Atrax robustus Pt. 21

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Atrax robustus Pt. 21


Lorenzo Maria finì tardi in università. Erano già le 19.30 passate quando spense la luce del suo studio.
Il corridoio del dipartimento era deserto, illuminato solo dalle lampade al neon che ronzavano debolmente.
I suoi passi risuonavano sul pavimento di linoleum lucidato, amplificati dal silenzio della facoltà quasi vuota.
Attese ancora una decina di minuti seduto sulla panchina di marmo freddo poste all’ingresso, poi tirò fuori il cellulare.
L’aria della sera, umida e fresca, entrava dalle porte a vetri socchiuse portando l’odore di asfalto bagnato e di foglie marce.
Compose il numero di Giorgio Ferri, il giovane attore della Cascina Roccafranca, la scuola di recitazione..
Al quinto squillo stava per riattaccare, quando finalmente rispose.
- Pronto? Con chi parlo?
La voce era affannata, giovane, calda, con quel timbro leggermente rauco di chi è appena uscito dall’acqua calda della doccia.
- Buonasera Giorgio, sono Lorenzo Maria De Angelis. Luca della Compagnia dei Saltapasti dovrebbe averti parlato di me.
- Oh! Sì, buonasera professore. Mi scusi l’affanno… ero sotto la doccia e ho sentito il telefono solo alla fine.
Si percepiva ancora il leggero ansito nel respiro del ragazzo e, in sottofondo, il rumore ovattato d’acqua che scorreva nel piatto della doccia.
- Figurati, nessun problema.
- Luca mi aveva accennato a una lettura di poesie, giusto?
Lorenzo Maria sorrise tra sé, appoggiando la schiena contro il muro freddo.
- In realtà ho dovuto dire una piccola bugia a Luca sul motivo reale della tua prestazione.
Dall’altra parte ci fu un breve silenzio, rotto solo dal fruscio dell’asciugamano che probabilmente Giorgio si stava passando addosso.
- In sostanza non ho bisogno di te come lettore di poesie, ma come vero attore. Luca mi ha assicurato che sei una delle punte di diamante del corso.
- Beh… senza esagerare me la cavo. - rispose il ragazzo, con un misto di modestia e orgoglio palpabile nella voce. - Ci metto impegno e do sempre il massimo.
- Ne sono certo. Ho visto il tuo materiale. Hai presenza scenica e, da questa breve conversazione, direi che hai anche del carattere.
- Grazie. Ci metto passione e testa in quello che faccio.
- Senti, Giorgio, ti chiederò di interpretare un personaggio in una specie di buffa commediola che voglio organizzare. Uno scherzo spassoso ai danni di un nostro amico del Golf Club. Una zingarata, per dirla tutta.
Il giovane rise piano, una risata fresca e spontanea che risuonò nitida nell’orecchio di Lorenzo Maria.
- Quindi dovrei essere uno dei personaggi di questo scherzo?
- Esatto. Una cosa di quindici, venti minuti al massimo. Penso che ti divertirai anche.
- Se è lavoro e allo stesso tempo è leggero e divertente, per me va bene.
Lorenzo Maria fu soddisfatto dal tono sveglio e disponibile del ragazzo.
Si alzò dalla panchina, sentendo che il freddo del marmo iniziava a infastidirlo.
- Ottimo. Il tuo disturbo sarà ovviamente ben remunerato. Potremmo vederci una di queste sere, così ti spiego per bene cosa dovrai fare, ti do le date precise e ti anticipo una parte del cachet. Per me dopodomani verso quest’ora andrebbe bene.
- Perfetto così.
- Conosci di fisso il Caffè Fiorio di via Po. Possiamo prenderci un aperitivo lì.
- D’accordo, ci vediamo lì.
- Buona serata, Giorgio.
- Grazie, altrettanto professore.

Per Luigi la morte di Leo era stata un colpo devastante.
Nei primi giorni aveva vagato per lo studio come un fantasma, la mente immersa in una nebbia che ovattava ogni suono e rendeva tutto distante, irreale.
Rispondeva alle telefonate, firmava documenti, dava indicazioni ai collaboratori con gesti automatici, svuotati di qualsiasi sostanza.
Le sue ferite personali non potevano permettersi di intaccare il lavoro.
Non con clienti che pagavano parcelle a cinque zeri e uno studio da mandare avanti.
Eppure il suo umore nero trasudava dalle pareti e si rifletteva sui volti del personale.
Tutti avevano amato Leo. La sua cuccia vuota nello stanzino del caffè era ancora lì, muta testimone: quel grosso cuscino di pelo dorato non avrebbe più scodinzolato festoso, né avrebbe più premuto il muso grande e buono contro le gambe di chiunque entrasse in cerca di una carezza.
Ogni volta che qualcuno preparava un caffè, il silenzio in quel angolo sembrava più assordante.
Ma la realtà non aspettava.
Durante la corsa disperata verso la clinica veterinaria, aveva distrutto la sua Range Rover Classic.
Per una settimana era stato costretto a muoversi in taxi, intrappolato sui sedili posteriori con l’odore di estranei e il peso di pensieri che non gli davano tregua. Non poteva continuare così. Non lui.
Il cielo di Torino era basso e grigio, tipico di fine ottobre.
Una pioggerella fine già velava l’aria.
Luigi scese dal taxi davanti al salone Rover di corso Giulio Cesare, il Burberry antracite stretto sulle spalle e la sciarpa di cachemire stretta al collo.
Sembrava l’uomo di sempre: elegante, controllato, altero.
Solo chi lo conosceva bene avrebbe notato il leggero tremito nella mano destra mentre stringeva quella del direttore.
- Avvocato Manfredi, che piacere rivederla. - disse l’uomo, sui cinquant’anni, capelli pettinati all’indietro e accento sabaudo marcato.
- Ho saputo dell’incidente… e di Leo. Ne parlavano giù al nostro Club del golf. Mi dispiace davvero.
Luigi annuì appena. Il nome del cane gli strinse lo stomaco come una morsa.
- Ho bisogno di una macchina subito - tagliò corto, la voce più rauca del solito. - Qualcosa di solido. Di affidabile.
- Le nostre macchine lo sono sempre, come lei sa avvocato. - aggiunse come ovvia constatazione, con un lieve sorriso.
Poi sollecito lo accompagnò nel piazzale interno.
Là, sotto i neon freddi, aspettava lei: una Range Rover P38 color British Racing Green, lucida e maestosa.
Interni in pelle tan, radica calda, 4.0 V8 HSE. Profumava di lusso e di nuovo.
Luigi girò lentamente intorno all’auto.
Passò una mano sul cofano freddo e lucido.
Per un istante rivide Leo sul sedile posteriore della vecchia Classic: il pelo dorato sporco di bava, gli occhi che si spegnevano mentre lui guidava come un dannato, con la paura che gli artigliava il petto.
Deglutì. - Questa. - disse con voce ferma.
La trattativa fu breve. Fredda.
- Centoventi milioni chiavi in mano, full optional. - propose il direttore.
Luigi lo fissò dritto negli occhi. - Facciamo centocinque tutto incluso. Tasse, passaggio, primo tagliando e gomme invernali. La voglio pronta per domani mattina.
Il direttore esitò mezzo secondo, poi annuì.
Conosceva quello sguardo dei suoi danarosi clienti.
- Per il pagamento, avvocato… preferisce un assegno circolare o facciamo un bonifico?
- Assegno circolare. Lo faccio preparare oggi stesso dalla mia banca. Domattina alle nove sarà qui. Va bene?
Il direttore annuì - Domani mattina facciamo il passaggio e le consegniamo tutto.
Luigi firmò l’ordine di acquisto e si alzò. Si strinsero la mano.
Prima di uscire si voltò un’ultima volta verso la P38 verde British Racing Green che brillava sotto i neon.

La pioggia leggera era diventata più insistente.
Fu allora che il Nokia nella tasca del cappotto squillò. Numero di Ginevra.
Rispose con un sospiro pesante. - Amore… ciao. Perdonami se ti ho trascurata in questi giorni. Sono andato completamente fuori di testa.
La voce di lei arrivò tesa, spezzata, con una vibrazione d'angoscia.
- Luigi… - mormorò - Non è per questo che ti chiamo.
Un silenzio denso. - Che succede? - chiese lui, la gola improvvisamente secca.
- Dobbiamo vederci - continuò Ginevra, quasi sussurrando. - Subito. Stasera, quando esco dall’università. Vengo sotto il tuo studio. Parliamo in macchina.
- Va bene. - rispose lui, con tono preoccupato. - Fammi uno squillo quando arrivi.
- Ti amo - disse lei, la voce sull’orlo delle lacrime.
- Anch’io - mormorò Luigi.
Chiuse la chiamata. La pioggia gli bagnava il viso, ma lui non la sentiva più. Solo un pensiero nella testa, Che diavolo mai stava succedendo?

(Continua)

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