[MI189] I cento nastrini d'oro

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Traccia n.2  L'ultima sfilata


L'aria della piazza era densa del profumo acre dei fumogeni colorati e dell'orgoglio di una nazione che celebrava se stessa. Sotto il palco delle autorità, le sezioni dell'ANPI sventolavano fazzoletti rossi al ritmo di "Bella Ciao", mentre i gonfaloni dei comuni della regione, decorati con medaglie al valore, ondeggiavano come vele in un mare di folla. Era l'apoteosi del Senatore, il "Padre della Patria", "l'ultimo costituente", che dall'alto dei suoi cento anni osservava quel rito collettivo con il distacco di chi è diventato monumento prima ancora di morire.

Dalla tribuna d'onore, stringeva il corrimano con mani che un tempo avevano firmato condanne a morte con la stessa fermezza con cui ora firmavano autografi. Il peso delle medaglie sul petto – quella d'oro al valor militare, quella dell'Assemblea Costituente, quella per i cent'anni di vita esemplare – gli sembrava oggi insopportabile. Cent'anni, pensò. Abbastanza per seppellire qualsiasi verità sotto strati di retorica e commemorazioni. Eppure, in fondo alla piazza, aveva notato un movimento insolito. Un gruppo di persone che non portavano i simboli della festa.

Fu allora che il ritmo della parata si spezzò.

Dall'ombra di una via laterale emersero quattro vecchi. Non portavano i simboli della Resistenza, né le insegne istituzionali. Sorreggevano un drappo di velluto scuro, pesante, su cui brillavano cento nastrini d'oro. Mentre passavano, il canto dei partigiani si affievoliva, soffocato da un interrogativo che correva tra le prime file.

Quando li vide chiaramente, il Senatore sentì un freddo che non provava da ottant'anni. Lo stesso gelo di quella notte del '45, quando aveva firmato l'ordine con mano ferma, ripetendosi che la Storia lo avrebbe assolto. E la Storia lo aveva fatto. Ma quegli occhi no.

I quattro si fermarono proprio sotto il podio. L'uomo che reggeva il drappo alla loro testa aveva gli stessi occhi chiari del Senatore, lo stesso portamento eretto nonostante i novant'anni sulle spalle. Il Senatore lo riconobbe all'istante, e il cuore – quel muscolo che aveva resistito a un secolo – gli mancò un battito.

Emilio Varsi.

Era il ragazzino che quella notte era rimasto in piedi accanto al muro, l'unico sopravvissuto di quel plotone di centouno ragazzi. L'unico che non aveva pianto mentre i suoi compagni cadevano implorando pietà. L'unico testimone.

Il Prefetto Mancini si mosse immediatamente, facendosi largo tra i dignitari sulla tribuna. Scese i gradini con la fascia tricolore tesa sul petto come uno scudo. «Fermi,» ordinò con voce che cercava l'autorità ma tradiva l'incertezza. «Questa manifestazione è autorizzata per celebrare la Repubblica nata dalla Resistenza, non per riaprire ferite. Vi chiedo di ritirarvi. Abbiate quel minimo di dignità che si addice alla vostra età.»

Varsi non si mosse. Il suo sguardo attraversò il Prefetto come se fosse trasparente, puntando direttamente al Senatore. «La dignità, Prefetto, è esattamente ciò che chiediamo.»

«So che avete sofferto,» continuò Mancini, abbassando il tono, cercando la via della diplomazia. «Ma ciò che rappresentate appartiene a una parte di storia che abbiamo scelto di superare. Il Senatore è un patrimonio nazionale. Non permetterò che venga turbato in un giorno così importante.» Fece un gesto discreto ai carabinieri ai margini della piazza.

Gli uomini in divisa si mossero minacciosi verso i quattro vecchi.

Fu allora che il Senatore si alzò. Le gambe tremavano, ma si impose di scendere i gradini, sorretto dai suoi assistenti che cercavano di trattenerlo. «No, Prefetto,» disse con voce che suonò più vecchia di quanto fosse mai stata. «Li lasci parlare. Se la democrazia significa qualcosa, significa questo. Il diritto di parola.»

Si fermò a pochi centimetri da Varsi. Così vicino da poter contare le rughe incise dal tempo e dal dolore su quel volto.

«Lei mi riconosce, Senatore?» chiese Varsi con voce ferma.

Il Senatore esitò. Avrebbe potuto mentire. Ottant'anni di politica lo avevano reso maestro nell'arte della dissimulazione e della mistificazione. Ma qualcosa, in quel momento, si ruppe dentro di lui.

«Sì,» sussurrò.

«Io la ricordo bene,» continuò Varsi. «Lei era giovane quella notte. Aveva ancora la mano ferma. Mi disse che sarei stato risparmiato perché ero troppo giovane per capire. Mio fratello Giuseppe aveva solo due anni più di me. Diciannove anni. Si era arreso. Aveva appoggiato il fucile al muro perché lei gli aveva promesso la vita.»

«Era una guerra civile,» disse il Senatore, e nella sua voce c'era l'eco di mille discorsi pronunciati in mille piazze. «Scelte impossibili. Noi abbiamo scelto il futuro. Abbiamo lasciato un'eredità di libertà a tutti, anche a voi e ai vostri eredi.»

«L'eredità di cui parla non ci appartiene,» rispose Varsi, indicando i nastrini dei cento ragazzi giustiziati dopo la resa. «Voi avete la memoria dei monumenti, noi quella delle fosse senza nome. Non si può condividere un'eredità se una parte della storia è stata scritta con l'inchiostro e l'altra con il sangue della vendetta.»

Il Prefetto tentò di inserirsi nuovamente. «Basta così. Senatore, non deve rispondere a queste provocazioni. Questi uomini stanno strumentalizzando...»

«Suo fratello si chiamava Giuseppe,» lo interruppe improvvisamente il Senatore, e nella piazza calò un silenzio di tomba. Anche la banda si era fermata. Anche i canti. Diecimila persone trattenevano il respiro.

«Aveva una cicatrice sopra il sopracciglio sinistro. Se la era fatta cadendo da un ciliegio quando aveva otto anni. Me lo raccontò lui, mentre aspettavamo l'alba.»

Varsi vacillò. In ottant'anni, nessuno gli aveva mai detto che il Senatore – allora un giovane comandante partigiano – aveva parlato con suo fratello.

«L'ultima cosa che mi disse fu: "Dite a mio fratello che non ho avuto paura."»

Una lacrima, la prima in decenni, rigò il volto di Varsi.

«Ma io non glielo dissi mai,» continuò il Senatore, e ora nella sua voce c'era qualcosa che nessuno aveva mai sentito. Una crepa. «Perché avrei dovuto venire da lei a spiegare perché ero vivo e suo fratello no. Perché avrei dovuto ammettere che la Storia ha i suoi prezzi e che qualcuno deve pagarli. Così ho costruito una vita intera su quel silenzio. Ho trasformato quella notte in un atto di giustizia necessaria. Ho convinto me stesso, e poi tutti gli altri, che non c'era altra scelta.»

«Senatore...» il Prefetto era pallido. «Non deve dire queste cose. Non così. Non qui.»

«E dove, allora?» Il Senatore si voltò verso di lui con occhi che bruciavano. «In quale tribunale della Storia dovrei confessare che ottant'anni di democrazia sono stati costruiti anche su cento ragazzi disarmati giustiziati all'alba? Che la pace che celebrate oggi è figlia anche di quella vendetta?»

«Era giustizia!» urlò qualcuno dalla folla. Un vecchio partigiano con il fazzoletto rosso. «Avevano combattuto per i fascisti! Avevano le mani sporche di sangue!»

«Si erano arresi,» rispose Varsi, senza alzare la voce ma facendosi sentire da tutti. «Erano prigionieri. La guerra era finita.»

«La guerra non finisce mai!» gridò un altro. E poi un altro ancora. La piazza iniziò a rumoreggiare come un alveare disturbato.

Il Senatore alzò una mano. Con sua sorpresa, il gesto – quello stesso gesto che per decenni aveva comandato silenzio in Senato – funzionò ancora. «Avete ragione,» disse. «La guerra non è mai finita. Perché abbiamo fatto finta che una parte di essa non fosse mai esistita. Abbiamo costruito una memoria selettiva. Io l'ho fatto. E ora, nel giorno del mio trionfo, questa memoria dimenticata viene a presentare il conto.»

«È affetto da demenza senile,» sussurrò qualcuno sulla tribuna. «Lo stress della giornata...»

«Non sono senile,» sbottò il Senatore. «Sono semplicemente stanco. Stanco di essere un monumento. Stanco di incarnare una verità che è solo parziale.»

Si voltò nuovamente verso Varsi. «Suo fratello non ebbe paura. Le chiedo perdono per non averglielo detto ottant'anni fa. Ma non posso chiederle perdono per averlo ucciso. Perché quella notte, io credevo davvero che fosse necessario. Credevo che il futuro valesse quel prezzo.»

«E oggi?» chiese Varsi. «Oggi cosa crede?»

Il Senatore guardò la piazza. I gonfaloni, le medaglie, i volti giovani e vecchi che lo fissavano in attesa di una risposta. Cent'anni di vita lo avevano portato a quel momento. Cent'anni per scoprire che non aveva una risposta.

«Oggi credo che il futuro che abbiamo costruito sia reale. Ma credo anche che le fondamenta su cui poggia abbiano crepe che abbiamo sempre ignorato. E che voi, venendo qui, abbiate semplicemente portato alla luce ciò che era sempre stato lì, sotto i nostri piedi.»

Il silenzio che seguì fu una lama.

Poi, la piazza esplose.

Non fu un applauso, ma una frattura sonora. Da una parte, i fedelissimi e i militanti iniziarono a fischiare i quattro vecchi, urlando "Traditori!" e "Fascisti!", rivendicando la legittimità di quel sangue in nome della libertà conquistata. Il Prefetto cercava di riprendere il controllo, gridando ordini che nessuno ascoltava,

Dall'altra un gruppo di giovani si staccò dal corteo, restando in silenzio. Non applaudivano né fischiavano. Guardavano semplicemente quei quattro vecchi con i loro nastrini d'oro, e poi il Senatore, e poi di nuovo i vecchi, come se vedessero per la prima volta che la Storia non era quella linea retta e luminosa che avevano studiato sui libri.

La folla si divise fisicamente, creando un corridoio vuoto tra il palco del potere e il peso di quel drappo dimenticato.

Il Senatore restò al centro. Solo.

Né acclamato dai suoi sostenitori, che lo guardavano ora con una delusione mista a imbarazzo per quella confessione pubblica, né perdonato dai quattro vecchi, che rimanevano immobili con il loro dolore che nessuna parola poteva sanare.

Varsi lo guardò un'ultima volta. «Grazie per avermi detto delle sue ultime parole,» disse semplicemente. Poi fece un cenno ai suoi compagni, e insieme si voltarono per andarsene.

«Aspettate,» chiamò il Senatore. «I nomi. Dovremmo almeno... i nomi dei cento dovrebbero essere ricordati.»

Varsi si fermò senza voltarsi. «I nomi li conosciamo noi. Li abbiamo custoditi per ottant'anni mentre voi costruivate monumenti ad altro. Non sono più affar vostro, Senatore. Sono la nostra eredità. L'unica che ci è rimasta.»

E se ne andarono, portandosi via il drappo con i cento nastrini d'oro, lasciando dietro di loro una piazza spaccata in due e un vecchio di cent'anni che, per la prima volta nella sua lunga vita, non sapeva più se era stato un eroe o semplicemente un uomo che aveva vissuto troppo a lungo con le proprie menzogne.

I giovani che erano rimasti in silenzio iniziarono lentamente a seguire i quattro vecchi. Non tutti. Ma abbastanza da far capire che qualcosa, in quella piazza, era cambiato per sempre.

Il Prefetto si avvicinò al Senatore. «Dobbiamo fare una dichiarazione. Controllo dei danni. Possiamo dire che era sopraffatto dall'emozione, che il caldo, che l'età...»

«No,» disse il Senatore. «Basta menzogne. Anche se questo significa che l'eredità che lascio è più complicata di quanto avrei voluto.»

Guardò un'ultima volta il drappo che si allontanava nella folla. Cento nastrini d'oro che brillavano al sole di aprile. Cento ragazzi che la Storia ufficiale aveva dimenticato. Cento prezzi pagati per un futuro che forse, dopo tutto, non era mai stato così luminoso come avevano sempre raccontato.

E mentre la banda riprendeva maldestramente a suonare l'inno nazionale, il Senatore capì che il vero monumento non sarebbe stato quello che gli avrebbero eretto dopo la morte, ma quella frattura nella piazza, quel silenzio di quei giovani, quel dubbio che aveva finalmente piantato nella memoria collettiva.

Era, forse, l'unica cosa onesta che aveva fatto in cent'anni di vita pubblica.

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