia, le visite ai musei e agli scavi, il windsurf, lo yoga all’alba, la discoteca alla sera, i pomeriggi a leggere e magari affittiamo anche uno scooter. Ma ci staranno tutti questi programmi in una settimana? Scoppiamo a ridere. Che ci importa. Siamo di nuovo soli dopo 14 anni, i figli dai nonni, possiamo riscoprire quello che ci piace e ci promettiamo di farlo anche quando saremo tornati a casa.
*
Oggi è una giornata speciale. Ti accarezzo la testa glabra. Sposto il lenzuolo e movimento il tuo corpo. Lo massaggio con la pomata contro le piaghe da decubito. Lo faccio piano, con tenerezza. Parto dai piedi per risalire prima lungo una gamba e poi lungo l’altra. Passo alle mani, mi soffermo sui polsi, prima di dedicarmi alle braccia. Con le mani piatte mi prendo cura del tuo torace.
“Signora, ha bisogno di una mano per girarlo? Ho ancora un momento prima di andare via.” Mi chiede l’infermiera. No, non ne ho bisogno, mentre mi dedico alla nuca e alle spalle e scendo lungo la schiena scarna e arrossata.
Tornato prono, metto comode le tue braccia immote e finisco con le clavicole e il collo. Mi soffermo ad accarezzare il tuo viso mentre socchiudi gli occhi.
5 ottobre 2016
Abbiamo invitato tutti alla festa della catapecchia. È il tuo compleanno: sono cinquanta. Siamo fieri di aver acquistato questo rudere sulla riva del lago incastonato fra le montagne. Il contadino che ce l’ha venduta ci ha avvisato che dobbiamo fare un sacco di lavori e “Non è mica il lago di Garda” ci ha tenuto a sottolineare. Ma a noi non importa, abbiamo tempo fino alla pensione e nel frattempo va più che bene per passarci qualche giorno d’estate e fare i bagni. L’abbiamo trovata proprio come la volevamo, con le onde che lambiscono il piccolo terreno.
Ci sono addirittura i figli a brindare con noi e mi sento ragazza con questo progetto. L’energia che cresce in me, come un nuovo inizio che cancella tutte le volte che abbiamo litigato, che non sono bastati i soldi, che non eravamo d’accordo. Un altro inizio per noi due, adesso che i figli stanno per uscire per sempre da casa nostra. Insieme ai brindisi nell’aria volano anche le promesse di aiuto da parte dei nostri amici e parenti in cambio di vacanzine sul lago. Siamo felici e stupidi e anche un po’ ubriachi, ma non importa, va bene così.
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In questo istante la casa è silenziosa. Questo è il momento della lettura. Stasera finiremo anche questo libro. Mi metto comoda in poltrona di fianco al letto. Non ho nemmeno bisogno di accendere la luce, è ancora chiaro. Cerco il segno e inizio a leggere senza fretta. Sono le ultime trenta pagine e mi permetto di sentire ogni singola vocale e consonante che scivola dalla mia bocca. Soppeso ogni virgola, lanciandoti uno sguardo. Per ogni punto prendo un respiro, e una piccola pausa per ogni nuovo capoverso.
Ho ancora tempo.
16 maggio 2019
Compio 50 anni e inauguriamo villa “Catapecchia”, la più amata di tutti i tempi. Abbiamo un sacco di camere da letto e appeso al muro in entrata c’è un grande calendario dove ognuno può segnare la settimana in cui vuole essere nostro ospite. Non rimane altro che lavorare fino alla pensione per poi ritirarsi quassù. I figli arrivano tardi e li abbraccio con le mani unte di grigliata. Sono questi i momenti che mi permettono di dimenticare tutti i sacrifici fatti, i dolori. Guardo avanti con serenità. Sembra proprio che tutto vada per il meglio. Tu sei ancora al mio fianco, nonostante le distrazioni, le difficoltà, i momenti bui e gli errori. C’è ancora voglia di costruire, ma c’è anche tanta voglia di godersi i frutti di questa vita, e il momento è proprio ora, immersi nel profumo di costine e salsicce innaffiate di birra fresca.
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Il capitano guardò Fermina Daza e vide sulle sue ciglia i primi fulgori di una brina invernale.
Poi guardò Florentino Ariza, la sua padronanza invincibile, il suo amore impavido, e lo turbò il sospetto tardivo che è la vita, più che la morte, a non avere limiti.
“E fino a quando crede che possiamo continuare con questo andirivieni del cazzo?” gli domandò.
Florentino Ariza aveva la risposta pronta da cinquantatré anni sette mesi e undici giorni, notti comprese.
“Per tutta la vita”, disse. 1
Riesco a controllare la voce e con forza di volontà evito di dire “fine”. Lascio che queste parole si sedimentino, si sciolgano nei nostri cuori. Non ti sei addormentato, hai ascoltato tutto, ogni singolo suono, ogni respiro, ogni battito del mio cuore. Chiudo un momento gli occhi e mi immagino questo battello prendere la via del fiume per non arrivare da nessuna parte.
4 febbraio 2022
Abbiamo scherzato sul fatto che fossi diventata braccio di ferro e i barattoli li aprissi solo io. Però qui sotto al salice piangente mi stai chiedendo una promessa della quale non so se riuscirò a mantenerla. È una domanda secca la tua, il tuo sguardo è severo e mi viene in mente Gesù Cristo che vuole evitare il calice amaro. Ma lui lo sa, come lo so io, che non è possibile fare altrimenti.
Tre maledette lettere ha pronunciato il medico. Tre lettere che hanno azzerato i tuoi progetti per la pensione, di fare il nonno. Così invece di pescare sotto queste fronde, vuoi che io ti faccia una promessa che non so nemmeno come realizzare. Mi dici che da un certo punto in poi sarà facile, che tu hai già deciso. Infine, mi ricatti e, non so se potrò mai perdonartelo, mi dici che lo chiederai ai nostri figli. Con le palpebre abbassate prometto e mi sento morire dentro.
*
È arrivato il momento.
Stasera, amore mio, manterrò la mia promessa. A modo tuo hai salutato tutti, hai tenuto duro più che hai potuto. Nessuno ne parla, ma tutti lo sanno, arriva un momento in cui è semplicemente troppo essere prigionieri in questo corpo. Avrei voluto scegliere un giorno speciale con una data particolare, ma la malattia ha scelto per noi. Alzo lo schienale del letto, perché tu possa vedere il salice. Ti disinfetto il braccio e tu sbuffi leggermente come a sottolineare l’ironia di questo gesto superfluo. L’ago entra sottopelle e occhi negli occhi schiaccio lo stantuffo fino a vuotarti tutto il serbatoio in corpo.
Con le mani ovattate rimetto la siringa al suo posto. Muovo leggermente il tuo corpo di carta velina per stendermi accanto a te, con la testa sulla tua spalla.
Voglio respirare assieme a te, voglio addormentarmi con te.
Per tutta la vita.
1 L'amore ai tempi del colera, Gabriel Garcia Marquez